FanFiction Lady Oscar | Paris di anna_1755 | FanFiction Zone

 

  Paris

         

 

  

  

  

  

Paris   (Letta 263 volte)

di anna_1755 

5 capitoli (in corso) - 0 commenti - 2 seguaci - Vietata ai minori di 16 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaLady Oscar

Genere:

Storico - Romantico - Drammatico - Giallo

Annotazioni:

What If

Protagonisti:

Oscar François de Jarjayes - Andre' Grandier

Coppie:

Oscar François de Jarjayes/Andre' Grandier (Tipo di coppia «Generic»)

 

 

              

  


  

 Rimpianti 

Anno 1788. Dopo l'abbandono della Guardia Reale, il destino dei protagonisti s’intreccia con quello della città di Parigi, in Rue de la Chausée d’Antin dove si trova il distaccamento della Compagnia B della Guardia Metropolitana a cui Oscar è destinata.


  

Rimpianti

Perché?

Perché lo hai fatto?

 

Domande aspre a galleggiare nella mente, nella gola, nella bocca dello stomaco chiusa, appesa all’impatto dirompente, consumato in un istante di ombra e di freddo, la sera precedente, tra di loro…

 

Loro…

 

Erano diventati loro, perché prima - solo la sera prima - loro erano lei, Oscar François de Jaryaies e lui, André Grandier.

Esseri distinti che si muovevano insieme.

Esseri distinti…

Erano stati così vicino l’uno all’altra, la sera precedente, che Oscar si sorprese di non averci mai pensato prima a loro due come semplicemente loro...

 

Un tenue raggio di sole correva lungo le assi calde del pavimento.

Oscar aprì gli occhi, allora, quasi a forza, sospinta dalla luce a ricordare che cosa era accaduto.

Le immagini danzavano davanti allo sguardo, fantasmi di se e di lui, loro, e si espandevano riemergendo nella loro cruda nitidezza.

Tentò per qualche istante di scacciarle, come fossero state frutto di un sogno malsano, di un incubo che aveva avuto la forza di giungere fino alla coscienza di lei, sveglia, importunando i sensi, colpendo lo stomaco, infierendo sulla caparbia volontà di percorrere con la logica ogni respiro della vita.

I pochi aneliti d’amore le avevano procurato solo guai, sofferenza, rifiuto…

Li aveva cancellati in fretta per ricondurre semplicemente la sua esistenza alle rigide e ferree regole inculcatele fin da bambina.

 

Ma i ricordi mordevano e la testa la richiamava indietro, alla sera prima.

 

Perché?

Perché lo hai fatto?

 

Oscar si voltò su un fianco.

Il lenzuolo scivolò lasciando intravedere la spalla nuda e bianca. 

Fredda…

Gesti rallentati, incerti ed in essi il ricordo bruciante del proprio corpo avvolto sollevato e trascinato via, e poi immerso nel corpo di lui, sopra di se, a schiacciarla, li, nel suo letto, nella sua camera, contro la sua vita e la decisione che aveva preso.

 

Il corpo di André…

Le sue spalle, il suo torace, i suoi fianchi…

La pelle, chiara, liscia…

Si soprese di quell’assurdo pensiero…

L’aveva osservato poche volte, si rese conto, negli anni addietro, il corpo di André.

E adesso quel corpo si era mostrato in tutta la sua forza e l’aveva portata con se in un impeto impensabile, frantumando ogni certezza granitica e forte della sua vita e di se stessa.

L’aveva riconosciuto quel corpo, quasi l’avesse avuto da sempre impresso nella carne, nel pensiero fisso di se stessa…

Lei e André…

 

Loro…

 

Lui l’aveva spogliata di se stessa…

L’aveva messa contro se stessa.

 

Oscar si prese le mani nelle mani.

Un dolore sordo percorse i polsi.

Scorse su di essi massaggiandoli un poco come a comprendere se essi le appartenessero ancora, come un tempo, quando altri accidenti le rammentavano del suo corpo di cui non aveva mai avuto cognizione se non nel momento in cui esso o una parte di esso doleva, a ricordarle appunto le sue dannate disavventure, il braccio violato da quel maledetto ramoscello quando era caduta da cavallo, la spalla ferita in duello, i pugni che presi nelle bettole di Parigi…

O quando s’indolenzivano, dopo gli estenuanti allenamenti con suo padre.

Restava per giorni a massaggiarli per restituire loro la mobilità e l’agilità necessarie per impugnare la spada.

Ferite inferte al suo corpo acerbo e nascosto.

Ferite da dimenticare in fretta e che in fretta si erano dileguate dalla pelle marcata solo da lievi striature rosate, cicatrici a perenne ricordo di una vita spesa a difendere un’esistenza ormai indifendibile e quel regno che pareva sgretolarsi come roccia rosa e frantumata dal tempo.

 

Adesso i polsi le facevano male.

Li tastò, piano, e percepì un leggerissimo gonfiore.

Niente di grave. Non era quello a preoccuparla.

Intravide il rossore, anch’esso leggero e caldo, strisce regolari, linee dritte e strette.

Le sue dita…

Le sue dita sui suoi polsi.

Lui li aveva stretti con una forza inaudita.

