FanFiction Lady Oscar | Paris di anna_1755 | FanFiction Zone

 

  Paris

         

 

  

  

  

  

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di anna_1755 

36 capitoli (in corso) - 0 commenti - 2 seguaci - Vietata ai minori di 16 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaLady Oscar

Genere:

Storico - Romantico - Drammatico - Giallo

Annotazioni:

What If

Protagonisti:

Oscar François de Jarjayes - Andre' Grandier

Coppie:

Oscar François de Jarjayes/Andre' Grandier (Tipo di coppia «Generic»)

 

 

              

  


  

 Mimose 

 


  

Mimose

De Rougeror camminava nervosamente su e Gù per la stanza, mentre attendeva di essere ricevuto da Tichinov. 

S’era precipitato in piena notte a casa del prelato russo, ignorando qualsiasi regola di buona educazione, etichetta, consuetudine ed altro pur di mettere al corrente il prima possibile il prelato dell’esito del colloquio che l’ambasciatore aveva avuto con la Zarina Caterina II.

 

Con insistenza inammissibile e tale da mettere a rischio la sua stessa reputazione, De Rougeror era riuscito a farsi ricevere dalla zarina, subito dopo l’increscioso incidente accaduto al ricevimento che si era concluso in maniera forse rocambolesca.

Sì, adesso a ripensarci si poteva anche dire così ma sul momento persino De Rougeror s’era visto sprofondare nel baratro generato dall’affidamento a quel folle di Stevenov d’un esercito, se non d’una armata intera, che avesse preso a marciare verso la Francia…

 

Aveva confidato De Rougeror sul buon senso della zarina e sulla dimestichezza della donna con gli intrighi di corte…

La zarina era stata la principale artefice di tanti di essi e non aveva senso che lei adesso si fosse lasciata convincere.

 

Ora il vecchio ambasciatore vedeva quell’evento in tutta la sua terribile chiarezza. 

Una specie di finto attentato, architettato al solo scopo di screditare agli occhi della zarina il governo francese, per il tramite d’un personaggio la cui fama era giunta fino a Saint Petersburg, abilmente indotto a corte sfruttando l’inafferrabile attrazione che la sovrana poteva provare per una donna così simile a lei…

E così indurre la zarina a cedere ai desideri di conquista del prelato russo e dei suoi ignobili figli.

 

Quel quadro già di per sé era terribile ma adesso, dopo il colloquio con sua maestà quel che più preoccupava De Rougeror era la sorte di quella persona, obbligata a venire in Russia con la forza, sotto il ricatto di ammazzare due giovani altrettanto innocenti.

Nessuno avrebbe mai potuto credere ad un simile ricatto…

Questo era il sunto di tutta la faccenda.

 

De Rougeror sentiva nelle orecchie la voce della zarina, cauta, calma, ferma.

Dapprima la donna aveva chiesto il parere dell’ambasciatore e s’era fatta raccontare la storia…

La storia…

 

“Il padre l’ha cresciuta ed educata come un maschio…” – aveva preso a spiegare De Rougeror – “E mademoiselle appartiene ad una delle famiglie più devote ai sovrani di Francia che io abbia mai conosciuto…”.

“Per questo…” – aveva obiettato la zarina – “Per questo posso immaginare che lei non avrebbe mai disatteso un ordine del suo sovrano qualora l’avesse ricevuto…”.

“No…maestà…vi prego…” – aveva balbettato De Rougeror.

“Lasciatemi finire…” – l’interruppe l’altra – “E men che meno avrebbe mai potuto di propria iniziativa compiere un simile gesto correndo il rischio di infangare il buon nome del suo re!”.

 

Il ragionamento non faceva una piega…

Da qualsiasi angolazione lo si guardasse, non era proprio possibile che Mademoiselle de Jarjayes nulla avesse a che fare con quella storia.

 

“Maestà…posso assicurare…mademoiselle è immensamente devota al suo sovrano e non ha agito per iniziativa di Luigi XVI perché mai il mio re avrebbe potuto proporre un simile piano per attentare alla vostra vita”.

 

Caterina II aveva osservato impassibile il vecchio ambasciatore.

“E quando anche così fosse stato…” – aveva proseguito l’uomo tentando il tutto per tutto.

Le parole avevano avuto il pregio di suscitare lo stupore della zarina che s’era zittita, quasi trattenendo il respiro, come a chiedersi come avrebbe fatto quel povero ambasciatore a cavare d’impaccio la persona che stava in tutti i modi tentando di salvare.

“E quando avesse ricevuto un simile ordine…lei non l’avrebbe mai eseguito”.

“Volete dire che…”.

“Mademoiselle ha dovuto cedere a…ad una richiesta…ma…”.

 

De Rougeror scandiva le parole. Era dannatamente difficile mantenersi in bilico in quella situazione…

Nemmeno lui sapeva se e di chi poteva fidarsi.

 

“All’ultimo ha prevalso l’amore e la devozione per il suo sovrano che le hanno impedito di commettere quel gesto ignobile dalle conseguenze inevitabili e che avrebbe infangato il buon nome della Francia e di Re Luigi XVI…”.

“De Rougeror…siate più chiaro…”.

 

La voce della zarina era divenuta allora incombente ma stranamente risoluta e calma.

“Mademoiselle Oscar François de Jarjayes è arrivata in Russia…è stata portata in Russia se mi permettete di scegliere il termine adatto. E con lei sono giunte anche due giovani fanciulle, una è poco più che una bambina. Si è fatto leva sul suo buon cuore e sull’affetto che ella nutre per quelle due anime perdute per…per obbligarla a…”.

De Rougeror aveva tirato un respiro.

Quasi era caduto a terra per il disgusto d’essersi avventato in un terreno così macabro…

 

“Ho capito” – l’aveva interrotto la zarina – “Non è necessario che proseguiate…”.

Il tono s’era fatto freddo.

“Maestà” – insistette l’altro – “Io sono a conoscenza che il prelato Tichinov è molto vicino alla famiglia di Sua Maestà…ma…”.

“Monsieur…”.

 

Il tono della zarina s’era indurito e la donna s’era voltata per non consentire ad alcuno, ben che meno uno straniero, di cogliere il guizzo rabbioso che tendeva i lineamenti del viso.

De Rougeror aveva immaginato allora come non fosse stato facile per la sovrana scoprire tra le fila dei consiglieri e degli ufficiali che gremivano la sua corte, militari così spregiudicati da architettare un simile piano pur di accaparrarsi un esercito…

Tanto era evidente che quelli erano lì che s’annidavano…

Sarebbe stato dannatamente meglio avere a che fare con le mire espansionistiche e bellicose d’un re straniero. 

 

Era stato allora davvero incredibile ciò che l’imperatrice aveva rivelato a quel punto.

Davvero sopraffina la messinscena che la zarina aveva lasciato interpretare a Tichinov.

De Rougeror era quasi caduto a terra, tanto che un ministro, lì vicino, l’aveva guardato come a chiedergli se stava bene o se non gli fosse venuto un colpo.

Sì, perché era accaduto che anche Sua Maestà avesse nutrito dubbi verso il prelato e la sua famiglia. 

La devozione verso le gerarchie ecclesiastiche e la Chiesa non aveva adombrato la capacità della donna di vedere più lontano delle immediate apparenze che la personalità aurea ed altera di Tichinov poteva dimostrare.

 

Caterina II aveva intuito che Tichinov non era poi così devoto alla famiglia reale e che le sue mire di potere sarebbero andate contro gli interessi della Russia.

Forse in un altro momento, forse in altre circostanze, la zarina avrebbe anche potuto credere che il Re di Francia avrebbe avuto l’ardire e l’acume d’inviare un suo sicario, sotto le spoglie di una giovane donna educata dal padre a comandare soldati e ad impartire ordini militari, come appunto pareva essere accaduto, per attentare alla vita della zarina stessa.

Ma in quel momento, quello scenario era poco verosimile…

Luigi XVI non era sovrano di tali ambizioni e propositi.

 

“Monsieur De Rougeror…” – aveva concluso la zarina – “Ho compreso i vostri timori. Sappiate che ero già a conoscenza delle…intenzioni del prelato Tichinov…”.

“Maestà…”.

L’ambasciatore tremò.

 

“Non è stato solo il vostro Re Luigi XIV ad avere il suo Secret du Roi*…anche in Russia si usa indagare in segreto e anche qui i miei agenti compiono il loro dovere senza cedere alla tentazione del tradimento. E perciò vi assicuro che non intendo agire contro la Francia. So che non c’è alcun collegamento tra quanto accaduto oggi e il vostro sovrano Luigi XVI. Quanto al prelato Tichinov…questa purtroppo è una faccenda che riguarda il mio governo e non posso mettervi a parte delle mie decisioni. I miei consiglieri devono comprendere quante persone hanno aderito alla sua causa e quante persone sono coinvolte in questa faccenda. Il Principe Jurovsky è mio cugino e se si saprà ch’era al corrente di questo piano…converrete con me che la situazione è molto delicata. Dovrò essere io stessa a comprendere chi, tra coloro che mi circondano, mi sono davvero fedeli e chi, invece, è accecato da mire del tutto personali e pericolose…”.

 

“Maestà siete una sovrana degna del vostro impero…” – aveva commentato De Rougeror con le lacrime agli occhi asciugandosi la fronte.

Il dubbio sulla sorte di Mademoiselle de Jarjayes però restava lì, piantato come una lama…

 

“Non ho nulla in contrario che la nostra ospite francese possa tornare nel suo paese. Potete riferirlo voi stesso al prelato Tichinov…” – aveva replicato la zarina.

“Maestà…se voi…ecco…se voi…”.

 

Non era molto quella concessione, anche se già era meno di niente…

De Rougeror aveva intravisto uno spiraglio in quel colloquio, anche se sapeva bene che senza un ordine formale della zarina, Tichinov non si sarebbe mai piegato ad esaudire la richiesta di un semplice ambasciatore francese.

Soprattutto se nemmeno sospettava che il cerchio si stesse chiudendo su di lui…

Quello non era affare che un misero ambasciatore potesse gestire.

 

“Monsieur De Rougeror…io comprendo la vostra preoccupazione ma non posso intervenire su ospiti stranieri se essi non hanno fatto nulla di male contro il mio popolo o il mio regno…”.

“Oh…sì…”.

 

De Rougeror si era ritrovato a convenire con la zarina che non c’era modo d’intervenire…

Allora 

Doveva tentare comunque…

Per il momento era scongiurato il pericolo di una possibile campagna militare contro la Francia.

Ma la fuori c’erano sei persone, tutte francesi, pronte ad intervenire e ad entrare nella casa d’un religioso russo.

E allora sì che si sarebbe sfiorato l’incidente diplomatico trai due regni.

Doveva impedirlo De Rougeror e doveva tirare fuori Oscar François de Jarjayes da quella casa…

E non solo lei.

 

L’ambasciato francese era avvezzo a colloqui tesi e particolarmente difficili. 

Da tempo si era definitivamente stabilito in Russia e ricordava bene l’estrema fatica che aveva fatto, agli esordi della sua carriera, per farsi accettare da quella società così altera e chiusa e piena di sé e delle proprie tradizioni che riteneva superiori a quelle di tanti altri popoli.

 

Rozzi allevatori di capre…

 

Così li aveva sempre definiti De Rougeror quei dannati russi che arrivavano dalle steppe più lontane del paese.

 

Ignobili manovratori di rozzi allevatori di capre…

 

Così aveva sempre definito De Rougeror i prelati russi ed in special modo quelli che arrivavano al potere ma non disdegnavano i vizi della vita terrena, non da ultimo quello di perseguire la continuazione della propria discendenza.

