FanFiction The Sandman | Born in Hell di VictorianDreamer | FanFiction Zone

 

  Born in Hell

         

 

  

  

  

  

Born in Hell   (Letta 158 volte)

di VictorianDreamer 

5 capitoli (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 16 anni

    

 

Sezione:

Serie TVThe Sandman

Genere:

Azione - Dark - Romantico

Annotazioni:

Death

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Per me si va tra la Perduta Gente 

Per Vivian è giunto il momento di dire addio all'Inferno e salutare qualcosa di nuovo.


  

Ad essere sincera, non me lo ero mai immaginata il mio matrimonio. Non era una cosa che nel mio mondo (ormai avevo iniziato ad autodefinirlo in questo modo) mi sarebbe interessato fare. Una convivenza forse era ciò che di meglio potevo auspicare a me stessa, ma non era mai stata una priorità. Avevo tante altre cose che volevo fare nella vita prima di avere una relazione stabile. 

Adesso invece mi trovavo davanti all’armadio a mettere qualcosa di improvvisato per il mio matrimonio e se non fosse stata una situazione disperata, forse mi avrebbe fatto ridere. 

‘Ci scherzerò su quando tutto sarà finito’ pensai. 

Ma sarebbe veramente finito? 

Se era come avevano detto Lucifero e Sogno, dovevo essere una creatura immortale e quindi destinata a vivere potenzialmente per l’eternità. 

Una volta tornata nel mio mondo, cosa avrei dovuto fare? 

Cercai di scacciare i pensieri meno piacevoli dalla mia mente e ricontrollai i miei vestiti. 

Alla fine, scelsi un abito nero elegante, lo avevo comprato per una cena di lavoro e le mie colleghe avevano detto che mi stava molto bene. 

Giá…il mio lavoro...’ avevo ottenuto con molto impegno quella posizione al Victoria and Albert, mia madre ne andava molto fiera. Non avevo avuto nemmeno modo di contattarli, chissà cosa stavano pensando, e cosa pensasse la gente che mi conosceva.  

Non so per quanto ero stata assente dalla mia normale vita, il tempo all’Inferno sembrava scorrere in un modo tutto suo, o forse era solo una mia impressione. Sicuramente qualche mia amica e i colleghi di lavoro mi avranno data per dispersa. 

Cosa avrei dovuto fare una volta tornata? Come avrei spiegato quell’assenza? 

‘Un problema alla volta…’ pensai mentre mi vestito. 

Mi osservai nel lungo specchio ovale posto alla parete: avevo occhiaie che non potevo coprire e i segni del fatto che non stavo mangiando cominciavano a farsi avanti, mi sentivo sempre più stanca ed affaticata. 

Finii di sistemarmi alla meglio, come potevo. 

Ero in ansia, emaciata, pallida, avevo una fame da lupi e sentivo che le cose avrebbero potuto prendere una brutta piega, forse peggiore di come già non stava andando, eppure non potevo scappare da nessuna parte. 

Me ne stavo seduta sul letto già pronta da quelle che mi erano sembrate interminabili ore, prima che qualcuno bussasse alla mia porta. 

"Sei pronta?" riconobbi la voce della ragazza sfregiata dalla pelle scura "Da ore" risposi. 

Aprì la porta e mi osservò avvicinarmi, guardandomi dall’alto in basso con quello che a tutti gli effetti era uno sguardo di disapprovazione. 

Mi guidò nella stanza che avevo visto nei ricordi di Sogno. 

Una grande stanza circolare aperta, circondata da colonne nere. 

Al centro del pavimento a scacchi stava Lucifero, vestito di una lunga veste rosso scarlatto, rivolto verso il grande affaccio aperto sull’esterno. 

Si voltò non appena misi piede dentro la stanza, scortata dalla donna sfigurata. 

"Sei qui" il suo sguardo dal sorriso benevolente si trasformò presto in disappunto "Ti sembra un vestito da sposa?" "Ti sembra che abbia avuto tempo o voglia di fare compere?" risposi svogliatamente. 

Al Diavolo bastò uno sbuffo e un’occhiata fulminea per rendere il mio semplice tubino un elegante, lungo abito nero. 

