Fanfiction tradotta dallo spagnolo, potete trovare i dettagli dell’originale qui sotto.
 
Titolo originale: Háblame Zodiacal
Link storia originale: 
https://www.amor-yaoi.com/fanfic/viewstory.php?sid=116963
Link autore: https://www.amor-yaoi.com/fanfic/viewuser.php?uid=59438
 
Le informazioni sui segni zodiacali, scritte in corsivo, sono di Linda Goodman, famosa astrologa americana (1925-1995).

 
Nel giorno del compleanno del genio Sakuragi, ho pensato di postare questa fanfiction tradotta che ho trovato davvero adorabile ^__^ sono tre capitoli/one shot, la prima su Hanamichi, del segno dell’Ariete, la seconda su Kaede, del Capricorno (sarebbe stato carino postare quest’ultima nel giorno del suo compleanno, ma non aspetterò fino al prossimo gennaio ^^’’); la terza sulla compatibilità di entrambi.
 
Buona lettura!
 
 

Hanamichi Sakuragi. Compleanno: 1° aprile.
 
Ariete.
 
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Combatterà senza esitazione contro ciò che ritiene ingiusto e non si vergognerà di esprimere le sue opinioni. L’Ariete risponderà con uguale energia a un ausiliare del traffico o a un gangster armato, se uno di loro lo infastidisce (nell’ardore del momento non ci sarà cautela sufficiente per fermarlo).
 
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“Argh, ciccione! Che ti costa darmene un po’?!” sostenne un alto e intimidatorio ragazzo dai capelli rossi sotto gli alberi del cortile del liceo Shohoku. Gli altri tre giovani che circondavano la coppia di litiganti scoppiarono a ridere per l’espressione accigliata del loro leader e della smorfia ostinata di Takamiya, che cercava di rimanere impassibile davanti ai pugni e agli strattoni dell’amico.
 
“Ma hai già mangiato il tuo pranzo, Hanamichi” rispose il ragazzo grassottello liberandosi della sua presa di ferro.
 
“Sì, Hanamichi, non essere avido” contribuì il biondo, alzando il mento e ridendo.
 
“Allora datemi voi qualcosa!” gridò Hanamichi agli altri.
 
“Fossi pazzo, sto morendo di fame” rispose Noma infilandosi le bacchette tra le labbra.
 
“A me è costato un occhio...quindi me lo mangio io” ribatté Ookusu addentando il suo panino.
 
“Io non ho portato molto” disse Yohei con un’alzata di spalle.
 
“Agh, che amici orribili! Ingrati, non vi darò mai più la mia roba”
 
“Ma se non lo fai mai” borbottò Takamiya.
 
“Cos’hai detto, grassone?!”
 
Gli studenti che passavano vicino al chiassoso gruppo si accigliavano o si affrettavano per allontanarsi dalle grida e gesti violenti. Sussurrando, il corpo studentesco dello Shohoku concluse che erano studenti del primo anno a giudicare dal colore blu delle loro uniformi e che non erano tipi decenti a comportarsi in quel modo. E dire che l’anno scolastico era appena iniziato...e già c’era un gruppo fastidioso, pensavano tutti arricciando le labbra con dispiacere.
 
Hanamichi, irritato e con lo stomaco apparentemente vuoto, non ci mise molto a gettarsi sui suoi amici come un tornado, colpendo la fronte di ciascuno con la sua classica testata mortale (che uccise più di un neurone). Con i quattro ragazzi mezzi morti (un filo di fumo a uscire dalle loro teste e la bava alla bocca), ghignò e rubò il loro cibo.
 
“Ehi, voi!”
 
Sincronizzandosi, i cinque membri dell’Armata si alzarono, sollevando lo sguardo e incontrando quello di un gruppo di sette individui che si avvicinarono con sorrisetti compiaciuti e mani in tasca.
 
I ragazzi continuarono a mangiare come se si stessero avvicinando degli amici a salutare (ma con facce poco amichevoli).
 
“Siete nel nostro posto, marmocchi”
 
“Davvero? Beh, non vedo i vostri nomi scritti” rispose Yohei con calma, guardando con la coda dell’occhio Hanamichi che cominciava a incendiarsi di fiamme assassine. Alcuni degli intrusi aggrottarono la fronte, ma l’apparente capo e i suoi seguaci proseguirono con maggiore determinazione a causa della provocazione.
 
“I ragazzini di oggi non hanno educazione, non credi?” disse uno dei soggetti sorridendo maliziosamente. I suoi compari concordarono e avanzarono ancora.
 
“Sì...diventano sempre più insolenti” contribuì un altro.
 
“Ehi, volete qualcosa? Perché stiamo pranzando” intervenne Noma con una smorfia seccata. Ookusu e Takamiya lo spalleggiarono e risero, mentre Mito si metteva in guardia per l’imminente violenza. Hanamichi, imprudente e spericolato come sempre, si alzò e gemette di disgusto.
 
“Non mi hai sentito, animale? Dovete andarvene da qui. Questo posto è nostro” disse con impazienza (ergo, paura) uno dei ragazzi quando vide il rosso alzarsi e stringere gli occhi.
 
Seguendo il leader, i quattro giovani dell’Armata si piazzarono dietro Hanamichi, le cui vene cominciavano già a pulsargli sulla fronte.
 
“Non so voi, ma io sono già stufo delle chiacchiere di questa spazzatura” ruggì Hanamichi prima di saltare su quello che aveva davanti. Noma, Takamiya e Ookusu risero osservando Hanamichi lanciarsi come un camion in corsa verso gli intrusi.
 
Solo quando due di loro tirarono fuori dei tubi di metallo dai vestiti, Mito e gli altri assunsero facce più serie e pronte alla lotta.
 
“M-me la pagherete...n-non sapete chi siamo?” pronunciò uno dei soggetti, steso a terra come un vecchio vestito, insanguinato e ferito, tremante di dolore e gemendo per i colpi che il piede di Ookusu continuava a dargli nello stomaco.
 
“No e neanche mi interessa” disse Hanamichi, spingendo con violenza uno dei tizi contro l’albero. Noma e Takamiya avevano piccoli tagli sulle sopracciglia, il loro forte leader manteneva il viso intatto e duro, cupo e irritato, soprattutto quando sentirono la campanella che li richiamava a lezione.
 
Yohei, seguendo il suo amico nella classe 7 del primo anno, sospirò, senza tristezza né esasperazione, sollevato dal fatto che quella rissa (per quanto patetica) avesse deviato la mente di Hanamichi dall’ultimo rifiuto amoroso per colpa di un giocatore di basket.
 
E sperava che rimanesse così, fino a incontrare un’altra ragazza per cui perdere la testa, come sempre.
 
“Voi due! Perché arrivate così tardi e in queste condizioni?” l’insegnante li rimproverò, indicandoli e notando lo stato dei loro visi.
 
Hanamichi, come Yohei aveva previsto, con il corpo ancora rigido di adrenalina e la rabbia a scaldargli la testa, impiegò poco a rivolgersi al professore con il volto contorto dalla furia.
 
“Che ti prende?! Non mi urlare addosso, vecchio!”
 
Prima che la situazione sfuggisse di mano, Yohei si lanciò sulla schiena del suo amico per fermare qualsiasi movimento e scandalo.
 
“Hanamichi, per favore calmati!” lo implorò finché l’insegnante si rifugiò dietro la sua cattedra, mandandoli a sedere.
 
Da quel primo giorno di liceo, Hanamichi Sakuragi si guadagnò il titolo di teppista.
 
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Quando le persone più forti e mature si impongono o gli tolgono qualcosa, reagisce nell’unico modo che conosce: urlando e provocando un caos tale che gli altri cederanno, soltanto per ritrovare la pace. L’Ariete non ha bisogno di strategie delicate. Con la forza dei suoi polmoni e la sua determinazione, ne uscirà perfettamente.
 
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Quando quel giovanotto alto e scuro con labbra carnose e la figura imponente gli si era avvicinato osando maneggiarlo come una bambola di pezza (dopo che la sua furia si era svegliata con i due giocatori di basket), tutta la rabbia, la frustrazione e il dolore che stava reprimendo a causa di quel ‘Ti odio’ di Haruko gli aveva colpito la pelle come acqua bollente.
 
E di conseguenza, quando lo stesso ragazzo si presentò come capitano della squadra di basket, Hanamichi gli balzò addosso insultando in ogni modo il suo stupido gioco con la palla.
 
Urlò e scalciò finché il gorilla non lo sfidò. Hanamichi, acceso, non esitò ad accettare, sebbene non conoscesse affatto le regole di quello sport, volendo rompere, colpire, distruggere qualcosa.
 
Hanamichi non si sarebbe mai aspettato di attirare così tante persone, ma aveva avuto torto vedendo la palestra riempirsi lentamente, dapprima sulle file superiori, fino al bordo del campo da studenti di tutte le classi.
 
Akagi lo provocò e lo derise per i primi minuti, segnando sei volte di seguito senza una goccia di sudore nonostante i goffi sforzi di Hanamichi. Questi provò a portargli via la palla con i piedi, calciando e infrangendo ogni regola di difesa, ma non funzionò con il capitano gorilla del terzo anno.
 
Ma non poteva perdere. Specialmente quando sentì il grido di Haruko alle sue spalle. Gli bastò sentire la preoccupazione, l’apprensione e la dolcezza della sua voce per saltare tra le fiamme ardenti della determinazione.
 
Da lì iniziò a bloccarlo come un super uomo, senza conoscere le basi, ma continuando a balzare come una palla di gomma davanti al ragazzo.
 
Finché, finalmente...riuscì a saltargli addosso e, in caduta, ad afferrare la palla. Il suo cuore batteva cone un matto quando vide lo stupore della folla, che invece di ridere, osservava con labbra e occhi aperti.
 
Hanamichi non aveva idea di come funzionasse il basket.
 
Per un po’ lo aveva persino disprezzato per aver perso l’affetto di una ragazza.
 
Non sapeva nulla di tiri, dribbling, finte o difesa.
 
Hanamichi non sapeva assolutamente nulla del basket. Ma sapeva qualcosa riguardo le schiacciate.
 
Gli slam dunk.
 
E così fece. Con tutte le sue forze lanciò la palla contro il tabellone dall’altra estremità del campo e sebbene tutti pensassero fosse una mossa folle e stupida, Hanamichi impiegò un secondo per correre verso la palla ed eseguire la giocata che Haruko gli aveva mostrato qualche giorno prima.
Akagi cercò di fermarlo, ma Hanamichi afferrò la palla con i palmi e non la lasciò.
 