§§§

De Rougeror vide Tichinov - impassibile fin dall’istante in cui aveva incrociato il suo sguardo - iniziare a tremare, non appena il primo gli comunicò l’intenzione della zarina di considerare chiuso e risolto l’incidente accaduto alla cerimonia.

Non si sarebbe dato seguito a nessun armamento di truppe né a nessuna marcia contro la Francia.

 

De Rougeror omise opportunamente di rivelare al prelato che la zarina era consapevole che quanto accaduto era stata solo una becera messinscena ordita per scopi del tutto lontani dal bene della patria.

 

Il russo parve ancora convinto che quel piano fosse in realtà ben congegnato, dal momento che attentare alla vita della sovrana era da considerarsi comunque un fatto gravissimo che nessuno alla corte avrebbe mai tollerato.

Tichinov parve quasi invasato a quella notizia.

Si voltò di scatto contro l’anziano ambasciatore, raggiungendolo, in pochi passi, il corpo ancora imponente ed austero nonostante l’età non più giovane.

 

“Dovete lasciare libera Mademoiselle De Jarjayes!” – insistette De Rougeror non lasciandosi intimorire dall’atteggiamento dell’altro.

“Non sono affari vostri. Io penso al bene della Russia e sono io che ho in custodia quella donna…” – gli replicò l’altro con voce rabbiosa.

“Sua Maestà ritiene che non ci sia nulla su cui investigare…quindi nessuno può essere tenuto “in custodia” come dite voi. Lasciatela uscire…me ne occuperò io…”.

 

De Rougeror insistette ancora.

Il vecchio ambasciatore comprese allora che anche la questione del fallito attentato era solo una scusa, una delle tante, che il prelato russo stava sollevando per non lasciare libera l’ospite straniera…

Dio…

Che altro poteva esserci nelle mire di quell’uomo…

 

“Voi non vi rendete conto…prelato Tichinov…quella donna è francese e semmai in Francia si venisse a sapere che un nobile, per giunta figlia di un generale dell’esercito, è stato trattenuto contro la sua volontà…Dio…non voglio pensare che voi non comprendiate cosa potrebbe accadere!”.

Obiezioni lecite, valide, obiettive…

Obiezioni che scivolarono sullo sguardo dell’altro come acqua tiepida sulla pelle.

 

“Fuori di qui!” – gridò Tichinov sollecitando con lo sguardo un servitore ad accompagnare alla porta il vecchio ambasciatore.

“Vi prego…vostra eccellenza…” – iniziò a piagnucolare De Rougeror quasi più per infastidire l’altro che non per suscitare la sua pietà – “Mademoiselle…devo vederla…”.

“Non prima che io sia andato fino in fondo in questa faccenda!”.

“Ma ve l’ho detto…Sua Maestà…”.

“La nostra sovrana è d’una bontà fulgida e proprio per questo è mio dovere accertarmi che davvero qualcuno non l’abbia ingannata…lo faccio nel suo esclusivo interesse…badate Monsieur De Rougeror…restate fuori da questa faccenda! E non vi azzardate a fornire aiuto a quegli stranieri che sono entrati nel nostro paese…mio figlio sta cercando gli altri!”.

“Gli…altri…” – balbettò De Rougeror impietrito dal significato delle affermazioni.

“Sì, monsieur…mi hanno confermato che alcuni di quelli hanno tentato d’entrare in casa mia…sono già nelle nostre mani. Ma sappiamo che ce ne sono altri fuori e che non resteranno liberi a lungo…vedete…monsieur…qui siamo in Russia e contrariamente alla Francia se un pericolo minaccia l’integrità del nostro paese è dovere di ciascuno fare il possibile per eliminare quel pericolo…anche se la nostra imperatrice non ritiene ci sia…”.

 

L’ambasciatore sentì il sangue gelarsi nelle vene…

“Voi non potete…” – sussurrò stranito.

 

Chi...chi…avevano preso…quando?

 

De Rougeror s’attaccò con tutte e due le mani allo stipite della porta tirando come un forsennato.

Si voltò per riprendere a parlare ma lo sguardo del prelato spezzò ogni residua speranza.

“Monsieur…quella donna mi ha confidato di voler restare in Russia…e come voi ben sapete io purtroppo non sono mai stato insensibile al fascino della bellezza…” – sibilò Tichinov livido.

“Buon Dio…prelato che dite?” – mormorò De Rougeror con un filo di voce mentre il sangue gli si fermava nelle vene.

“Ebbene…lei ha avuto l’ardire di concedersi a me e io adesso non posso venir meno ai miei doveri…dovrò prendermi cura di lei e della creatura che nascerà…perché solo così potrò espiare il mio peccato di fronte a Dio…se la lasciassi andare via equivarrebbe a cacciarla e l’Inferno si aprirebbe per la mia vita e la mia anima…”.

 

Se De Rougeror non era caduto a terra di fronte alle rivelazioni della zarina, poco ci mancava che cadesse a terra lì, trafitto dalle ennesime rivelazioni…

Ch’esse rispecchiassero una realtà già accaduta oppure il folle disegno che animava lo sguardo altrettanto folle del prelato poco importava…

 

L’uomo gridò e si dimenò e poco ci mancò che venisse scaraventato fuori giù dalle scale…

Invocò il nome di Gesù e di tutti i santi che se la portassero via davvero l’anima di quel demonio…

Lui era il vero demonio, silenzioso e crudele.

 

Il vento freddo lo colpì al viso e lui si ritrovò a camminare incerto sul sottile manto di ghiaccio che avvolgeva ogni cosa.

S’infilò di nuovo nella carrozza…

A Palais d’Hiver ormai non avrebbe più trovato nessuno sveglio che lo ricevesse a quell’ora, ma, dannazione…

Sarebbe rimasto là fuori fino all’alba, fino a quando la zarina non l’avesse ricevuto di nuovo…

 

Era buio pesto e De Rougeror si ritrovò ad osservare il profilo lucido e splendente della reggia illuminata dai gelidi raggi lunari.

Scese dalla carrozza e cominciò a camminare su e giù come un forsennato e quasi inciampò e quasi cadde a terra di nuovo se non che si ritrovò raccolto al volo da braccia possenti che lo sollevarono da terra.

 

L’ambasciatore balbettò qualcosa…

“Allora vecchio…ci vuoi dire che fine ha fatto il nostro comandante?”.

La voce severa e bassa di Romanov rimbombò per il viale vuoto e gelido.

 

Era accaduto alla fine che quella donna fosse diventata, per vie tortuose e singolari, davvero il comandante dei Soldati della Guardia Metropolitana di Parigi…

A tutti gli effetti! 

Anche se adesso quei soldati non si trovavano a Parigi e…

 

E guadagnandosi quel titolo non perché figlia di un generale al servizio di Sua Maestà Luigi XVI e non perché messa a comandare quei soldatacci per concessione della Regina Maria Antonietta…

Forse allora perché quella non s’era rassegnata a fuggire, da sola, benché ne avesse avuto mille volte l’occasione e la possibilità, e non si fosse rassegnata a lasciare due figlie del popolo, mocciose che non sarebbero mai interessate a nessuno se non per essere strumento della lucida pazzia di quei degenerati nobili russi.

E, per assurdo, persino perché gli aveva sparato addosso a quell’idiota di André che avrebbe voluto trascinarla via e lei no non c’era mica voluta andare…

 

Sul vecchio De Rougeror si piantarono occhi ansiosi e spalancati…

Ma l’altro pareva nemmeno vederli, lo sguardo fisso e l’andatura incerta.

“Voi siete pazzi…tutti quanti! Che ci fate ancora qua fuori? Quelli vi stanno cercando e voi siete qui…ancora qui…gli altri…Dio…dove sono i vostri compagni?”.

 

Biascicava parole senza senso.

“Siete tutti pazzi…sono tutti pazzi…quell’uomo è pazzo…”.

 

Romanov lo prese per la giacca quasi sollevandolo da terra.

“Vecchio che stai blaterando?!! Ci sono solo io qua fuori! E io non sono pazzo e nemmeno i miei compagni lo sono…dannazione…vogliamo solo riavere il nostro comandante! Quindi vedi di piantarla con questa lagna e dimmi che fine ha fatto?”.

 

A Romanov non pareva proprio interessare il fatto che ciò a cui erano appena scampati i due paesi fosse una guerra…

Una vera e dannata guerra…

Non di quelle che si combattevano a Parigi per un pezzo di pane o una testa di pesce marcio!

 

“E quella donna…quella…sovrana non vorrà mica sfidare la Francia?”.

Il discorso spiccio fece effetto mentre De Rougeror aveva preso a sudare anche se là fuori faceva un freddo cane.

“No…Buon Dio…no…la zarina…ha compreso che…”.

“Ah! Lo ha capito che noi non ci può sfidare nessuno e che non andiamo mica in giro per il mondo ad ammazzare regine! Figuriamoci quello smidollato del re di Francia!”.

“Sì…ma…vedete…” - riprese a balbettare l’ambasciatore guardandosi attorno e scorrendo allo spazio vuoto…

 

L’energumeno parigino era davvero solo.

“Dov’è André?” – chiese con un filo di voce tentando di mantenersi in equilibrio sul ghiaccio e stringendosi il pastrano addosso.

“Ti ho fatto una domanda vecchio!” – proseguì Romanov stringendo di più la presa.

 

Quel continuo andirivieni di notizie e di sconfitte stava innervosendo tutti e anche il soldato, quello che da sempre aveva storto il naso disgustato dalla presenza di una donna al comando dei Soldati della Guardia, si era stancato di ricevere le solite giustificazioni che inneggiavano alla prudenza, alla cautela, e si era stancato di non ottenere mai uno straccio di risultato, fosse anche la possibilità di assestare un bel calcio nel sedere a quei dannati russi che si erano presi la sorella di Diane e il suo comandante e una mocciosa figlia della città di Parigi.

 

“Prima ditemi dov’è André?” – chiese De Rougeror sempre più allarmato con un filo di voce.

“Non voleva più aspettare …” – disse Romanov – “Dopo quello che ha saputo da voi è corso di nuovo a Palais Mensinkov…”

“Dio…no…” – balbettò il vecchio – “Allora…allora anche lui è stato preso…”.

“Che vai dicendo?”.

 

La voce di Romanov si perse alla rivelazione gelida dell’altro.

“E’ troppo pericoloso…se quella gente lo scopre è capace di ammazzarlo all’istante…”.

“André…quello si farebbe ammazzare all’istante per quella donna!” – intervenne di nuovo Romanov – “Ormai lo hanno capito anche i sassi. E André lo sa bene che adesso quella gente sa che noi siamo qua fuori…”.

“No…devo fare presto allora…” – biascicò il vecchio tra sé e sé.

“Senti vecchio bacucco…io ne ho le scatole piene dei tuoi ragionamenti!” – imprecò il soldato – “Diane è la sorella di Alain e noi dobbiamo tirarla fuori da là dentro e poi c’è quella dannata mocciosa e…Cristo…il nostro comandante…noi vogliamo riportarla a Parigi…sappiamo che non c’è venuta qua…da sola…dannazione!”.

“Dannazione…dannazione…” – De Rougeror s’infilò dietro le imprecazioni del soldato – “Siete degli stupidi…non capite!”.

“E allora spiegati dannato vecchio!” – sentenziò Romanov.

“I tuoi compagni! Tichinov mi ha detto che alcuni dei tuoi compagni sono stati presi!”.

 

Romanov mollò la presa e l’altro quasi cascò a terra come un sacco vuoto.

“Non è possibile…”.