Li aveva stretti mentre lo sguardo si era posato solo un istante su di lei, quasi con disprezzo, quasi non fosse più lui…

Si erano uniti, loro…

E mai lei si era ritrovata così distante da lui…

L’aveva percepito, visto, André…

 

Nelle orecchie l’eco delle sue parole, istantaneamente incomprensibili, sussurrate, pochi istanti prima…

 

Una rosa, che sia bianca o rossa, non potrà mai diventare un lillà…

 

Parole che avevano sollevato la rabbia, repentina…

 

Che diavolo volevi dirmi con quelle parole?

Che io sono una donna?

Che per te sono solo una donna?

 

Istintivamente Oscar aveva pensato che lui stesse contestando la sua scelta…

La sua scelta di vivere come un uomo.

Una scelta inopportuna ed inutile.

Lei era una donna, non sarebbe mai potuta essere o pensare d’essere altro nella vita…

Nient’altro che una donna.

Paragonata a rosa che abbaglia ma poi sfiorisce, gremita dalle intemperie, dall’incuria, dal tempo.

Implode nel suo stesso profumo per spegnersi magari in una notte d’estate…

Era questa dunque lei, fragile, incapace di modificare la sua stessa essenza racchiusa in quelle assurde parole...

 

L’impercettibile ondeggiamento, una sorta di vertigine liquida, si espanse dal ventre correndo lungo i muscoli, come la sera precedente, mescolato alla rabbia, invadendo la mente, recando con sé uno smarrito senso d’impotenza, di perdita, di stanchezza ancestrale, che lei non sapeva se avrebbe avuto la forza di contrastare…

Le gambe si contrassero…

Oscar pensò per un istante che quella fosse l’anticamera della follia.

Si sentì svuotata eppure…

Colma di sensazioni senza nome, indefinite e fulgide, capaci di correre al cuore e farlo battere più in fretta.

 

Dannazione…

 

Un’imprecazione appena sussurrata.

 

Oscar aprì gli occhi ed osservò il raggio di luce che ora penetrava prepotente dalle pesanti tende.

La sua scelta di vivere come un uomo…

No…

Non era per quello…

Di quello ne avevano già parlato.

Era da una vita che ne parlavano…

Mai direttamente, mai a parole aperte, ma per assurdo sempre in silenzio, oppure scontrandosi, oppure ignorandosi.

Lei, chiusa in quell’uniforme militare in un ruolo scelto da altri, lui, sempre al suo servizio.

In perenne attesa di una richiesta, di un ordine, di un cenno…

Persino di rivolta.

Lui li accoglieva tutti, indistintamente, costantemente e silenziosamente.

Li accoglieva e li esaudiva.

Li accoglieva e poi la ammansiva, con uno sguardo.

Un volo degli occhi a scrutare il cielo.

Un sorriso lieve forse per rendere meno drammatica quella vita assurdamente in bilico…

 

André…

Le labbra si soffermarono sul nome, suono ripetuto conosciuto chiamato…

Adesso era dentro di lei André…

Chiaro e distinto…

Non André, l’amico, il servitore, il compagno di cavalcate…

André e basta. Senz’altri appellativi…

Solo André, con il suo sguardo, il suo corpo, il senso di forza impresso nelle mani, il torace, le spalle, i fianchi impressi su di lei…

Quello era André…

Eppure André c’era sempre stato nella sua vita.

Impenetrabile, leggero, discreto, forte e sfuggente…

Semplicemente, c’era sempre stato.

Ma lei non l’aveva mai visto davvero, non l’aveva mai ascoltato davvero.

 

Nemmeno quella sera, al tramonto, nelle scuderie, quando lei gli aveva detto di voler lasciare la Guardia Reale, perché voleva tornare quella di un tempo, quando credeva di essere un maschio…

Perché, in maniera sorprendentemente ingenua, Oscar aveva creduto che vivere come un uomo, pensare come un uomo, fendere l’esistenza con la stessa rudezza che è concessa solo agli uomini, l’avrebbe tenuta al riparo dalla sofferenza della sua vita vissuta a metà.

E lui era rimasto zitto. 

Non aveva obiettato nulla.

Nessuna contestazione, nessuna recriminazione da parte sua.

Nessuna.

Oscar non l’aveva immediatamente compreso il peso opprimente di quel silenzio, l’assoluta mancanza di qualsiasi protesta che la facesse tornare sui suoi passi.

Non l’aveva ascoltato quel silenzio perchè non aveva mai ascoltato André.

Esso adesso riemergeva, assordante, assieme al corpo di André, impresso, ad inchiodarla li, alle sue colpe ed alle sue insolenti mancanze.

 

Forse allora la spiegazione stava tutta li.

In quel silenzio, in quella sorta di comprensione dolente che André metteva nell’accettare la sua volontà facendosi bastare brandelli di ore, fugaci e colme di ordini, duelli, cavalcate…

Ripercorsi a mente fredda gli istanti vissuti assieme al silenzio di André la condussero ad una visione più sottile e del tutto inaspettata.

André viveva loro…

Lui si vedeva insieme a lei e allora forse André non aveva obiettato nulla semplicemente perché pensava che loro, loro due, solo loro due e sempre loro due, sarebbero comunque stai insieme.

Ovunque fosse andata lei, lui l’avrebbe seguita.

Questo doveva essere ciò che lui si era immaginato, in quel silenzio soffocato.

Loro…

 

Invece no.