La inchiodò con fermezza, con un calore che nasceva al centro del petto, spandendosi attraverso i muscoli, alzandosi lungo il collo e dando energia e fuoco a ogni particella del suo corpo. Quel momento sarebbe stato ricordato come il giorno in cui un principiante sconfisse il grande capitano Takenori Akagi...e in cui nacque un grande giocatore di basket.
 
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Ma che non ci si aspetti sottigliezza, tatto o umiltà. L’Ariete medio era assente mentre si distribuivano queste qualità (oltre alla scarsa pazienza).
 
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Unirsi alla squadra di basket del liceo Shohoku fu, per Hanamichi, una decisione abbastanza facile da prendere (in parte).
 
Haruko, la ragazza per la quale tutti i suoi mali erano svaniti (ma ne erano fioriti di nuovi) gli aveva inciso l’idea nel cervello come un tatuaggio, iniettandogli nelle vene la propria immagine di atleta coraggioso e potente senza troppi sforzi (con un semplice sorriso), di giocatore di basket capace e prodigioso. Lui, Hanamichi Sakuragi, che mai aveva eccelso in qualcosa (tranne nelle risse, forse).
 
Hanamichi, che non aveva mai giocato né guardato una partita di quello sport in tv, non aveva alcuna idea di come funzionasse. Non conosceva le regole, non sapeva di manovre, posizioni, giocatori eccezionali di altre scuole. Non sapeva niente.
 
Ma era sicuro di una cosa, cioè che aveva abilità...una facilità....nel suo corpo e portamento possedeva qualcosa che l’avrebbe fatto risaltare in quello sport precedentemente insultato.
 
Era un genio, dopotutto.
 
Il suo corpo, senza ordini dalla mente, agiva per puro istinto ogni volta che scendeva in campo. Ogni suo muscolo si contraeva e combatteva come nella rissa più feroce. Aveva resistenza, aveva forza, aveva energia, ma non sapeva dove focalizzarle.
Ma comunque tutto funzionò alla perfezione.
 
Nella partita contro il Takezono, ad esempio, anche se aveva giocato solo in una partita ufficiale prima di allora, aveva mostrato il suo valore come atleta e giocatore di talento...e come dimenticare la partita memorabile contro il Ryonan, in amichevole? Era chiaro che lui, Hanamichi Sakuragi, fosse un genio e futuro re dei rimbalzi.
 
Certamente Akagi, Ayako, Kogure e Miyagi lo aiutarono (bisognava dare loro un po’ di credito), erano sempre al suo fianco per insegnargli, educarlo, spingerlo e motivarlo. Lo corressero (anche se non gli piaceva), lo rimproverarono (anche se lo faceva incazzare), gli mostrarono che aveva ancora molto da imparare (cosa che lo faceva arrabbiare e frustrare), ma tutto il duro lavoro e gli allenamenti faticosi erano opera sua.
 
Era lui che segnava 200 canestri ogni giorno. La mattina, il pomeriggio, la sera, in pausa pranzo...in ogni momento libero. Si svegliava, mangiava e sognava il basket, a volte arrivando a chiedersi chi fosse prima di giocare: che stava facendo della sua vita? Dove si stava dirigendo?
 
Hanamichi non poteva dirlo con certezza. Non poteva definire una data esatta, un giorno, mese, ora. Ma di una cosa era certo, l’idea di giocare a basket per Haruko svaniva gradualmente con le calde ventate estive, facendo nascere in lui l’emozione di giocare per se stesso, perché amava lo sport, perché era un grande giocatore. Un genio. Un prodigio. Un talentuoso atleta che in meno di tre mesi, nella partita contro il Ryonan per le classificazioni al nazionale, aveva dimostrato senza dubbio chi era e di cos’era capace Hanamichi Sakuragi.
 
In quella partita realizzò un passaggio brillante, degno di ovazioni e applausi da parte dei compagni e del pubblico. La palla atterrò perfettamente nelle mani pronte di Megane-kun, che senza pensarci troppo si era piegato, posizionato e segnato una tripla. E alla fine, a pochi secondi dal fischio dell’arbitro, un rimbalzo del Gori lasciò la palla esposta alle mani di Fukuda, ma il grande genio intervenne.
 
Hanamichi Sakuragi, il prodigio, irruppe. Senza pensare, ragionare o aspettare, saltò con le sue gambe mostruose, afferrò la palla con mani sicure e la inchiodò, circondato da un’aura imponente...un’energia incandescente che fuoriusciva dai suoi pori.
 
Miyagi si congratulò con lui dopo la vittoria per la mossa eccellente, sorridendo e ricevendo senza fare smorfia la forza dello scontro tra le loro mani. Megane-kun, con parole più elaborate e maturo, si congratulò a sua volta. Akagi, troppo emozionato per dire qualcosa, gli mise il braccio sulle spalle durante la premiazione.
 
Grazie al genio tutto era salvo e al sicuro.
 
Non si era mai sentito così orgoglioso di se stesso, dei suoi successi, del suo sforzo.
 
Che avrebbe detto suo padre se avesse potuto vederlo?
 
Riformato...disciplinato...sano.
 
I suoi amici, quegli inutili che non tardavano a prendere in giro le due sventure e a festeggiare come pagliacci senza grazia ogni suo rifiuto, espressero senza esitare che aveva giocato a meraviglia.
 
“Sei incredibile” gli dissero, “sei davvero un genio, Hanamichi”
 
E se ne accorgevano ora?
 
Beh, per lui era ovvio fin dall’inizio. Ma, come gli aveva detto il Gori, mancava ancora tanto. Solo ora cominciava il vero show. Squadre come il Kainan si sarebbero moltiplicate, triplicate, al nazionale.
 
Non aveva ancora visto niente, gli disse il suo capitano sorridendo. Ma, invece, di scoraggiarlo o spaventarlo, Hanamichi sentì la fiamma del desiderio accendersi, l’eccitazione adrenalinica, la motivazione, la voglia travolgente, un fuoco eterno che lo rendeva impaziente e incapace di resistere.
 
Un genio come lui, di fronte a giocatori di livello nazionale.
 
Ci era molto vicino e il professor Anzai lo collocò in un addestramento speciale, che lo avrebbe aiutato ad evolvere e crescere con i canestri lontano dal tabellone. Sudò e lavorò come non mai. Utilizzò ogni sua oncia di pazienza. Soprattutto durante il primo giorno in cui, a prescindere da quante volte provasse, la dannata palla non voleva entrare.
 
Non irrigidirti, controllati, rilassati, gli diceva il vecchietto. E non fu facile, per niente.
 
Ma lui era Hanamichi Sakuragi, il genio, il prodigio, il giocatore di talento. E che l’inferno potesse congelarsi prima che qualcuno lo vedesse arrendersi.
 
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L’Ariete si aggrappa alla preziosa idea che nessuno possa fare qualcosa con la sua efficienza, e ciò può condurlo al disastro. L’Ariete metterà in pratica i suoi piani con audacia e fiducia, e raramente si renderà conto che sta andando oltre le sue forze, beccandosi un’ulcera o un esaurimento nervoso. Nessuno può accusare l’Ariete di pigrizia.
 
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Appena finita l’infernale sfida speciale dei 20.000 canestri, Hanamichi si sentiva rinvigorito e caloroso dalla testa ai piedi, del fuoco che lo incoraggiava e spingeva, delle fiamme che lo costringevano a saltare, parlare, giocare con le dita, con le labbra.
 
Era sempre stato irrequieto, iperattivo, chiassoso e rumoroso, ma ora ogni suo muscolo lo costringeva a muoversi, ad allenarsi. Si sentiva, senza sorprese, come se avesse vinto una campionato da solo, come se gli fosse stata iniettata una droga contenente energie eterne, un brio e un desiderio che non lo facevano dormire, fermare né pensare.
Niente che non fosse il basket, il nazionale, le squadre che avrebbe affrontato, i giocatori che avrebbe conosciuto, passava per la sua mente, ancora e ancora.
 
Ma nessuno sarà paragonabile alle capacità di questo genio!, rise ad alta voce Hanamichi pedalando a una velocità ritenuta adatta ad un cartone animato da parte di chi lo vedeva.
 
Il cielo estivo era vestito di un azzurro puro e profondo, senza nuvole, nitido alla vista. Le vacanze scolastiche erano appena iniziate ed entro un paio di giorni la squadra di basket sarebbe partita per la città che avrebbe ospitato i giocatori per il nazionale.
Il professor Anzai e Akagi, prima di salutarli all’ultimo allenamento, si erano raccomandati che riposassero, mantenendo la forma fisica ma senza sfinirsi fino all’osso (e avevano guardato direttamente Hanamichi).
 
Ma Hanamichi non avrebbe seguito alcuna indicazione. Si sentiva andare a mille. Come se il suo corpo potesse sollevare senza sforzo centinaia di automobili o camion, come se una sua sola spinta avesse potuto abbattere edifici, come se lanciandosi in avanti avesse potuto tirare giù una montagna. Niente poteva fermarlo. Nessuno poteva tenergli testa.
 
Era il genio Sakuragi e, come tal,e doveva allenarsi e praticare per portare lo Shohoku alla vittoria.
 
Altro che Sendo, Maki o quel dannato Rukawa..., lui avrebbe segnato la maggior parte – se non tutti – dei punti della squadra. Avrebbe recuperato tutti i rimbalzi. Avrebbe fatto passaggi brillanti, correndo come solo un prodigioso atleta poteva fare.
 
Pensando a questo e ad altro, Hanamichi cantava la sua famosa e sgradevole canzone ‘Ore wa no tensai’, mentre cercava un campetto da basket per allenarsi durante la mattinata, preferibilmente uno di quelli vicino alla costa. Gli sarebbe piaciuta la compagnia tranquilla di Yohei, ma quando aveva chiamato aveva risposto sfortunatamente la madre dlel’amico, con saluti non molto piacevoli per l’ora indecente; sospirando stancamente, aveva chiesto di telefonare più tardi e aveva riattaccato, senza lasciarlo parlare con Yohei.
 
Bah, il genio può perfettamente allenarsi da solo, pensò con un luminoso sorriso che aumentò e brillò quando intravide un campetto a poca distanza. Accelerando, lasciò la bicicletta vicino alla recinzione senza lucchetto né altro che la proteggesse (se qualcuno avesse intentato di rubarla, si sarebbe allenato correndo e acciuffando il bastardo).
 
Tirò fuori la sua borsa, dove teneva un asciugamano, una bottiglia e una palla (piuttosto rovinata dagli allenamenti quotidiani) prima di dirigersi nel campetto canticchiando la sua originale colonna sonora.
 
Attraversando la soglia e sistemandosi, sentì un forte e preciso palleggio a pochi metri di distanza. Aprendo gli occhi, si tese per la rabbia vedendo che in una metà del campo c’era quel maledetto Rukawa.
 