“Siete degli stupidi! Ve l’avevo detto di stare lontano da quella casa…e adesso? E adesso?”.

De Rougeror si prese le mani nelle mani…

 

“Devo parlare con la zarina…solo lei…solo lei può impedire che qualcuno faccia del male a mademoiselle…”.

“Che intendi…dire?” – soffiò Romanov aggrottando lo sguardo.

“Tichinov non vuole lasciarla andare…il vostro comandante gli serve…”.

“E a che diavolo gli servirebbe un comandante che non può più comandare niente? Non avete detto voi che questa regina non vuole andare contro la Francia? Non credo proprio che dopo quello che è accaduto lascerà il nostro comandante a comandare i suoi soldati!”.

Romanov acuì volutamente il tono roboante della voce come a sottolineare l’assurdità di tutta quella faccenda.

“Lo so. Lo so…ma quell’uomo…vuole…vuole lei!” – replicò De Rougeror mentre si asciugava la bocca e pestava i piedi per scaldarsi.

“Lei? Che cosa?” – saltò su l’altro sgranando gli occhi - “Come sarebbe a dire?”.

“Quell’uomo è un religioso…ma ha sempre voluto avere dei figli. In questa casa ce ne sono già due, ma so per certo che ne ha avuti altri, da altre donne…e probabilmente questa volta vuole provare a…dannazione!” – imprecò De Rougeror – “Mi ha detto che sarebbe già accaduto e che lei…lei aspetta un bambino…”.

“Che cosa?”.

Romanov sollevò di nuovo il pover’uomo che si ritrovò a gambe penzoloni.

“Che dannazione avrebbe fatto al nostro comandante?”.

“Oh…” – tossì l’altro sentendosi soffocare – “Non lo so…lui me l’ha fatto capire…non lo so se è accaduto…”.

“Ecco…se non sarà André ad ammazzarlo quello…” – bofonchiò Romanov – “Sarò io che l’ammazzo quel dannato prete se ha osato torcere un capello al nostro comandante…”.

“Sentite…non avvicinatevi al palazzo…”.

“Tu sei matto vecchio!”.

“Ma no…”.

“No un corno! André è andato là…devo trovarlo…e se quelli hanno i nostri compagni allora butterò giù la porta a calci…”.

“Ma per tutti i santi! Che dite! Quella è la casa d’un religioso…non si può!”.

“Fosse anche la casa del Papa io la porta la butto giù”.

 

“Vi prego…non fate sciocchezze…io adesso devo restare qui…devo parlare con la zarina. Senza il suo appoggio non possiamo fare niente. Se tenterete di assaltare il palazzo non andrete oltre il cancello principale e avrete buttato via la vostra vita per niente. Lasciate che provi in un altro modo…”.

Romanov lasciò la presa e l’altro ricadde giù e ci finì a terra davvero questa volta.

“Scusate…” – bofonchiò il soldato ficcandosi il cappuccio sulla testa – “Vado a riprendermi i miei amici e il mio comandante…”.

Il soldato non si prodigò in salamelecchi.

“Vi prego…fate attenzione…” – saltò su l’ambasciatore rincorrendolo – “Aspettate…sentite…se doveste…se doveste trovarli i vostri compagni allora tornate alla mia casa…”.

“Non verranno a cercarci di novo lì?”.

“Adesso è diverso…la zarina non tollererà un simile gesto due volte…il Prelato Tichinov è molto furbo e lo capirà prima o poi che il suo piano non ha funzionato e non funzionerà mai. E non potrà inimicarsi nessuno a corte se non vorrà rischiare di finire in disgrazia…”.

“Vecchio…è vero quello che hai detto?”.

“Che…che cosa…a cosa vi riferite?”.

Ne aveva dette tante De Rougeror in quello sproloquio repentino e surreale che c’era davvero da non potersi più raccapezzare.

“Che quelli hanno i miei amici?”.

“Tichinov così ha detto! Che alcuni li hanno presi…”.

“Quindi forse André non è con loro…se gli racconterò quello che ha fatto quel demonio…ad André verrà un colpo…”.

“Che intendete dire? Pe…perché?”.

“Perché? Quello è innamorato pazzo del comandante! Si butterebbe nel fuoco per quella donna e io…adesso…”.

“E voi?”.

“E io non saprei dargli torto…”.

Romanov si avviò.

“Sapete…” – mormorò con un filo di voce De Rougeror rincorrendolo con lo sguardo – “Io li avevo conosciuto tanti anni fa…allora erano giovani…li avevo solo osservati da lontano e…”.

“E?” – Romanov si bloccò.

“Anche allora…anche allora sono convinto che André volesse bene a mademoiselle…lo dico davvero…”.

Romanov sputò a terra.

“Ci vediamo vecchio! Te li porto tutti a casa…”.

§§§

A casa…

Dannazione…

 

Il rumore sordo e lento e pieno della Senna che scorreva sempre uguale a sé stessa, ingoiando le voci dei parigini e i rintocchi delle campane del vespro e quell’aria colma d’ebrezza e di tepore primaverile che prendeva a scivolare sempre, ogni stagione.

Quello che adesso i tre s’immaginavano stesse piano piano tornando a scorrere infilandosi tra le vie sudicie e vive di Parigi…

E loro lì a marcire in quella cella gelida.

Se non li avevano ammazzati subito c’era una ragione…

 

“Che idioti!” – blaterò Voltaire – “Proprio degli idioti! Entrare in questa casa…è stato troppo facile!”.

Alain era seduto a terra.

“Avrei dovuto capirlo che Diane era in pericolo…” – mormorò tra sé e sé – “Lo avrei dovuto capire…a Parigi…lei era felice…era cambiata. Io credevo fosse perché aveva conosciuto André…se le avessi parlato…se non avessi voluto fare di testa mia e pensare che…”.

“E che colpa ne hai tu?” – gli rispose Voltaire – “Quelli sono stati furbi…hanno portato via Diane e noi abbiamo pensato fosse stata lei…quella donna…sono stato un’idiota anch’io a credere a quella storia. André ce lo aveva detto. Quella donna è sempre stata sincera. Ha aiutato Lasalle quando è stato necessario…”.

“E noi l’abbiamo giudicata solo perché nobile…senza conoscerla…senza sapere nulla su di lei…siamo peggio di tanti nobili che giudicano noi solo perché siamo plebei…”.

“Dobbiamo andarcene…” – esclamò Lasalle – “L’ambasciatore ha detto che quella gente è pericolosa…ci ammazzeranno…Dio…”.

“Già…” – borbottò Voltaire chiudendosi più a fondo nel mantello – “Chissà dov’è Dio adesso?”.

“Quel dannato spagnolo è riuscito a svignarsela…è più veloce d’un ratto di fogna…” – riprese Lasalle.

“Per fortuna…spe…speriamo che trovi André e Romanov…”.

“Già…e speriamo che quelli non siano così pazzi da decidere di entrare di nuovo qua dentro…”.

“E’ impossibile…” – glissò Alain – “Noi ci siamo finiti come topi in quella trappola…non credo che il gioco verrà ripetuto …ma non potrei giurarci che André non ci proverà. Eppure… questa gente deve volere altro…”.

 

I tre si zittirono…

I sensi colpiti dall’andirivieni di rumori…

 

Che diavolo stava accadendo?

 

Se lo chiesero i tre, con gli occhi, mantenendosi muti…

Alain si alzò e anche Voltaire e Lasalle mentre dalla loro cella udivano una sequenza concitata di rumori, suoni secchi e poi tonfi e grida…

§§§

Voleva altro in effetti quella gente…

Altro di così dannatamente surreale d’apparire impossibile.

Il Colonnello Stevenov era stato chiaro. 

Diane e Mimose non si sarebbero salvate.

Era tutto così surreale…

E adesso era chiaro che…

 

Chissà dov’era Dio in quel momento…

 

Chiusa nel gelo della cella Oscar era chiusa sul corpo di Mimose che aveva smesso di tremare.

Lei gli parlava e l’accarezzava e le chiedeva di guardarla…

E Mimose era stanca e avrebbe voluto dormire.

 

“Solo un poco…davvero mademoiselle…ho sonno e sono stanca…” – pigolava la bambina.

“No…non puoi dormire…” – la rimproverò fintamente Oscar – “Devi farmi compagnia. Ricordi? Me l’avevi promesso…questo era il nostro patto all’Entrague. E anche se non siamo a Parigi…devi farmi compagnia…”.

 

Il tono volutamente severo…

“Ma sono tanto stanca…”.

“Da dove vieni Mimose? E poi questo nome…chi te l’ha dato?”.

La bambina tacque qualche istante.

“Non lo sai?” – chiese Oscar nel dubbio d’aver osato troppo.

“Non lo so…da dove vengo. Io mi ricordo la cucina dell’Entrague perché lì c’erano cose buone da mangiare. Una sera Madame Velien mi ha fatto entrare e mi ha detto che se l’avessi aiutata nei lavori mi avrebbe dato da mangiare e io sono rimasta lì. Però…”.

Il respiro si perse un poco…

 

“Madame mi ha detto che io ero figlia di una persona cattiva e che l’unico modo che avevo per non diventare cattiva anch’io era di lavorare bene di fare tutto ciò che mi diceva lei…”.

 

Oscar continuò ad accarezzarla. All’improvviso le dita si chiusero stringendo un poco le ciocche castane lucide e pulite…

 

“Sapete…una sera sentii madame che parlava con un uomo…parlavano di me e madame disse a quell’uomo che io avevo nove anni”.

“Quando è successo?”.

“Credo…non lo so…forse l’anno scorso…”.

“E poi?”.

 

Fu la volta di Mimose di stringersi addosso all’altra affondando nella stoffa tiepida di respiro e di perduta follia…

“Quell’uomo mi fece un sorriso e disse che ero bella e che non gli era mai capitato d’incontrare una bambina di nove anni…insomma come me e…”.

“Va bene…ho capito…non importa…” – l’interruppe lei stringendosela addosso.

“Però dopo madame mi ha dato da mangiare più del solito…è così che accadeva sempre…”.

“Sì, certo…”.

Il respiro si fece secco e teso…

 

“Raccontami che cosa hai fatto da quando hai conosciuto…Dorian…il fidanzato di Diane…”.

“Oh…Dorian…lui è sempre stato gentile con me…”.

“Davvero?”.

 

Oscar si stupì…

S’immaginò che il giudizio derivasse dall’ingenuità della bambina, anche se sapeva che Mimose veniva da un mondo che d’innocente aveva ben poco.

“Sì…”.

“E che cosa ti diceva?”.

“Lui…lui mi ha insegnato a scrivere qualche lettera. Lo ha fatto anche con Diane. Ma ogni tanto si arrabbiava e…e diceva che lui doveva fare così…che lui era diverso e non poteva fare altrimenti…”.

Un altro sbadiglio…

 

“No…ascolta…ascolta Mimose…raccontami tutto…ti ha…ti ha fatto del male?”.

“No…no mademoiselle…lui no. Lui era buono…”.

 

L’affermazione ripetuta con insistenza.

Che intendeva dire Mimose? 

Possibile che la bambina fosse riuscita a trovare qualcosa di buono in quella specie di demonio?

 

“Lui mi teneva stretta. E…mi accarezzava…”.

 

No…no…

 

Oscar si disse che non c’era nulla di buono, nulla…

 

“Aspettate…” – Mimose si sollevò un poco – “Mademoiselle…ho capito cosa volete dire. Sapete…a Parigi…a Parigi ci sono state persone che mi hanno fatto male. Ma voi non l’avete fatto…e nemmeno lui. Dorian è sempre stato gentile. Mi ha tenuto con sé tante notti, perché avevo paura di restare sola…e mi lasciava dormire. Invece…quella volta che è arrivato quell’altro…suo fratello. Lui no…non è stato gentile con me. Lui mi ha fatto male…”.

