FanFiction The Sandman | Born in Hell di VictorianDreamer | FanFiction Zone

 

  Born in Hell

         

 

  

  

  

  

Born in Hell   (Letta 157 volte)

di VictorianDreamer 

5 capitoli (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 16 anni

    

 

Sezione:

Serie TVThe Sandman

Genere:

Azione - Dark - Romantico

Annotazioni:

Death

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Prologo 

Sono passati anni da quando Sogno è stato liberato e ha ripreso il controllo del suo Regno. Le cose sono tornate alla normalità, ma c'è chi da secoli pianifica grandi stravolgimenti nel mondo della Veglia e non esiterà a mettere in atto i propri piani.


  



Born in Hell



Prologo



Ero sdraiata in un campo di margherite. 

Avevo cinque anni. 

Più che un sogno, pareva quasi come un ricordo risvegliatosi improvvisamente nella mia mente e ricomparso da chissà quale anfratto della mia memoria. 

Avevo appena finito di correre a perdifiato senza meta.  

Sentivo lo sguardo dolce di mia madre scrutarmi da lontano, mentre stavo col naso all’insù a guardare il cielo azzurro, oltre le nuvole, sperando di trovarci un qualche cosa di nuovo. 

 

Bastò un lieve rumore, come uno scricchiolio impercettibile, a farmi sussultare. 

Aprii gli occhi. 

Niente cielo azzurro, solo la penombra del soffitto. 

Mi misi seduta, ancora sotto le coperte, appoggiata allo schienale del letto, e accesi la luce. 

Sentii il cuore in gola, un brivido gelarmi il sangue nelle vene e quel freddo entrare fin nel profondo delle mie ossa e scavare, scavare ancora, come a volermi raggiungere l’anima. 

Non vedevo nitidamente l’ombra nell’angolo della stanza ma era davvero molto alta. 

Pensai a tutti i modi possibili per scappare: gettarmi dalla finestra, correre nella parte opposta, scagliargli contro qualcosa e cercare di ferirlo.  

Tutto vano. 

Non riuscivo a muovermi. 

Avevo paura, sì, ma non era soltanto questo. Quel brivido gelido mi aveva avvolta completamente, quasi ibernandomi nella posizione in cui stavo. 

Lentamente, la figura si avvicinò al mio letto e la paura cominciò ad inghiottirmi. 

Iniziai a gemere, le lacrime mi solcavano le guance e non riuscivo comunque a fare nulla, neanche ad alzare una mano o un braccio, e quell’immobilità mi rendeva ancora più fragile e spaventata. 

La luce inondò quel corpo così alto e mi ritrovai di fronte ad una figura che non mi sarei aspettata di vedere. Tutti i film che avevo visto nella mia vita dipingevano ladri, rapitori e stupratori in un modo quasi canonico, uomini di mezza età dall’aria asociale, poco curati e dallo sguardo maligno. 

Quello che avevo di fronte non ci somigliava affatto, anzi. 

Il suo viso era bello, pulito, dall’aria sardonica, i capelli erano lucenti, candidi, sembrava un angelo quello che avevo di fronte. Ma allora perché avevo ancora così paura?  

Si avvicinò ancora, il suo bel volto incorniciava un sorriso rassicurante, benevolo.  

Forse era la morte? Stavo morendo nel sonno? 

<<Non devi avere paura di me, mio tesoro>> 

<< Che...che cosa ci fai qui? Perché sei in casa mia?>>  

Non so in quale modo e con quale forza riuscii a pronunciare quelle parole. 

<<Non hai motivo di essere spaventata>> 

La voce che usciva dalle labbra rosee era suadente, tanto dolce da distendere l’anima, ma io ero ancora paralizzata dalla paura. 

<< Chi...chi sei? >> 

Si sporse verso di me, sorridendo benevolo <<Io sono tuo padre, Vivian!>> 

 

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Mi chiamo Vivian, Vivian Decour. 

Ho 27 anni e nell’arco di questo tempo ho vissuto alti e bassi, come ogni essere umano qualsiasi. 

Mia madre, Josephine Decour, era una madre single e non è stato facile per lei crescermi. Proveniva da una famiglia dell’alta società londinese e quando si è scoperto della sua gravidanza ha deciso di tenermi, rinunciando a gran parte dei suoi benefici economici ottenendo comunque una buona uscita che ci avrebbe permesso di sostentarci. Oltre a questo, della mia famiglia da parte di madre non ho mai saputo nulla, né me n’è mai importato qualcosa a dire il vero.  

Lo stesso vale per mio padre, se non che di lui non ho mai conosciuto nemmeno il nome. 

Mia madre disse che sparì poco dopo il fatto, ma sono sempre stata sicura che non mi avesse mai detto tutta la verità. Non ho mai insistito comunque per saperla, perché in effetti non me n’era mai importato. Mia madre aveva deciso di rinunciare alla sua vita di lusso e sfarzi per crescermi: era l’unico essere umano di cui davvero mi importasse e che volevo avere vicino. 

Passai l’infanzia in campagna, dove mia madre aveva deciso di trasferirsi per stare lontana dalla società che l’aveva estromessa e per farmi crescere in un luogo più “genuino”. 