Non c’era nessun loro…

Oscar non avrebbe più accettato di dipendere da nessuno.

Oscar non avrebbe più accettato di cedere una parte di se, anche se solo nella sua mente.

I pochi aneliti d’amore le avevano procurato solo guai, sofferenza, rifiuto.

Cedere alla lusinga di un sentimento che le aveva scosso la gola e lo stomaco, che l’aveva percorsa lasciandola incredula di fronte a se stessa ed alla propria fragilità…

Aveva scoperto che anche lei poteva amare, poteva percepire l’ebrezza del mistero che risuona attraverso battiti nuovi e pelle lucida e piacere sommerso…

Anche lei poteva soffrire al pensiero che ogni singolo battito sarebbe rimasto inascoltato, perduto, dissolto in un baratro senza fondo.

Aveva nascosto quella parte di se, in ogni istante della sua vita.

L’aveva nascosta, persino a se stessa.

E poi aveva tentato di avvolgere quella parte di se in un candido vestito bianco, illudendo se stessa che sarebbe bastato questo a renderla riconoscibile e finalmente libera.

Quel vestito l’aveva imprigionata relegandola nel limbo di un’amicizia importante, sentimento che anima l’essere umano forse più dell’amore, ma che non appaga, non brucia e non consuma come l’amore…

 

Si era ritrovata debole e indifesa, abbattuta da quella disarmante verità.

L’amicizia non le bastava, la vicinanza d’intenti comuni diventava dolente sofferenza…

Non avrebbe più accettato di cedere quella parte di se che le serviva per bastare a se stessa.

Al diavolo!

A nessuno…

Nemmeno ad André.

Neppure a lui che le era sempre stato accanto.

 

E così glielo aveva detto ad André.

Quella sera…

Ieri sera.

Anche André doveva uscire dalla sua vita.

André poteva ritenersi “libero”…

Lei non avrebbe più avuto bisogno del suo aiuto…

Lui avrebbe potuto vivere la sua vita come preferiva…

 

Oscar si ricordò solo che forse si sarebbe sentita più sola, questo sì.

Ma tanto lei era già sola…

Che senso avrebbe avuto continuare a tenere legato a se, lui, che forse avrebbe avuto il diritto di farsi una sua vita?

Questo era bastato a compensare l’ansia della sua coscienza smarrita, solo per pochi attimi, di fronte all’assenza di André.

Renderlo libero l’aveva convinta della bontà della propria scelta.

Oscar non voleva avere nessuno sulla coscienza.

Non voleva avere nessun rimpianto.

Lui aveva già pagato a sufficienza per quella vita vissuta al suo servizio…

Dannazione aveva persino perso un occhio per aiutare lei…

E così glielo aveva detto. 

André poteva ritenersi “libero”….

E lui, in quel momento, aveva replicato con quelle parole assurde…

 

Una rosa, che sia bianca o rossa, non potrà mai diventare un lillà…

 

Quelle parole l’avevano fatta infuriare.

Perché di nuovo qualcuno la stava mettendo con le spalle al muro.

André non ne aveva il diritto…

Lo aveva trovato sorprendentemente arrogante lui, li, in mezzo alla stanza, a parlare di rose, a paragonarla ad una rosa – perché era questo che lui aveva fatto – mentre lei non voleva altro che lasciarsi alle spalle l’insolenza di una corte dei miracoli vuota e pericolosa. 

Lei una rosa…

Dannato paragone senza senso…

Sull’orlo di quel baratro lei, a piangere per quel pensiero fisso che le premeva sul cuore ogni volta che pensava a Fersen, non voleva più starci…

Li l’aveva condotta quell’insulso sentimento…

E non era perché Fersen aveva rifiutato lei…

No, non era per quello.

Lei non voleva più essere una donna…

E André stava li, arrogante, insolente, cinico nel rammentarle che lei era una donna e che non avrebbe potuto essere che una donna e nient’altro.

Nient’altro che una donna.

 

La rabbia…

Il sapore amaro della rabbia si sollevò nella gola chiudendo il respiro.

Oscar si contrasse, di nuovo, su se stessa, ascoltando di nuovo la propria voce aspra di rabbia e rancore…

Quella domanda gliel’aveva gridata in faccia.

Voleva sapere il significato di quella frase.

E se lo pensava davvero che allontanarlo da se l’avrebbe resa ancora più debole…

E se lo credeva davvero che lei non avrebbe potuto fare ciò che voleva nella sua vita…

Dio, quanta rabbia c’era nella sua voce, nel tono sprezzante che gli aveva rovesciato addosso per calpestare ed annientare l’arroganza di lui e quel suo rammentarle che lei era una donna, debole, fragile, indifesa…

Perduta per un amore impossibile…

 

Dannazione perché?

Voglio sapere perché io “resterei” una donna?

Qualsiasi cosa io decidessi di fare…

Che ne sai tu della mia vita e di cosa significa vivere tutto a metà senza sapere chi sei, o meglio, sapendo benissimo chi sei, ma senza poter esserlo fino in fondo?

Io non posso liberarmi di un amore impossibile diventando qualcun altro?

Io posso fare quello che voglio…

E se non voglio più cadere in quel dannato abisso di…

 

Questo aveva pensato quando gli aveva sentito pronunciare quelle parole.