“Ehi, tu! Che ci fai qui?!” urlò puntandogli il dito e gettando a terra tutto quello che aveva in mano. Kaede sollevò un sopracciglio, interrompendosi.
 
“Tu cosa dici? Mi alleno, stupido” rispose come se Hanamichi fosse un deficiente, senza variare il tono annoiato della voce.
 
“Ah, no! Vattene! Tsk...esci, non ti permetterò di interrompere l’allenamento di questo genio” disse gesticolando e avvicinandosi al ragazzo per spingerlo fuori. Kaede si divincolò bruscamente, allontanando con violenza Hanamichi da sé.
 
“Sono arrivato per primo, idiota. Meglio che te ne vada tu prima che mi attacchi la stupidità” rispose seccato. Hanamichi vide rosso per qualche secondo, tremò di rabbia e i suoi muscoli bruciarono per gonfiarlo, ma aveva fatto una promessa al vecchietto e alla squadra e non poteva venire meno, non ora soprattutto.
 
“Argh! Bene, rimani, dannata volpe! Ma non osare disturbare! Se rimarrai stupito dalle magnifiche giocate del genio sottoscritto, risparmia le domande, un giocatore del tuo livello non potrà mai eguagliarmi” concesse Hanamichi, con le sopracciglia aggrottate e il corpo teso.
 
Quel dannato Rukawa lo innervosiva sempre, lo alterava, lo frustrava, lo faceva arrabbiare, lo provocava...lo distraeva...
 
“Sognare è gratis” mormorò Kaede non troppo piano, allontanandosi dalla sua parte del campo. Hanamichi fu tentato di lanciarsi come un camion in corsa su quel presuntuoso e sbattergli la faccia contro l’asfalto, ma miracolosamente fece un respiro profondo e si controllò.
 
Rimasero per alcune ore a giocare, ciascuno per conto proprio. Hanamichi si allenò con i canestri dentro e fuori dall’area mentre Kaede correva e manovrava la palla (i suoi canestri erano impeccabili).
 
Quando il sudore colava lungo le tempie, le guance, il collo e le clavicole, Hanamichi iniziò a lanciare la palla verso il tabellone con tutte le sue forze, aspettando il momento esatto per saltare sul rimbalzo.
 
“Non migliorerai in nulla se ti metti a saltare come un idiota” intervenne la voce di Kaede.
 
Hanamichi, che stava correndo verso la palla che ora rimbalzava, strinse i pugni e si voltò come una bestia.
 
“Cos’hai detto, bastardo?! Chiudi la bocca e stai per i fatti tuoi! Nessuno ti ha interpellato!” affermò indicandolo e camminando verso di lui per imporre la sua stazza, sebbene la differenza fosse quasi nulla.
 
“Pensavo volessi migliorare” rispose Kaede alzando le spalle, come se stesse parlando del tempo e dell’aria fresca, prima di tornare al suo tabellone.
 
“Il genio non ha bisogno delle tue stupide parole, volpe. Un atleta di talento come me sa cavarsela da solo” esclamò Hanamichi vedendolo allontanarsi.
 
Tsk...chi crede di essere questo imbecille.
 
“Mpf, ecco perché non migliorerai mai” sussurrò Kaede, di nuovo non troppo basso, palleggiando tre volte per poi lanciare il pallone e correre, inchiodandolo mentre stava sospeso in aria.
 
Hanamichi, fremendo di rabbia per la provocazione, strinse i denti e i pugni. Inspirò ed espirò per controllare la voglia di corrergli addosso e picchiarlo a sangue.
Invece, si conficcò le unghie nei palmi, si pizzicò le guance e camminò con passo tranquillo verso di lui.
 
“E cosa starei facendo di sbagliato secondo te, idiota?” gli chiese come se non volesse saperlo, con le sopracciglia strettamente corrugate e le labbra contratte di disgusto.
 
Kaede lo fissò per qualche secondo, con i suoi occhi blu, freddi come il ghiaccio e vuoti come il cielo sopra le loro teste. Una sua mano alzò la palla e la fece girare su un dito.
Hanamichi lo osservò sospirare stancamente prima di parlare.
 
“Se ti metti a saltare per ogni palla che ti lanciano, ti stancherai e non durerai per tutta la partita...perfino un idiota come te” disse annoiato e indifferente. Hanamichi era sul punto di rifilargli una testata mortale per l’insulto, ma pensò invece a quanto aveva detto con sincera considerazione.
 
Mmh...un genio come me avrà sempre energia per giocare...ovviamente uno come Rukawa non può paragonarsi a un vero atleta come me...ma...
 
Senza finire il suo pensiero, si lanciò in avanti e gli strappò la palla dalle mani. Kaede si accigliò e si avvicinò per colpirlo, ma l’altro fu più veloce.
 
“Fammi vedere” esclamò indicando il tabellone.
 
Nessuno dei due ci pensò molto, ma senza nemmeno rendersene conto, giunse la sera mentre i due si allenavano in un mondo privato e a parte rispetto alle persone che passeggiavano nei dintorni. Il cielo, da celeste, in una perfetta combinazione tra tempera blu e bianca, ora era ornato di fiamme d’oro fuso. Una brezza tiepida li solleticava mentre continuavano a sudare e ad allenarsi.
 
“Hai sbagliato di nuovo, scemo” lo richiamò Kaede. Con le braccia incrociate al petto, era in piedi sul lato destro del campo e come un falco guardava ogni mossa del compagno.
 
“Sei tu che insegni da schifo, bastardo” rispose Hanamichi rosso di frustrazione.
 
“Riprova...ma non saltare così tanto”
 
Hanamichi annuì e ripeté le parole nella propria testa, emulando la giocata che il volpino gli aveva già mostrato.
 
Senza che nessuno dei due ci pensasse o se ne accorgesse, terminarono stanchi, a bere acqua come disperati fianco a fianco sull’unica panchina presente, e guardandosi un’ultima volta prima di recuperare le rispettive bici e tornare a casa verso cieli bui come un vano senza luce.
 
Hanamichi riusciva a malapena ad avvertire le proprie palpebre...ma era certo che con una buona cena e una dormita, si sarebbe svegliato pronto per allenarsi.
 
E chissà...magari potrei rivedere quella maledetta volpe?
 
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Non importa con quanta fiducia l’Ariete avanzi, presti poca attenzione ai sentimenti degli altri e se la sua attitudine, soprattutto da giovane, dica ‘io sono sempre il primo’, può anche essere il più caloroso e generoso di tutti i segni solari. Non è crudele ed è psicologicamente incapace di rimanere tranquillo mentre gli altri sbagliano e falliscono.
 
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“Come sarebbe che non puoi venire?!” gridò esageratamente Hanamichi Sakuragi, studente del secondo anno al liceo Shohoku.
 
Il capitano della squadra, Ryota Miyagi, gli stava spiegando attraverso il telefono pubblico che aveva già informato il professor Anzai della sua assenza, quindi il vecchietto avrebbe preso tutte le decisioni pertinenti l’amichevole che si sarebbe tenuta entro un paio d’ore.
 
La calda brezza primaverile scompigliava i suoi capelli rossi più lunghi rispetto all’anno precedente, muovendo i suoi vestiti e rinfrescando il suo corpo dalle alte temperature. Per fortuna era solo inizia aprile, le lezioni erano appena cominciate quindi le partite erano solo per esibirsi, ma...per Hanamichi ogni partita era una competizione all’ultimo sangue; e sebbene l’incontro contro lo Shoyo fosse solo un allenamento, per il genio era un disastro che uno dei migliori giocatori nonché capitano non ci sarebbe stato.
 
“Mi dispiace davvero, Hanamichi. Scusami con i ragazzi, ci ho provato davvero, ma...” si fermò per tossire e starnutire, pieno di catarro e con un suono grezzo, “quano sono entrato, sono caduto per la febbre e mia madre non mi ha lasciato uscire...in questo momento mi sta fissando perché riattacchi e mi metta a dormire” aggiunse quasi spaventato.
 
Hanamichi rise e si grattò la guancia, più calmo. Ryota era, dopotutto, l’amico migliore che aveva all’interno della squadra, quindi sentire da Anzai che non li avrebbe raggiunti gli aveva colpito lo stomaco di rabbia per la sua presunta irresponsabilità...ma anche di preoccupazione...e se gli fosse successo qualcosa? E se fosse rimasto invischiato in una rissa? E se fosse rimasto ferito al punto di non poter giocare?
Per questo l’aveva chiamato il prima possibile, allontanandosi dagli altri e cercando una cabina telefonica per strada. Ora, ascoltando la spiegazione e verificando che non era in punto di morte ma aveva solo un brutto raffreddore, Hanamichi sospirò di sollievo.
 
“Beh, sarà meglio che ti riprendi presto, Ryo-chin, o il genio ti toglierà il titolo di capitano prima della fine dell’anno, ahahah”
 
Miyagi lo rimproverò, ma alla fine rise con lui. Starnutì ancora un paio di volte prima di parlargli di alcune giocate che avrebbe potuto provare.
 
“Non devi dirmi queste cose, questo talentuoso atleta porterà lo Shohoku alla vittoria, vedrai...appena finita, verrò a casa tua per raccontarti ogni magnifica giocata genio...ti porterò anche del cioccolato! Chiedi a tua madre se posso” gli urlò con entusiasmo.
 
Il suo amico rise più forte, con voce rauca e stanca, ma felice di sentire la freschezza del tono di Hanamichi. Poco dopo Hanamichi concluse la chiamata con la promessa che lo Shohoku avrebbe vinto, grazie al prodigio Sakuragi, ai suoi rimbalzi e alle sue schiacciate.
 
“Forza, andiamo, Shohoku! Alla vittoria!” urlò Hanamichi quando raggiunse i compagni; Haruko, ora assistente di Ayako, gli sorrise dolcemente e con incoraggiamento. Il vecchietto rise e avanzò. Kaede sospirò e scrollò le spalle. Il vice-capitano, un ragazzo del terzo anno, si grattò il collo, tacendo, sentendosi totalmente oscurato dalla luce e dall’energia del re dei rimbalzi.
 
Fujima, ex capitano/allenatore e pilastro dello Shoyo, si era ritirato subito dopo il campionato invernale in quanto era al terzo anno e gli studi prendevano grande parte del suo tempo e della sua attenzione. Il nuovo allenatore era un uomo giovane, motivato e convinto di poter portare la squadra al nazionale, e per tutto l’anno si era dedicato a reclutare giovani di varie scuole affinché indossassero l’uniforme verde.
 