 

Oscar mise una mano sulla bocca di Mimose.

D’istinto…

Basta…basta non ce la faceva più ad ascoltare…

Stupida…stupida era stata a volerlo sapere cosa fosse accaduto e cosa sarebbe potuto accadere se adesso lei avesse ceduto.

Doveva immaginarlo…

 

L’esile spiraglio di speranza infuso dal giudizio della bambina su Dorian Vassiliev s’infranse contro la realtà.

Che quel giovane si fosse comportato diversamente non equivaleva ad affermare che diverso lo fosse davvero.

 

Dio…dove sei?

 

Oscar si strinse a Mimose.

Nel silenzio i respiri procedevano assieme, calmi e ritmati, quieti come se si fosse ad osservare lo scorrere muto della Senna, al tramonto, e l’unica consolazione la dava quella luce intensa e brillante del cielo, quasi a togliere il fiato, mentre la notte avanzava ed inghiottiva le forze ed i sogni…

 

Il chiavistello cigolò un poco.

Oscar sollevò lo sguardo per ritrovarsi gli occhi di Diane addosso.

“Diane…ti prego…fai uscire Mimose…non può restare qui dentro…” – chiese Oscar sperando di porre fine in qualche modo a quella tortura.

 

L’altra non parlò appoggiando addosso ad entrambe una coperta di lana e poco lontano una ciotola…

Il vapore intenso del liquido caldo si espanse risvegliando i sensi.

Oscar sollevò lo sguardo e dietro Diane scorse l’azzurro severo di Dorian Vassiliev.

“Fate uscire Mimose…”.

 

Solo quelle parole ebbe il tempo di pronunciare perché passi pesanti e veloci sormontarono persino il respiro…

La porta si spalancò d’impeto e il giovane quasi finì scaraventato dentro la stanza…

“Tu stai sfidando la sorte maledetto!”.

 

Stevenov s’avventò contro il fratello afferrandolo per la giacca e spingendolo indietro fino a farlo schiantare contro la parete.

L’altro pareva assurdamente incapace di reagire, o forse non lo voleva o forse…

 

“Chi ti ha dato il permesso di mandare via le mie guardie? Per poco quelli non riuscivano ad entrare e a portarsi via…”.

 

Oscar si scosse…

Quelli?

 

Vassiliev non si scompose piantando addosso al fratello uno sguardo cinico.

“I tuoi sistemi non hanno portato a niente fratello…” – sibilò – “Ma adesso tre di quelli sono chiusi qua dentro!”.

 

Oscar fu costretta a quel punto a sollevarsi.

Mimose si svegliò

 

André…

No…

 

“Sta bene ma non osare farlo mai più! Mio padre ed io non ti perdoneremo una seconda volta…”.

“E io invece ti dico che la cosa potrebbe funzionare…”.

 

Gli occhi s’abbassarono ed incrociarono quelli di Oscar.

 

No…

Dio…no…

 

“Che intendi dire dannato?” – digrignò Stevenov – “Non mi piacciono i tuoi di giochetti! A te interessa solo vedere chi ha il potere di governare le menti degli altri…ma…”.

“Appunto…se quelli là fuori sapranno che lei è qui…”.

“Sei pazzo!”.

“Non più di te…li attirerai in trappola e quelli saranno tutti tuoi…”.

 

Stevenov allentò la presa mentre lo sguardo già folle di rabbia si trasfigurò all’idea di riuscire a prenderli tutti quei dannati stranieri e così forse riuscire a convincere la zarina che lui aveva ragione e che erano francesi quelli che volevano attentare alla vita della sovrana…

 

“Ci penso io!” – sibilò Vassiliev lasciando definitivamente la giacca del fratello che sgusciò di lato e sistemandosi il colletto tese la mano verso Diane per indurla ad alzarsi.

“Diane…andiamo…”.

“Diane…no…non andare!”.

 

Oscar si alzò tirando come una forsennata per sgusciare dalla presa della catena, intuendo il piano macabro…

“Oh usciremo tutti da questa stanza” – la gelò Stevenov – “Tranne la mocciosa”.

“No!”.

“Sapete cosa l’aspetta se…”.

 

“Porca…porca puttana!”.

Voltaire rimase impietrito.

La porta della cella era stata aperta e i tre erano stati spinti fuori, le mani legate dietro la schiena, in fila…

 

“Porca…guarda!” – imprecò di nuovo mentre Alain pareva perdere il respiro e poco lontano da sé vedeva sfilare Diane in compagnia di quel dannato giovane.

E poi dietro…

“Il comandante…Alain quella è il nostro comandante!”.

“E…e…e quello è l’ufficiale russo…al…al…allora André aveva ragione…” – balbettò Lasalle.

“Che diavolo sta succedendo Alain?” – chiese Voltaire preoccupato.

“Non lo so…dannazione…”.

 

Oscar sollevò lo sguardo e per un istante smise di respirare.

Si permise di controllare, di sbieco, chi fossero…

Erano i suoi soldati…

Li riconobbe e tra loro…

Certo, dannazione, non era una gran consolazione…

Ma almeno…

Andrè non c’era…

Non era lì…

§§§

“Olà…monsieur…”.

La mano sulla spalla fece trasalire André che al buio, in silenzio, tentava di comprendere dove fossero finiti gli altri e che cosa fosse accaduto visto che Palais Mensinkov pareva immerso in una coltre di ovattata sonnolenza. 

 

La nebbia avvolgeva lo sguardo e da lontano s’intravedevano luci fioche…

E lui camminava, camminava mentre se l’aspettava da un momento all’altro di ritrovarsi davanti agli occhi un drappello di soldati, guardie o chiunque fosse lì a presidiare i cancelli e le mura…

Niente…

Niente se non appunto gli occhi sgranati dello spagnolo ch’era riuscito ad avvicinarlo, sbucato da chissà dove e…

“Che cosa è successo?”.

 

André ascoltò il racconto…

Il pensiero trafitto dalla certezza che ogni passo compiuto non fosse in realtà frutto di un caso o della loro ormai dubbia capacità di sorprendere l’avversario, ma, semmai tutto il contrario.

I suoi compagni adesso erano là dentro e…

“Non ho potuto fare niente…io sono riuscito a scomparire nel buio ma loro…”.

 

“Loro sono là dentro!”.

Alle spalle, il timbro conosciuto di Romanov.

“Romanov…sei qui?”.

“So già quello che è accaduto…l’ambasciatore è tornato…l’ho visto…pare che per adesso nessuno di questo paese abbia intenzione di muover guerra alla Francia…”.

Il tono era sprezzante, come a dire…

 

E se fosse accaduto gliel’avrei fatta vedere io a questi maledetti russi, e non me ne sarebbe importato un accidente della guerra, al diavolo la guerra, ma adesso m’interessa riavere i miei compagni e il mio comandante!

 

“E il comandante?” – chiese André.

“Ecco…io…veramente…”.

 

Non era del soldato prendere a balbettare come invece di consueto accadeva a Lasalle…

“Parla…Dio…se sai qualcosa…”.

 

Romanov tirò un respiro più fondo e poi fissò l’altro.

“L’ambasciatore…a dirti la verità…quello mi pareva un po’…”.

 

Le dita si portarono alla tempia come a dire che il vecchio gli era parso alquanto confuso.

“Avrebbe detto che il comandante e quell’uomo…quel religioso…”.

“Romanov…per carità…che sta accadendo?”.

“Quello vuole il nostro comandante!”.

“Vuole?” – sibilò André senza respiro.

 

Come a dire che l’aveva capita l’accezione dell’intenzione…

“Devo entrare là dentro!”.

 

Si voltò di scatto…

“Aspettate…monsieur…” – lo richiamò Joaquin – “E’ impossibile…”.

“Da dove siete entrati voi?”.

 

André glielo impose all’altro di dirglielo, con lo sguardo e il corpo incombente e straziato…

“Da…da…c’è una specie di porta che conduce alla grande serra sul retro della casa…”.

“André non essere incosciente…dopo quello che è successo figurati se la porta l’hanno lasciata aperta!” – sentenziò Romanov accodandosi agli altri due.

 

Sì che era aperta dannazione quella porta…

Aperta seppure accostata…

“Che questa gente sia dannata!” – esclamò Romanov ritrovandosi dentro il giardino vuoto e silenzioso – “Come è possibile che non ci sia neppure un soldato?”.

“Temo che quelli lo stiano facendo apposta” – sibilò lo spagnolo che sentiva il sangue rallentare, lo sguardo all’erta in cerca del guizzo di baionette o spade che avrebbero finito per inchiodarli lì dentro e per sempre questa volta.

 

André proseguì ancora ed ancora…

Il buio acuiva i sensi, il cuore batteva e dannazione pareva emettere suoni infernali che chiunque avrebbe raccolto.

E allora per loro sarebbe stata la fine…

 

Il gelo asciutto tagliava i muscoli.

I tre si bloccarono di colpo intuendo lo strano gruppo di figure, immobile, che s’apriva davanti agli occhi. Statico, marmoreo, quasi inanimato…

Se non che essi si ritrovarono negli occhi gli occhi del loro comandante e accanto a lei c’era quell’ufficiale russo…

E poco dietro Alain e Voltaire e Lasalle…

In disparte, silenziosi spettatori Dorian Vassiliev e Diane.

“Fate silenzio…” – sibilò agli altri.

 

Il tempo di comprendere e portare la mano all’elsa delle spade ed all’impugnatura delle pistole.

André fissò Oscar e poi…

 

Это вам (Questa è per voi)” – sibilò Stevenov allungando una pistola.

Il calcio sospeso e Oscar che stravolta non comprendeva.

No, non poteva accettare una simile sfida…

“Ve lo rammentate vero cosa vi dissi a Parigi? Semmai la vostra vita fosse stata in pericolo…allora per voi sarebbe stato più semplice uccidere un uomo…”.

 

“Che dannazione sta blaterando quello?”.

Voltaire osservava in cagnesco la scena che si dipanava davanti agli occhi.

Alain era furioso. Gli occhi piantati su Diane che a sua volta lo guardava e pareva aver intuito…

La giovane corse alla mano di Dorian. 

 

Questi se ne stava impassibile ma gli occhi erano stranamente cupi, severi, immersi nella visione che aveva davanti a sé e che lui, soltanto lui, con la sopraffina abilità di sfruttare al meglio le debolezze umane era riuscito a mettere in scena.

Persino quell’arrogante di Georghy Stevenov, suo fratello, aveva ceduto alla propria sete di potere e s’era lasciato convincere a portare fuori la preda del padre e gli stranieri già finiti in trappola per tendere una trappola anche agli altri, lasciati entrare gli stranieri, liberamente, per vedere chi tra tutti quelli avrebbe dato sfogo per primo ai propri istintivi desideri.

 

La pazzia di quell’uomo che aveva attraversato mezza Europa per trovare la donna che amava…

O quella del fratello che voleva il suo esercito per muovere guerra alla Francia…

O l’amore viscerale del soldato francese per Diane…

 

E mademoiselle, avrebbe finalmente ceduto sacrificando la vita di quella mocciosa pur di mettere fine alla propria prigionia e fuggire, dato che l’occasione per farlo ce l’aveva sotto gli occhi e le sarebbe bastato molto poco per approfittarne?

 

Un coacervo di desideri gli uni contro gli altri…

E lui lì ad assaggiare la vittoria d’esserci riuscito.

