FanFiction Lady Oscar | Paris di anna_1755 | FanFiction Zone

 

  Paris

         

 

  

  

  

  

Paris   (Letta 826 volte)

di anna_1755 

21 capitoli (in corso) - 0 commenti - 2 seguaci - Vietata ai minori di 16 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaLady Oscar

Genere:

Storico - Romantico - Drammatico - Giallo

Annotazioni:

What If

Protagonisti:

Oscar François de Jarjayes - Andre' Grandier

Coppie:

Oscar François de Jarjayes/Andre' Grandier (Tipo di coppia «Generic»)

 

 

              

  


  

 Chȃtelet 

 


  

Chȃtelet*

Insistente e gelida la pioggia continuava a scendere...

Le stradine dell’Isle du Palais** erano divenute una specie di palude viscida…

E sulle fogne proprio non ci si poteva contare a Parigi, salvo avere l’ardire di definire fogne la sorta di cunicoli che si snodava al di sotto del piano di calpestio della città, scavati nei secoli per ricavarci le pietre con cui costruire gli edifici e che nei secoli avevano poi finito per ospitare disgraziati e vagabondi e sfrattati e ladruncoli e prostitute che non avevano trovato posto al chiuso di più rispettabili bordelli.

Se invece la mente correva a quelle che erano state appositamente costruite in quanto “fogne”, allora si doveva convenire che, allo stato, esse si erano rivelate incapaci di accogliere ed ingoiare l’acqua caduta da giorni.

 

Così i vicoli avevano assunto l’aspetto di rigagnoli rigonfi per improvvisi scrosci estivi, in cui finivano per impantanarsi persone e carrozze, per tacer di tutto ciò che veniva abbandonato per le strade e agli angoli dei quartieri, nonostante i regolamenti di polizia vietassero di lasciare i rifiuti a cielo aperto, e che adesso galleggiava bellamente tra le imprecazioni dei passanti.

Era meglio starci alla larga allora da quei cunicoli e da quelle fogne!

 

I lampioni faticavano a restare accesi, incapaci di opporre la loro fioca luce al buio freddo che scorreva lungo le strade e le vie e neppure le deboli lampade e le candele che aleggiavano dalle finestrelle affacciate sulle vie, solitamente aperte per illuminarle meglio, parevano in grado di vincere la pesantezza della coltre cupa che avvolgeva i vicoli.

L’unica accezione positiva - se si poteva trovarne una in quel frangente - era che la pioggia aveva avuto potere e pregio di “ripulire” le strade dalla marea di mendicanti che ogni giorno sostavano agli angoli degli edifici, spesso neppure per chiedere l’elemosina ma semplicemente perché nessuno di loro aveva un posto dove andare a vivere o dormire.

Parigi e le sue vie accoglievano disgraziati e sbandati che attendevano solo un pezzo di pane per sopravvivere, giusto il tempo necessario per poi andare a morire lontano dallo sguardo di nobili, borghesi e benpensanti, dimenticati da tutti, in quella che in tutta Europa, solo fino a pochi anni prima, aveva avuto fama di essere città elegante e raffinata per quanto soffocata dal suo aspetto medievale.

 

Avvolta nel mantello impregnato di pioggia, penetrata fin nelle ossa, fin nel profondo della coscienza, assorta nei pensieri silenziosi che scorrevano nella mente, ormai da tanto tempo, da quando aveva deciso di accettare quell’incarico e quella nuova vita, nella disperazione di non poterne scegliere un’altra, Oscar camminava piano, facendo attenzione a scansare pozzanghere e cumuli di rifiuti.

Stretta nella sua educazione rigida e senza scampo…

Soffocata dall’orgoglio spietato ed assoluto…

Il più subdolo dei peccati…

Il più deleterio dei difetti.

Quello che rende ciechi e sordi e annebbiati nell’anima.

 

E poi spaventata e sorprendentemente attratta e cullata dal pensiero, divenuto fissamente caparbio nella coscienza, fin quasi a permeare la carne, del proprio corpo trascinato via dalle mani di Andrè, in un moto di dirompente rottura con il loro passato sereno e calmo.

Immersa, come le capitava sempre più spesso, in quel contatto che l’aveva sollevata e condotta dentro la disperazione di Andrè, dentro un amore di cui lei non aveva avuto coscienza e cognizione.

 

Il cuore si era rivolto altrove, subdolamente attratto dal volto di un altro uomo che lei aveva osservato spesso, come a tentare di specchiarsi in esso, per attendere un cenno di se stessa che la liberasse dall´appellativo di amico, il miglior amico.

 

La vita scorreva in avanti adesso ma dentro pareva andare a ritroso.

Ogni giorno i gesti compiuti per adempiere al nuovo incarico assegnatole si riempivano dei ricordi del passato, alla ricerca di gesti, parole, sensazioni che lei non aveva mai realmente ascoltato e che, immancabilmente, la riportavano a lui.

Non l´aveva mai cancellato il volto di André.

 

Si era solo permessa di cercarlo ed osservarlo, solo per poco, solo per il tempo di comprendere che lui stava bene dopo quell’impresa finita male e di cui lui avrebbe portato per sempre il segno e le nefaste conseguenze.

 

Solo per acquietare i sensi di colpa - si disse in quel momento.

André c’era sempre stato e lei adesso l’aveva compreso.

Non c’erano altri volti a mescolarsi al suo, non c’erano altre parole o passi o gesti a sormontare quelli di lui…

 

I passi rallentati dalla pioggia e lo sguardo fisso sulla piccola torcia impugnata da Girodel che precedeva il gruppetto e ogni tanto si voltava per sincerarsi che lei fosse ancora lì a seguirlo, in quella notte scura e fredda.

Perché davvero il comandante dei Soldati della Guardia pareva terribilmente stanca e più pallida del solito…

E davvero l’orgoglio pareva vacillare di fronte al continuo oscillare della coscienza tra i ricordi del passato e l’incertezza del futuro.

 

Una donna non si sarebbe mai dovuta trovare lì, alla fine di una giornata trascorsa a controllare postazioni di soldati, bordelli e osterie e tipografie e ogni pertugio della città dove s´annidavano come scarafaggi, qualsivoglia generi di pericoli per l’incolumità dei principi russi e della loro famiglia e di tutto il seguito…

 

Una donna se ne sarebbe dovuta tornare a casa e almeno cambiarsi e…

Anche lei, alla fine…

Anche Oscar avrebbe solo voluto spogliarsi e asciugarsi e ripulirsi almeno un poco dall’odore di quei vicoli fetidi ed inavvicinabili.

E da se stessa.

Perché era davvero stanca…

 

“Comandante…siamo arrivati…”.

Il tragitto era stato davvero breve.

Girodel sollevò la torcia per illuminare i volti.

Quella sera anche la luce le dava fastidio e lei indietreggiò.

 

L’altro bussò alla porta che dava sul lato ovest di Palace de Justice.

Un tragitto brevissimo dalla Conciergerie.

E perché diavolo non erano passati dai corridoi interni se dovevano finire proprio lì…

 

Il rumore del pesante chiavistello che sigillava il luogo interruppe definitivamente il lento fluire dei pensieri.

Il portoncino d’ingresso si aprì e il gruppo si ritrovò in un lungo corridoio sul quale si affacciavano alcune stanze e poi verso il fondo le celle, piccole, buie e spoglie, nelle quali venivano condotti gli arrestati, a tutte le ore del giorno e della notte.

Giocatori d’azzardo, prostitute troppo sfrontate nell’esporre la merce di scambio, vagabondi intenti ad elemosinare, ragazzini abilissimi nello sfilare portafogli o gioielli ai viandanti appena giunti in città ed assolutamente ignari della baraonda nella quale si sarebbero ritrovati.

Quelli acciuffati – in verità una minima parte rispetto alla moltitudine che restava impunita e ben nascosta, protetta dalla coltre di omertà che circondava i quartieri più poveri della città – venivano processati e poi imprigionati per ore o giorni o mesi e di essi si perdeva ogni singulto di vita, dimenticati alla Bastiglia o in qualche manicomio criminale, forse peggiore della prima, dove nessuno avrebbe più avuto l’ardire o la memoria di reclamarne la libertà.

 

Deboli lamenti s’intuivano dal fondo delle celle mescolati ai versi chiaramente distinguibili di creature animali che la facevano da padrone: ratti di fiume, topi, scarafaggi erano i dominatori incontrastati dei pavimenti delle celle e dei corridoi e nel buio non era difficile rischiare di calpestarne qualcuno troppo lento o troppo impavido a scansare il passaggio delle creature umane.