Lo Shoyo quindi forse non era più lo stesso, ma rimaneva comunque un concorrente degno di essere definito pericoloso, quindi lo Shohoku scendeva in campo con la mentalità di una battaglia in cui probabilmente non si sarebbe versato sangue, ma con l’opportunità di testare le abilità delle nuove reclute e apprendisti. Hanamichi era pronto a monopolizzare i riflettori con i suoi numerosi rimbalzi, segnando il doppio di Rukawa.
Dopo essere stati accolti nella palestra, tutti vennero scortati negli spogliatoi a indossare le divise (bianche e rosse).
 
“Ehi! Solo perché è un’amichevole e Ryo-chin non c’è, non pensiate che non abbia importanza. Siamo forti! Capito? E se c’è un problema, lasciate che ci pensi il genio...il re dei rimbalzi prenderà il comando” disse Hanamichi prima di ridere oltraggiosamente. I compagni sorrisero e annuirono. Kaede sospirò e scosse il capo.
 
“Che boccaccia” gli disse. Hanamichi si accigliò e gli rifilò una manata violenta sulla spalla. Kaede si tese per il dolore, ma il suo orgoglio gli impedì di strofinarsi il punto colpito.
 
“Silenzio, volpe...forse nella partita col Kainan mi hai superato nei punti...ma non credere che lo farai di nuovo...ahahah...il genio ti dimostrerà chi è il migliore!” rispose indicandolo e sorridendo compiaciuto. Kaede replicò con un’espressione di sfida.
 
Da quando avevano gareggiato insieme per il campionato invernale sotto la direzione di Ryota e i canestri impeccabili di Hisashi, l’asprezza e la tensione si erano placate. I bisticci, gli insulti e le percosse (leggere e innocue) continuavano, ma si trattava di sciocchezze, come quella di competere per chi faceva più punti.
 
“Vedremo” disse Kaede prima di sistemarsi la maglietta e uscire dallo spogliatoio. Hanamichi rise ad alta voce e lo seguì per continuare a discutere di qualsiasi scemenza; battibecco infantile che continuò finché il vecchietto non li mandò in campo come titolari insieme ad altri tre ragazzi, uno del secondo anno e due nuove reclute provenienti da una prestigiosa scuola.
 
Quando Shoyo e Shohoku furono faccia a faccia, l’arbitro (uno studente con una casacca verde) fischiò per dare inizio alla partita. Sia Hanamichi che il ragazzo più alto dello Shoyo (uno nuovo in quanto Hanagata, a sua volta al terzo anno, si era ritirato) saltarono per raggiungere la palla. Hanamichi, allungando il braccio, urlò e la lanciò verso le mani pronte di Kaede.
 
Non appena Kaede la sentì tra i palmi, iniziò a palleggiare e correre verso il tabellone. Hanamichi atterrò e partì come un fulmine verso il canestro.
 
Sarà meglio che la dannata volpe mi passi la palla...per questo gliel’ho data..., pensò, stringendo i denti e sollevando le braccia per farsi notare. Kaede oltrepassò la doppia difesa dei versi, spostando la palla tra le gambe e le mani che cambiavano a una velocità difficile da seguire. I ragazzi dello Shoyo rimasero quasi storditi dai movimenti.
 
“Rukawa! Smettila di darti arie e gioca!” fece Hanamichi con piccole vene sporgenti sulla fronte. E lì, in un secondo, Hanamichi lo vide...il familiare e memorizzato movimento di Rukawa...un piccolo arricciamento delle labbra, uno che a chiunque sarebbe parso una smorfia irritata o indifferente, ma per Hanamichi era la chiave...era il codice spontaneo che avevano creato per un alley-oop.
 
Hanamichi sorrise e si preparò a saltare. Un momento dopo, Kaede non lo deluse passando alla difesa e lanciando la palla verso il canestro, ma non direttamente...allineandosi ai palmi delle mani di Hanamichi, che la inchiodò con potenza.
 
Tutti i ragazzi dello Shoyo rimasero a bocca aperta e stupiti. Quelli dello Shohoku ridevano e gridavano, abituati alla sincronizzazione dei due. Anzai rise. Haruko si morse le labbra per l’emozione.
 
Hanamichi gridò, gongolò e corse verso Kaede per battergli il cinque; il ragazzo accolse il gesto con un’espressione immutabile.
 
“Ci hai messo tempo, volpe...il genio sarebbe stato più veloce!”
 
“Idiota” rispose prima di correre verso il canestro dello Shohoku, la partita era appena iniziata.
 
Lo Shoyo, come previsto, aveva un asso nella manica: un giocatore del primo anno, alto e abile. Un ragazzo dai capelli castani con lo stile di gioco terribilmente simile a quello di Sendo. Sia Kaede che Hanamichi avvertirono un brivido lungo la schiena ricordando il porcospino del Ryonan (ora capitano della squadra). Il giovane era un playmaker e dal centro gestiva i compagni come un burattinaio di vasta esperienza, con mente veloce e strategica.
 
Kaede, per irritazione di Hanamichi, era l’unico capace di affrontarlo in uno contro uno, ma il ragazzo sembrava un camaleonte, un’ombra che scompariva se ci si distraeva con un battito di ciglia, era un maestro nell’inganno e riuscì a indurre a tre falli il fuoriclasse dello Shohoku.
 
“Che ti succede, volpe?! Concentrati! O quel novellino è migliore di te?” lo provocò Hanamichi. Kaede lo fissò profondamente con il gelo e la furia nei suoi occhi blu. Il sudore gli colava lungo la pelle pallida e il suo petto si alzava e abbassava come se avesse corso per chilometri. Kaede ansimava, deglutiva e sospirava. Hanamichi strinse gli occhi, rifiutandosi di ammettere che era preoccupato, ma dovendo constatare che il ragazzo sembrava esausto.
 
“Non dimenticare il motto dello Shohoku, idiota”
 
“Non dire stupidaggini” sussurrò Kaede piano, quasi senza fiato e abbassando la testa per, apparentemente, rilassare il collo.
 
“Siamo forti, volpe! Tu sei forte...quindi non lasciare che venga un ragazzino a prenderti a calci...quello è compito mio” commentò con il viso voltato altrove e le guance rosse.
 
Kaede lo guardò sorpreso: le sue labbra si aprirono e i suoi occhi, da frustrati e stanchi, brillarono, sciogliendosi come il mare calmo in primavera.
 
Senza aspettare risposta, Hanamichi corse al tabellone con uno sbuffo.
 
Con sorpresa dello Shoyo, lo Shohoku straripò negli ultimi due quarti, soprattutto il ragazzo di nome Kaede Rukawa, che non lasciò in pace il giovane dello Shohoku, che alla fine fu imbrigliato dalla difesa perfetta della stella di Kanagawa.
 
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Quando si tratta di amore, il suo atteggiamento spudorato è assolutamente sconvolgente. Si tufferà in un’avventura con l’assoluta certezza che è l’unico vero amore al mondo. Per quanti errori sentimentali commetta, l’Ariete è sicuro che il suo vero amore, la sua anima gemella, lo aspetti nel sogno successivo.
 
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La prima volta che Hanamichi aveva sentito quell’accelerato e noto bumbumbumbum del suo cuore, doveva avere 9 anni. Un’età molto tenera e innocente per pensare di essere innamorati, forse. Ma aveva visto Kurumi-chan dondolare sull’altalena dove era solito giocare con Yohei ogni pomeriggio. Anche ora, a 17 anni, ricordava i suoi capelli castani che svolazzavano alla brezza autunnale, o la sua risata infantile quasi musicale...dolce e piena di vita.
 
Sfortunatamente Kurumi-chan aveva rappresentato il suo primo rifiuto, la prima ragazza che gli aveva spezzato il cuore, sostenendo che non era tipo da stare insieme a ragazzi come lui. E come se le sue parole avessero lanciato una maledizione e premonizione degna di un oracolo malvagio, da allora ogni ragazza che aveva catturato il suo cuore con ragnatele realizzate dal miglior ragno, l’aveva respinto per ragioni simili. Ma Hanamichi non si era mai arreso, mai dato per vinto nella sua ricerca dell’amore...credendo, devoto alla speranza che la ragazza giusta fosse in sua attesa. Perciò, anche se ogni rifiuto faceva male come una frustata, il suo cuore continuava a battere per cercare quella giusta.
 
Hanamichi credette di averla trovata in Haruko Akagi nei primi giorni di aprile al liceo Shohoku. Quando la ragazza l’aveva guardato senza paura, senza rancore, senza ribrezzo né apprensione, qualcosa in Hanamichi sembrava essersi aggiustato, qualcosa era gonfiato, vibrando come una batteria pienamente carica. Per lei aveva affrontato e sconfitto il capitano della squadra di basket, grazie a lei si era unito al team, grazie a lei si sforzava...grazie a lei odiava Rukawa...per lei aveva dato tutto nelle prime partite.
 
Per lei fece molte cose. Crescere, maturare, imparare furono le più importanti.
 
Tuttavia...senza di lei, iniziò ad amare il basket...senza di lei, cominciò a guardare con ammirazione gli altri giocatori, senza di lei aspettava con ansia ogni partita...senza di lei si allenava ancora e ancora per migliorare e perfezionare le sue abilità...senza di lei formava una squadra forte e solida con Akagi, Mitsui, Miyagi...e Rukawa...senza di lei, strinse un legame con la palla, il campo e il canestro.
 
Senza di lei fece molte cose...innamorarsi di uno sport e avvicinarsi al dannato volpino erano le più memorabili.
 
E ora, senza alcuna frustata, senza un cuore che sospirava di dolore, senza un crudele rifiuto, Hanamichi si incontrò, inconsapevolmente, alla ricerca di quel vero amore. Perché Haruko Akagi, contro ogni previsione, non era quella giusta.
 
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Il popolo di Marte è letteralmente incapace di accettare la sconfitta: non la riconosce nemmeno, anche se la sta guardando negli occhi.
 
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Hanamichi aveva, senza riuscire a riconoscerlo, una specie di déjà-vu...una sensazione ripetitiva, un brivido che travolgeva e faceva pensare di esserci già passati, di aver già fatto tutto, di conoscere già la sensazione.
 
Ora, in piedi vicino al canestro, Hanamichi pensava di essere tornato all’amichevole contro il Ryonan al primo anno; quella in cui, correndo dietro Sendo dopo che questi aveva sorpreso tutti inaspettatamente, il fischio dell’arbitro era echeggiato segnando la fine dell’incontro.
 
Ora, al secondo anno, le sue braccia erano nella stessa posizione statica, le mani tese e rigide, la postura curva.
 
No, non può essere...non è ancora finita...non può finire così..., pensava come un disco rotto.
 
Come poteva essere...erano arrivati così lontano...così lontano...
 
Le semifinali. Le fottute semifinali del nazionali. Eccoli, lo Shohoku, davanti a una nota squadra di Tokyo, ancora bloccati per la delusione, per la sconfitta. Ma nessuno come Hanamichi, che ancora stringeva la palla con tanta forza che la gomma si piegò e l’arbitro lì vicino sbarrò gli occhi temendo un’esplosione.
 