E lui lì silenzioso spettatore in attesa di veder confermate le sue tesi sull’arroganza dei sentimenti umani…

A lui importava scovare solo una persona…

Quella non era lì, ma sarebbe arrivata…

Quella era l’unica persona capace di muovere gl’istinti di quella donna.

Solo quello gl’importava.

 

“Dorian…che sta accadendo?” – chiese Diane.

 

Tutto surreale…

“Non posso farlo…” – sibilò Oscar severa mantenendosi su Stevenov.

“Lo immaginavo! La mia non era una proposta ma una concessione! Perché o sparate voi o lo farò io al vostro posto. Questi uomini sono entrati nella mia casa e dalle mie parti c’è solo un modo per lavare una simile onta…”.

Stevenov allungò il braccio…

 

Oscar sentì il respiro venir meno…

“Colonnello Stevenov…non potete ucciderli…”.

“Non tutti e tre assieme s’intende. E’ ovvio. Io ho una sola pistola con me…”.

 

L’arroganza elevata a sfidare chiunque, per superare un limite impossibile…

L’arroganza fine a sé stessa…

 

“Hai sentito Alain? Quello ha un’arma soltanto…non c’è nessuno qua attorno. Io ci provo…” – biascicò Voltaire stringendo e stirando le dita delle mani.

“Non muoverti idiota…” - sussurrò Alain – “Voglio capire fin dove vuole arrivare quello…”.

 

“Io sparerò ad uno di loro e dovrò ovviamente scegliere a chi…”.

Stevenov sollevò il braccio teso verso i tre che se ne stavano spalle al muro, le braccia slegate…

Liberi di muoversi ma per fare cosa?

 

La canna della pistola puntò verso il soldato più giovane, Lasalle Gerard.

“Quello che vi correva sempre dietro a Parigi? – sibilò Stevenov – “Oppure?

Il braccio si mosse impercettibilmente contro Voltaire.

“Oppure quel soldato che vi avrebbe volentieri fatto la pelle?”.

La faccia di Voltaire s’incupì e la gola grugnì di rabbia perché era vero quello che stava dicendo quel dannato, ma dannazione adesso non era più così…

 

Un altro movimento leggero…

“O lui…” – la bocca dell’arma puntata contro Alain – “Quello che vi puntava un coltello alla gola a Place Dauphine? Sì…forse la morte di questo qui darebbe soddisfazione anche a voi!!”.

Rise Stevenov...

 

“Uno dei tre riuscirò ad ammazzarlo…ma gli altri? Che faranno? Chi dei tre accetterà che un loro compagno muoia così e chi dei tre non vorrà essere il primo a crepare?”.

Alain comprese.

Anche i suoi muscoli si spezzarono mentre il sangue si gelava…

 

“Maledetto…” – sibilò stringendo i pugni ed immobilizzandosi, imbrigliando quel guizzo che aveva trattenuto fino a quel momento nelle braccia e nelle gambe pronto a trovare l’istante adatto per saltare addosso all’altro.

 

“Allora?” – proseguì Stevenov – “Lascerete a me questo incarico? Sono i vostri uomini…sono francesi come voi. Consentirete che uno di essi subisca l’onta di morire per mano di uno straniero in terra straniera!?”.

 

Oscar sollevò la mano…

“Alain ma il comandante non vorrà mica spararci?” – mormorò Lasalle impietrito.

L’altro tirò un respiro più fondo incapace di rispondere.

 

La pistola passò di mano e Oscar strinse l’impugnatura.

Il pollice s’allungò sul cane anche se l’arma restava a mezz’aria…

 

Rise di nuovo Stevenov.

“Dimenticavo…badate…potreste anche mirare a me ed uccidermi…ma se lo farete…la piccola che vi sta tanto a cuore…”.

Parole sospese…

 

Oscar continuò a guardarlo, impassibile.

No, non l’aveva neppure pensata l’eventualità che le veniva prospettata dalla mente folle dell’altro.

“Chi è il vostro padrone mademoiselle?” – sibilò cinicamente il russo.

 

La pistola si sollevò, il braccio rimase piegato, non si stese come avrebbe dovuto…

La canna puntata alla tempia.

Lo sguardo dritto verso Stevenov come a dire che lei non aveva padroni…

Un’eventualità che il russo forse non aveva calcolato…

 

“Per tutti i santi…”.

Voltaire si portò le mani ai capelli.

“No…non…” – Alain gridò – “Non fatelo!”.

 

Tutto surreale…

Oscar chiuse gli occhi e per un istante quelli di Stevenov si sgranarono di fronte alla scena. 

Non l’avrebbe avuta vinta nemmeno questa volta perché di fronte alla scelta…

No, non ci aveva proprio pensato che quella…

Oscar stava scegliendo se stessa…

 

Dannata donna…che comandante siete se avete così poco a cuore la vostra vita da gettarla via per tre avanzi di galera come noi?

 

Alain se lo domandava mentre i muscoli scattavano in avanti colmando la distanza che lo separava dal suo comandante e dal russo.

E così fecero Lasalle Gerard e Voltaire…

Per fermarla innanzi tutto e per…

 

I passi furono soltanto due…

Di nuovo impietriti i tre si fermarono perché alle proprie spalle udirono altri passi e la mente si fissò su quello che accadeva di fronte.

 

Lo sguardo si sgranò davanti all’evolversi della scena alle spalle.

Il russo, quell’altro, si era mosso venendo verso di loro…

La pistola puntata contro…

Non contro di loro.

Se ne accorsero Alain e Voltaire e Lasalle.

Se ne accorsero intuendo dietro di loro altri passi…

Alle spalle Romanov e André sbucarono nel cortile, assieme allo spagnolo…

 

Oscar lo vide André davanti a sé…

“Non dovevi venire…no…” – disse a denti stretti tenendo la pistola puntata alla tempia.

Non poteva farlo, non davanti a lui…

Non…

 

Anche lei ascoltò dietro di sé e gli occhi corsero alla pistola che sbucò per sorpassarla, piantandosi contro il gruppo di soldati fermo davanti a loro.

Ora erano in sei davanti a sé

Ma la pistola di Vassiliev era puntata contro quei sei…

André era lì in mezzo…

 

“Mademoiselle…vi consiglio di non farlo…se morirete io ammazzerò l’uomo che amate…lui sarà il primo!”.

La voce di Vassiliev accompagnò lo scatto del cane della pistola armato.

Oscar scorse il contrarsi istantaneo delle dita che premevano sul grilletto.

 

“Voi non potete morire…fate quello che vi ha chiesto mio fratello…o lo farò io per voi…” – proseguì Vassiliev.

 

Lei abbassò leggermente la pistola. Alla sua destra poteva osservare il profilo dei due fratelli…

Il Colonnello Stevenov lucidamente ebbro d’aver ritrovato nel fratello un alleato capace di scovare il punto debole dell’avversario ed insinuarsi in esso per guidare la mente e le scelte delle persone.

 

E poi c’era il giovane Dorian Vassiliev. 

Gli occhi stranamente cupi, come se da essi trasparisse la certezza che nemmeno quella minaccia l’avrebbe piegata.

“Allora?” – l’incalzò Vassiliev.

 

Il bracciò destro prese ad allungarsi verso il basso…

Fu un istante ed esso si tese di nuovo.

“Non ve lo permetterò!” – mormorò Oscar puntando la pistola alla tempia di Vassiliev.

Doveva scegliere e scelse…

Doveva tentare…

 

“Via!” – gridò Romanov tirando indietro André e così fecero Alain e Voltaire e Lasalle scattando verso i primi due.

Lo sparo spezzò il respiro tranciando l’aria e la coscienza.

 

Stevenov afferrò il braccio di Oscar scostandolo dalla testa del fratello.

Stevenov era furioso e la spinse indietro contro il muro della casa…

Il frastuono si disperse come la lieve nuvola di fumo.

 

Dorian Vassiliev ritrasse il braccio.

Lo sguardo corse al giardino grigio ricamato da lievi volute di ghiaccio…

Dei sei uomini non c’era traccia…

Il vetro della serra poco dietro, infranto in mille pezzi.

Nemmeno lui aveva una cattiva mira ma…

 

Quell’uomo gli serviva vivo.

Solo così lui avrebbe ottenuto ciò che voleva.

Null’altro gl’importava…

 

Stevenov comprese d’esser stato tradito…

Di nuovo.

S’avventò contro l’altro colpendolo al viso: “Me la pagherai!”.

Vassiliev cadde ma non emise un suono.

 

“Tu…tu sei un dannato bastardo! Non mi venire a dire che hai sbagliato!?”.

Nel silenzio il pianto sommesso di Diane…

Vassiliev si limitò ad accarezzare la guancia della giovane.

“Non piangere…” – mormorò come per consolarla.

 

“André dannazione! Vuoi camminare più in fretta!”.

Romanov cadenzava i passi velocemente tirandosi dietro l’altro che pareva essere diventato di sasso…

“Devo…dannazione…non posso lasciarla là dentro…”.

“E tu ci torneresti di nuovo là dentro? Quelli sono pazzi! Ma tu sei più pazzo di loro!”.

Un tiro deciso e André si bloccò in mezzo alla strada…

“E’ tutto assurdo Romanov! Ma non lo capisci anche tu?”.

 

Voltaire continuava a camminare su e giù…

“Cavolo…non ha senso tutto questo…prenderci e poi farci scappare…mi stanno stancando questi russi! Con chi credono di avere a che fare…con degli idioti?”.

 

Lasalle, dopo averla appena scampata guardò il compare come a dirgli che sì, erano stati dei veri idioti a lasciarsi prendere così e che se l’avevano scampata non era certo perché erano stati più bravi degli altri…

Era tutto dannatamente semplice…

O quelli li avevano lasciati andare oppure…

 

“Io devo tornare la dentro!” – sibilò André.

“Ma allora sei scemo!” – gli ringhiò contro Romanov.

Alain era rimasto in silenzio…

“Tu che ne pensi?” – gli chiese Lasalle.

 

L’altro non disse nulla…

Negli occhi lo sguardo arreso e spento di Diane. 

Lei non voleva essere salvata e questo era più difficile da accettare di tutta la fatica che avrebbe mai potuto incontrare di fronte a tutte le pistole e le spade che si sarebbe visto puntare contro.

Se solo l’avesse intravisto…un barlume di ciò che era stata la sorella…

§§§

La mano di Stevenov non la lasciò più fino a quando la cella si richiuse di nuovo, alle spalle.

Non si oppose Oscar…

Adesso era lei che voleva tornare la dentro e riprendersi addosso il corpo di Mimose…

Nel gelo solo il proprio corpo che poteva tenere in vita quello dell’altra…

 

E così se l’era ripreso addosso il corpo di Mimose.

L’aveva ritrovata sempre lì, dentro la cella, raggomitolata nella coperta e se l’era ripresa addosso a sé come per infonderle il tepore ch’era riuscita ad imprimersi sulla pelle, là fuori, nell’aria gelata…

 

André era fuggito.

I pensieri gelati e lividi…

Lei avrebbe tentato di fuggire se solo non l’avesse avuta piantata lì, Mimose, nel cuore, come spina che pungeva e non dava tregua.

 

La bambina aveva gli occhi chiusi…

“Mimose…sono tornata…svegliati…dobbiamo parlare…voglio parlare con te…”.

Il corpo freddo che pareva si sarebbe spezzato come un fragile sigillo di ghiaccio…

“No…adesso no…sono stanca…voglio dormire…”.

“Non adesso…”.

 

Oscar cercò di scuoterla.

“No…così mi fate male!” – pigolò la bambina – “A Parigi…dovevo stare sempre sveglia…di giorno…e anche di notte…adesso sono stanca…”.