Nonostante questo, non potevo continuare a vivere sulle sue spalle e appena potei mi trasferii a Londra per lavorare e mantenere i miei studi. Questa città mi ha riservato molte gioie: grandi amicizie, tanti luoghi da visitare, amori discontinui. In questo vortice di emozioni sono riuscita a laurearmi in Storia e ne ero molto soddisfatta, mi sono costruita quel traguardo da sola e anche mia madre ne era felice. 

Venne in città poche volte a trovarmi, del resto era sempre stata occupata con il suo orticello e soprattutto i suoi animali di cui doveva necessariamente prendersi cura. 

Il giorno della laurea era raggiante e davvero felice, andammo a prenderci una tazza di tè e una fetta di torta alle fragole, il nostro dolce preferito. 

Mi lasciò sola qualche mese più tardi, ma il suo ricordo è sempre indelebile e non mi svanirà mai. 

È stata una grande donna, una grande maestra, il mio faro, ma devo cavarmela da sola e questo lei me lo ha sempre insegnato, fin da bambina. Restavo sotto il suo sguardo, ma ero libera di agire, di prendermi le mie responsabilità. 

Ho ottenuto un lavoro presso il Victoria and Albert Museum. 

Un bellissimo lavoro. 

Ho accesso a tantissimo materiale storico, sono circondata da cimeli e ogni giorno mi sento soddisfatta della vita che ho costruito. 

Porterò il tuo ricordo sempre nel mio cuore, mamma 

Tengo la sua foto sulla mia scrivania, per ricordarmi quanto forte può essere l’essere umano e quanta bellezza si possa ancora trovare nel mondo. 

 

Ma allora perché dopo tanto amore e tanto sacrificio, qualcuno è riuscito ad entrare nel mio appartamento e rovinare tutto? 

Un attimo...forse sto sognando! Ma certo, sto sognando, non c’è niente di vero in tutto questo!” 

<<No, non stai sognando. Sono proprio qui>> 

Come se mi avesse letta nel pensiero, in un attimo ritornai con la mente all’attimo che stavo vivendo. 

Era ancora lì? 

Provai ad alzarmi, ci riuscii. 

Rimasi con la schiena attaccata al muro, come a volermi proteggere, ma continuavo ad essere rivolta verso quella figura alta, vestita con una specie di tunica bianca. Passai le dita sul muro freddo: era così reale, troppo reale. 

<<Dimmi chi sei, dimmi cosa vuoi. Vuoi del denaro? Ne ho poco ma prenditelo comunque, l’importante è che tu te ne vada>> cercai di nascondere la paura nella mia voce, con scarsi risultati. 

L’uomo rise <<Non potrebbe importarmi meno del denaro. Io sono qui per te!>> “Per me?” decisi di stare al gioco, vedere dove voleva andare a parare. 

<<Se sei mio padre dimmi perché ti stai rifacendo vivo solo ora, non potevi semplicemente rimanertene dove sei stato fino ad adesso?>> “Domanda più che lecita, non che mi importi in ogni caso” pensai. Le classiche scuse non tardarono ad arrivare <<È complicato da spiegare...>> 

<<Ammetto che è una cosa molto realistica da dire per un padre assente. Questo deve essere decisamente un incubo...>> l’uomo continuava a sorridermi, come se fosse incurante di ciò che pensavo e dicevo. 

<<Non mi hai lasciato finire. È complicato da spiegare, eppure lo capirai molto presto! Ma ora devi venire con me...>> la sua voce era suadente, si rivolgeva a me con dolcezza. Improvvisamente mi sentii tentata di afferrare quella mano candida che mi tendeva dall’altra parte della stanza. Scrollai la testa cercando di rinsavire <<Sei impazzito per caso? Credi davvero che me ne andrei con uno sconosciuto che piomba in casa mia nella notte dicendo di essere mio padre? Puoi scordartelo!>>. 

L’uomo scrollò la testa con lieve disappunto, senza tuttavia perdere quell’aria benevola che lo aveva connotato fin dall’inizio. 

<<Mi dispiace tesoro, non hai il potere di decidere questo>> 
<<Non ho il potere? Non ho il potere?>> iniziai a gridare, avevo perso la pazienza <<Sparisci oppure i farò sparire io!>> afferrai la forbice che avevo lasciato sulla sedia della mia camera la sera prima, era l’unico oggetto contundente che avessi a disposizione. 

Non appena le afferrai, qualcosa che non sapevo spiegare e che mai avevo provato prima, un potere, una forza, me le strappò di mano e in una frazione di secondo quell’arma improvvisata era passata da me al mio oppositore. 

Rimasi scioccata e mi sentii impotente. 

<<Chi cazzo sei?>> gli gridai contro, in lacrime: mi sentivo improvvisamente vuota, senza difese, sola, come non ero mai stata prima. 

Con la vista offuscata dal pianto riuscii a vedere sfocato quel volto angelico sempre più vicino al mio, che mi guardava e mi sorrideva, come aveva fatto fin dall’inizio. 

<<Io sono Lucifero, la Stella del Mattino. Sono tuo padre e adesso verrai via con me>> 

 

     


                     





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