Ryota, al centro del campo, sospirò e lasciò che grosse lacrime rigassero le sue guance. Il suo cuore era stretto e il petto sembrava fischiare ad ogni respiro, ma riuscì a sorridere quando Ayako gli si avvicinò e lo abbracciò stringendolo.
 
“Sei sempre il playmaker numero uno” gli sussurrò. Ryota arrossì e rise felicemente, con delusione e dolore mischiati all’orgoglio. La ragazza lo strinse ancora un po’ prima di fare un cenno verso Hanamichi ancora vicino al tabellone. Il ragazzo sospirò e si avvicinò all’amico con passi esitanti.
 
“Ehi, Hanamichi...andiamo” mormorò, passandogli un braccio intorno all’ampia schiena. Ryota sgranò gli occhi per lo stupore sentendolo tremare. Lo guardò, ma un’ombra oscura copriva ogni espressione del genio. “Ascolta, dobbiamo metterci in fila...forza, andiamo” gli disse come avrebbe fatto una madre con un bambino. Ma Hanamichi non si mosse di un centimetro. La preoccupazione corse lungo la spina dorsale di Ryota, che gli tirò un po’ il braccio, insistendo, muovendolo, cercando di farlo uscire dall’intorpidimento. Con la coda dell’occhio, vide che Rukawa li guardava fissamente.
 
Qualcosa brillava negli occhi dell’asso, qualcosa che appariva solo quando Hanamichi era nei paraggi. Qualcosa che Ryota non capiva, ma sapeva che era unico e dedicato al turbolento ragazzo immerso nei suoi dubbi.
Con un sospiro, Ryota fece cenno al giovane di avvicinarsi. Come se stesse aspettando quel gesto da anni, Kaede obbedì con una fluidità che non lasciava trasparire la sanguinosa lotta vissuta nella partita appena persa. Non appena li raggiunse, Ryota si allontanò per chiamare gli altri ragazzi.
 
Hanamichi guardò la palla con occhi arrossati e profondi. Il suo corpo tremava come se fosse pieno inverno. Il suo cuore batteva e si stringeva come se i peggiori incuvi stessero tormentando la sua mente. Si sentiva la gola intasata e gli occhi brucianti.
 
“Ehi...idiota” sentì. Il suo corpo teso, rigido, esausto, non si girò né avvampò per la rabbia. Hanamichi sentiva troppo e allo stesso tempo non sentiva nulla. Era stordito, insensibile...e così deluso da se stesso...dalle proprie capacità...dalla propria resistenza.
 
Non si voltò verso Kaede, non voleva guardarlo...non voleva vedere i suoi occhi blu arrabbiati, irritati, frustrati...delusi...non l’avrebbe sopportato. Non poteva sopportare di sapere che lo aveva deluso. Che non era stato abbastanza...non come lui, che aveva dato tutto, che aveva fatto più punti, che non si era mai arreso, che aveva sopportato ogni colpo e fallo subito, che aveva avuto il temperamento e la freddezza per non cedere alla pressione. Invece lui, Hanamichi...
 
“Bella partita”
 
Cosa...?
 
Hanamichi si voltò verso di lui, che sudando da testa a piedi e ancora respirando pesantemente, lo guardava con serenità e calma, fingendo indifferenza e disinvoltura, nonostante Hanamichi notasse la tensione delle sue spalle e della mascella.
 
“Non sei stato espulso...e hai fatto quasi tanti punti quanto me...quanti te ne mancavano? 30?” continuò con occhi luminosi di scherzo e provocazione. Hanamichi, sempre fumantino, non ebbe bisogno di altro per avvertire il flusso caldo che scorreva dallo stomaco alla bocca.
 
“Che stai dicendo, cretino?! Se non fosse stato per quel vecchiaccio dell’altra squadra, il genio avrebbe triplicato i punti! E secondo te chi ha fatto tutto il lavoro di difesa?! Il genio ha preso tutti i rimbalzi...hahaha...non paragonarti a me, volpe...ne uscirai sconfitto”
 
“Sogna” rispose Kaede scuotendo il capo, ma senza smettere di guardarlo direttamente negli occhi.
 
“Con chi credi di parlare, dannato? Vedrai! Nella prossima partita questo genio mostrerà quanto è superiore-”
 
“Ehi, voi due! Venite qui!” li chiamò Ryota dal centro del campo accigliato, anche se era enormemente sollevato di rivedere il suo amico così chiassoso, cioè a posto.
 
“Ah dai, Ryo-chin! Quanta fretta...” Hanamichi, sorridendo e con i lineamenti rilassati, osservò Kaede con sguardo luminoso. “Andiamo, volpe”
 
“Mpf” fu la risposta mentre Hanamichi correva verso la squadra. Non notato da Hanamichi, né da nessun altro, Kaede lo seguì con un piccolo ma dolce sorriso ad adornare il suo volto stanco.
 
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La sua facciata fiduciosa e aggressiva spesso nasconde un complesso di inferiorità...ma l’Ariete preferirebbe morire prima di ammetterlo.
 
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Il cielo limpido, fresco e scuro di settembre, affacciato all’autunno, copriva Kanagawa con un’armonia che molti desideravano e richiedevano per la propria vita. Le strade, poco affollate, mostravano poche macchine e alcuni passanti che rientravano a casa.
 
Hanamichi Sakuragi, studente del secondo anno del liceo Shohoku, era chiuso nella palestra della scuola. Ma non si stava allenando fino a crollare.
 
Non si stava esercitando con i tiri a distanza o i rimbalzi che gli valevano la sua fama. Era seduto con le ginocchia al petto, in mezzo al campo. La sua faccia, insolitamente seria, guardava il tabellone di fronte con un’intensità che avrebbe potuto trapassare anime e corpi.
 
Sospirò prima di abbassare una gamba, sostenendosi con entrambi i palmi all’indietro in una posa più rilassata, contrariamente alla tensione e confusione della sua mente.
 
Tutto era così strano, così brutto...no...non brutto, si disse Hanamichi arricciando le labbra.
 
Perché non era brutto...essere capitano non era brutto, no?
 
Ma allora perché si sentiva cosi? In apprensione, disorientato, spaventato...
 
Quando Ryota l’aveva chiamato il giorno prima per dirgli che non avrebbe più fatto parte della squadra per necessità a causa della mole di studio (essendo studente del terzo anno), gli aveva anche detto che insieme al professor Anzai avevano discusso la possibilità di nominarlo come successivo capitano. La prima reazione di Hanamichi era stata una gioia esuberante, un orgoglio palpitante e un’arroganza diretta esclusivamente alla volpe.
 
Durante tutta la mattinata nessuno aveva potuto cancellare il suo sorriso terrificante, né spegnere o ribattere ai suoi commenti presuntuosi durante l’alleamento...tuttavia, durante quello stesso allenamento, Hanamichi era stato più attento a Ryota e ai suoi doveri e compiti di capitano. Come dirigere, distribuire, motivare, ordinare...e tante altre cose che Hanamichi non aveva mai fatto in vita sua. Naturalmente Ryota aveva l’aiuto incondizionato di Ayako, Haruko e del professor Anzai, ma alla fine...il capitano era solo lui.
 
E sfortunatamente, un piccolo barlume di dubbio, un vermicello di incertezza a malapena vivo, una nuvola trasparente, si installarono sulla sua mente come il mantello di un supereroe. Avvolgendolo e confondendolo. Poteva farcela? Era all’altezza del compito? Cosa sarebbe successo se...se non ci fosse riuscito? Cosa ne sarebbe stato della squadra? Cosa sarebbe accaduto allo Shohoku? Ai ragazzi? Ai suoi compagni?
 
Grugnendo e abbassando la testa, si chiese vagamente perché non avessero nominato Rukawa...beh, pur essendo un bastardo indifferente, aveva esperienza, era già stato capitano alla Tomigaoka.
 
Forse anche la volpe potrebbe farlo meglio..., pensò Hanamichi sospirando e stendendosi completamente. Respirando con finta calma, inspirò ed espirò più volte per liberarsi. Posò entrambe le mani sullo stomaco e intrecciò le dita. Solo la calma lo circondò mentre la sua mente pensava e pensava...facendo mille giri, tra dubbi e domande senza risposte.
 
Solo il silenzio albergava nella palestra, finché la porta non si aprì di colpo. Hanamichi, come svegliandosi da un pisolino, aprì gli occhi e si mise a sedere per affrontare l’intruso, rimanendo totalmente stupito quando trovò Kaede appoggiato alla porta, guardandolo.
 
“Volpe! Che ci fai qui?” chiese con sorpresa e curiosità.
 
L’altro non rispose, entrando e chiudendo la porta. I suoi passi tranquilli risuonarono come un tamburo avanzando fino a trovarsi accanto al ragazzo. Kaede lo guardò con entrambe le mani infilate nelle tasche.
 
“Che ci fai tu qui, scemo?” fece senza cambiare l’espressione né accennare emozione. Hanamichi si accigliò.
 
“L’ho chiesto prima io” ribatté come un bambino, arricciando le labbra e gettando indietro la testa in segno di sfida. Kaede alzò gli occhi al cielo e sospirò.
 
“Ryota-san mi ha detto che sarai capitano” disse Kaede guardando uno dei tabelloni, rilassando le spalle e sbattendo le palpebre come se avesse sonno. Hanamichi lo guardò per diversi secondi senza sapere cosa dire. Abbassò il viso e grugnì per affermare.
 
Rimasero in silenzio per diversi minuti, ciascuno immerso nel proprio mondo, senza guardarsi. Hanamichi continuò a pensare, a farsi domande, a dubitare...il suo corpo era teso ed esausto. Sospirò e mosse il collo per rilassarsi. Sbatté le palpebre più volte quando lo vide sedersi a gambe incrociate accanto a sé. Lo guardò confuso e un po’ seccato di non capire che diamine ci faceva lì.
 
“Andrai bene” sussurrò Kaede piano, senza osservarlo né avvicinarsi. Hanamichi sbarrò gli occhi. Il suo cuore batteva come un matto, i palmi sudarono e le braccia sembravano tremare per un vento inesistente. Giocò e si tirò le dita senza sapere cosa dire, muovendo le labbra e reclinando la testa, poi rispose:
 
“Certo che andrò bene, idiota...non ci sono dubbi! Ma...questo genio è indispensabile sotto canestro...un talento come me deve allenarsi giorno e notte, quindi...non so se...non sono sicuro di poter...non so se ho il tempo per altre cose...perché c’è tanto da fare e...” balbettò cercando di sorridere sornione. Kaede lo guardò e Hanamichi rimase sbalordito dalla sua espressione così morbida...comprensiva...il suo petto, da essere compresso con dubbi e oscurità, sembrò schiarirsi come l’alba, come la spiaggia che veniva liberata dalla foschia mattutina.
 