 

I passi avanzavano leggeri sopra le pietre dure e umide e lucenti al passaggio della torcia.

Cumuli di paglia ormai marcia, fuoriuscita da qualche cella, ricoprivano a tratti il percorso sudicio e maleodorante, attutendo il cammino dei quattro.

Nel fondo del corridoio si aprivano locali meno angusti adatti ad ospitare personaggi di ben diverso rango quali poliziotti di quartiere, ufficiali o magistrati.

 

Oscar fece scivolare nuovamente il cappuccio del mantello ma non si tolse l’indumento anche se bagnato e freddo.

Lo percepiva fin dentro le ossa, il freddo, mescolato al dubbio per l’insolita convocazione.

 

Anche se il Generale Bouillé era uno degli ufficiali al comando delle forze militari della Francia, ormai lei non dipendeva più dalla sua autorità se non altro perché i Soldati della Guardia che lei comandava avevano il compito di pattugliare le strade di Parigi e al più sedare risse nelle osterie e nei bordelli, non certo intraprendere guerre o scontri al fronte.

 

Era stanca e quella giornata pareva non finire mai…

Qualunque motivo avesse avuto Bouille di vederla avrebbe tagliato corto e avrebbe acconsentito a qualsiasi assurda richiesta, pur di andarsene da li.

 

“Comandante…” – esordì Girodel in tono mesto – “Vi chiedo ancora perdono per questo inconveniente ma il Generale Bouille si era raccomandato di cercarvi e condurvi da lui non appena vi avessi trovato. Non credo si tratti di una faccenda complessa…”.

 

Oscar iniziò a spazientirsi.

“Maggiore…” – esordì in tono severo tutt’altro che amichevole – “Avete fatto il vostro dovere e questo è tutto. Non è necessario che vi scusiate!”.

 

Tutti quei convenevoli lui avrebbe potuto riservarli ad una donna ma…

Non a lei.

 

La voce bassa ma decisa indusse l’altro a non replicare.

“Venite, il generale è da questa parte…”.

 

Il gruppetto entrò in un ufficio che si trovava in fondo al corridoio.

Oscar sollevò lo sguardo e riconobbe la figura conosciuta di Bouillé seduto ad un tavolo, intento a leggere alcuni documenti, l´aria severa e tronfia e smaccatamente superba come al solito.

Quindi le sue guardie personali, quattro soldati o tirapiedi che dir si volesse, che lo seguivano ovunque, quasi quello avesse paura che a girare per Parigi da solo prima o poi qualcuno che si fosse deciso a tirarlo giù da cavallo l´avrebbe trovato e allora...

 

Intravide un’altra persona vestita in uniforme.

Una foggia sconosciuta, color cremisi scuro, riccamente lavorata con intarsi ed alamari dorati, fascia il busto, mentre alla vita era morbidamente annodata una fusciacca anch’essa rosso scuro e alla sinistra l’elsa della spada riposta nel fodero.

I capelli castani lisci e folti erano raccolti sulla nuca da un nastro scuro, alla maniera francese, ma alcune ciocche, volutamente o meno, se ne stavano vezzosamente in disordine incorniciando un viso pulito, sbarbato e lineare, dai tratti decisi ma non irregolari.

L’aspetto, nel suo insieme, indicava uno straniero.

 

Appoggiato alla parete, le braccia conserte e l’atteggiamento distaccato verso il luogo in cui si trovava, l´uomo sollevò lo sguardo quando i nuovi arrivati varcarono la soglia della stanza e Oscar si ritrovò addosso due iridi scure, dal taglio sottile, quasi orientale, apparentemente incuranti dei nuovi arrivati, ma che pure, in uno scambio veloce, lei vide intente a seguirla e mantenersi su di lei.

 

L’altro non parlò limitandosi ad assumere una posa meno rilassata.

Le mostrine indussero Oscar a ritenere fosse un personaggio piuttosto importante con un grado di comando elevato.

 

Il generale abbandonò la lettura dei documenti per distendersi sulla sedia, non si alzò e non salutò i nuovi arrivati con particolari convenevoli, dimostrando con questo il solito malcelato disprezzo verso quella conoscenza ormai nota ed altrettanto indigesta che gli derivava dalla presenza del comandante dei Soldati della Guardia, la donna che gli aveva già procurato non pochi spiacevoli inconvenienti per quel nuovo incarico.

Perché non si era mai visto che un reparto di soldati fosse arrivato a scrivere agli ufficiali al comando delle forze militari per chiedere che il loro comandante venisse allontanato!

Il motivo era evidente…

Quella era una donna!

Per Bouillè un motivo più che sufficiente.

 

Si prospettavano tempi difficili per Parigi, viste le continue rivolte e saccheggi e intemperanze che il popolo aveva l’ardire di sostenere.

E un reparto di soldati che non avesse obbedito agli ordini del proprio comandante non era esattamente il mezzo più efficace con cui Bouillè intendeva contenere i disordini in cui la capitale della Francia stava via via scivolando.

 

Se a tutto ciò si aggiungeva che l’idea del Generale Jarjayes di imporre alla figlia di trovarsi un marito e sposarsi e così uscire definitivamente di scena, sollevando il comando presieduto da Bouillè dall’imbarazzo di mettersi contro una decisione assunta addirittura dalla Regina Maria Antonietta in persona, era fallita miseramente…

Perché al ballo organizzato in onore di quella donna, proprio dal Generale Bouille, alla presenza di tutti i migliori partiti della città, lei si era presentata in uniforme…

Inaudito!

 

Se solo ripensava a quella faccenda, Boullè sentiva ribollirgli il sangue nelle vene.

A lui non era rimasto altro che raccogliere i commenti sorpresi e irritati degli ospiti.

Una vera indecenza…

 

Per non parlare dell’incresciosa faccenda dei soldati che si vendevano i fucili e le uniformi.

E quella donna aveva fatto di tutto per scagionare quel disgraziato ch’era stato scoperto…

 

L’appoggio e la fiducia incondizionata che Sua Mesta riponeva nella figlia del Generale Jarjayes non era ostacolo da sottovalutare ed al momento si era rivelato dannatamente insormontabile.

Ma ormai era esaurita la pazienza che Bouillè s´era imposto in quella faccenda!

E se non poteva obbligare quella donna a lasciare il comando dei Soldati della Guardia…

Tanto valeva, agire nella maniera opposta!

 

“Bene, possiamo andare!” – esordì Bouillè alzandosi ed attendendo che uno dei soldati che lo accompagnava gli appoggiasse il mantello sulle spalle.

Il generale allargò le braccia e si lasciò vestire, con noncuranza, mentre sul viso di Oscar corse uno sguardo sorpreso, come del resto anche su quello di Girodel.

L’uomo decise, nuovamente, di intervenire.

E questo non fece altro che aumentare l’irritazione di Oscar che ritenne quella difesa del tutto fuori luogo.

Parole animate per lei, solo per lei, e perché lei non sarebbe dovuta essere lì, a quell’ora, in quel posto sudicio e freddo e adesso addirittura pareva che tutti dovessero uscire di nuovo.

 

“Generale…” – mormorò Girodel con tono chiaramente sorpreso e preoccupato – “Credevo di dover accompagnare il comandante fino qui…”.

L´altro alzò lo sguardo con fare di sufficienza, mentre si calcava il tricorno sulla testa.

La specifica contestazione sarebbe stata respinta con disprezzo, perché poco appropriata ed inutile e…

Oscar serrò le labbra tirando un respiro più fondo.

 

“Ed era esattamente quello che vi avevo ordinato maggiore. Anzi, direi che il vostro compito è terminato. Potete anche andare…” – tagliò corto l’uomo con fare cinico.

“Ma…generale…dove…” - balbettò l’altro che non si aspettava d’essere congedato, in quel modo e in quel momento.

 

Quell’ordine avrebbe significato lasciare il comandante…

Il Comandante Oscar…

Da sola.

 

Bouillè decise d’invertire la rotta e fingersi inaspettatamente magnanimo ed il resto del discorso suscitò inevitabilmente la curiosità di Oscar che non ricordava molti esordi benevoli e comprensivi da parte dell’uomo.

“In realtà era qui che avrei dovuto incontrare il comandante ma esigenze di forza maggiore mi hanno costretto a cambiare il luogo del colloquio. Comunque dovremo arrivare poco lontano e quindi non credo che questo rappresenterà un problema per il Comandante de Jarjayes. Giusto!?”.