Il senso terribile impresso in quelle semplici parole.

Ma Oscar doveva insistere…

 

“Ma qui non siamo a Parigi. Qui ci sono solo io e adesso devi farmi compagnia…e voglio parlare con te…”.

“Ma mademoiselle…allora voi non siete più buona con me? Ve l’ho detto che sono stanca…ho freddo…non ho mangiato e ho freddo…”.

“Ascolta” – Oscar se la tirò su, gli occhi aperti ficcati dentro quelli assonnati dell’altra – “Devi obbedire!”.

 

Le parole tagliarono l’aria: il senso dissonante con la gentilezza mostrata da mademoiselle fino a quel momento s’impose e la bambina aprì gli occhi. Lo sguardo scivolò livido su quello di Oscar.

“Mademoiselle…io…sono stanca…ma se volete posso…”.

Il viso si allungò e la guancia sfiorò la guancia.

Era gelata ed immobile.

 

Oscar fu costretta a strisciarsela addosso per scaldarla, mentre la gola si stringeva e le mani anch’esse si chiudevano sul corpo esile dell’altra.

“Era così che faceva Madame Velien…”

“Cosa?”.

 

Oscar tenne abbracciata l’altra.

“Prima mi lasciava senza mangiare per qualche giorno e poi…quando avevo fame mi diceva di stare con le persone che venivano a cercare me e solo dopo mi dava da mangiare…”.

“Dio…no…”.

“E così quando ho conosciuto Monsieur e lui è stato gentile con me…pensavo che fosse la stessa cosa…”.

Dannata fame che annulli la volontà e la coscienza e distorci il rispetto di sé stessi…

 

“Mademoiselle…”

“Dimmi Mimose?”.

“Voi volete tornare a Parigi vero?”.

 

Oscar esitò…

André era fuggito…

Averlo rivisto di nuovo, solo il lampo d’uno sparo che non l’aveva centrato solo perché quel dannato Vassiliev l’aveva fatto apposta a sbagliare mira…

 

Oscar strinse i pugni…

 

Solo se quell’uomo vivrà allora mi porterete dove siete stata…

 

“Sì…sì vorrei tornarci”.

“Vorrei tornarci anch’io…”.

“Davvero? Vorresti venire con me?” – le chiese Oscar intuendo la debole richiesta della bambina.

“Sì…io voglio restare con voi. E so che voi volete andarvene da qui…voglio restare con voi…per sempre”.

 

Oscar si chinò su di lei.

“Va bene. Allora ti porterò con me e verrai a stare nella mia casa…”.

Mimose sorrise.

“Ci abita anche Madame Glacé?”.

“Sì…”.

“Mi piace madame…anche se mi faceva paura quando voleva lavarmi” – sorrise Mimose.

“Lei lo ha fatto perché gliel’avevo chiesto io. Ma non ti avrebbe mai fatto del male…”.

“Oh…questo l’ho capito. Ma se avesse saputo che non ero un maschio e l’avesse detto in giro…io…io avevo paura che…”.

“E’ tutto a posto Mimose. Non devi più preoccuparti di questo” – concluse Oscar cercando di cambiare discorso. 

 

Ormai l’aveva capito perché la bambina si era travestita da maschio…

“E poi laggiù c’è il vostro amico” – proseguì Mimose.

“Il mio amico?” – chiese Oscar di nuovo stupita – “Chi?”.

“André…è vostro amico vero?”.

“Sì…è vero…” – Oscar sentì la gola chiudersi ed il respiro spezzarsi – “Lui è mio amico…”.

“Ohhh…siiii…” – ridacchiò Mimose portandosi una mano alla bocca – “Io dico che vi vuole bene!”.

 

Lo sguardo si posò sugli occhi della bambina divenuti improvvisamente curiosi e lucidi e vispi.

“Tu dici?” – glissò Oscar sorridendo.

Mimose annuì.

“E tanto direi! Ogni volta che chiedevo dove eravate lui lo sapeva e mi diceva che sareste tornata presto. Sembrava sapere sempre tutto di voi…non ho mai conosciuto una persona che sapesse tutte queste cose di me…ma lui vi seguiva sempre quando poteva…”.

“Mi…mi seguiva?” – Oscar fece finta di non comprendere ma davvero quelle parole non la stupirono.

Come se lei lo sapesse già ch’era così tra loro...

 

“Beh…sì…certo quando eravate fuori da sola…lui se ne stava sul gradino più alto della scala, quella che portava alla mansarda e poi vi cercava con gli occhi quando tornavate e quando eravate finalmente nella vostra stanza sembrava più sereno…come se potesse respirare di nuovo. Mi piace sapete il vostro amico. E a voi? A voi piace?” – concluse Mimose tornando ad accucciarsi tra le braccia di Oscar.

 

Lei gli appoggiò una mano sul collo. Stava diventando sempre più freddo e persino le proprie dita faticavano a regalare un barlume di calore alla pelle dell’altra.

Istintive e lucide sgorgarono quelle parole e si maledisse per non averle mai pronunciate prima di allora.

 

“Ti amo…sì…”.

Le sussurrò appena per ascoltarne finalmente il suono che non fosse solo quello della sua dannata anima nera.

 

“Ti amo…” – disse più forte.

 

E vide davanti a sé tutto nella sua limpida e chiara semplicità.

Lei non si era innamorata di André…

No, non era accaduto questo.

 

Lei lo amava. Lo amava di un amore puro, incontaminato, talmente assoluto che pensò che ne sarebbe anche potuta morire…

“Ti amo…”.

 

Le pronunciò ancora più intense quelle parole. 

Ora percepiva il tremore della voce, il timbro appena accennato, incerto, dubbioso, quasi fosse ancora una domanda quella e non una distinta affermazione, tenace e dura e solida come gli ordini che da una vita le erano usciti dalla bocca.

C’era stato André in ogni singolo istante…

C’era stato André e la sua carne e la sua voce e la sua pelle.

Non più amico immaginato…

Non più anima lontana e nera e distante, finita nell’Inferno in cui lei l’aveva gettato…

 

Oscar si rivide ovunque fosse lui, persino nei suoi silenzi, persino nello sguardo basso, persino nell’odore che adesso percepiva dentro di sé, nitido, indescrivibile…

Nei suoi silenzi ora era lei che gli leggeva in faccia sé stessa. 

 

André c’era…

Dirompente eppure impalpabile.

Era amore…

Nulla di eclatante, nulla di incommensurabile, nulla di gridato…

 

Eppure esso non si poteva stringere tra le dita se non abbracciando lui…

Ed esso non si poteva percepire se non appoggiando la propria guancia su quella di lui.

Infinitesimi istanti che annullavano il resto e la colmavano di sé stessa e di quel cuore impazzito.

 

“Ti amo…”.

Il suono rimase sulle labbra.

E le dita avrebbero voluto aprirsi ed abbracciarlo ed assaggiare la consistenza di lui…

E le braccia avrebbero voluto lasciarsi abbracciare da lui.

“Ti amo…”.

 

Oscar ebbe paura allora di non saperle ripetere a lui quelle parole.

Una paura ancestrale e nebbiosa…

Non di dirle a sé stessa ma di dirle a lui…

 

Abbassò lo sguardo. 

Si accorse che Mimose si era addormentata. Il viso era freddo e la bambina faticava a respirare…

“No…”.

 

Dio…dove sei?

 

Si alzò tenendola in braccio e tentò di scagliarsi contro la porta.

La catena le consentì di raggiungere a mala pena il centro della stanza.

Un calcio assestato al fondo della porta rimbombò per la cella e così le sue grida…

“Se mi senti…maledetto demonio…hai vinto tu…fai uscire Mimose…ti prego…lei non c’entra nulla…farò quello che mi chiedi…”.

 

Continuò a calciare e a gridare e a battere il pugno a terra, mentre osservava il viso di Mimose ed il suo respiro si faceva sempre più silenzioso.

Percepì il giro della chiave e lo scatto del chiavistello…

 

Dio…dove sei?

 

Se lo chiese Oscar mentre poteva vedere davanti a se la figura scura ed incombente del Colonnello Stevenov. 

Le parole le morirono sulle labbra. 

Consegnare Mimose a quell’uomo, quello che tra tutti quanti le aveva fatto più male, oppure tenerla lì, con sé, mentre il freddo si prendeva i loro muscoli e la loro vita?

 

“Colonnello…farò ciò che vuole vostro padre. Portate fuori Mimose…non può restare qua sotto …ma…” – disse piano, quasi controvoglia.

L’altro la guardò ed un sorrisetto soddisfatto corse nello sguardo lucidamente cupo e cinico.

“Non fatele del male…non lo merita…”.

 

Oscar allungò la bambina che si svegliò di colpo, percependo il passaggio da braccia conosciute ed amiche ad altre altrettanto conosciute ma da cui non aveva ricevuto nessuna carezza, nessun gesto di comprensione.

 

“Mademoiselle? No…resto con voi…non mi volete più?”.

Mimose si aggrappò alla camicia e Oscar fu costretta a riprenderla in braccio un istante…

Le parlò all’orecchio, piano…

“Non ti lascio. Io sono qui e vedrai…usciremo da qui e torneremo a Parigi, insieme. Ti farò vedere la reggia dove abita da regina di Francia…”.

“La regina di Francia?”.

 

Mimose a quelle parole lasciò lentamente la presa e si staccò da Oscar. 

Il russo la prese in braccio per poi posarla a terra quasi subito, tanto che la piccola barcollò incapace di mantenersi diritta.

Il tono di Stevenov era crudele, molto più di quanto Oscar avesse potuto percepire fino a quel momento.

“Ne ho avuto abbastanza di tutta questa storia…se oserete mettere un piede fuori da questa cella non rivedrete più la bambina…”.

 

Oscar lo fissò senza fiatare…

Aveva scelto e non poteva più tornare indietro.

“Non cercate di scappare. Ve lo dico per l’ultima volta…”.

“Non fatele del male, lei non c’entra nulla…”.

“Avete capito quello che ho detto?”.

 

Oscar sussurrò un rassegnato sì.

Il cuore balzò nel petto mentre lei intravide il volto della piccola che la osservava da fuori e sembrava chiederle di non lasciarla e Oscar anche lei avrebbe voluto uscire e provare a fuggire e…

La porta si chiuse di nuovo.

 

Il viso di Mimose s’impresse nella testa.

I suoi occhi nocciola, chiari e sinceri…le mani fredde…il corpo esile e lontano…

 

Dio…dove sei?

§§§

La luce chiara e limpida della giornata pareva fare a pugni con l’oscurità incombente di quelle ore che parevano non trascorrere mai.

Nessuno dei sei aveva voglia di parlare più di tanto.

Tutti si limitavano ad attendere il ritorno dell’ambasciatore, con un pensiero fisso nella testa.

Quella notte sarebbero entrati a Palais Meinsinkov e avrebbero portato fuori la sorella di Alain, Mimose e il loro comandante.

Nessuno di loro se l’era detto apertamente, ma tutti adesso la rimuginavano quell’idea, se non che De Rougeror ebbe nuovamente l’ingrato compito si smorzare la volontà di tutti, seppure condendola con una notizia che pareva un piccolo spiraglio di dannato calore nel freddo che stringeva i muscoli e la testa.

 

“La zarina è rammaricata per quanto sta accadendo…”.

“Le avete detto che quella gente non vuole accettare la vostra richiesta? Le avete detto che Oscar non ve l’hanno neppure fatta vedere?” – lo rimproverò André.

“Sono desolato…davvero…sua maestà ha compreso ma…”.