Deglutì a fatica, abbassando gli occhi. Lentamente e con cautela lasciò una mano vicino alla coscia e alla mano di Kaede, che si tese.
 
“Pensi davvero...che me la caverò?” sussurrò Hanamichi. Stava mostrando un lato che pochissimi conoscevano. Una vulnerabilità che appariva solo di rado. Era esposto, aperto. Lì, in una serata tranquilla di settembre, nella palestra dello Shohoku, davanti a Kaede Rukawa, suo compagno di squadra, rivale...suo amico...suo...
 
“Non che io abbia bisogno della tua opinione o altro, scemo...questo genio sa che-”
 
“Lo so. So che te la caverai bene...stupido” mormorò guardandolo profondamente e intensamente. Hanamichi sorrise e ridacchiò dolcemente, mordendosi il labbro mentre sentiva la mano di Kaede sulla sua. La pelle fredda del ragazzo si premette contro la sua calda. Le dita si intrecciarono...e rimasero lì, condividendo il silenzio. Muovendo ogni tanto le dita con imbarazzo e disagio. La penombra non permetteva a nessuno dei due di vederlo, nemmeno a loro due che erano così vicini, ma entrambi erano rossi come pomodori dall’attaccatura dei capelli al collo.
 
La mattina dopo, Hanamichi si avvicinò a Ryota con un sorriso raggiante, accettando allegramente il ruolo di capitano.
 
“È ovvio che andrò bene” disse al ragazzo, che sorrise e gli diede una pacca sulla spalla ridendo.
 
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L’Ariete è molto più felice quando parla di se stesso e dei suoi piani che di qualsiasi altra cosa o persona. Tuttavia, una volta che qualcuno ha guadagnato il suo interesse, l’Ariete lo ascolterà con totale attenzione. Sarà deliziato da quella persona e gli darà la sua disposizione, il suo tempo, denaro, simpatia e lealtà.
 
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Il sole di novembre, debole e ormai mero ornamento durante quei giorni, illuminava la mattina del fine settimana e i campetti da basket vicino alla costa con un bagliore insolito; tre di essi erano uniti ed erano occupati da diversi gruppi. Il primo, da ragazzini di non più di 12 anni, che urlavano e ridevano per falli stupidi e inventati. Un altro da un gruppo di studenti universitari, giovani che correvano e flirtavano più che altro. L’ultimo, vicino al recinto e con il suolo più curato, da sei ragazzi liceali; due di loro di affrontavano in uno contro uno, gli altri quattro esultavano e ridevano da borso campo.
 
“Vai Rukawa che ce la fai!” urlò un ragazzo biondo e magro con un sorriso furbo. I giovani accanto risero e alzarono le braccia per un tentativo di ola.
 
“Sì! Passa, passa!” contribuì il ragazzo più cicciottello, ridendo rumorosamente e tirando fuori degli snack dalle tasche.
 
“Ehi, traditori! Che state facendo?! Sono io il vostro amico! Tifate per me!” si lamentò Hanamichi corrugando la fronte, col viso arrossato di furia, il corpo teso e pronto all’attacco. Poiché si era fermato per parlare con i suoi amici, Kaede, che ancora palleggiava, procedette impeccabilmente e lo sorpassò con eleganza, eseguendo un layup che lasciò tutti immobili.
 
“Bastardo! Non conta, ero impegnato!” Hanamichi, con la bocca aperta e il corpo tremante, si avvicinò e gli urlò addosso per aver approfittato della sua distrazione.
 
“Sì!” festeggiò l’Armata con pom pom apparsi dal nulla.
 
“Perché dovremmo tifare per il perdente?” sussurrò non troppo piano Takamiya a Noma e Ookusu, che risero fino a piegarsi.
 
“Che hai detto, ciccione?!” esplose Hanamichi, non aspettando una replica e partendo verso gli amici per stenderli con testate mortali (incluso Yohei che aveva tentato di intervenire a favore dei ragazzi).
 
Kaede, tenendo la palla tra l’anca e il braccio, li guardò con volto inespressivo, ma per chiunque lo conoscesse bene era facile vedere la risata e il divertimento nello scintillio dei suoi occhi blu; Hanamichi lo riconobbe tornando al suo fianco, e invece di arrabbiarsi di più, si rilassò.
 
“Argh, quegli inutili se lo meritavano...continuiamo?” chiese toccandogli dolcemente la spalla e sorridendogli con una forza e una luce che oscuravano il sole stesso. Kaede annuì e gli passò la palla senza dire nulla.
 
L’allenamento mattutino improvvisato continuò per un’altra ora, seguendo la stessa sequenza: l’Armata che urlava e festeggiava per qualsiasi mossa di Kaede, Hanamichi che si scaldava e uccideva i loro neuroni con vari colpi violenti. Tuttavia, quando presero un po’ di fiducia, Takamiya, Noma e Ookusu non tardarono a fare battute sciocche su Kaede, distraendolo e portando loro tre stolti a ridere per ogni errore. Dal momento che Kaede non gestiva le testate bene come Hanamichi, si limitò a lanciare loro la palla con mira precisa e inquietante.
 
Poco dopo, tutto scoppiò in una spontanea partita di palla avvelenata, molto più aggressiva con il pallone da basket, che li lasciava fuori combattimento per diversi minuti se si colpivano zone delicate.
 
“Ah...domani mi sveglierò pieno di lividi” si lamentò Noma guardandosi il petto dal collo della sottile camicia. Gli altri ragazzi erano come lui, seduti a visualizzare le ferite.
 
“Ancora una volta mia madre mi toglierà la paghetta pensando che sono rimasto coinvolto in una rissa” aggiunse Ookusu accigliandosi.
 
Mentre l’Armata continuava a lamentarsi, Hanamichi recuperò dalla sua borsa una crema specifica per quei casi, aprendo il tubetto e afferrando il braccio di Kaede senza fare domande.
 
“Che?” fece Kaede sorpreso di vedere il suo...amico...mettergli la crema su ogni potenziale livido. Le dita normalmente brusche e ruvide di Hanamichi erano morbide e delicate sulla sua pelle, quasi accarezzando timidamente. Quando Kaede alzò lo sguardo, lo vide arrossato e imbarazzato, sciogliendolo del tutto, vibrando e imbarazzandosi per il gesto e la vicinanza tra loro.
 
Hanamichi continuò senza parlare per qualche minuto; quando finì, Kaede gli prese la crema dalle mani per fare la stessa cosa su ogni suo livido. Con la stessa timidezza, dolcezza e silenzio, il ragazzo si avvicinò ancora di più al suo...amico...e con tocchi leggeri passò sulla schiena e la clavicola. Hanamichi deglutì e fatica e chiuse gli occhi al contatto delicato ed esitante, tenero e nuovo.
 
Una volta finito, misero via la crema e si guardarono negli occhi per qualche secondo, senza notare che gli altri erano stranamente silenziosi.
 
“Ehi, volpe, mangiamo qualcosa, sto morendo di fame” disse Hanamichi toccandosi lo stomaco.
 
“Non ho soldi” rispose Kaede.
 
“Offro io” disse subito Hanamichi, annuendo. Kaede accettò piano, allora si sentì un sussulto collettivo e Hanamichi temette il peggio.
 
“Cosaaa?!” gridarono i quattro dell’Armata, unendo i volti e scrutando il loro leader. Hanamichi arrossì più dei suoi capelli. Kaede sollevò un sopracciglio interrogativo.
 
“Hanamichi Sakuragi ha portato del denaro?” chiese Yohei con sorpresa derisoria. Una sottile vena spuntò sul collo di Hanamichi.
 
“Uuuuh...che romantico, Hana!” rise Noma allacciando le mani e scimmiottandolo. Hanamichi sentì spuntare un’altra vena, sulla fronte.
 
“Auguri ai fidanzatini!” gridò Takamiya spudoratamente, attirando l’attenzione di altre persone e facendo immobilizzare e arrossire Hanamichi e Kaede.
 
“Hana e Rukawa...si vanno a sposar...” canticchiò Ookusu sgraziatamente, risvegliando Hanamichi e la sua furia.
 
“Zitti, stupidi! Vi uccido!”
 
Mentre Kaede osservava il suo...amico...inseguire come un diavolo i ragazzi, ne approfittò per sospirare e calmare il battito del suo cuore, che ancora rimbombava e pulsava quasi dolorosamente. Le sue guance erano calde e le dita giocavano senza sapere cosa fare. Sapendo che probabilmente sembrava un idiota seduto da solo per terra, si alzò spolverandosi i vestiti e cambiandosi (non voleva andare tutto sudato e puzzolente all’appuntamento con il suo...amico).
 
Quando l’Armata giaceva inerme sul campo, Hanamichi lo imitò, dandosi una pulita. Kaede si rifiutò di vederlo spogliarsi senza vergogna, girandosi e dandogli privacy.
 
“Andiamo” sussurrò Hanamichi. Insieme si diressero verso il centro della città, dove la maggior parte dei ristoranti erano aperti e mostravano offerte e menu del giorno. Kaede lasciò che Hanamichi scegliesse il posto, dato che avrebbe pagato lui. Si accomodarono in un locale di ramen pulito, modesto, accogliente e...romantico. Hanamichi e Kaede guardarono fuori dalla finestra, rigidi e sudati (ma non per l’esercizio fisico).
 
Schiarendosi la gola, Hanamichi lesse il menu più volte anche se sapeva già cos’avrebbe ordinato.
 
Kaede sospirò e chiuse gli occhi fingendo di dormire, ma...chi voleva ingannare...era troppo nervoso ed euforico da riuscire a fermare il movimento frenetico della gamba sotto il tavolo. Pochi minuti dopo una signora si avvicinò a prendere i loro ordini, che entrambi chiesero sussurrando (la donna sorrise, consapevole, facendoli arrossire ancora di più).
 
“Stiamo andando bene per il torneo invernale, eh? Il genio si occuperà di preparare i ragazzi! Anche se ovviamente nessuno potrà raggiungere le capacità di questo talento” disse Hanamichi, sorridendo compiaciuto e piazzando gli avambracci sul tavolo.
 
“Tomo-kun salta alto quanto te” ribatté Kaede con un ghigno burlesco. Hanamichi si accigliò e lo colpì sotto il tavolo.
 
“Cosa?! Sei pazzo, volpino? A quel Peter Pan manca ancora parecchio, anche se ammetto che se la cava bene sotto canestro...ma non quanto il re dei rimbalzi” gongolò, ridendo e gettando indietro la testa. Kaede scosse il capo e sospirò con apparente fatica.
 