 

Il discorsetto saccente si chiuse con lo sguardo dell´uomo volutamente sospinto sulla sua interlocutrice, a mo’ di sfida quasi, come a constatare quale fosse in quel momento il grado di sopportazione dell´altra.

Pessimo si sarebbe detto...

 

Fino a quando quella donna avrebbe accettato quella vita?

Ora che quella vita lui gliel’avrebbe resa talmente pesante e dura ed impossibile che nessuno avrebbe potuto resistere!?

Nessuno, nemmeno lei.

 

Oscar non mosse un muscolo.

Respirò piano e poi annuì, così convenendo che, almeno per lei, non ci sarebbero stati problemi.

“Allora…è tutto risolto!” – riprese Bouillè in tono rilassato ma feroce, avviandosi a grandi passi verso l’uscita - “Vedrete ci impiegheremo poco, se è questo che vi preoccupa, maggiore!”.

 

La chiosa tagliente finì per irrigidire l´altro questa volta, ma anche Oscar non poté non cogliere l´allusione a quella sorta di preoccupazione che animava continuamente le parole e i gesti di Girodel da quando l´uomo le aveva rivelato i veri sentimenti.

“Permettetemi di venire con voi” – l´incalzò Girodel che aveva compreso di essersi spinto troppo oltre ma non voleva cedere né terreno, né tempo, né occasioni per starsene in disparte e lasciare che gli eventi evolvessero per i fatti propri.

 

Il generale fece un cenno di consenso con la mano e poi lasciò che uno dei suoi soldati aprisse la porta.

Gli altri li seguirono come pure l’uomo che fino a quel momento era rimasto silenzioso.

 

“Oh…dimenticavo di fare le presentazioni!”.

Bouillè si fermò all’improvviso e voltandosi guardò verso lo sconosciuto che intanto stava indossando il mantello per proteggersi dalla pioggia.

“Maggiore Girodel…Comandante de Jarjayes…vi presento il Colonnello Stevenov…Georgiy Damien Stevenov…ufficiale al servizio dell’Imperatrice Caterina II di Russia. Colonnello Stevenov…”.

 

L’uomo chiuse i lacci del mantello e fece il saluto militare.

Il rumore dei tacchi riecheggiò severo nel silenzio sceso.

“Maggiore…comandante…”.

“Onorato di conoscervi…” – esordì Girodel.

 

L’altro, in un gesto insolito per le consuetudini dell’epoca e per il rango che correva tra i presenti, porse la mano.

Girodel la strinse, seppure titubante e così fece Oscar che pure rimase sorpresa dalla confidenza dimostrata.

La seconda stretta, sulla mano fasciata dal guanto, indugiò un istante e l’uomo continuò a mantenere lo sguardo su di lei, anche una volta che il gruppo era uscito.

 

Bouillè ripercorse il corridoio che portava verso l’ingresso di Palace de Justice.

“Non andremo lontano comandante. Comunque ho fatto sellare alcuni cavalli così eviteremo il fango e la lordura di queste maledette straducole!” – bofonchiò cedendo all’irritazione provocata dalla pioggia su Parigi.

“Se posso permettermi dove siamo diretti?” – chiese Oscar freddamente.

“E’ presto detto. Allo Chȃtelet e nello specifico all’obitorio che si trova all’interno del commissariato di polizia…”.

“All’obitorio? Alla Basse – Gêole?” – replicò lei sorpresa dalla destinazione.

 

Nei sotterranei del palazzo che ospitava il commissariato di polizia alle dipendenze del sovrano si trovava uno degli obitori di Parigi, forse il più famoso e tetro.

Che diavolo c’entravano lei e i suoi soldati con un posto simile?

 

La pioggia scendeva ora meno insistente.

Al rumore intenso ed incessante si sostituivano mille tintinnii e rivoli gocciolanti dai tetti, a riversarsi nelle strade, dalle grondaie sfonde, a gonfiare il già consistete strato di fango accumulato al centro dei camminamenti.

Le lanterne ad olio avevano ripreso la loro consueta lotta contro l’oscurità e la luce scorreva livida sui mantelli lucidi e bagnati dei cavalieri che percorrevano a ritroso il tragitto verso Pont au Change, mentre la corrente sorda e limacciosa era arrivata a lambire quasi la sommità dei muri posti a protezione delle rive della Senna.

Anche quel tragitto fu effettivamente breve e alla fine Bouillè, quasi fosse giunto nel teatro destinato al futuro scontro tra due eserciti nemici, alzò il braccio e tutti arrestarono i cavalli con decisi strattoni alle redini.

 

L’edificio dello Chȃtelet si stagliava tetro nell’omonima piazzetta illuminata da numerose lampade e torce allo sbocco di Pont au Change, su Rive Droite.

Alcune sentinelle che stazionavano all’ingresso principale si misero sull’attenti all’arrivo del generale lasciando passare lui e i soldati che lo seguivano.

 

Il percorso portò tutti a scendere una rampa di scala che dava accesso ai locali sotterranei dell’obitorio.

Oscar sentiva crescere il disagio dentro di sé.

Quel posto non aveva a che fare in nessun modo con i compiti assegnati ai suoi soldati ma neppure il Generale Bouillè – a sua memoria – vi aveva mai messo piede, per starsene bellamente rintanato nei più agevoli e sfarzosi salotti di Versailles o al più in quelli altrettanto dignitosi che accoglievano i vertici militari.

Che ci facevano allora lì, in quella serata così assurda!?

 

Il cuore aveva preso a battere forte, quasi facesse a gara con la residua pazienza che ancora si era imposta di mantenere.

Perché così la obbligava a vivere la vita che si era scelta…

Perché solo così poteva dimostrare che lei non avrebbe ceduto facilmente all’arrogante intento di chiunque di buttarla fuori dall’esercito.

 

Tanto lo aveva capito che Bouillé non solo l’avrebbe volentieri cacciata dal comando dei Soldati della Guardia ma – desiderio ancora più recondito – l’avrebbe vista volentieri tornare ad essere saldamente governata dalla potestà del padre, anche se, arrivati a quel punto, era parso chiaro a tutti che un padre non sarebbe mai stato in grado di gestire l’intemperanza e la ribellione della figlia…

Allora magari la mano ferma di un marito ci sarebbe riuscito a domarla…

 

“Bene Comandante Jarjayes. Ora conoscerete la ragione di questa insolita convocazione di cui devo effettivamente scusarmi. Sono comunque un gentiluomo e so bene che certe situazioni andrebbero gestite con più accortezza…”.

Il tenore assolutamente insolito sortì un guizzo di rabbia…

 

Se non fosse stata così stanca e avesse mantenuto la guardia all’erta come era solita, Oscar non avrebbe ceduto a quella che aveva tutta l’aria e la consistenza di una provocazione…

E molto probabilmente si sarebbe accorta dello sguardo incuriosito corso sul volto dell’accompagnatore straniero.

L’insofferenza e il disagio crebbero e questo indusse a sfilare i guanti, istintivamente, per stringere le mani fredde e umide nelle proprie mani e massaggiarle, piano, per tornare a percepirne il calore.

 

Uno dei soldati al seguito del Generale Bouillè bussò vigorosamente alla porta di una cella che poco dopo con un cigolante rumore di ferraglia, si aprì a fatica lasciando un profondo solco sulla paglia con cui era ricoperta la maggior parte della superficie calpestabile di quel posto.

Il portone pareva di una pesantezza estrema, quasi inusuale, per la sicurezza di un luogo da cui quelli che ci finivano rinchiusi avrebbero avuto labile o meglio pressoché nullo ardire e forza per uscirne.

 

L’ingresso dava su un altro lungo corridoio delimitato a destra da vetrate opache, al momento assolutamente buie, stanze che ospitavano i tavoli dove venivano adagiati i cadaveri di chi aveva lasciato, in qualsiasi modo, il mondo dei vivi.

Ammassi informi di stoffa sudicia, ultimi indumenti a nascondere i poveri resti di coloro che erano morti di fame o di freddo, nelle prime notti autunnali.

Sfortunati duellanti di qualche contesa all’ultimo sangue che lasciava sul campo l’avversario meno preciso ad usare la pistola o la spada…

Morti ammazzati o suicidi, rinvenuti nei meandri della città oppure rimasti impigliati nelle reti poste al limitare della Senna, all’Isle de Cignes e ripescati…

Tutti venivano recuperati ed esposti allo sguardo di chi avrebbe potuto riconoscere in essi un parente o un amico.

