Levi

Il mondo è un posto bellissimo. O almeno così mi hanno sempre detto. Promesse di meraviglie come mai se ne potevano immaginare, emozioni senza limiti, sensazioni travolgenti e colori. Già. Peccato che per quelli come me, i colori siano solo una fantasia, niente altro.
Fin da quando l’uomo ha memoria, siamo sempre stati soggetti a questa stronzata di regola universale che ci costringe a vedere il mondo in bianco e nero, almeno finché non incontriamo la nostra anima gemella. Solo allora, secondo le storie e le testimonianze, tutto comincia a brillare in un modo totalmente nuovo e questi cosiddetti colori invadono ogni oggetto, ogni persona, il cielo, la terra. Ogni cosa su cui mai puoi posare lo sguardo, prende vita. Non è per sempre; quando la tua metà muore, porta via con sé tutti i colori, come se perdere l’amore della propria vita non fosse già abbastanza. Che mondo malato.
Io ho 32 anni e non ho mai visto un solo colore in tutta la mia vita. Non ci avrei neanche creduto a tutta questa storia, se non avessi parlato direttamente con persone che questa esperienza l’hanno provata. Vissuta. Ed anche persa. Sono stato costretto ad ascoltare per ore la quattrocchi, mentre cercava di spiegarmi cosa fossero l’azzurro, il verde, il giallo. Mi riempiva di foglietti sui quali scriveva i nomi dei colori, ma l’unica cosa che io riuscivo a vedere era grigio in tutte le sue sfumature.
Ho sempre sostenuto di non essere interessato a trovare la persona del mio destino e per un certo periodo è stato davvero così. Poi ho raggiunto i trenta e mi sono reso conto che quasi tutti quelli che conoscevo ormai vivevano in un mondo completamente diverso dal mio, pieno di luci ed emozioni che io non riuscivo neanche ad immaginare. Ho guardato le loro relazioni crescere con loro, il loro amore migliorarli e renderli felici in un modo che a me era proibito ed ho cominciato ad odiare tutta questa storia, a lottare con la rabbia e la gelosia, tentando di mettermi il cuore in pace. Non ero destinato ad amare né ad essere amato. Non in quel modo, perlomeno.
 