“Ma non farà niente contro quel pazzo!” – imprecò Alain – “Davvero tutti uguali questi nobili. Quando si tratta di difendere qualcuno che non vale nulla non hanno neppure il coraggio delle proprie ragioni…sono dei benemeriti smidollati…”.

“Non parlate così, vi prego”.

“E allora cosa dovremmo fare, monsieur? Starcene qui con le mani in mano, senza fare niente? La nave salperà tra pochi giorni. Non ce ne saranno altre per diverse settimane. Io non posso pensare di lasciare tre persone in balia di quei pazzi…” – continuò André piantando uno sguardo allucinato sul viso del vecchio.

“Sentite…ascoltate…sua maestà ha convocato il prelato Tichinov per oggi a palazzo. La zarina non può esporsi più di tanto. Deve far credere a quell’uomo che entrambi sono ancora dalla stessa parte e al tempo stesso imporre la propria volontà di non agire contro la Francia…”.

“Balle!” – imprecò Voltaire – “Tutte manovre di palazzo e intanto noi abbiamo dovuto battere in ritirata davanti a quella specie di demonio che avrebbe ucciso Diane se non ci fossimo allontanati…ma che ne sa questa regina di chi c’è la dentro?”.

 

De Rougeror si asciugò la fronte.

Le sue parole uscirono lente e drammatiche e si piantarono nella testa degli altri, come lame, come corde che avrebbero chiuso il respiro.

“Se si esclude Mademoiselle De Jarjayes che è nobile e che al momento non subirà la condanna della zarina per ciò che ha fatto, non credo che a nessuno alla corte di sua maestà importi molto delle altre due persone che si trovano dentro Palais Meinsinkov. Vostra sorella e quella bambina potrebbero benissimo essere due fantasmi o peggio ancora due prostitute con cui la famiglia Tichinov ha deciso di…”.

Il respiro si spense.

“Divertirsi…mi spiace…ma le cose stanno così. O portiamo fuori mademoiselle e allora c’è la possibilità di tirare fuori anche le altre due…oppure…temo che nessuno di voi le rivedrà…”.

 

Il silenzio si fece teso e acuto e straziante.

Nessuno aveva davvero pensato alla piccola Mimose. Nessuno avrebbe reclamato la sua libertà, nessuno l’attendeva a Parigi…

Nessuno…

L’unico tramite tra quella bambina e la sua stessa vita era Oscar…

L’unica che l’avesse osservata per ciò che era, e non per ciò che aveva fatto o detto o pensato o scritto…

 

“Mademoiselle avrebbe avuto mille occasioni per fuggire” – continuò il vecchio ambasciatore – “Non credo le sarebbe mancato il coraggio per come la ricordavo io di affrontare quella gente. Ma non l’ha mai fatto e temo di sapere perché. Lei non può farlo e ha resistito tutto questo tempo perché vuole essere certa di poter salvare anche la bambina e mademoiselle Diane. Credetemi…dobbiamo agire con prudenza. Lo dico davvero…so che a voi potrà sembrare una perdita di tempo ma io non vedo altre soluzioni. Voi siete disposti a sacrificare la vita di una di quelle tre persone per salvare quella delle altre due? Chi scegliereste?”.

 

André arretrò di qualche passo.

Si ritrovò impotente e frastornato di fronte a quella domanda.

La stessa che aveva spinto Oscar a quel gesto terribile e dissennato…

Scegliere sé stessa piuttosto che qualcuno di loro…

E sapeva in cuor suo che se si fosse ripresentata quella scelta…

Lei non avrebbe scelto né Diane, né Mimose…

Nello stesso istante quel pensiero morse la coscienza, come un cane rabbioso che azzanna la sua preda.

 

“Io comunque proverò ad entrare…” – mormorò piano, alla fine di tutti quei ragionamenti – “Se non altro posso approfittare del fatto che quel vecchio demonio non sarà in casa per alcune ore. Quanto ai figli…”.

“Il Colonnello Stevenov dovrebbe recarsi a Palais d’Hiver assieme al padre…lui non ci sarà…” – intervenne De Rougeror dubbioso della riuscita di quel piano ma al tempo stesso impaziente anch’egli di vederne la conclusione, possibilmente positiva.

“Tanto meglio…” – sibilò cinico André.

“E se dovessi scontrarti con l’altro figlio? Quello che a Parigi era chiamato il demone di Avignone?” – chiese Alain che si ricordò dell’ultimo incontro con il giovane.

“Non m’importa…io vado là dentro…questa notte…”.

“Noi ti faremo da sentinelle…” – concluse Romanov alzandosi e stirandosi un poco.

“Vi prego…Buon Dio…fate attenzione…io…e se il prelato dovesse tornare?” – balbettò De Rougeror lasciandosi andare ad una contrazione di freddo.

“Quel prelato deve pregare di non incontrare nessuno di noi perché questa volta non la passerà liscia!” – concluse Romanov piantando un pugno sul tavolo.

§§§

“Guarda…il cancello principale è presidiato!”.

Alain se ne stava appoggiato al muro del caseggiato in fondo alla strada.

Di più era impossibile avvicinarsi…

“Quella porta l’avranno richiusa…” – intervenne Lasalle.

“Non lo so dobbiamo aspettare qua fuori…Joaquin conosce già la casa e ha detto che non appena avrà capito quante sentinelle ci sono cercherà di farcelo sapere…”.

“Se quell’uomo tornerà…è da stamattina che non si vede…prima o poi tornerà e allora…” – balbettò Lasalle preoccupato.

“Lasalle lo vuoi subito un pugno in testa o devo aspettare dopo?” – ringhiò Romanov – “Io non mi tirerò indietro nemmeno se quello tornerà…questa è l’ultima volta che entrerò in quella casa e…”.

“Ben detto Romanov!” – replicò Voltaire dando una manata d’avvertimento a Lasalle.

 

La casa pareva essere tornata a scivolare nel silenzio più assoluto, come se anche i demoni avessero finalmente cessato di ripetere ossessivamente i loro rituali di morte e di macabre danze.

Lo spagnolo s’era fatto più silenzioso di un gatto, avvolto nel suo pastrano scuro, camminando radendo il muro e dentro di sé si malediceva mille volte per aver accettato di andare in un paese così dannatamente freddo e cupo ed inospitale. C’era venuto per curiosità e adesso non vedeva l’ora di andarsene e di tornare nella sua Francia e magari avrebbe lasciato pure quella per rifugiarsi nella sua Spagna sulle rive del mare, caldo e possente…

 

Desillian riconobbe il percorso che aveva fatto la volta precedente in cui era entrato nella casa e così pure si ritrovò di nuovo davanti alla porta di quella che doveva essere la stanza di Diane. Questa volta avrebbe portato altre notizie e le avrebbe rivelate alla giovane cercando di non commettere gli stessi errori della volta precedente. 

Aprì la porta, piano. 

La stanza era desolatamente vuota. Il camino era acceso, il letto ancora intatto…

Lo spagnolo cercò di comprendere dove potesse essere la giovane…

“Dannazione…questa casa è più buia dell’Inferno!” – sibilò urtando contro un’armatura che stazionava nel corridoio che avevano ritrovato a fatica dopo essere entrati.

 

André lo seguiva, silenzioso.

Non ne aveva voluto sapere di restare fuori…

L’orientamento era compromesso dal buio mentre la rabbia covava e le tempie battevano furiosamente al pensiero che era di nuovo tutto dannatamente troppo facile…

Dannazione…

Anche se l’ambasciatore aveva detto che la maggior parte delle guardie personali di Tichinov l’avrebbero seguito presso la residenza della zarina era impossibile che non fosse stato lasciato nessuno a presidiare il palazzo. 

 

André non fiatò.

Non aveva più voce, non aveva più respiro. 

Ascoltava i propri passi silenziosi mentre avrebbe voluto mettere a tacere persino il cuore che con il suo battito incessante gli dava l’impressione li avrebbe fatti scoprire.

Il silenzio torbido delle stanze rimbombava nella testa. 

Nessun particolare suono o voce od odore che potesse consentigli di orientarsi…

Tiepidi barlumi di rarefatte candele occhieggiavano silenziose, ondeggiando appena al suo passaggio.

L’edificio sembrava davvero deserto.

 

“Da lì si scende nei sotterranei…” – disse Joaquin avviando il passo verso la scala che portava al piano di sopra.

André si fermò. 

Non seppe perché, non seppe cosa in realtà lo spingesse ad imboccare le scale che portavano dabbasso…

Non ci vedeva bene e l’unico senso che gli consentiva di orientarsi, oltre allo spiffero d’aria gelata che giungeva da sotto, era quello innominato, senza appigli agli elementi tangibili e reali e fisici e consistenti e solidi e di cui si erano da sempre nutriti gli altri suoi sensi, almeno fino a quando quella maledetta notte il buio era scivolato sul suo occhio sinistro, dapprima leggero come la lama affilata di una spada, e poi pesante e dirompente come la testardaggine che l’aveva spinto ad uscire di casa per cercare Oscar che non era più tornata e a perdere così, davvero per sempre, la vista.

 

Ecco, quella testardaggine tanto inconsistente quanto strenuamente gestita alla stessa stregua di un demone che morde e rode la coscienza, era di nuovo all’assalto della sua mente…

 

“Io scendo…” – disse di rimando a Desillian.

“Ma non credo che là sotto ci sia qualcosa d’interessante. Forse c’è la cantina…”.

“Io vado lo stesso…”.

 

Respirava piano André mentre il vapore caldo usciva dalla bocce ed annebbiava la già debole vista. 

Nel silenzio quasi mortale non sentì nulla, non vide nulla, non toccò nulla se non le pareti ruvide dei muri sbrecciati e ghiacciati.

“Chi mai potrebbe resistere qua sotto…” – si disse pensando che lo spagnolo aveva ragione e lui aveva finito col perdere solo tempo.

La coda dell’occhio colse una luce, lieve, una sorta di bagliore dissolto che correva da sotto una piccola porta, chiusa da un chiavistello.

 

Non c’erano feritoie per poter sbirciare dentro, quindi l’unico modo per sapere se e cosa o chi ci fosse all’interno era entrare.

Un respiro fondo…

L’istinto l’aveva guidato fino lì. 

Gli doveva dare retta al suo istinto, ogni volta che aveva avuto a che fare con Oscar. 

Perché Oscar non la si poteva amare se non con l’istinto, se non con la forza del cuore, chiuso, interiore, nascosto, a tratti talmente oscuro…

Il solo che consentisse di superare le sue barriere, i suoi dubbi, le sue contraddizioni, la sua oscurità…

 

André tirò un altro respiro più fondo. Posò la mano sul chiavistello.

Attorno non c’era anima viva…

Né suoni, né respiri, né guardie, né secondini…

 

Si rese conto allora del motivo per cui lì fuori non ci fosse nessuno a guardia di quella porta, né della persona che c’era dentro.

Non c’era bisogno di fare la guardia ad un corpo immobile, spento, freddo, distante…

André corse con l’istinto a quella pelle bianca come neve, fredda come ghiaccio, nemmeno i muscoli parevano vivi mentre il respiro silenzioso era quasi spento, se non fosse stato per la mano che appoggiata sulla bocca si era appena scaldata.

 

“Oscar…”.

André la vide allora la sua Oscar, rannicchiata in un angolo di quella piccola cella, le pareti ombreggiate dalla luce di un moccolo appeso ad un portacandela lassù, in alto, irraggiungibile.

“Svegliati…maledizione…svegliati!”.

 

André la toccò piano, quasi aveva paura che quel corpo gelato si frantumasse e andasse in mille pezzi, come un cristallo ghiacciato che cade e si sbriciola.