Dannate parole…

A questo ripensava…

La rabbia trattenuta e covata dietro la finta freddezza che aveva tentato di mantenere nei confronti della propria vita era esplosa contro di lui, contro quella maledetta frase, contro quella sua calma apparente e distaccata.

Quella calma era assurda, senza senso…

La rabbia si era rovesciata addosso a lui e…

 

Come ho fatto a non capire…

Ti ho guardato…

Davvero…

L’ho fatto…

Ma forse volevo solo cancellare la mia colpa perché avevi pagato al posto mio, il mio errore…

E…

 

Un gesto di rabbia, di nuovo e le coperte finirono scaraventate via, come a scacciare via un pensiero beffardo e sconvolgente, impossibile da accettare.

I passi si susseguirono veloci sul pavimento scuro.

Istintivamente Oscar si diresse verso la porta, la mano sulla maniglia per aprirla e uscire fuori e gridare a nanny di prepararle i bagagli per fuggire via...

Così tutto sarebbe finito e tutto sarebbe tornato come un tempo quando non ne sapeva niente dell’amore e mai avrebbe pensato facesse così male.

 

No…

Non era possibile…

Ti ho visto…

Io ti ho osservato in questi mesi e…

 

Il pensiero non correva fino in fondo.

Oscar non poteva ammettere che un errore così assurdo l’avesse resa cieca e sorda e…

 

Eri accanto a me…

Ci sei sempre stato…

Eppure lo spazio che ci divideva non aveva più la stessa misura. 

E il tempo…

Dannazione il tempo che scorreva…

Era diverso…

 

Poteva essere stato il senso di colpa a rivelarle chi fosse André per lei, a tradire l’immagine che aveva di lui.

L’amore l’aveva presa, afferrata, travolta…

Con i suoi lati più oscuri e dannati.

 

Allora…

Allora tu come hai fatto a resistere tutti questi anni se…

 

La calma di André l’aveva fatta infuriare…

Calma apparente…

Adesso…

A ripensarci…

Oscar fissò lo sguardo alla finestra, alla luce chiara che rompeva il silenzio scuro della stanza…

L’immagine di André davanti a se, illuminata dalla luce. Le vene pulsavano nel collo, la mascella contratta, gli zigomi abbronzati, le mani strette ai polsi…

La sua figura sembrava calma, in realtà era innervata di rabbia, forse disprezzo.

Come la propria rabbia, come il proprio disprezzo verso se stessa e la propria debolezza.

Una bestia dannata gli stringeva il cuore…

 

Da quando…

Da quando…

Chissà da quanto tempo l’hai tenuta chiusa dentro di te quella bestia feroce?

Dannata bestia…arrogante…

 

Il silenzio di André, il suo calmo disprezzo si erano infranti contro la rabbia di lei.

Gli aveva dato uno schiaffo.

La mano era volata veloce sul viso di lui.

André non era indietreggiato, non si era difeso, aveva incassato il colpo, quasi se lo aspettasse e non lo temesse, quasi lo desiderasse, come unico contatto bruciante e duro, con lei, anche solo attraverso quel palmo cattivo e sprezzante.

Era rimasto immobile, teso, il corpo fermo.

E quella calma l’aveva annientata…

Di nuovo…

L’aveva afferrato per la camicia.

L’aveva attirato a se.

Non come quando erano bambini e litigavano e si cercavano, in un contatto di sfogo e di rabbia, per dominare l’altro, con l’arroganza della forza…

E poi si spingevano, si picchiavano, si squadravano, si riprendevano, si ammutolivano e giù a cercarsi, il mattino dopo, come fossero aria da respirare, luce dove crescere, vita da vivere

No, non era come allora, perché forse allora erano stati loro, ma solo per il tempo degli scontri, dei pugni e delle labbra gonfie e dei graffi e degli abbracci e delle mani strette…

Contatti feroci che li lasciavano senza fiato eppure terribilmente complici della loro stessa sorte.

Loro non erano più…

Adesso erano solo rimpianto di sprazzi di increduli ricordi delle loro litigate, delle discussioni, delle valanghe di rimbrotti e confronti…

 

Lei, ora era lei a volere una spiegazione.

Razionale e logica come sempre.

E lui una spiegazione gliel’aveva data.

Illogica ed irrazionale, senza parlare, senza contrapporsi a lei ed al suo tono sprezzante.

Le aveva afferrato i polsi stringendoli e lei non aveva nemmeno cercato di svincolarsi da quella stretta, tanto le era apparsa improvvisa, innaturale, senza senso, ma poi nemmeno così offensiva o inopportuna.

 

Ora la mente era li sprofondata nell’immobilità dei suoi polsi, chiusi, in quelle mani calde e strette.

Così strette che ad un certo punto…

“André, così mi fai male…” – aveva sussurrato.

Sì, ricordava di essere stata costretta a dirglielo.

A sua memoria non rammentava fosse mai accaduta qualcosa di simile.

Aveva rivolto gli occhi al proprio polso, chiuso nella mano di lui.

Aveva avuto il tempo di fare solo quello.

E poi era tornata a lui.

L’aveva guardato e aveva visto André…

Era talmente vicino a lei e lei si era improvvisamente accorta che lui era più alto…

Così vicino non l’aveva mai visto.