 

Oscar intravide l’alone della propria figura scorrere lungo il riflesso scuro delle vetrate.

Bouillè non entrò in quelle stanze ma, terminati i grandi finestroni di vetro, si arrestò davanti ad un’altra porta, questa volta in legno.

Erano arrivati a destinazione ed evidentemente dovevano trovarsi in uno dei quattro angoli del palazzo, perché varcata la soglia, la stanza assumeva una forma quasi circolare, divisa a metà da una grata di ferro che la occupava per tutta la sua altezza.

La porzione non accessibile era assolutamente buia e nessuna finestra dava aria a quel luogo.

 

Le fiaccole illuminarono l’ambiente fino alla grata.

Un soldato in uniforme della Guardia Reale rappresentò l´ennesimo dettaglio ad aumentare i dubbi...

 

“Procediamo con ordine…” – esordì Bouillè mantenendosi accanto alla porta d’ingresso.

La stanza non era molto grande e Oscar si ritrovò a ridosso dalla grata.

“Forse anche voi Comandante Jarjayes siete al corrente che nelle regioni del Sud della Francia sono accaduti negli ultimi tempi diversi fatti incresciosi…”.

 

Bouillè fece un passo parandosi davanti ad Oscar, seppure mantenendosi a distanza quasi per controllare le reazioni dell’altra.

Il generale di fronte a lei, la grata dietro…

 

“Ne sono a conoscenza, ma non nei particolari” - esordì lei sorpresa.

Anche quella questione non riguardava direttamente né lei né i suoi soldati…

“Si sa solo che diverse giovani sono sparite nel nulla e non sono state più ritrovate. Non è certo se si siano allontanate spontaneamente oppure siano state portate via da qualcuno…” – proseguì.

 

“Come sospettavo siete un’eccellente ufficiale, comandante!” – l´incalzò Bouillè – “Conoscete i particolari rilevanti ed essenziali di questa storia, ma non sapete - e non può essere altrimenti, perché i dispacci ci sono giunti soltanto ieri – che in realtà il mistero di quelle sparizioni pare sia stato risolto”.

L’uomo sorrise soddisfatto alle proprie affermazioni.

“Secondo quello che ho appreso, i dipartimenti di polizia di Avignone hanno catturato un uomo, oh…uomo è presto per definirlo…” – continuò il generale e le iridi s´assottigliarono come per carpire nell´altra una minima reazione che scuotesse la caparbia alterigia.

 

Oscar effettivamente si trovò spiazzata a quelle parole, mentre Bouillè allargava il braccio sinistro invitandola a guardare verso la grata che, con il passare degli istanti, assumeva effettivamente la fisionomia sinistra di quella che aveva tutta l’aria di essere una cella ricavata dal fondo della stanza.

Una cella dentro l’ala dello Chȃtelet, dentro la Basse - Gêole, l´obitorio di Parigi.

 

Si voltò seguendo la direzione e ritrovandosi praticamente con gli occhi sulle sbarre fredde e arrugginite.

L’angolo era ricavato nella cuspide della parete e la luce delle torce non riusciva a guadagnare il fondo.

Tentò di scorgere un movimento, una parvenza, ma il buio non le consentì di vedere nulla.

 

“Dunque pare che questo…questo…o non saprei nemmeno come chiamarlo…questo dannato sia realmente l’autore delle sparizioni. L’hanno scovato ben nascosto in una grotta in mezzo alla foresta e dentro…dovete scusare la franchezza comandante…”.

Oscar tornò con lo sguardo verso Bouillè.

Era sempre più sorpresa e tentava di capire cosa stesse accadendo.

Il tono del generale si fece più accorato.

 

“C’era una discreta moltitudine di ossa…umane pare dai primi accertamenti…ma per questo ci sarà tempo di comprenderlo. E poi vestiti, nastri, busti…tutto lacerato e gettato alla rinfusa…veramente terribile. Quel tizio è stato oggetto di una caccia senza precedenti e quando è stato catturato i gendarmi hanno faticato a sottrarlo ai contadini e alla gente del posto che voleva letteralmente linciarlo. Così per proteggerlo – si fa per dire – si è deciso di trasferirlo a Parigi. E’ arrivato tre giorni fa per l’esattezza…a breve dai distretti dove sono avvenute le scomparse giungeranno anche i documenti per istruire il processo. E poi presumo anche i parenti delle vittime…”.

 

Qui il tono del generale si fece decisamente spazientito per scivolare nella solita chiosa stizzita...

“Altra gente ad invadere le strade di Parigi! Come se già non avessimo abbastanza da fare per tenere a bada tutti gli sfaccendati e gli oziosi che dilagano in città!”.

“E quale sarebbe il compito dei miei soldati?” – intervenne Oscar a mezzo tra il dubbioso e l’insofferente.

“E’ semplice. La giustizia del re non ammette che qualcuno, quand´anche colpevole, sia lasciato all’insensata violenza della folla. Non sarebbe tollerabile in un paese civile come il nostro. E anche se quella gente ha perduto figlie, sorelle, mogli, il re ritiene che un processo equo e una condanna esemplare siano l’unico modo per confermare che la Francia è e sarà sempre e comunque un paese ordinato e civile, capace di mantenere la certezza delle sue leggi. In caso contrario verremmo additati come il regno della confusione e dell’anarchia e della barbarie…”.

“Quest’uomo verrà condannato a morte…” – sibilò Oscar tagliente che cominciava a comprendere l’assoluta inutilità di quella grandiosa messa in scena.

“Ebbene sarà molto probabile Credo che l’esito del processo sarà scontato…” – continuò Bouillè in tono decisamente cinico – “Ma il nostro sovrano così ha deciso. Ci vuole un processo e solo alla fine il popolo potrà finalmente assistere al suo spettacolo preferito. L’esecuzione di un assassino consentirà ai parenti delle vittime e a tutti gli abitanti di Parigi di toccare con mano il potere del sovrano ma anche il suo senso della giustizia. Solo nell’ordine e nel rispetto delle regole il potere del nostro re si manifesterà in tutta la sua magnificenza. E non certo attraverso lo sfogo degli istinti più biechi. E chissà che così i più recalcitranti non si decidano ad abbandonare la via dell’empietà per evitare il patibolo!”.

 

Oscar cominciava veramente a spazientirsi.

Il discorso, intercalato a tratti dalle consuete lagnanze di Bouillé contro le intemperanze dei parigini che lui associava inequivocabilmente al peccato ed alla becera delinquenza, stava assumendo toni insopportabili.

Non le sopportava prima quelle paternali, figuriamoci adesso che ogni giorno le osservava e le viveva le misere condizioni dei parigini, disperati e affamati, indotti dalla miseria a rubare ogni qual volta se ne fosse presentata l’opportunità, senza nemmeno più la paura d´essere acciuffati e finirci davvero in galera, perché tanto ci pensava la fame a mandarli all´Inferno....

Che la responsabilità fosse poi di quelli come Bouillè che apostrofava "recalcitranti", quelli che morivano di fame era difficile da far comprendere a quell´ufficiale, nobile, borioso, tronfio e grasso e...

 

No, proprio non la sopportava più nemmeno la vista di Boullè, non lì, non quella sera in cui si sentiva dannatamente sfinita.

Tacque per evitare d´infastidire l´altro e infastidire se stessa con la voce dell´altro che l´avrebbe redarguita e se - come l´aspetto le riportava - Bouillé aveva cenato a dovere, c´era da giurarlo che le forze a quello non gli sarebbero mancate per arrampicarsi su, verso paternali ancora più ardite...

 

Tornò ad avvicinarsi alla grata, nella testa ordini insensati...

“Il vostro compito sarà organizzare i turni di guardia al prigioniero per due ragioni, la prima, del tutto ovvia, per evitare che fugga. E la seconda, meno ovvia ma altrettanto plausibile, per evitare che qualcuno possa ucciderlo prima del tempo e così sottrarre il prigioniero alla giustizia del re. Mi pare un compito abbastanza semplice per voi e per i vostri uomini…” – concluse Bouillè, con un respiro più fondo di soddisfazione - “I miei soldati hanno coperto i turni di guardia fino ad oggi. E lo faranno fino a domani a mezzogiorno. Ma non posso distogliere le mie guardie dal loro compito più importante, proteggere la famiglia reale, tanto più che in questo momento la presenza dei principi russi impone l’assoluto controllo di ogni più piccolo dettaglio. E così vale per gli agenti di polizia che hanno il delicato compito di seguire tutte le piste di possibili attentati che dovessero essere architettati contro gli ospiti dei sovrani…”.