All’ennesima chiamata, spensi il cellulare. Hanji era diventata se possibile ancora più insopportabile, negli ultimi mesi: la sua missione di vita sembrava essere diventata rendere la mia vita un inferno. Non faceva che organizzare enormi feste o cene, obbligandomi a partecipare nella speranza che tra una marea di facce sconosciute io potessi trovare i miei colori. Non potevo dire di non apprezzare il pensiero, ma ho sempre odiato le folle e non sono la persona più sociale di questo mondo.
Il treno cominciò a rallentare, fermandosi alla stazione. Una marea di persone si spostò verso le porte, accalcandosi le une sulle altre, come animali. Questo era esattamente il motivo per cui odiavo i mezzi pubblici, ma la mia automobile aveva scelto di non collaborare quella mattina, costringendomi a ricorrere a drastici rimedi. Tenni il fazzoletto premuto sul viso finché anche l’ultima persona ebbe abbandonato il vagone e solo allora mi permisi di respirare.
Mi alzai e mi avviai verso le porte, schivando facilmente la mandria che ora spingeva nel senso opposto, impaziente di infilarsi nel treno e accaparrarsi un posto a sedere. Tutti tenevano lo sguardo basso, fisso su cellulari e dispositivi elettronici che rendevano impossibile incrociare gli occhi di anche solo uno di loro. Sospirai: la gente si lamentava perché sempre meno persone negli ultimi anni erano riuscite a vedere i colori. Erano sorpresi di non riuscire a incontrare le loro anime gemelle, si infuriavano chiedendo soluzioni, quando sarebbe semplicemente bastato guardarsi attorno un po’ più spesso. Quel dannato meccanismo che faceva scattare il legame funzionava solo con un incontro diretto: avrei potuto vedere la mia metà innumerevoli volte attraverso uno schermo e non notare una singola scintilla di colore, ma basta un solo sguardo per cambiarti la vita.
La mia bassa statura mi venne in aiuto, mentre schivavo agilmente tutte quelle persone e guadagnavo la banchina ormai deserta della fermata. Il peggio era passato e questo mi sollevò. Mi fermai un momento per infilare in tasca il fazzoletto, mentre le porte del treno si chiudevano alle mie spalle.
“Cazzo!” urlò una voce e prima che potessi rendermene conto, mi ritrovai sbalzato di lato. Fu solo per miracolo se non mi ritrovai col culo per terra, cosa che non avrei sopportato dato lo stato pietoso del pavimento della stazione.
“Cristo! Scusami!” disse ancora la voce.
Pronto a sfogare su quel fastidioso essere umano tutta la frustrazione accumulata durante le prime ore di quella maledetta giornata, alzai lo sguardo.
Il mondo esplose.
Per una frazione di secondo, non vidi nient’altro che un bianco inteso coprire ogni cosa, poi tutto cambiò. Il grigio scomparve e li conobbi, uno dopo l’altro. Il giallo delle linee disegnate a terra, il bianco perlato delle pareti, il rosso delle scritte sui tabelloni luminosi, l’azzurro del cielo, il verde delle piante. Mi sentii accecare. Mi sforzai di mantenere gli occhi aperti, mentre l’istinto mi diceva di ripararli da tutti quegli stimoli che erano troppi e troppo forti. Ma era impossibile per me farlo, perché chiuderli avrebbe significato distogliere lo sguardo dalle iridi di quel ragazzo, che mi guardava sconcertato sulla soglia del treno. Tutti i colori di questo mondo erano niente di fronte a quello dei suoi occhi.