Così terribilmente vicino da riuscire ad ascoltare quasi il battito del cuore e vedere il petto sollevarsi piano, quasi trattenendo a stento un respiro più fondo di feroce risentimento, imbrigliato perché non corresse via e dilagasse contro di lei.

La pelle…

L’aveva intravista sotto la camicia leggermente aperta.

La pelle liscia, abbronzata…

 

Sei tu…

Dannazione André…

Sei tu…

La pelle riemersa da frammenti dispersi e ora nitidi alla mente…

Sensazione d’immediato stupore dal sapore inspiegabilmente conosciuto, tondo, caldo, pieno, forse celato negli abissi dimenticati della memoria…

Echi di risate, bagliori di raggi dispersi da spruzzi di acqua gelata, mani chiuse a cercarsi e prendersi, ginocchia sbattute a terra e lividi percorsi da profumati fili d’erba intrecciati alle calde braccia del tramonto…

La tua pelle…

Le mie mani chiuse, aggrappate alla tua camicia aperta sul petto, piccolo, liscio, nudo…

Le tue mani aperte a sfiorare e reggere le cosce sottili…

La schiena calda e forte a cui mi appoggiavo, affondando il respiro nell’odore della tua pelle e cullandomi nel tuo passo incerto a sorreggere la mia finta stanchezza di una giornata di giochi…

La tua nuca bianca, i capelli neri bagnati, un poco scostati perché altrimenti mi avrebbero fatto il solletico al naso…

Gl’infiniti discorsi sui grandi cavalieri del passato…

L’imbrunire che scalda il cuore e lo sollecita a correre più veloce nell’incedere della sera per evitare un rimprovero e per sedersi a tavola insieme…

Le mie mani a stringere le scarpe diventate barchette piene d’acqua e di fango…

Il tuo respiro…

Affannato, calmo, silenzioso, umido, disperso…

Su di me, sul mio respiro…

Le tue mani…

In quell’istante erano tornati ad essere loro…

 

Oscar rabbrividì.

Le tue mani strette ai polsi…

 

Stringevano quelle mani e trascinavano lentamente i polsi, chiusi, come se lei non avesse avuto forza alcuna, come fosse stata un filo d’erba da scostare dal viso o il colletto di una camicia da aggiustare meglio.

Lui la teneva li, a se, la voleva li, per se…

Lei non sarebbe riuscita a divincolarsi, a sfuggirgli…

Aveva ascoltato il battito del cuore, il proprio ed il suo…

Aveva percepito il respiro, dannatamente calmo, sul proprio, insolentemente agitato e scostante…

Tocchi impercettibili e leggeri.

 

André…

Sei tu…

 

Aveva tentato di cogliere il suo sguardo.

Aveva tentato di comprendere cosa gli passasse per la testa.

Aveva tentato di contenere quell’impeto gelido che le stava scivolando addosso, impossibile da arginare, impossibile da respingere.

Il suo silenzio…

André non la guardava…

Guardava oltre…

Istantaneo movimento, il viso impercettibilmente lontano si era avvicinato a cogliere le labbra.

Prenderle e toccarle…

Averle ed assaggiarle…

Morderle quasi…

La sua bocca…

Aveva sentito la sua bocca sulla propria.

Quella era la sua bocca…

E la sua lingua…

A cercare la sua, insinuandosi dentro la sua bocca…

Le mani di lui a stringere i polsi di lei e le mani di lei strette dentro i propri palmi, le unghie conficcate dentro di essi, in una contrazione di stupore e di rifiuto.

La mente colpita e dissolta a ritrovare faticosamente la percezione del proprio corpo mentre il sangue riprendeva a scorrere lento.

 

La sua bocca…

Organismo mobile caldo umido sensibile…

Li dannazione, li…

Dentro di lei a leccare avidamente la lingua, a mordere le labbra…

E lei li dannazione, li, colpita e stravolta…

Immobile…

Lei l’aveva accolto…

E la sua bocca si era insinuata, calda e mobile, vertigine liquida che ora cercava la sua lingua, combattendo per averla ed assaggiarla e muoversi insieme ad essa.

Che dannata bestia era mai quella che l’aveva spinto fino a li, li, su di lei?

 

Altri passi in mezzo alla stanza, come un animale in gabbia, respirando piano e chiudendo gli occhi di nuovo per raccogliere la cupa morbidezza di quel contatto, per togliersi di dosso il corpo di lui, irriverente ed insistente, espanso nel tocco beffardo di un bacio rubato.

 

Un sussurro scivolò dalle labbra al pensiero repentino ed istantaneo che lo stupore non era bastato a lasciarla chiusa fredda distante…

 

Non l’ho fatto…

Non l’ho fatto.

 

Quella sorta di mancata ribellione si riverberò nei muscoli costringendoli a ribellarsi li, adesso, anche se André non era più li e lei era sola, come a scacciare da se la propria debolezza…

Tornò al letto, sedendosi ed abbandonandosi a se stessa, e poi stendendosi ed abbracciandosi, chiudendosi su se stessa, le gambe quasi rannicchiate sul petto.

Ed il corpo, il suo dannato corpo si ribellò davvero, inspiegabilmente, colpendola mentre esso assaggiava di nuovo quella vibrazione unica, intensa e sorprendente che le era scorsa lungo la schiena, mentre la sua bocca era colma della bocca di lui e le labbra non avevano più spazio per muoversi se non aderendo a quelle di lui.