 

“Ma perché il prigioniero è stato portato qui?” – chiese Oscar stizzita – “Questo è un obitorio. Un luogo destinato a raccogliere cadaveri…non ad imprigionare persone vive…a Palace de Justice ci sono celle molto più sicure…qui le sentinelle non sono abituate a custodire prigionieri…”.

Oscar si scosse alle sue stesse parole.

Quel posto accoglieva cadaveri, non persone vive e quindi come si sarebbe potuto sorvegliarne una in un luogo da dove in ogni momento era possibile entrare ed uscire con un semplice cenno della mano?

“Una deduzione degna di voi, comandante. E per questo mi corre il dovere di spiegarvi qualche altro dettaglio di questa faccenda…”.

 

Chiusa nel mantello Oscar ascoltò un racconto assolutamente sorprendente che la lasciò senza parole.

La mano destra era ricaduta in basso, accostata ad una delle aste di metallo, fredde e arrugginite della grata.

 

“Vedete…secondo quei dispacci…il prigioniero è stato catturato nei pressi di Avignone e rinchiuso subito in una cella. Ma pare che quello abbia già tentato di fuggire mentre veniva condotto a Parigi. Nessuno è riuscito a comprendere come accadesse ma le gabbie dove era rinchiuso inspiegabilmente venivano trovate aperte e solo per fortunate coincidenze i soldati sono riusciti a riacciuffarlo. Alcuni secondini hanno detto di non aver compreso come quello avesse fatto…e così alla fine si è pensato di non mettere questo tizio insieme ad altri prigionieri…”.

“Come sarebbe a dire?” – chiese Oscar sempre più allarmata.

“Pare che quest’uomo abbia un´ascendente sorprendente…su chi gli sta intorno…”.

 

Il tono di voce di Bouillè si abbassò ulteriormente.

“O forse, molto più banalmente, si teme che la sua natura umana si sia talmente corrotta da non avere più nulla di umano. Pare sia attratto in maniera incontrollabile dalle persone in vita e se avete ascoltato le mie parole su quanto è stato ritrovato dentro il suo nascondiglio…beh sarà fin troppo facile per voi comprendere che genere di persone prediliga…”.

 

Oscar indietreggiò a quelle parole, mentre Bouillè avanzò verso di lei e sorrise puntando lo sguardo verso di lei.

La spiegazione in quel posto, in quella sera era solo per lei…

 

Il corpo avvolto nel mantello sfiorò e poi colpì le sbarre della cella e un rumore metallico secco ed immediato si insinuò nel silenzio improvvisamente calato nella stanza.

Lo sgocciolio della pioggia dalle grondaie, il latrato dei cani randagi, la Senna che scorreva sorda poco più sotto…

Le sbarre oscillarono emettendo una vibrazione secca e piena che percorse tutta l’altezza della grata per disperdersi sul soffitto in pietra e rimbombare nella profondità della parte buia.

 

Un sottile alito freddo percorse la cella e Oscar fu costretta a scostarsi dalle grate e muovere un passo.

Girodel istintivamente si fece verso di lei, leggendo sul suo viso un improvviso moto di stupore, misto al buio e poi all’incertezza che corse nei suoi occhi mentre di scatto indietreggiava e tratteneva un grido…

 

Oscar non riuscì a fiatare, una mano nell’altra ed il respiro veloce e sulla pelle l’alito freddo e crudele che pareva non volerla lasciare.

“Comandante…” – gridò allarmato Girodel – “Cosa c’è?”.

Oscar non rispose subito, continuando a tenersi il polso con la mano.

Lo percepiva freddo, quasi non facesse più parte del suo corpo.

 

“Va tutto bene…” – mormorò lei piano, tornando con lo sguardo verso Bouillè e piantandogli addosso la consueta luce implacabile, segno della rabbia che le parole del generale non avevano fatto altro che risvegliare la rabbia di lei, unita all’intenzione di sapere tutto su quella faccenda.

“Vedo con rammarico che avete potuto provare sulla vostra persona gli strani atteggiamenti di questa creatura!” – esordì il generale in tono quasi beffardo e per nulla allarmato.

“Cosa?”.

 

Oscar tornò a scrutare la cella. Era buia e non riuscì a vedere nulla.

Tentò di percepire un suono, un movimento, un fruscio, un respiro…

Nulla…

Eppure la mano…

Una sorta di corrente fredda aveva sfiorato la pelle scivolando attraverso i sensi e percorrendola ed invadendola e solo allora la coscienza e la volontà se n’erano accorte imponendole di indietreggiare…

Nessun volto, nessuna voce, nulla era emerso dal fondo della cella, come se davvero nessuno, chiunque ci fosse stato, si fosse mosso la dentro…

 

Strinse i pugni e deglutì a fatica.

“Che significa?” – proseguì tentando di addomesticare la rabbia.

“Ve l’ho detto…”.

“Generale! Che cosa volete dire con questo discorso?”.

 

Il tono della voce tradì la rabbia che lasciava il posto all’insofferenza per quei mezzi discorsi accennati e subdoli e senza senso.

Nel profondo il senso di quella storia era chiaro e sorprendentemente sinistro ed emergeva adesso prepotente e netto.

Lei…

Lei era stata sfiorata…

Nessuno degli altri presenti in quella stanza pareva aver attirato l’attenzione di quella creatura.

Ma lei…lei sì…

 

Le sparizioni avvenute ad Avignone riguardavano giovani donne…

In che strano gioco stava per essere trascinata, suo malgrado e senza potersi opporre?

Perché se avesse avanzato perplessità o dubbi su quell’incarico o addirittura si fosse rifiutata di adempiere alle richieste di Bouillè, non avrebbe fatto altro che fornire al generale il giusto pretesto per essere messa da parte e sollevata dal comando dei Soldati della Guardia…

Perché lei era una donna…

 

Intuì a quel punto che lei in quanto donna si sarebbe trovata in pericolo ogni giorno, ogni ora, ogni istante che avesse trascorso in quel posto…

Ed era anche possibile che davvero non sarebbe riuscita a portare a termine quell’incarico…

Era questa dunque la volontà di Bouillè.

 

Il respiro tornò a farsi più veloce mentre il Maggiore Girodel si avvicinò di nuovo.

Si accostò al viso…

“Comandante, vi prego…Oscar…non dovete accettare. Lasciate questo posto insieme a me. E’ tutto troppo pericoloso…io non so cosa farei se dovesse accadervi qualcosa…”.

 

Oscar non alzò lo sguardo mentre la voce di Girodel le parve giungere da lontano.

Si sentiva talmente stanca e non aveva quasi più respiro da opporre a quella specie di assalto.

Percepiva l’orgoglio, quel dannatissimo orgoglio forgiato da suo padre in anni e anni di addestramenti durissimi pur di farla diventare degna erede del Generale Jaryaies, pulsare nel sangue e indurire i sensi…

 

“Per domani preparerò i turni che spetteranno i miei soldati” – rispose lei d’istinto, freddamente, gelando il consiglio di Girodel.

“Bene!” – esclamò Bouillè – “Concorderete tutto con il Maggiore Girodel. In questo modo la Guardia Reale e la Guardia Metropolitana potranno adempiere al meglio a questo incarico”.

 

“Un’ultima questione comandante…” – proseguì il generale sorridendo.

Oscar sollevò lo sguardo.

Che altro voleva adesso…

“Il Colonnello Stevenov è in visita nel nostro paese al seguito dei principi russi. Durante la sua permanenza avrebbe espresso il desiderio di condividere le nostre strategie di polizia e…e visto il vostro valore direi che non potrebbe esserci migliore occasione di questa per affiancarlo…”.

 

Il tono mellifluo del generale non tradiva il senso delle parole.

Anche quello era un ordine e Oscar non avrebbe avuto nessuna scelta per sottrassi ad esso.

L’ufficiale russo si era mantenuto in un religioso silenzio, per tutto il tempo del colloquio nel quale lui non aveva alcun ruolo.

Lo sguardo apparentemente distaccato e la postura assolutamente rilassata non tradivano alcuna emozione, alcun coinvolgimento.

 

Con un semplice cenno del capo Oscar diede il suo consenso e l’altro si voltò verso di lei e ricambiò il cenno, in silenzio.