La raccolse cingendole le spalle con le braccia e poi posò l’orecchio sul petto in ascolto di quel battito conosciuto e silenzioso, talmente lontano.

Gli parve che quel cuore fosse fermo…

Era troppo freddo là sotto…troppo freddo…

Tentò di tirarla su ma si accorse che il polso era legato ad una specie di catena infissa nella pietra della parete.

“No…”.

 

Lo strattone ebbe l’effetto di risvegliarla e ancora incredula Oscar fece per staccarsi e divincolarsi ed indietreggiare.

“No…Oscar…sono André…riesci a vedermi?”.

 

Le dita piantate nei muscoli delle braccia strinsero ancora di più la presa e lei aprì gli occhi ritrovandosi il viso di André davanti al proprio mentre i propri muscoli erano immobilizzati, gelati, incapaci di muoversi…

Non riuscì a dire una parola…

Non riusciva neppure a parlare, mentre iniziò a tremare, se non di freddo, chissà per cosa…

 

“Ti porto fuori di qui!” – disse André cercando di far uscire il polso dalla catena. Era abbastanza larga, forse con un poco di pazienza sarebbe riuscito a farla scivolare fuori…

Estrasse il coltello che aveva alla cintura. Iniziò ad armeggiare con la punta nel meccanismo che chiudeva il polso…

La pelle era fredda però e rischiava di scorticarla…

Lei si oppose andando con le mani ad afferrare il suo viso e chiedendo dello sguardo su di sé…

“No…” – disse piano.

 

Le labbra tremavano, la bocca ed il viso tremavano.

“Non dire idiozie!” – imprecò André – “Adesso basta…vuoi forse morire qua sotto?”.

L’afferrò per le braccia.

Oscar strinse ancora di più le dita affondandole nei capelli.

“Ascoltami…” – mormorò piano – “Ti prego…Mimose morirà se io uscirò di qui…non posso uscire finché non mi dirai che hai trovato anche lei…”.

 

Sussurrò quelle parole.

Esse gelarono il sangue di André che si fermò abbracciandola ed avvolgendola nel mantello che aveva con sé.

Smise di parlare anche lui…

Non poteva mentirle…

Non sapeva dove fosse Mimose…

“Vedrai riusciremo a trovarla” – osò replicare.

 

Sentì le mani di Oscar stringersi di nuovo su di sé e chiudersi in un abbraccio.

Lei faticava a respirare, lui si chinò su di lei chiudendola sotto di sé, tentando di respirare su di lei per scaldarla, mentre la mente impazziva e si annebbiava e lui si malediceva per non essere capace di mentirle, lì, in quel momento, quando ce n’era più bisogno, mentre era stato capace di mentirle da tutta una vita…

Sarebbe bastato dirle che Mimose era al sicuro…

Solo una volta e lei avrebbe avuto la forza di uscire di lì.

 

“Andrè…”.

Lui corse al suo viso, appoggiando la fronte sulla fronte di lei…

“Che cosa ti hanno fatto, maledizione?” – chiese accarezzandole le guance e scostando i capelli.

“Tu devi…” – la voce lontana, diversa, distante…

 

Suoni sussurrati all’orecchio, incisi nell’aria gelata…

André pensò di non aver compreso bene, davvero…

 

“Cosa?” – chiese sgranando lo sguardo su di lei.

Oscar fece di nuovo la stessa richiesta.

“Voglio che sia con te…solo con te…”.

“Oscar…io…”.

“Ti prego…” – mormorò lei quasi senza respiro – “Fallo qui…adesso…io non voglio che accada con altri…”.

“Io…Oscar…che intendi dire…”.

 

Lei non disse altro e le dita di nuovo sul viso di lui si strinsero un poco attirandolo a sé e le labbra si schiusero un poco per toccare quelle di lui anche se fredde, anche se tremavano forse, chissà per cosa…

Un bacio caldo e fondo e ruvido e liscio e…

Le dita affondarono e poi si staccarono e le braccia si chiusero sulle spalle e André si chiuse su di lei affondando nella bocca mentre il respiro impercettibile si animava livido…

 

“Adesso…” – mormorò Oscar e lui ebbe solo il tempo di cogliere con le dita il velluto liscio delle guance umide di lacrime che scendevano chissà se per il freddo o per cosa…

Le labbra restarono piene del calore dell’altro animandosi più in fretta, più decise, più fonde a cercare l’essenza dell’altro, mentre i gesti si fecero istintivamente intensi e colmi e veloci.

 

André non riusciva a dire nulla, se non chiedere a sé stesso se ciò che stava accadendo fosse reale e soprattutto voluto…

Percepì le dita di Oscar farsi strada tra le pieghe del mantello, a fatica, irrigidite dal gelo, e lui si lasciò cercare aiutandola a slacciare i lacci, come obbedendo ad un ordine che sgorgava dalla disperazione.

I bottoni del giaccone poco sotto sgusciarono dagli occhielli e lui sentì le mani di lei e vi appoggiò sopra le dita e le seguì anche se esse si muovevano piano incerte, a tratti fermandosi, e poi riprendendo il loro percorso su di lui, come invase dal desiderio di avere pace e di farla finita con quella storia assurda.

 

“Andiamo via di qui…” – tentò di obiettare André incerto.

Non riusciva a lasciar correre le mani di lei, le voleva fermare adesso che esse avevano raggiunto la pelle e si soffermavano fredde come per scaldarsi un poco e non infierire sul corpo di lui, sulla carne liscia e sul desiderio che incombeva, trattenuto e nascosto per tanti anni, non solo per quel momento.

 

André sì, pensò anche lui a farla finita e che se doveva accadere poteva essere lui e solo lui ad avere quel corpo immaginato e desiderato e amato fin da quando aveva avuto pensiero e ragione e coscienza ed istinto…

Le sue labbra s’immersero nell’incavo del collo per ottenere un barlume di piacere, un sussulto di tensione che non fosse solo dettato dall’istinto di allontanare da sé e da lei lo spettro di una violenza. 

I muscoli cedevano piano piano all’impeto dei movimenti lenti ed inesorabili mentre lei chiedeva ancora della bocca e percorreva la schiena aprendosi all’impeto di un istinto impossibile da fermare…

 

Il respiro si fece più veloce e secco ed il calore a poco a poco sollevò la coscienza e con essa il desiderio livido ed impossibile da accettare…

Non era così che André aveva desiderato lei…

Non era così che s’immaginava di cedere ad una sua richiesta…

Eppure…

Dalla notte in cui l’aveva baciata e le aveva rivelato il suo amore, tutta l’urgenza e la rabbia di farle sapere chi era e tutta la gelosia di farle conoscere chi era lui e quanto fosse lontana lei dal conoscere cosa fosse davvero l’amore, si erano dissolti nello scorrere dei giorni freddi che li avevano portati lontani l’uno dall’altra. 

Una distanza immensa nonostante avessero continuato a vedersi, a parlarsi, a cercarsi, e nonostante nessuno dei due avesse ceduto la propria vita ad altri…

 

E André non voleva che quella distanza venisse colmata così, in quella cella fredda e cupa, esaudendo una richiesta dannata che non sapeva da dove venisse o che, forse, veniva dall’istinto di salvare sé stessa dall’ignota oscurità di un viaggio senza ritorno.

Oscar si era aggrappata a lui perché l’aveva avuto di fronte e…

Non poteva André.

Non poteva farlo, anche se avrebbe voluto…

Un istante e la coscienza cedette all’istinto di averla, lì, in quella cella cupa e fredda, mentre le dita ora più calde si allungavano insinuandosi nella stoffa anch’essa aperta ed un poco scostata delle braghe…

 

“Oscar…” – mormorò piano lui.

Lei non rispose, gli occhi chiusi, il respiro dannatamente secco, le dita ora aperte e languidamente giunte a lui, a cogliere lui, mentre un sussulto lieve scosse la gola, e anche André chiuse gli occhi e lasciò che la mente si sciogliesse a quel contatto che veniva da lei e non importava perché stesse accadendo…

L’affondo lo colse impreparato e un tremito più fondo mozzò il respiro mentre i muscoli s’irrigidirono ad abbracciarla e stringersi a lei, quasi per avere da lei la conferma che non fosse tutto un errore.

 

I muscoli del braccio sinistro chiusi nella catena si contrassero e il metallo risuonò greve portando con sé tutto il peso di quel dannato immobilismo che proibiva gesti più fluidi e s’impose nelle orecchie con la stessa valenza di una lama che trafigge la carne.

André sollevò lo sguardo e vide quella piccola catena, infissa nel muro, ed il pugno di Oscar chiuso, e la pelle del polso livida di freddo, striata di rosso, quasi scorticata dalla tensione che si animava nel braccio.

 

“No…” – disse piano staccandosi da lei – “Non puoi…e io non posso farti questo…”.

Afferrò il polso chiuso nella catena e lo bloccò, così come fece con l’altra mano trattenendo le dita ferme.

 

Oscar si scosse mentre anche la sua mente ebbe un sussulto aprendosi e piegandosi all’assurdità di ciò che stava accadendo ed a ciò che aveva chiesto di fare ad André.

Lo conosceva il suo André e sapeva che lui l’amava e sapeva che per lui l’amore non poteva essere solo quello anche se lì, adesso, a lei restava solo l’illusione di non essere presa e trascinata all’inferno da un estraneo.

Voleva André…

Voleva finire all’Inferno con lui, lì, in quella cella buia e cupa, per non morire dopo…

“Fermati…Oscar…non è così che deve accadere…”.

 

Oscar si morse il labbro per trattenere le lacrime.

Lei lo sapeva che non era così che doveva accadere.

Eppure dentro di sé, nel profondo, il calore di quella pelle si era animato risalendo dalle viscere e sciogliendosi in un miscuglio di rabbia e di piacere mentre il sesso pulsava a chiedere di essere vinto e colmato dalla carne di lui…

 

Non riuscì a parlare subito e questo diede ad André la consapevolezza che lei aveva compreso e che lui non sarebbe potuto andare oltre.

André si adagiò sul petto di lei, il respiro ansioso dissolse il calore sulla pelle…

Dio, avrebbe voluto accarezzarla e scorrere su quella pelle con le dita per ascoltarla e ascoltare lei. Avrebbe voluto affondare la bocca nella bocca e poi percorrere quei muscoli in modo lieve, quasi furtivo, ascoltando lei, e lasciandosi guidare dall’istinto di lei…

 

André si sollevò del tutto.

Oscar percepì il freddo scorrere e gremire la pelle mentre lui si alzava.

Andrè si tolse il mantello e lo passò sulle spalle di lei.

“Torno…devo aprire la catena…troverò il modo…”.

Lei sollevò lo sguardo.

Adesso lo amava davvero…

 

Gli occhi si piantarono su di lui, ludici, folli, ebbri di desiderio…

Era André che amava e lei l’avrebbe accolto lì, in quella cella buia e fredda, come fossero stati ancora nella loro vita antica…

Lui le afferrò le spalle e le strinse, massaggiandole i muscoli, per scaldarli.

“Devi aspettarmi…hai capito?”.

 

Lei annuì.

Sentì il freddo scivolare nelle dita e si chiuse nel mantello che odorava di lui e del suo calore.

“Sì…” – disse piano mentre sentiva la porta chiudersi – “Trova Mimose…”.

 

André annuì a sua volta e sgusciò fuori.

Non fece scattare il chiavistello…

La porta era aperta ma lei non sarebbe potuta fuggire.

E anche se avesse potuto non l’avrebbe mai fatto.

 

* Servizio segreto creato da Luigi XIV. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     


                     





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