"Cosí va meglio, non sei neanche tanto male" annuì con soddisfazione, mentre ero ancora intenta a girarmi attorno per capire da dove fosse uscito quell’abito a sirena dalla lunga coda di organza. 

“Quasi dimenticavo...senza questo non funziona” a quelle parole la mia vista si offuscò leggermente. Un lungo velo nero ora copriva interamente il mio viso: riuscivo a vedere attraverso di esso anche se in modo poco nitido, mentre chi mi guardava sicuramente non sarebbe riuscito a riconoscere il mio viso. 

"È ora di far entrare lo sposo!" disse con malcelata ironia mentre la tensione dentro di me cominciava a salire e il mio battito accelerava.  

"Vedi di non fare cazzate" mi ammonì, ma cosa avrei potuto fare o dire? Per me non c’era via di scampo, ero come un topo in trappola. 

Mi voltai in tempo per vedere le porte della sala aprirsi e mostrare la figura che avevo da poco incontrato nei miei sogni. 

Lo aspettavo al centro della sala e man mano che lo vedevo avvicinarsi ne riconoscevo la fisionomia, nonostante la mia vista fosse intralciata dal velo che portavo. Non sembrava avere niente di diverso dall’ultima volta, nemmeno aveva cambiato abito. 

‘Almeno siamo coordinati’ pensai dando un’altra sbirciata alla coda del mio vestito. 

Appena dopo di lui, anche il suo corvo era entrato nella sala svolazzando per poi appoggiarsi alla spalla di Morfeo. 

"Ben arrivato, Sogno" Lucifero aprì le braccia con falsa benevolenza mentre gli andava incontro e come tutta risposta ricevette una severa occhiata da parte del suo ospite. In quella situazione dovevo sembrare semplicemente una specie di statua nera al centro della stanza: non avevo idea di cosa fare, di come muovermi, di cosa mi stesse per succedere. 

"Finiamola coi convenevoli. Facciamolo subito" disse Morfeo, caustico, ricambiato dal solito affabile sorriso "Siamo impazienti non è vero?" "Risparmia il fiato e cominciamo". 

Io ero ancora lì impalata al centro della stanza; Lucifero mi venne incontro facendo svolazzare la sua veste rossa e mi prese le mani. Da dietro il velo riuscivo a scorgere i suoi occhi di ghiaccio fissi su di me: il suo sorriso poteva significare benevolenza, ma i suoi occhi tradivano la malvagità che vi albergava dietro. 

Le mani che trattenevano le mie non emanavano alcun calore, erano fredde, senza sangue, senza vita. 

Mi venne in mente mia madre in quel momento ma scacciai il pensiero giù per la gola assieme alle lacrime. 

"Questa è la figlia che vuoi darmi?" nel frattempo Sogno si era avvicinato e si trovava esattamente di fronte a noi, il corvo era svolazzato su una colonna della sala, com in attesa. 

"Questa è Vivian. Io, Lucifero, la cedo a te" dopo quelle parole, pose la mia mano destra in quella di Sogno, tenendo ancora stretta l’altra. 

La sua mano era diversa, non era fredda e vuota come quella della Stella del Mattino. Questo, in qualche modo, mi rassicurò, per quanto meglio potessi stare in quel momento. In ogni istante di quella bizzarra cerimonia mi sentivo come se avessi il cuore in gola; avevo una fottuta paura di tutto ciò che mi circondava, delle figure che a malapena riconoscevo, di tutto quello che si muoveva e respirava tutto attorno. Eppure, ero lì, alla mercé dei presenti, perché, diciamocelo, cos’altro avrei potuto fare contro chiunque in quel momento? 

Sogno si avvicinò a me e con la mano libera sollevò lentamente il velo che portavo: i nostri sguardi si incrociarono. Potevo considerarla la prima volta che lo guardavo negli occhi davvero? O valeva quella del mio sogno? Qualcosa nei suoi occhi che ora riuscivo a vedere chiaramente senza l’impiccio del velo mi diceva nascondessero qualcosa di misterioso e al contempo estremamente pericoloso. 