L’atteggiamento dell’ufficiale russo si prospettava decisamente discreto e composto e questo, istintivamente, indusse Oscar ad ammettere che almeno un aspetto positivo in tutta quella faccenda forse c’era.

Non amava i militari chiacchieroni e boriosi.

Non li amava e quindi pensò che alla fine sarebbe bastato condividere con quell’uomo le strategie di polizia normalmente seguite dalla Guardia Metropolitana.

Tutto lì…

 

Ma quella sera era così stanca e la sua guardia era abbassata…

Era esausta e così decise che avrebbe rimandato al giorno dopo uno studio più attento seppure discreto dell’ufficiale straniero.

 

Il Generale Bouillè si congedò in fretta e tutti si ritrovarono fuori dallo Chȃtelet.

Non pioveva più.

L’aria era fredda, umida e pesante e un impalpabile velo di vapore, misto alla fuliggine dei camini, scivolava silenzioso lungo i vicoli che si aprivano verso la Senna.

Una coltre calma e distaccata pareva essere scesa sulla città e Oscar risalì velocemente a cavallo per tornare al suo alloggio.

 

“Comandante…permettete che vi accompagni?”.

La eco della voce di Girodel le giunse quando ormai Oscar aveva già spronato il cavallo con un leggero colpo alle reni.

Un cenno del capo, di nuovo, e nessuna parola.

Una stretta al cuore ed un pensiero mentre le mani trattenevano le redini.

 

Non aveva mai dovuto dare tanti consensi come in quel giorno.

Non ne aveva mai avuto bisogno.

Forte di una corrente silenziosa, costante, implacabile e potente che le derivava dal pensiero di André e dei suoi silenzi, inspiegabilmente pronti ad accogliere ogni suo ordine o comando o desiderio…

Cominciava a percepire l’esistenza di quel legame proprio adesso che lei, quel legame, l’aveva spezzato o almeno aveva tentato di farlo.

 

Si accorse che non aveva rimesso i guanti e le mani erano gelate…

Si massaggiò di nuovo il polso destro, poi quello sinistro, soffermandosi sul ricordo delle proprie mani strette nelle mani di lui…

 

“Chiedimi scusa!”.

La voce di André era riecheggiata imperiosa nella mente.

I polsi di Oscar chiusi nelle mani di lui strette e lo sguardo bambino, sempre dolce e sereno, puntato su di lei insieme a quella richiesta estrema.

“Non ci penso proprio!” - aveva risposto lei sprezzante del pericolo.

 

André era davvero arrabbiato, lei l’aveva fatto arrabbiare, anche se succedeva raramente.

Ma accadeva…

 

“Chiedimi scusa!” – aveva replicato lui più forte.

André voleva convincerla a chiedergli scusa, almeno con la voce.

Non poteva cedere alle angherie di quella bambina angelica e pestifera…

Voleva piegarla al rispetto della loro amicizia.

Almeno con la voce.

 

“No!” – era seguita la risposta di lei e poi una linguaccia ed il tentativo di divincolarsi - “Stupido!”.

“Stupida tu!”

“Picchiami se hai coraggio!”.

 

L’ennesima sfida sbattuta in faccia ad André che conosceva quella specie di recita.

Lei lo pungolava, lo stuzzicava…

Finché lui mostrava solo a parole la sua forza.

Invece di colpirla, André l’afferrava e la teneva stretta e poi adagiava le mani sui fianchi di lei stringendoli e…

Iniziava a farle il solletico.

Finché lei era costretta a cedere e a chiedere scusa, con le lacrime agli occhi.

 

Un rituale che però ad un certo punto, nemmeno Oscar sulle prime se n’era accorta, era scomparso, semplicemente inghiottito dalle maniere ben più compite ed educate che André aveva preso a riservarle…

Non era più accaduto da quella volta che all’ennesima sfida, all’ennesima rincorsa, André era riuscito ad avere la meglio e l’aveva afferrata…

E tutti e due giù a ridere, avvinghiati, a tirarsi per la camicia, a divincolarsi e poi ad abbracciarsi, con l’impeto e la franchezza dei bambini che si conoscono da sempre…

Con la sfacciataggine di aversi per ascoltarsi come parte di se stessi…

 

Quella volta nanny si era avvicinata e con voce dolce ma ferma aveva chiesto ad André di lasciare Oscar e di alzarsi e di seguirla.

E Oscar era rimasta lì seduta per terra, la camicia sporca di terra e fili d’erba nei capelli e gli occhi umidi per le lacrime del solletico.

 

André era sparito insieme a nanny e poi, quando si erano rivisti, lui aveva la faccia scura e seria e non aveva più parlato.

Non aveva voluto dirle quale fosse stato l’argomento del colloquio con nanny, ma da quel giorno, proprio da quel giorno André era cambiato.

Non la toccava più, non la sfiorava più, non la rincorreva più e quelle stupide sfide tornava inspiegabilmente a vincerle lei, perché André abbandonava la sfida o si fermava prima o rallentava i passi come non fosse più capace di starle dietro.

 

Lei neppure aveva coscienza di cosa li legasse, indefinito e sorprendente, eppure semplice e puro e…

Quel legame c’era mai stato, c’era ancora, oppure lei si era immaginata tutto?

Che cosa era cambiato tra loro se lei nemmeno sapeva cosa ci fosse tra loro?

 

Era stato così che Oscar aveva deciso di sfidare André, aveva deciso di ripercorrere quella strada sconosciuta che però lei aveva imparato a riconoscere dentro di se e che le era venuta a mancare, così, all’improvviso…

Una strada che li aveva sempre portati vicini, complici, anche se avversari.

 

E mentre André era intento ad aiutare nanny e le altre cameriere a preparare un’enorme tavola in vista di un’importante cena che si sarebbe tenuta in casa Jarjayes, Oscar si era sistemata dietro una porta e…

“Buuuuu!” – era saltata fuori proprio mentre André stava camminando reggendo un vassoio colmo di bicchieri di cristallo.

 

Spaventato a morte, André era indietreggiato barcollando e due preziosi calici ondeggiando paurosamente erano finiti a terra, in mille pezzi.

La strada era stata di nuovo imboccata…

Tutto stava nel comprendere se anche André l’avesse trovata quella strada, e avesse deciso di prenderla, come un tempo, quando di certo quello stupido scherzo l’avrebbe fatto infuriare.

André avrebbe dovuto appoggiare il vassoio, squadrare Oscar arrabbiato e poi cominciare a correrle dietro, e poi l’avrebbe raggiunta – ormai succedeva sempre così perché da un po’ di tempo André era diventato più alto e più forte e più veloce e Oscar non riusciva più a batterlo in quelle specie di gare in cui erano soliti sfidarsi ogni volta che potevano – e l’avrebbe afferrata e tenuta prigioniera finché lei non gli avesse chiesto scusa…

 

Lei ammirava soddisfatta l’esito “dell’innocente” misfatto.

E André aveva davvero appoggiato il vassoio, osservando i cocci lucidi dei calici infranti a terra e poi aveva sollevato lo sguardo verso di lei e le aveva afferrato i polsi…

 

“Chiedimi scusa!” – aveva tuonato, mentre gli occhi di Oscar si erano colmati di un guizzo di lucente vittoria al pensiero che tra loro tutto era rimasto uguale…

Nulla era cambiato.

Lei era riuscita a smuoverlo e a provocarlo e nemmeno Oscar avrebbe mai pensato che André si sarebbe arrabbiato a tal punto…

 

“Neanche se me lo chiedessi mille volte!” – aveva continuato quasi beffarda, consapevole che questa volta l’aveva fatta grossa e che André ci sarebbe andato di mezzo anche se la colpa non era sua.

La smania di provocarlo era tale…

 

E André, all’improvviso, aveva lasciato i suoi polsi di aprendo le mani piano, quasi controvoglia, e Oscar si era ritrovata improvvisamente sola, lontana, quasi perduta, tanto che aveva spalancato gli occhi di fronte a quella resa.

 

“Che ti prende? Ti sei rammollito improvvisamente?” – l’aveva schernito lei, tentando di rinfocolare la rabbia.

“Lasciami in pace”.

Parole quasi sussurrate e lacrime silenziose e soffocate, trattenute a stento…

André si era voltato ed era fuggito via e Oscar era rimasta lì sola, lontana, perduta.

 

Stava per corrergli dietro quando alle sue spalle le era giunta la voce dolce di nanny che la chiamava e le diceva di fermarsi.

“Nanny…che cos’ha André?”.