“Sei un credulone...e fai ancora errori nelle triple”
 
“Ah! È colpa tua! Avevi detto che mi avresti insegnato, ma l’altro giorno siamo finiti a casa mia a fare niente” mormorò mentre gli zigomi diventavano rossi, ricordando vividamente cos’avevano fatto per tutto il pomeriggio.
 
“Non era niente...” affermò Kaede in un mormorio, con le labbra che formavano un piccolo broncio.
 
“N-non intendo questo, idiota...solo che...non ci siamo allenati”
 
Non essersi allenati significava essere andati a casa di Hanamichi, approfittando che non ci fosse nessuno, e rinchiudersi nella sua stanza. Entrambi, per la prima volta da soli e con un letto a disposizione, si erano seduti sulle coperte non sapendo cosa fare o dire, perché fino ad allora si erano baciati solo una volta e per caso quando, uscendo da un campetto di basket, si erano salutati finendo per scontrarsi, finché Hanamichi non aveva unito le loro labbra in un movimento impulsivo.
 
Nessuno dei due aveva approfondito, troppo timidi e alle prime armi per guardarsi o avviare un altro contatto. In quel momento invece, da soli, non c’era nessuno che potesse vederli o giudicarli.
 
Kaede si era guardato intorno nella stanza con finta curiosità, fin troppo consapevole del calore sprigionato da chi gli era accanto.
 
Hanamichi, mordendosi le labbra e muovendo freneticamente le gambe, lo aveva guardato, volendo avvicinarsi, ma non osando (per paura del rifiuto e per timidezza).
 
Quando Kaede aveva fatto un movimento involontario per cercare di rilassarsi, Hanamichi ne aveva approfittato per sporgersi e unire delicatamente le loro bocche. Le sue labbra secche e calde si erano meravigliate a contatto con le altre, ferme ma altrettanto calde. Hanamichi non si era lasciato scoraggiare dalla rigidità del compagno, alzando una mano per avvicinare il suo viso.
 
Kaede aveva ansimato, strigendosi di più. Con i volti di entrambi rossi per l’imbarazzo, erano stati tremanti e desiderosi di fermarsi e arrancare, ma allo stesso tempo avrebbero voluto rimanere lì così...per sempre.
 
Dopo quel timido bacio, ce ne’era stato un altro, un altro e un altro...finendo con lo sperimentare e testare labbra e lingue, sul letto per il resto della serata (fino all’arrivo della mamma di Hanamichi).
 
“Ti va di fare...niente...dopo?” chiese Kaede, guardando con apparente fascino il tovagliolo tra le dita. Hanamichi si tese e avvampò come un fiammifero acceso.
 
“M-mia...mia mamma è a casa...” rispose dopo essersi schiarito la gola due o tre volte. Hanamichi lo vide abbassare le spalle, deluso, accigliandosi e voltando il viso verso la finestra. Hanamichi non voleva vederlo così...deluso...triste...a causa sua, “...ma è abituata ad accogliere i miei amici a casa, quindi...” continuò con tono più allegro, che svanì quando Kaede lo fissò con i suoi acuti occhi blu.
 
“Amici...” mormorò, quasi sillabando la parola e pronunciandola come fosse una caramella acida.
 
“Amici...” ripeté Hanamichi confuso, perso e disorientato dallo sguardo profondo dell’altro.
 
“Solo...amici?” chiese Kaede con cautela. Hanamichi si soffocò capendo cosa intendeva. I suoi occhi castani non sopportarono la pressione e si voltò verso il bancone del negozio dove, per sua sfortuna, c’era una coppia che rideva e condivideva il piatto.
 
In realtà cos’erano loro due? Compagni di squadra, senza dubbio. Rivali, e Hanamichi grugnì mentalmente. Amici, ammise con esitazione...ma...
 
E quella parola che Takamiya aveva detto al campetto? Quella parola breve ma pericolosa, urlata con incuria? Erano quello? Erano...fidanzati?
 
Hanamichi non aveva mai avuto una relazione. Certo, si era dichiarato ed era stato respinto da 50 ragazze, ma...non aveva mai condiviso tutto ciò con qualcuno...non si era mai sentito così per nessuno, nemmeno per Haruko. Prendergli la mano. Abbracciarlo. Ascoltarlo. Prestargli attenzione. Ammirarlo. Baciarlo. Volere stare con lui tutto il tempo. Pensare a lui ogni minuto. E ancora di più...voleva che anche Kaede desiderasse stare con lui tutto il tempo...significava che savano insieme...no?
 
Quindi...erano più che amici...
 
“...No?” fece con apprensione, senza essere del tutto sicuro, ma allo stesso tempo certo di quello che provava, di ciò che lui e Kaede condividevano.
 
“No...qualcos’altro” sussurrò Kaede guardandolo negli occhi e allungando lentamente la mano. Hanamichi, senza esitazione né dubbi, stese la sua e fece intrecciare le loro dita. Si godette il calore e non tremò di disgusto per il sudore del palmo (entrambi erano nervosissimi).
 
La signora apparve poco dopo con i loro ordini e lasciò le scodelle di ramen sul tavolo. Ma le loro mani non si separarono anche se era davvero scomodo mangiare così, anche discutendo e bisticciando come bambini, tirandosi da una parte all’altra...
 
Era quello che facevano i fidanzati, no?
 
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Non c’è altro segno solare capace di essere così scrupolosamente fedele come l’Ariete quando è veramente innamorato. La sua onestà gli impedisce ogni falsità e il suo idealismo lo tiene al sicuro dal desiderio di ingannare.
 
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Hanamichi non ricordava molto bene chi avesse avuto l’idea di andare in discoteca di giovedì sera. Forse Takamiya con una battuta o Noma con le sue proposte volanti, oppure Ookusu con le sue follie...dubitava che fosse stato Yohei, perché il giovane aveva posto mille veti mentre i sei stavano giocando alla Play a casa di Hanamichi.
 
Erano in vacanza dopo il campionato invernale e presto sarebbe arrivato Natale, quindi gli animi erano allegri. A casa di Hanamichi avevano riso, giocato e litigato (non troppo violentemente) ma da un momento all’altro si ritrovarono all’esterno di un noto locale del centro, con documenti falsi, entrando in un corridoio stretto con pareti luminose e specchi sopra le teste. Non trovarono l’oscurità assoluta ma una luminosa sala piena di colori. I sei, guidati da Noma, trovarono un tavolo abbastanza grande per tutti. L’entrata includeva un drink, che Ookusu e Takamiya andarono a recuperare.
 
Noma e Yohei risero, alzandosi per ballare poco dopo, lasciando Hanamichi e Kaede soli e annoiati, non sapendo che diamine fare. Hanamichi non aveva mai ballato circondato da così tante persone e dubitava che il suo ragazzo l’avesse fatto, quindi proporgli di alzarsi non gli sembrò una buona idea. Sulla pista sia ragazzi che ragazze si muovevano a ritmo di musica, che di tanto in tanto variava nello stile; alcune canzoni fecero muovere Hanamichi con la testa e le spalle, finendo involontariamente per incollarsi al corpo del compagno. Kaede non parve irritato, approfittandone per tendere un braccio dietro il ragazzo e accarezzargli dolcemente il collo. Hanamichi tremò e arrossì sotto il tocco innocente, girando il viso verso il ragazzo e osservandolo intensamente e profondamente.
 
Da quanto stavano insieme? Due, tre mesi? Da quanto non riuscivano a tenere le mani lontane l’uno dall’altro? Tre, quattro settimane? Quando era stata l’ultima volta in cui si erano alimentati del reciproco respiro, mangiandosi le labbra? Un paio d’ore prima? Sì, probabile, pensò Hanamichi leccandosi la bocca e sentendola riempirsi di saliva. Deglutì e abbassò gli occhi sulle rosse e appetitose labbra del suo ragazzo, ignorando le risate, le chiacchiere e la musica rimbombante.
 
Contava solo Kaede...solo Kaede...
 
Il momento fu interrotto dall’arrivo di Takamiya e Ookusu, che lasciarono le bottiglie e le lattine sul tavolo, provocando rumore. Al punto che Hanamichi e Kaede sobbalzarono visibilmente, accigliandosi e guardandoli malissimo.
 
“Ehi, non è colpa nostra se avete deciso di venire!” si difese il biondo alzando le mani. Hanamichi sbuffò e si appoggiò al sedile, allungando una mano sotto il tavolo sulla coscia del suo ragazzo.
 
“Sì! Se volevate stare da soli, potevate rimanere a casa” aggiunse Takamiya con un sorriso malizioso. I ragazzi dell’Armata ignorarono presto i due piccioncini, ridendo e bevendo.
 
Hanamichi, frustrato e ansioso, afferrò la mano di Kaede e lo tirò dal sedile. Kaede non lo fermò né lo rimproverò, in sintonia con i suoi sentimenti e desideri. Nessuno dei due era adatto alle scene osé o imbarazzanti, ma...qualcosa nell’atmosfera, quella sera, in quel locale li rendeva più sconsiderati, ribelli, smaliziati...giocosi...
 
Sulla pista da ballo, circondati da molte altre persone, i loro torsi si attaccarono e ne approfittarono per baciarsi come desideravano fare da quando erano usciti di casa. Hanamichi mise una mano sui suoi capelli, sistemandoli e avvicinando maggiormente il suo viso. Kaede gli cinse la vita, muovendosi lentamente al ritmo della musica che in quel momento sembrava lontana, troppo concentrato sul calore umido di Hanamichi.
 
Hanamichi gemette, leccandogli le labbra. Kaede sussultò e si dimenò contro il fianco del ragazzo, sentendosi bruciare e irrigidire; il suo sesso era già sveglio e pronto all’azione e pulsava nei pantaloni, per cui iniziò a sfregarsi delicatamente ma con fermezza contro la coscia del compagno. Hanamichi rispose posando i palmi sul suo sedere, massaggiando e stringendolo.
 
Rimasero diversi minuti in quella nuvola esclusiva e calda, ignorando i sussurri e i commenti delle persone intorno, godendosi baci bagnati, leccate discrete sul collo, lievi succhiotti sulla mascella e le clavicole esposte. Kaede, con occhi chiusi e labbra aperte, portò le mani sotto la maglietta del ragazzo, ingoiando un gemito mentre accarezzava la sua pelle calda e solida. Per non essere accusato di oscenità in pubblico, si astenne dal palparlo troppo, accarezzando i fianchi con apparente innocenza, la schiena, sfiorando gli addominali marcati. Con le mani che vagavano per tutta la sua figura, sentì un’altra mano invadente posarsi sulla schiena di Hanamichi, molto vicina al sedere.
 
Kaede si accigliò immediatamente e concentrò i suoi freddi occhi blu sul tipo giovane con i capelli rasati e il sorriso sornione che si stava strofinando contro Hanamichi.
 