Movimenti piccoli rabbiosi circolari umidi caldi a chiedere calore e restituirlo…

L’avevano sollevata colpita scossa oltre quello che lei stessa avrebbe mai potuto immaginare e lei aveva sentito il suo sapore, l’umida scia di una danza così terribilmente estatica, seppure mista allo stupore dell’inaspettato…

Si era sentita colma di lui, mentre lui era dentro di lei, nella sua bocca.

Lui ed il suo corpo si erano espansi ed irradiati dentro di lei, sollevandola in un moto di rabbia e di liberazione…

Il ventre si era contratto, colpito da un’onda gelida e pungente che poi si era subito ritirata, lasciandola incapace di ritrovare la coscienza ed il contatto con se stessa…

Il respiro si era arginato incerto se riprendere il senso del suo corpo, insieme ai muscoli ed alla loro naturale tensione.

 

Anche adesso stava accadendo lo stesso, come se fosse il suo corpo adesso a volerlo ancora li, addosso, oltre ogni ragione, oltre ogni logica. 

Per ripercorrere i passi incerti di quella danza ancestrale…

Dio…

 

Come per liberarla da se stessa…

Che bestia feroce poteva essere riuscita a colpirla ed annientarla fino a quel punto?

 

Era stato solo un attimo.

Un istante di debole cedimento.

Un colpo al cuore che aveva quasi cessato di battere.

Ed uno allo stomaco…

Si…

 

Lo sguardo perso nel vuoto scuro della stanza si riempì di una nuova immagine, richiamata dal corpo di lui che si schiacciava contro il proprio, di più, sempre di più.

In piedi, in mezzo alla stanza.

Sprofondata in quel contatto, lei aveva indietreggiato un poco, forse nel tentativo di sottrarsi a quel bacio…

Era stata lei…

Oppure lui a contrarsi ancora di più contro di lei…

Oscar accarezzò di nuovo la sua spalla, nuda.

Nessun tessuto tra essa e l’aria.

Tra l’incavo della spalla ed il seno.

Cercò con la mano di ricomporre il brandello della camicia, afferrandone il lembo, intuendone il bordo ruvido, strappato, del tutto diverso da quello integro, poco più in la.

Di nuovo chiuse gli occhi e di nuovo sul respiro, il peso del corpo di lui…

Indietro…

Lei era stata trascinata indietro ed il corpo di André l’aveva sospinta via…

Tutta…

Schiacciata e vinta, mentre la bocca la prendeva e lei percepiva i sensi di lui tesi, potenti, pesanti…

André era riuscito fermarla, a tenere fermi i suoi muscoli e la sua volontà, lì, sotto di lui. 

Aveva preso colto, afferrato, trattenuto le sue labbra, cercando il calore dentro di esse.

Colmandole di se…

Colmandole di loro…

 

Ora non erano solo le mani di lui chiuse a stringere i suoi polsi.

Ora era tutto il suo corpo che la sovrastava e la trascinava via.

Non erano più solo le sue braccia ad essere due miseri fili d’erba.

Era lei, tutta, ad essere quasi sollevata e portata via…

Indietro…

Dove andava lei e dove lui la spingeva, a poco a poco, fino a raggiungere quel letto sul quale erano caduti entrambi, di peso.

Lei sulla schiena e lui sopra di lei.

I polsi chiusi, il corpo li fermo, schiacciato, contratto. E André, il corpo di André era diventato improvvisamente pesante e vivo e reale…

Il suo corpo su di lei, e lei quasi a trattenere il respiro, immobile, incapace di sottrarsi a quella forza, incredula di fronte all’inaspettato, come non fosse mai stata ciò che fino a quel tempo era stata.

Schiacciata da lui, dal suo peso…

Ed al tempo stesso senza peso, se non quello della rabbia, la propria rabbia che riempiva le vene e i muscoli.

André aveva stravolto il gioco delle loro parti, aveva preso per se tutti i loro ruoli, e li aveva voluti per se solo.

 

Oscar chiuse gli occhi.

Di nuovo.

E dal buio riemerse l’ondeggiamento dolente e potente di se stessa trascinata via e poi d’un tratto, di nuovo ferma, li, come adesso, mentre il corpo si sollevava di nuovo d’impeto e il cuore batteva la inondava confondendo idee e sentimenti.

 

Avrebbe voluto stare al buio.

Si girò nuovamente, questa volta per sottrarsi alla luce calda che sbucava dal vetro ed illuminava la stanza, con una prepotenza irritante delineando i contorni, respingendo il buio, dando senso alle cose, seppure inanimate, immobili.

Come lei.

Tutto era fermo.

Come lei.

Tutto, tranne il cuore che batteva forte, impossibile da fermare.

 

Avrebbe voluto stare al buio.

Fermare l’avanzare della luce, del tempo, delle ore, per tornare alla quiete della notte ed alla sua immobilità, quasi che in essa potesse recuperare la parte di se che aveva perduto, quella inconsapevole, quella che ignorava la realtà delle cose.

Loro…

 

Serrò le labbra.

Un altro particolare riemerse.

Non un’immagine, ma un suono.

Un gemito lieve, forse un respiro imprigionato nelle labbra, trattenuto e scivolato via attraverso la pelle sottile stretta morbidamente trattenuta bagnata di quel bacio aperto ed intenso e caldo.