Oscar aveva voluto sfidarlo e adesso poteva vedere la disperazione nello sguardo di quello che lei considerava il suo miglior amico.

“Allora nanny?”.

 

La donna l’aveva accarezzata, scostando un poco i riccioli dal viso.

“Bambina…tu sei la figlia del Generale Jaryaies…sei una fanciulla nobile. Ormai sei cresciuta…siete cresciuti tutti e due e André non può comportarsi con te come se foste ancora due bambini senza regole. Lui deve comportarsi come si conviene al tuo rango e come è necessario che sia tra un servitore e i suoi padroni...e soprattutto ne tu ne lui dovete dimenticare che tu sei una ragazza…e devi essere trattata con rispetto…”.

 

Siete cresciuti…sei una ragazza…devi essere trattata con rispetto e come si conviene al tuo rango…

 

Le parole di nanny riemersero nella mente di Oscar, come da un passato infinitamente lontano, e lei si chiese come mai proprio quella sera, mentre le sue mani fredde si tenevano l’una all’altra, poteva ascoltare su di se le sensazioni terribili che erano seguite alle frasi di nanny.

 

Nobile…figlia del Generale Jarjayes…

Lei aveva sempre pensato a se stessa come Oscar…

E André…

Lui era solo André.

Loro erano solo Oscar e André.

 

Da quel momento, scura e fredda, si era aperta dentro di lei una voragine che lei non aveva più saputo colmare se non attraverso gli anni che trascorrevano e i nuovi impegni che la sua carriera esigeva e le giornate che si erano susseguite, anonime ed uguali a se stesse…

 

Si rese conto, all’improvviso, che da quel lontano evento, André non l’aveva più sfiorata, accarezzata, abbracciata…

Non era più entrato nella sua camera, nelle notti di temporale, a stringersi a lei e tutti e due ad illudersi di esserci per consolare l’altro.

Non erano più andati al fiume…

E lui si era mantenuto distante, fiero e tragicamente disilluso di essere solo un servitore…

André c’era ancora, ma non era più stato lo stesso...

 

Le era mancato André, quell’André....

E solo ora, a distanza di tanti anni, sorprendentemente, intuì da dove venisse, allora, tutta la smania di provocarlo e di averlo addosso, su di sé, per sentirlo e sentirsi abbracciata…

 

Oscar riascoltò il vuoto scuro della voragine che un tempo si era aperta dentro di lei e che adesso si stava nuovamente spalancando.

In quella notte fredda, quel dolore era tornato.

André si era avvicinato a lei, come allora, l’aveva afferrata e tenuta stretta e in quel contatto si era spalancata la vicinanza di un tempo, i corpi che si toccavano innocenti e potevano aversi e godere di se stessi e dell’altro…

Solo che adesso si era rivelato l’amore che lui provava per lei.

Che aveva provato da sempre…

 

Io ti amo…

Ti ho amato da sempre…non ho potuto non amare che te…

 

Dio come le parole, i suoni colmi di significato immenso adesso risuonavano nella testa, depurati dalla sorpresa, dalla paura…

Lei era nel cuore di André.

C’era sempre stata…

 

Sempre…

Sempre…

Sempre…

 

Nella coltre scura, un leggero sussulto scosse la mente e quasi Oscar si pentì di aver ceduto di nuovo a quel ricordo e a quelle sensazioni.

Si ritrovò ad ammettere che non c’era mai stato un istante della sua vita in cui non ci fosse stato André.

Forse persino quando ancora lui non c’era e lei non lo conosceva.

 

Non c’era più un passato né un presente, nulla.

Si accorse che ogni cosa intorno a lei aveva avuto consistenza in forza della consistenza che lui le comunicava.

Memorie disperse in un’infanzia solitaria che di colpo diventavano reali e vive attraverso l’esistenza di André.

André c’era ancora.

 

Si ritrovava sempre più spesso a pensare a lui.

E le mancava terribilmente, come allora...

E aveva paura adesso…

Di quell’amore, dell’amore di André, che lei non aveva visto, che lei aveva a mala pena percepito dentro di sé privo di contorni, di riferimenti, di parole…

 

Nonostante le mancasse André.

E nonostante lui ci fosse sempre stato.

Aveva paura Oscar…

 

La gola chiusa…

Le mani fredde…

I polsi, stretti nelle sue mani…

L’essenza di André…

 

Forse non era Andrè che lei temeva…

Forse era la paura di se stessa e di quella parte sconosciuta di sé con cui si era scontrata, la parte debole che non aveva accettato il rifiuto di se, come donna…

Non il rifiuto di altri…

Ma il rifiuto di se stessa che si era resa ridicola ai propri occhi.

Proprio come, alla fine di tutto, l’aveva fatta sentire André.

Debole, indifesa, scoperta…

Anche se lui le aveva detto che l’amava.

 

Dunque su di lei l’amore, qualsiasi tipo di amore, avrebbe generato lo stesso timore, la stessa paura, costringendola a fuggire?

André l’amava…

Chissà se era proprio questo che nanny aveva voluto evitare che accadesse?

 

Un’illusione che sarebbe stata difficile da sopportare.

Forse nanny aveva voluto proteggere André da quell’illusione...

 

Lo sguardo s’inoltrò nelle vie che sia aprivano alle spalle della Senna e che conducevano a quello che sarebbe stato l’alloggio assegnatole.

 

Rue Hurepoix, Rue des Augustine, Rue des Saint Andres des Ares, Rue des Fosses, Rue de Coeur Volant, Rue de Tournon…

Strade chiuse, un poco buie, eppure inspiegabilmente solide.

Dietro quei muri c’era la vita, nascosta, inquieta, pulsante, ardente di Parigi.

Dentro quelle stanze si consumavano amori clandestini e pasti frugali e prime notti di nozze…

Era la vita.

Quella da cui lei, Oscar François De Jaryaies si era sempre mantenuta distante.

 

Hotel Entrague…

Oscar arrestò il cavallo e scese.

Si sentiva infinitamente stanca e passò le redini al Maggiore Girodel che si sarebbe incaricato di riportare il cavallo alla scuderia dove era stato prelevato.

“Comandante…” – Girodel esitò un istante – “Vi prego Oscar…ripensateci…non siete obbligata ad accettare…”.

 

Il tono basso della voce di Girodel, il viso contratto in una smorfia di doloroso disappunto, s’infranse contro lo sguardo silenzioso di Oscar, tagliente ed implacabile.

Girodel avrebbe dovuto conoscere quello sguardo.

Eppure Girodel sperava che il suo ex comandante non si sarebbe lasciata imprigionare da quella storia, da quell’incarico…

L’uomo strinse i pugni…

Da quell’assurda messa in scena assolutamente inutile…

 

Oscar se ne accorse e si pentì della propria durezza.

Anche lei aveva compreso che tutta quella faccenda aveva il sentore di una manovra strana ed azzardata…

Tenere “un prigioniero” allo Chȃtelet non aveva senso…

Quello era il comando della polizia di Parigi.

Ci finivano borseggiatori e puttane di strada, venditori di frodo e ladruncoli…

Ci restavano il tempo necessario per essere incriminati e poi filavano dritti dritti a Palace de Justice per essere processati.

E se avevano fortuna si facevano qualche giorno di galera alla Conciergerie e se invece fossero incappati nella malasorte d’aver pestato i piedi a qualche personalità importante, allora davvero l’arresto sarebbe stato solo un pretesto per soffocarne gli strepiti e le pretese e i più disgraziati sarebbero finiti in una cella della Bastiglia o chissà dove, dimenticati e perduti per sempre.

Da quei posti era dannatamente più difficile sia riuscire ad entrare senza il consenso del governatore.

Sia ovviamente ad evadere…

Tenere un prigioniero così pericoloso allo Chȃtelet equivaleva ad esporlo al rischio di essere raggiunto da qualche mano vendicatrice più rapida della giustizia reale, oppure, peggio ancora che quello lo trovasse da solo il sistema per sgaiattolare fuori.

 

Tutto insomma sapientemente architettato per dimostrare l’inefficienza e l’insofferenza dei carcerieri e dei soldati messi a guardia…

Che Boullè volesse la sua testa, Oscar l’aveva capito.

Non si aspettava però che quel pallone gonfiato avrebbe approfittato di un avvenimento così macabro per provare ad incastrare il comandante dei Soldati della Guardia.