In pochi secondi distolse lo sguardo da me e io tornai a fissare le due mani che mi tenevano. In quel momento facevo da ponte tra lui e Satana. 

"È questa Vivian? La figlia che prometti?" chiese di nuovo. Ebbi un sussulto quando pronunciò il suo nome, Lucifero guardò me, sorridendo, poi lui "È lei" affermò stentoreo. 

 

"Io, Sogno degli Eterni, la accetto come mia" 

 

Lucifero lasciò la mia mano sinistra e la mise in quella opposta di Sogno. 

Dalle mani affusolate che ora erano libere fece poi apparire un nastro rosso con il quale avvolse le nostre, congiunte. 

 

"Le Moire hanno dichiarato il vostro Fato. Io, Lucifero, lo sigillo" 

 

A quelle parole, il nastro rosso si dissolse magicamente 

‘È fatta?’ pensai ‘Sono davvero sposata?’ 

Lo avevo osservato per tutto il tempo e non mi era sembrato affatto soddisfatto. Ai suoi occhi dovevo parere uguale, se non peggio. 

"Potete anche separarvi adesso, non c’è bisogno che stiate così tutto il giorno" all’unisono, come richiamati alla realtà da quelle parole, ci lasciammo le mani. 

"Addio, Lucifero. Vivian, seguimi" Morfeo non aveva aspettato neanche una frazione di secondo per accomiatarsi, aveva decisamente fretta di uscire da lì e non lo biasimavo, ma Lucifero lo fermò "Aspetta. Non posso dartela senza la sua dote". 

‘La mia dote?’ 

Non sapevo cosa fosse la storia della dote, non me ne aveva nemmeno accennato ma sicuramente non potevo aspettarmi un set di piatti o un centrotavola. 

Si avvicinò a me e senza preavviso mi mise un dito sulla fronte “Cosa cazz” ebbi il tempo di dire, prima che ritraesse l’indice affusolato. 

“Che cosa mi hai fatto?” chiesi spaventata. Mi sentii tirare per un braccio, mi voltai ed era Sogno che mi guardava preoccupato. 

“Che cosa mi è successo?” gli chiesi sull’orlo della disperazione. Cosa poteva avermi fatto il Diavolo in persona? Qualsiasi cosa. 

“I tuoi occhi…” mi rispose “I tuoi occhi sono azzurri”. 

I miei occhi? Azzurri? Io avevo sempre avuto gli occhi color nocciola. 

“Ti ho regalato la Visione dell’Immortale, un giorno mi ringrazierai. E comunque stai meglio così” disse quasi con noncuranza Lucifero, per poi voltarsi verso l’apertura sull’esterno della sala. 

“Cos’è la Visione dell’Immortale?” Chiesi con lo sconcerto nella voce, ma Morfeo non aveva ancora lasciato il mio braccio “Dobbiamo andare via ora, te lo spiegherò più tardi. Prima usciamo di qui e meglio sarà, credimi”. 

“Andate pure” disse Lucifero dandoci le spalle “Con voi ho finito”. 

Quelle erano le sue ultime parole? Davvero? Dopo avermi rapita, fatta sposare e forse anche maledetta o non sapevo cosa. 

“Grazie per la tua accoglienza di merda. Fai veramente schifo come genitore” quelle parole mi uscirono più che spontanee mentre uscivo dalla porta principale accompagnata da Sogno e dal suo corvo in volo sopra le nostre teste, reggendomi la gonna lunga con le mani. 

“Non tornerò mai più qui” dissi decisa mentre attraversavamo i corridoi del castello a passo spedito, seguendo il corvo. 

“Spero che non sarà necessario” mi rispose, infilandosi una mano nella tasca interna del cappotto ed estraendo un sacchetto bianco che prontamente mi passò. 

Lo presi, mentre ancora camminavo e lo aprii. 

“O mio dio! Sono croissants!” Forse fu per il fatto che me ne stavo andando dall’inferno, forse per l’adrenalina, forse per tutte le difficoltà e i pensieri che mi avevano attraversato il cervello in quei giorni, forse solo per la fame, ma piansi mentre addentavo quella sfoglia croccante. 

 

 

     


                     





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