Il cuore mi saltò nel petto mentre una consapevolezza si faceva strada fino a rendermi di nuovo completamente cosciente. Era lui. Non c’era dubbio. Non mi ero mai sentito così, prima d’ora. Mai.  L’avevo trovato, mi aveva trovato. La mia metà.
Le porte del treno si chiusero, separandoci prima ancora di incontrarci. “No!” urlammo insieme, attirando l’attenzione di chiunque ci stesse attorno, ma nessuno di loro aveva importanza. Lo vidi appoggiare le mani sul vetro della porta scorrevole, mentre si allontanava. Le emozioni nei suoi occhi erano indecifrabili, ma ero sicuro di sapere quello a cui stava pensando.
Ti ritroverò.
 
 
Eren

“Merda!”
Presi a calci la porta, guadagnandomi le occhiate rimproveranti di ogni persona sul vagone. Potevano andare tutti a farsi fottere, per quanto mi importava. In quel momento niente e nessuno avrebbe potuto calmarmi. Avevo aspettato vent’anni e questo era il risultato? Beh, grazie tante destino. Va a farti fottere anche tu.
Voltai le spalle alla porta e mi appoggiai con la schiena ad uno dei supporti di metallo, premendomi gli occhi con le dita.
Quella mattina mi ero alzato convinto che il tradimento della mia sveglia avrebbe decretato l’inizio di una di quelle infinite giornate da dimenticare. Mi ero quasi fatto investire due volte, mentre correvo verso la stazione e da lontano avevo visto il mio treno chiudere le porte. Pensavo che lo sprint di fine corsa funzionasse solo come bonus nei videogiochi, invece mi ero ritrovato a volare spinto da chissà qualche forza di disperazione e mi ero accorto troppo tardi che un uomo si trovava proprio nella mia traiettoria.
In qualche modo però ce l’avevo fatta ed una volta al sicuro sul treno, mi ero sentito in dovere di porgergli le scuse più sincere che il mio respiro spezzato dalla corsa potessero produrre. Non ero riuscito a dire niente.
Tutto era sparito all’improvviso appena avevo incrociato il suo sguardo ed una valanga di colori mi aveva travolto, lasciandomi stordito. Probabilmente, se i miei riflessi fossero stati migliori, sarei riuscito a scendere dal treno prima che questo partisse, separandomi da chiunque fosse il proprietario di quegli occhi grigi che avrei passato ore a guardare. Avrei potuto porgergli di nuovo le mie scuse, per attaccare bottone e conoscerlo. Non che mi servisse una giustificazione: era la mia anima gemella, ovvio che volessi conoscerlo.
Invece mi trovavo su questo dannato treno a rimpiangere di non averlo perso. Sospirai pesantemente: come avrei fatto a ritrovarlo, ora? Nel petto sentivo crescere un peso all’altezza del cuore, schiacciava i polmoni lasciandomi senza fiato. Non sapevo neanche come si chiamasse. Non l’avevo ma0i visto sul treno, eppure lo prendevo almeno due volte al giorno, sempre alla stessa ora. Questo era il mio indizio migliore, l’unico punto da cui avrei potuto iniziare la ricerca del mio misterioso uomo dagli occhi di ghiaccio.
 