Non era un grido e nemmeno sarebbe potuto diventarlo se di lì a poco lei non si fosse ritrovata distesa sul letto e lui addosso.

Le braccia aperte, i polsi ancora stretti e la sua bocca ora libera…

Quel gemito si era tramutato in grido.

Parole urlate.

E l’assurdo di gridare quelle parole contro André.

Mai avrebbe pensato di contrapporsi a lui, di gridargli in faccia che avrebbe chiesto aiuto se non l’avesse lasciata andare…

Lasciarla andare…

Una frase istintiva laddove fosse stato un estraneo ad aggredirla.

Non certo André.

Gliel’aveva gridato con tutta la forza che aveva in gola di lasciarla andare.

Con tutta la disperazione che aveva sentito nascere dentro per quel contatto inaspettato, violento e senza scampo.

Lui era più forte, questo lei l’aveva sempre saputo.

Ma non ci aveva mai pensato che un giorno quella forza l’avrebbe vista riversata su di lei…

 

Fermati…

Glielo aveva chiesto con rabbia…

Con disperazione…

 

Quel peso improvvisamente si era sollevato da lei per lasciarla libera…

E in quell’istante uno strappo secco ed immediato aveva percorso il silenzio, colmo solo del loro respiro livido ed affannato.

André si era staccato da lei, allontanandosi, e in quel movimento aveva afferrato la sua camicia.

La sua rabbia si era riversata su quel piccolo lembo di stoffa che si era sollevato, aggredito e lacerato con forza.

Il rumore di quello strappo…

Il buio silenzioso, di nuovo.

Il buio scuro, solcato dall’aria fredda sulla pelle nuda e bianca e morbida, aperta di fronte agli occhi di lui.

Andrè era rimasto su di lei e quel piccolo lembo di stoffa, trascinato via, morbido e distrutto, era scivolato a terra nel buio della stanza attraversando il cono del suo sguardo.

 

Oscar corse al battito intenso del cuore.

Anche li, come allora, le parve sarebbe uscito dalla gola, in quell’istante interminabile, colmato finalmente e per la prima volta nella sua vita dalla paura, vera, intensa, assoluta e senza scampo, a marchiarla forse per sempre.

 

Pensieri veloci si rincorsero nella mente offuscata.

André voleva avere lei.

Voleva avere lei nella sua fragilità…

E voleva avere lei e tutto il suo potere, quello che lei aveva sempre avuto su di lui e sulla sua vita.

Voleva dimostrale che lei, in realtà era “solo” una donna fragile, testarda, morbida, arrogante…

Voleva prendersi il suo coraggio, la sua forza, la sua velocità, la sua dannata razionalità, la sua invincibile freddezza…

Voleva avere lei…

Lei era una donna.

Nonostante l’esistenza che lei aveva deciso di perseguire.

Oscar non avrebbe potuto difendersi.

Lo sguardo di André su di lei e forse su se stesso riflesso negli occhi di lei e nella pelle di lei davanti a se, pronta per essere colta…

Lui avrebbe potuto fare di lei qualsiasi cosa.

Prenderla ed entrare dentro di lei e strapparle quell’arroganza e quella freddezza che ora parevano scomparse.

Averla e frantumare per sempre l’idea che comportarsi e pensare e vivere come un uomo l’avrebbe tenuta al riparo dal dolore di un rifiuto.

Cogliere la sua essenza, il suo profumo, la sua carne inviolata e dolce e innocente e dimostrarle come un rifiuto non necessariamente impedisce di prendersi ciò che si vuole, ad ogni costo, anche a costo di spazzare via per sempre l’altro e la sua vita.

 

Lo sguardo di André, impercettibilmente incredulo…

Uno sguardo che Oscar non era riuscita a sostenere, perché quello sguardo vedeva lei e pareva quasi voler entrare in lei, ma lei non voleva essere guardata, mentre l’aria fredda continuava a scivolare sulla pelle…

L’aria e la paura che quel combattimento non fosse ancora finito…

L’aria ed il respiro di André, quasi sospeso, mentre il corpo si irrigidiva e i muscoli tradivano il presagio di non poter sopportare altro.

In quello stesso istante Oscar si rese conto che André si era fermato.

André si era fermato.

 

 “Bene e adesso…e adesso cosa vorresti farmi André? Che cosa vuoi provare?” – aveva chiesto piano, con rabbia e disperazione, mentre la gola si chiudeva riempiendosi delle lacrime che non poteva più trattenere.

Una domanda senza senso.

Non era una domanda…

 

Fermati…

Fermati…

Fermati…ti prego…- gli stava chiedendo.

 

Una domanda e al tempo stesso una richiesta di aiuto.

 

Fermati prima che accada qualcosa di cui non potresti mai perdonarti…

Fermati prima che io possa perderti…perdere te e ciò che sei per me…

Anche se adesso non lo so più.

 

Oscar tornò a quei pensieri.

Ora poteva farlo.

Ora che nel silenzio le mani ed il ventre, la schiena e le gambe ed ogni parte di se la richiamava a quell’istante, alla voce di André, al suo corpo, alla sua bocca…

 

“Perdonami…giuro su Dio che non ti farò mai più una cosa del genere…”.

Le sue lacrime…

Oscar rammentò le sue lacrime e poi il gesto con cui lui l’aveva coperta.