Prima che Kaede potesse fare qualcosa (come ucciderlo), Hanamichi si voltò e afferrò il tipo per il bavero, sollevandolo da terra e annientandolo con uno sguardo penetrante e furioso.
 
“Non toccarmi più. Hai sentito?” sembrò sussurrare, sibilante e pericoloso. Un brivido corse lungo la schiena di Kaede, di paura, di desiderio. Hanamichi sembrava predisposto ad annichilire, distruggere con i denti, “...se ti azzardi anche solo a guardare di nuovo nella nostra direzione, ti strappo le palle, hai capito, coglione?”
 
Lo sconosciuto, tremando da testa a piedi, annuì e balbettò incoerentemente. Hanamichi lo lanciò via e il tizio se ne andò senza dire una parola, probabilmente spaventato a morte.
 
Kaede, con le labbra secche e il corpo sudato e febbrile, posò una mano sul braccio del compagno e lo trascinò fuori dal locale. L’aria fredda e pungente della notte sembrava volerli congelare, ma l’adrenalina, il desiderio la passione che scorreva nelle vene annebbiava le loro teste e bruciava nei luoghi meno appropriati, portandoli a stringersi come se l’uno non potesse respirare senza l’altro...si baciarono ancora. Leccarono e morsero ogni lembo di pelle. Lasciarono segni rossi e viola ovunque.
 
“Andiamo a casa mia” mormorò Hanamichi dopo un po’. Kaede annuì e gli afferrò la mano.
 
Sono tuo. Sono tuo. Appartengo a te. A nessun altro. Fai di me quello che vuoi, sembrò urlare il corpo di Hanamichi per tutta la notte.
 
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Anche se l’amante Ariete insiste ad avere la priorità nella relazione, sarà anche il primo a dirsi dispiaciuto dopo un litigio; sarà il primo a essere presente quando ci sarà bisogno di lui. Se il partner è malato o triste, non si separerà da lui. Sarà la cosa più importante della sua vita.
 
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Ogni volta sembrava che la stessa scena si ripetesse con maggior frequenza. Prima ogni paio di mesi, poi ogni paio di settimane, e ora...praticamente tutti i giorni. Hanamichi, impaziente, oltraggioso, sconsiderato e impetuoso, si accomodò sulla spiaggia dov’era arrivato dopo un’altra discussione con Kaede.
 
Perché avevano litigato questa volta? Per le stesse cose di sempre, in realtà...
 
Il futuro...il fottuto, incerto futuro.
 
Hanamichi non capiva; non capiva davvero perché a Kaede importasse tanto a quel punto. Sì, certo, era l’agosto dell’ultimo anno di liceo, presto avrebbero dovuto lasciare la squadra per concentrarsi sugli studi. Ma...era quello che voleva davvero? Non bisognava vivere a ogni respiro? Sfruttando ogni momento?
 
Se era così, allora perché Kaede era così assorto a concentrarsi sul domani...quando ciò che importava era il presente?
 
Quel pomeriggio si erano ritrovati a casa di Kaede, come sempre mangiando qualcosa e guardando video di basket professionale. Per Hanamichi la giornata era meravigliosa. Aveva dormito bene, si era svegliato alla grande, aveva fatto visita al suo ragazzo, pranzato con la famiglia della volpe, giocato alla Xbox fino ad annoiarsi, si erano baciati un po’ e poi si erano sdraiati sul letto, Kaede con il laptop sulle gambe. Tutto era stato idilliaco finché Kaede non aveva chiesto, di nuovo, come ogni giorno:
 
“Che pensi di fare dopo il liceo?”
 
Hanamichi aveva reagito e risposto allo stesso modo.
 
“Tsk, non lo so...che importa, volpe?” aveva risposto alzandosi dal letto con rabbia alla bocca dello stomaco. Kaede aveva sospirato, scuotendo il capo.
 
“Dici sempre la stessa cosa...non ti importa?” aveva continuato, accigliandosi e con tono stanco e di sfida.
 
“Ah! Ancora con questa storia? Quante volte me l’hai chiesto questa settimana?! Te l’ho già detto...non ne ho idea! Ci penserò più avanti” aveva replicato con violenza, voltando le spalle per evitare il contatto visivo.
 
Hanamichi si era sentito irritato, frustrato, furioso...perché aveva dovuto rovinare la giornata? Gli piaceva farlo arrabbiare? Si divertiva quando litigavano? Beh, lui no...lo odiava...odiava sentirsi impotente, messo alle strette e sotto pressione...odiava odiare Kaede...
 
“È il tuo futuro, stupido, non puoi prenderlo così alla leggera” aveva continuato con più forza, quasi implorando. Hanamichi l’aveva ignorando, scuotendo la testa e grugnendo.
 
“E a te che importa?!” aveva urlato guardandolo con occhi aperti e intensi, supplicandolo di smetterla.
 
Kaede l’aveva guardato per diversi secondi, con i suoi occhi blu così luminosi e nitidi. Hanamichi aveva creduto di scorgervi paura per qualche istante; poi desiderio...una supplica, una richiesta.
 
Ma Kaede aveva subito abbassato il viso.
 
“Idiota” aveva sussurrato e Hanamichi aveva visto rosso.
 
“Sei tu l’idiota! Se sei così preoccuparo per il futuro, pensa al tuo, vediamo se sai cosa vuoi!”
 
“Io so già cosa voglio” aveva replicato con occhi fermi e decisi. Determinati.
 
E cosa vuoi?avrebbe voluto chiedergli disperatamente, ma il suo orgoglio non gli aveva permesso di dirlo ad alta voce...e onestamente...che sarebbe successo se Kaede avesse voluto andarsene? Se avesse voluto aprire le ali e atterrare in nuovi orizzonti? Dove non ci sarebbe stato lui ad accoglierlo? Dove non avrebbe potuto seguirlo? Che sarebbe successo se avesse voluto...lasciarlo?
 
“Ah...bene” aveva mormorato sarcasticamente, alzando gli occhi al cielo e mettendosi le mani in tasca. Gli era passata la voglia di stare lì, di vederlo o ascoltarlo. Senza aspettare una risposta né salutare, Hanamichi aveva preso le sue cose e se n’era andato.
 
Aveva corso fino a fermarsi alla spiaggia più vicina. Si era seduto sulla sabbia, incollando gli occhi sul mare, sul cielo, sull’infinito che si estendeva davanti al suo sguardo.
 
C’era tanto, tanto di più da sapere...da sperimentare...ma ad Hanamichi non importava. Non aveva senso per lui pensare a quelle cose. Sempre avventato, spontaneo, scandaloso e impetuoso, Hanamichi sapeva solo guardare nell’immediato avvenire, andando passo dopo passo con forza e sicurezza, senza pensare troppo, senza calcolare le conseguenze.
 
Ma lui non è così, si disse con un sospiro. Kaede era di quelli che pianificavano. Soppesando le opzioni. Ponderando le conseguenze. Pensando al futuro...e inseguirlo con determinazione, qualunque fosse...con gli occhi fissi sulla meta e il premio pronto per arrivare tra le sue mani.
 
E Hanamichi lo amava per questo...amava la sua grinta, i suoi artigli, il suo spirito combattivo, la sua perenne perseveranza, la sua volontà di ferro. Amava il fatto che quando si metteva in testa qualcosa, lo realizzava, con lentezza ma inesorabilmente. Kaede non si gettava in un’attività: ci pensava e proseguiva con cautela. Ciò aveva permesso ad Hanamichi, durante l’ultimo anno, di stare più calmo, tranquillo, sereno e con i piedi ben per terra.
 
Kaede era la sua ancora alla realtà.
 
E proprio per questo, non si stava comportando in modo un po’ egoista e ingiusto con lui? Hanamichi sapeva come era il suo Kaede. Naturalmente c’erano ancora molte sfaccettature da scoprire, ma gli piaceva vantarsi di essere uno dei pochi fortunati ad avere abbattuto le sue alte mura, arrivando al suo cuore e prendendolo tra le sue calde e sicure mani.
 
Kaede era la persona che pianificava, pensava, rifletteva, ponderava...era logico che fosse già pronto e preparato per quello che sarebbe arrivato. Già dal primo anno aveva un obiettivo. Già a 15 anni aveva deciso di lottare per qualcosa.
 
E Hanamichi lo ammirava per questo...lo adorava per questo...
 
“Ah...” mormorò, scompigliandosi i capelli e alzandosi lentamente. Non aveva motivo di essere arrabbiato. Non aveva ragione di infastidirsi. Kaede era Kaede. E non si sarebbe mai potuto arrabbiare perché il suo compagno era se stesso.
 
Inspirando ed espirando la brezza marina, Hanamichi strinse i pugni e si avviò verso la strada. I suoi passi calmi, sicuri e fiduciosi, lo portarono in breve tempo alla stessa casa da cui se n’era andato. Bussò forte, sapendo che i genitori di Kaede non sarebbero arrivati per un bel po’.
 
Il ragazzo gli aprì poco dopo, con i capelli disordinati (probabilmente era sdraiato sul letto), gli occhi assenti e semichiusi e i vestiti tutti sgualciti.
 
“Cosa vuoi?” chiese guardandolo con irritazione. Hanamichi fu sul punto di insultarlo e rispondergli aggressivamente, ma non era tornato per quello.
 
Controllati, si disse serrando i pugni.
 
“Io non...non so cosa voglio studiare...anzi, nemmeno so se voglio andare all’università...non c’è niente che mi piaccia in particolare e...non so se riuscirò ad entrare nel basket professionale” disse Hanamichi con occhi calmi ma fissi su quelli del compagno.
 
Kaede lo guardò con le labbra aperte e la sorpresa sui lineamenti. Hanamichi non era sicuro di quello che stava dicendo; la sua dannata abitudine di parlare e pensare dopo era in piena modalità...la sua bocca espelleva, ma era il suo cuore a parlare.
 
“Ma...se c’è qualcosa che voglio, volpe...qualcosa che voglio più di tutto...io...voglio stare con te, Kaede...non importa dove, o come...voglio solo...stare con te” sussurrò arrossendo e tremando leggermente, senza sapere che le sue parole erano troppo, senza capire che forse stava chiedendo troppo. Senza pensare, soffermarsi o riflettere sulle conseguenze...beh, quello era compito di Kaede...
 
Kaede, tenendo stretto lo stipite della porta, fece un passo in avanti e cinse la vita del ragazzo con le braccia.
 
“Anche io...anch’io voglio stare con te...non importa dove o come...voglio solo stare con te” gli sussurrò all’orecchio, chiudendo gli occhi e respirando il suo profumo.
 
Dopotutto, non c’era niente di più importante che l’uno per l’altro.