Passai tutta la giornata nel più totale stato d’ansia. Non facevo che guardare l’ora ed i miei amici si lamentavano del modo in cui battevo ripetutamente il piede a terra, disturbando il silenzio della biblioteca, ma non avevo modo di evitarlo. Ero troppo impaziente di tornare su quella banchina ed il tempo sembrava non passare mai.
La mattina seguente, arrivai alla stazione un’ora prima del necessario, ma anche il solo stare lì mi calmava. Mi sembrava di essere più vicino a lui, fermo in piedi nello stesso punto dove l’avevo visto sparire il giorno prima mentre il treno si allontanava. Chiusi gli occhi e richiamai alla mente il suo viso: il profilo delicato, la pelle così chiara, le labbra sottili schiuse in quell’adorabile espressione sorpresa a cui avevo pensato per tutto il giorno. Mi tormentai le dita delle mani, camminando avanti ed indietro mentre i treni si susseguivano. Vidi centinaia di persone salire e scendere da quei mostri di metallo, ma erano nient’altro che sagome senza importanza, perché nessuna di loro era lui.
Finalmente arrivò l’ora. Il treno che ero solito prendere per andare in università si fermò davanti a me, ma io non mi mossi. Rimasi ben piantato sulla banchina, il corpo in tensione, sudato come se avessi appena finito una maratona. Merda, bel modo di presentarsi ad un primo incontro. Ero proprio senza speranza.
Scansionai con impazienza i visi di ogni persona cercando il suo: ad ogni fallimento, sentivo il cuore un po’ più pesante e, per quanto cercassi di sopprimerlo, un pensiero cresceva nella mia mente.
Non era venuto.
Non sarebbe stato neanche troppo strano, in fondo. Non ci conoscevamo, non eravamo obbligati a conoscerci. Solo perché il destino ci aveva predestinati, non voleva dire che dovessimo parlarci per forza. Forse a quell’uomo, non ero piaciuto. Forse era rimasto deluso da qualcosa o si era offeso per la spinta o preferiva le donne. Era perfettamente comprensibile e continuavo a ripetermelo come un mantra, per tentare di rendere meno dura la consapevolezza di essere stato rifiutato. Non ci tenevo poi così tanto, in fondo.
Strinsi i pugni fino a sentir male. Oh, ma chi volevo prendere in giro? Certo che ci tenevo. Avevo perso la testa per quel tipo dal primo istante –l’unico istante- in cui l’avevo visto e non avevo sognato altro per tutto il giorno di poterlo ritrovare. Avrei dovuto passare la vita da solo, senza poter condividere i miei colori con nessuno ed un giorno li avrei persi. O li avrebbe persi lui, se fossi stato io il primo a tirare le cuoia.
“Bah, fanculo” sbottai, sistemandomi la borsa sulla spalla. Me ne sarei andato da Armin, chissenefrega se c’era quel pezzo di ghiaccio di Annie con lui. Gli amici vengono prima dell’amore, giusto? Lui aveva tutta la vita da condividere con lei, io avevo appena perso metà della mia.
Qualcuno mi picchiettò sulla spalla ed io lo scacciai con la mano. Non ero proprio dell’umore per affrontare uno dei tanti pazzi predicatori che affollavano la stazione a quell’ora della sera. Gli avrei fatto saltare i denti, ignorandolo gli facevo solo un favore.
“Oh, cominciamo bene” disse qualcuno alle mie spalle ed il mio corpo si girò prima che io potessi rendermene conto. Era lui. Ed era piuttosto incazzato, a giudicare dalla ruga corrucciata in mezzo alla fronte e dal modo in cui stringeva gli occhi. La consapevolezza di quel che avevo fatto mi colpì come un mattone, ma allo stesso tempo il solo vederlo davanti a me mi permise di riprendere a respirare.
“Ti senti male? Se mi vomiti addosso ti prendo a calci nel culo.”
“N-no” balbettai, perfettamente consapevole di star facendo la figura dell’idiota. La sua espressione parve distendersi un po’.
“Tanto meglio…”
Cazzo, quanto era bella la sua voce. La conversazione stava cadendo nel vuoto perché io ero troppo impegnato a fissarlo come se avessi visto un fantasma per ricordarmi le più basilari regole sociali. Fortunatamente per me, lui non pareva intenzionato a rinunciare, nonostante la mia palese incapacità a mettere due parole in fila.
“Penso che tu ed io dovremmo fare due chiacchiere” insistette lui “Sempre se vuoi.”
Mi imposi sul mio cervello e mi obbligai a ricordare come si facesse a parlare. “Certo. Ehm… posso offrirti un caffè?” Era normale che mi sentissi così? Era normale che il mio cuore stesse cercando di uscirmi dal petto, solo perché aveva annuito in risposta?
“Cena. Sto crepando di fame” mi corresse ed un sorriso si disegnò sulle sue labbra “Offro io.”
A malapena riuscii ad annuire. Le mie gambe parevano di gelatina “Mi chiamo Eren Jaeger, comunque.” Mormorai e in un gesto automatico, gli tesi la mano che lui strinse educatamente un istante dopo.
“Levi Ackerman.”
Quando la sua mano toccò la mia, un dolce calore si diffuse in tutto il mio corpo, facendomi rilassare all’istante. Il contatto doveva aver avuto qualche effetto anche su di lui, perché si sciolse dalla posizione rigida che aveva tenuto fino a quel momento ed anche la ruga sulla sua fronte sparì quasi del tutto. Quando tentai di ritrarre la mano, fece resistenza e mi tirò verso di sé.
“Mi piacciono molto i tuoi occhi, Eren.”
Cristo. Il mio nome non mi era mai piaciuto così tanto come in quel momento.




Note d´Autore
Salve ✦
Qualcuno mi aiuti. Seriamente, non riesco a tenere le mani giù da sto fandom e da questa ship. Sto praticamente annegando nelle AU che ho voglia di scrivere e soffro perchè non posso moltiplicarmi e scriverle tutte contemporaneamente xD
Avevo letto questo prompt qualche tempo fa su Tumblr, purtroppo non ricordo dove. Di recente ho letto una breve oneshot inglese ispirata ed ho deciso di cimentarmici anche io, perchè è un universo veramente meraviglioso questo. E niente, spero che vi sia piaciuta. L´ho scritta una sera che ero un po´ giù ed avevo bisogno di dolcezza. Io sono perdutamente innamorata di loro e riescono sempre a sollevarmi il morale.
Tanta Ereri a voi, gente <3

Grazie per aver letto~
Alla prossima!


-Farea


 
 
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