André si era fermato…

“Una rosa non potrà mai essere un lillà…ascolta Oscar…è impossibile che tu diventi qualcun altro. Per vent’anni tu sei stata l’unica che ho visto e a cui ho pensato. Io ti amo…no…non ho potuto non amarti…più profondamente di chiunque altro…”.

 

Allora davvero lei non aveva mai saputo nulla di André.

Il rimpianto di non averlo mai realmente ascoltato, percepito…

Non aveva mai saputo nulla.

Non aveva potuto non amarla…

Disperatamente e senza scampo.

In silenzio…

Era questo che adesso lei ascoltava dentro di se.

Era questo che non aveva mai compreso.

Lui l’amava…

Da sempre…

Era questo che scorreva dentro di lui…

L’amore che desidera chiede vuole pretende…

L’amore che non si condivide non si cede non si accantona non si accontenta…

L’amore che confonde e tormenta.

L’amore che non può restare rinchiuso. 

L’amore che disorienta brucia distrugge e dissolve…

Ecco allora…

Era per questo che l’aveva fatto.

André l’amava e lei, senza neppure saperlo, senza neppure averlo intuito, aveva deciso di allontanarlo dalla sua vita.

 

Il rimpianto di quel contatto feroce sarebbe rimasto per sempre a bruciare dentro di lei.

Il rimpianto di non aver mai capito nulla…

Il rimpianto di non aver sentito nulla…

Il rimpianto di aver costretto lui, André, ad arrendersi ad un gesto così lontano dalla sua armonia, dalla sua tempestosa calma…

Quel contatto…

Un bacio, alla fine di tutto.

Feroce, colmo, pieno, umido, mobile, furioso, disperato…

Quel bacio, sulle sue labbra.

Il suo primo bacio.

Un bacio di rabbia e disperazione.

Tutto era iniziato e tutto era finito nel contatto delle loro labbra.

In esso era racchiusa una sensazione unica di rabbia e di paura d’incertezza e di dubbio.

Oscar comprese cosa fosse l’amore, allora.

 

Si alzò, dispersa in quel pensiero e si tolse la camicia.

La lasciò scivolare giù, via da se, ascoltando il fruscio lieve e poi il rumore soffocato di quel tessuto, ormai inservibile, che cadeva a terra.

La guardò e poi si alzò avvicinandosi al grande specchio sul quale si rifletteva la sua immagine.

La pelle delle spalle sulle quali ricadevano i capelli un poco scompigliati, lambiti e rischiarati dalla luce che ora filtrava prepotente dalla finestra, riflettendosi sul contorno di un corpo, il suo, che ora lei poteva osservare di fronte a se.

Si guardò allo specchio. 

Un gesto consueto.

Tante volte aveva fissato i ricami preziosi della sua uniforme, le mostrine, la stoffa rigida pulita e perfetta.

Le era sempre bastato.

Una sola volta aveva scorto la forma del corpo sapientemente esaltata da un abito prezioso.

Anche quell’unica volta le era bastata.

 

Osservò il colore rosato della propria pelle, quella delle spalle, bianca, e poi quella del petto, e dei seni…

Era dunque lei quella?

I suoi seni, morbidi e sodi…

Piccoli forse…

Non li aveva mai osservati e una mano si alzò per scivolare su di essi, per coprirli ed assaggiarne la consistenza, la morbidezza.

Lasciò la mano li, su quei seni che scomparvero dalla sua vista.

Scomparvero dalla vista ma entrarono nei sensi, restituendo ad essi la sensazione di vellutata morbidezza.

Era lei quella?

Era una donna?

Era dunque quello che André aveva scorto in lei?

Era ciò che adesso si riverberava dentro di lei, battendo con beffarda insistenza, mentre lei osservava se stessa attraverso lo sguardo di Andrè, la sua rabbia, la sua insolenza, la sua dannata disperazione…

Attraverso quell’amore che si era nutrito del silenzio per poi incidere la carne come una lama sapientemente affilata?

 

Ravvivò il fuoco nel camino e poi con un gesto secco vi gettò la camicia.

Il tessuto adagiato sulla fiamma la nascose e poi quasi la soffocò.

Dopo poco il chiarore della camicia si sollevò imbrunendosi, aggredito ed avvolto dal calore che alla fine ebbe la meglio sulla consistenza della stoffa facendola propria e consumandola fino a distruggerne la consistenza, fino a tramutarla in materia differente, cenere grigia ed impalpabile che un solo alito di vento avrebbe potuto disperdere.

 

Se lei avesse potuto fare la stessa cosa…

Se avesse potuto bruciare e disperdere ciò che era accaduto.

No…

Nulla sarebbe mai tornato come prima.

Così ora era la sua vita…

Distrutta dal fuoco, dal calore immenso che aveva sentito e visto scorrere nello sguardo di André, riversato su di lei.

Il rimpianto di aver perso tutto…

Il rimpianto di essere vissuta nella più cieca immobilità…

La sua vita non sarebbe mai più tornata ad essere quella di un tempo.

Mai più…

Qualsiasi cosa sarebbe accaduta.

 

Tornò ad osservare il giardino inondato di sole…

Il respiro rallentato le restituì la calma necessaria ad affrontare quella giornata, di nuovo immobile eppure diversa da tutte le altre.

Una nuova vita…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     


                     





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