Boullè ci contava che lei non sarebbe riuscita a tenere a freno i suoi soldati per eseguire alla perfezione gli ordini ricevuti…

Se non addirittura che proprio la pretesa di una perfetta riuscita di quell’impresa avrebbe portato i soldati all’esasperazione fino a prendersela con lei e ad indurla a mollare la presa…

 

Oscar doveva ubbidire agli ordini del suo superiore.

Doveva ubbidire a se stessa ed al compito per cui era stata addestrata da una vita.

Opporsi a quegli ordini sarebbe equivalso a tradire se stessa.

 

Forse era troppo difficile per il Maggiore Girodel comprendere la lieve sfumatura che opprimeva da sempre i gesti e le parole e le azioni di Oscar François de Jaryaies.

Ma così stavano le cose.

 

“Vi ringrazio maggiore. Apprezzo la gentilezza nell’avermi accompagnato ma è bene che anche voi torniate ai vostri alloggi. Domani vi farò avere la lista con i nomi dei soldati che svolgeranno i turni di guardia allo Chȃtelet…”.

Il tono asettico quasi cinico e Girodel comprese che era arrivato il momento di desistere.

Il suono dei tacchi si confuse con lo scalpiticcio di altri ufficiali e soldati che entravano ed uscivano dall’hotel.

Il Colonnello Stevenov silenziosamente scese da cavallo e si avvicinò ad Oscar.

 

“Mi auguro che le richieste del Generale Bouillè, che ovviamente traggono origine da un mio desiderio non vi creino problemi nell’assolvimento dei vostri compiti…” – disse in tono cortese ma freddo.

Oscar rimase con lo sguardo sull’uomo.

La luce fioca che proveniva dall’ingresso dell’hotel le consentì di apprezzarne meglio i lineamenti asciutti e impercettibilmente orientaleggianti.

 

Lo sguardo adesso più visibile e diretto era concentrato su di lei, in un’insistenza che Oscar ormai conosceva, perché era capitato spesso che chi la incontrasse avesse dubbi su chi fosse realmente lei.

Chissà se qualcuno aveva già detto all’ufficiale russo che lei in realtà era una donna, oppure se quello c’era arrivato da solo…

Lei non era solita esporre tale notizia ai quattro venti e men che meno l’avrebbe fatto con un perfetto estraneo.

E anche il Generale Bouillè, ne era certa, si era ben guardato dal farlo, dato che di quel particolare l’ufficiale ne era andato fiero solo nella misura in cui lei aveva sempre ubbidito ciecamente agli ordini, evitando di minare il delicato equilibrio che reggeva il sistema nobiliare di privilegi che Bouillé aveva a cuore di rispettare in qualsiasi situazione.

 

Tutto stava cambiando adesso e Oscar non aveva mancato di dimostrare una certa avversione a quel sistema rigido e soffocante…

La monarchia francese non poteva permettersi di annoverare tra le fila dei suoi comandanti una donna…

 

Oscar non si scompose ma decise di fare qualche domanda.

“Parlate francese molto correttamente…” – puntualizzò.

“Mia madre era francese, comandante. Nonostante si sia trasferita in Russia quando si è sposata, ha mantenuto una grande dedizione per la terra dove è nata. Mi ha educato alla cultura di questo paese e mi ha permesso di studiare la vostra lingua. Questo viaggio è un’occasione per consolidare le mie conoscenze e ovviamente visitare Parigi…”.

“Bene, mi auguro allora che il vostro soggiorno sia piacevole e proficuo” – rispose Oscar congedandosi e rivolgendo lo sguardo verso l’ingresso dell’hotel.

 

L’atrio era ancora occupato da un via vai di militari che stazionavano in attesa di ordini o di graduati che si preparavano ad uscire per inoltrarsi nelle grandi braccia dell’accogliente Parigi e trascorrere chissà dove la notte.

E poi soldati che bisbigliavano commenti osceni sulle ultime conquiste…

E nell’aria l’eco lontano delle gocce di pioggia silenziose ed insistenti che riprendevano a scendere.

“Non avrò…alcun dubbio…” – mormorò Stevenov tra se e se – “Buonanotte comandante…”.

“Maggiore…colonnello…”.

 

Non si voltò Oscar mentre entrava nell’hotel.

Non voleva illudere nessuno, neppure se stessa.

Dentro di sé scorreva il vuoto, il nulla, l’istintivo desiderio di bastare a se stessa…

 

Si accorse che nel tragitto di ritorno non aveva indossato i guanti.

Aveva le mani fredde e il cuore quasi fermo.

Ancora la mano sinistra tornò a sfiorare il polso destro, mentre su di esso ora riconosceva di nuovo la mano di André, stretta, chiusa, e poi ancora quella specie di alito freddo che poco prima aveva percepito nella cella della Basse – Gêole.

 

Si guardò intorno scorgendo quella che doveva essere la custode o la proprietaria dell’hotel e si diresse verso di lei.

Attese qualche istante, perché l’altra era impegnata in un’accesa discussione sul fatto che il suo hotel era assolutamente al completo e così aveva saputo di altri alloggi nei dintorni.

E questo non solo per via dei militari che si erano riversati in città al seguito della visita della famiglia aristocratica russa, ma pure – una novità di cui lei e pochi altri tenutari di hotel in città si vantavano di essere a conoscenza in anticipo - per un imminente processo che si sarebbe celebrato contro una specie di demonio che aveva seminato terrore e morte nella regione di Avignone.

Parenti delle vittime, giornalisti, semplici curiosi si stavano dirigendo verso Parigi per assistere a quell’evento inconsueto.

 

Spazientita, Oscar decise di fare da sé e dopo aver lanciato un’occhiata severa alla donna si diresse verso la scalinata che portava al piano superiore.

Tanto era certa che l’altra, seppure immersa nell’esaltante conversazione, avrebbe tenuto d’occhio tutti quelli che entravano o uscivano dall’hotel e che non avrebbe esitato a precipitarsi verso di lei…

 

Lo sguardo di disappunto colto al volo, un gemito di cortesia, e Oscar si ritrovò alle calcagna la donna concentrata su di lei che aveva già imboccato la scalinata.

“Monsieur…benvenuto…sono Madame Velien…scusate…” – la donna allungò il passo – “Permettete? Vi faccio strada!”.

“Il mio bagaglio dovrebbe essere già arrivato…”.

“Si…il vostro…oh cielo!” – esclamò l’altra paralizzandosi quasi in mezzo alla scala tanto che Oscar dovette arrestare il passo per non finirle addosso.

 

La donna si voltò mentre sul volto scorreva uno sguardo tra il mesto e l’impaurito.

Oscar fissò l’altra ma per quel giorno di fatti eclatanti ne aveva già subiti parecchi e non ne avrebbe sopportato altri.

“Monsieur scusate…ecco…credo ci sia stato un equivoco…” – balbettò Madame Velien in preda al panico.

“Un equivoco?” – replicò Oscar mentre sentiva salire nuovamente la rabbia dentro di se e non sapeva come avrebbe fatto a calmarsi.

 

Questo era troppo anche per lei.

Va bene che era stata abituata alla vita spartana e semplice dei militari.

Va bene che suo padre l’aveva addestrata a non perdere la lucidità e la freddezza in ogni situazione.

Ma adesso voleva solo chiudersi dietro una porta e togliersi di dosso i vestiti.

I sotterfugi e gli espedienti di nanny per consentire a lei, una donna, di svolgere quel lavoro faticoso non avrebbero retto ad una giornata intensa e piovosa e…

Non aveva mai desiderato così tanto spogliarsi e lavarsi e…

 

“Che genere di equivoco?” – replicò Oscar addomesticando la rabbia per cercare di venire a capo di quella situazione.

“Ecco vedete…la vostra stanza…la vostra stanza…” – balbettò l’altra iniziando a prendersi le mani una con l’altra…

 

Tutte le indicazioni "stradali" sono state tratte dalle mappe di Parigi del Turgot del 1734...con i dovuti aggiustamenti temporali utilizzando quelle dello Jallot del 1775.

 

* Le Grand Chȃtelet era una specie di fortezza posta su la Rive Droite, all´imbocco di Pont au Change, che fungeva sia da palazzo di giustizia (uno dei tanti) sia da obitorio (uno dei tanti). La fama era forse peggiore della Bastiglia e il palazzo venne poi distrutto dopo la Rivoluzione. Le Petit Chȃtelet era invece un palazzo più piccolo ma con le stesse funzioni posto su la Rive Gauche all´imbocco del Petit Pont.

 

**Attuale Ile de la Cité.

 


 

 

 

 

     


                     





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