FanFiction Naruto | XVIII – III – MMXXII Chi fa un regalo dona parte di se' di ChiccaTiaKiki | FanFiction Zone

 

  XVIII – III – MMXXII Chi fa un regalo dona parte di se'

         

 

  

  

  

  

XVIII – III – MMXXII Chi fa un regalo dona parte di se'   (Letta 134 volte)

di ChiccaTiaKiki 

1 capitolo (conclusa) - 0 commenti - 0 seguaci - Per tutti

    

 

Sezione:

Anime e MangaNaruto

Genere:

Introspettivo - Drammatico - Fluff - Angst - Romantico

Annotazioni:

Missing Moment

Protagonisti:

Itachi Uchiha - Kisame Hoshigaki

Coppie:

Itachi Uchiha/Kisame Hoshigaki (Tipo di coppia «Shonen Ai»)

 

 

              

  


  

 XVIII – III – MMXXII 

Kisame non ha mai ricevuto regali di compleanno, a dire la verità, mai nessuno si è ricordato della sua festa, a malapena lui stesso sa quando è nato. Non sa che sensazione si provi a ricevere regali. Ma le gioie più intense sono quelle che non ti aspetti...


  

Com’è ricevere un regalo? Che sensazione si prova?

Kisame non si poneva molto spesso questa domanda, tuttavia una volta all’anno, sempre nello stesso giorno, gli capitava di farsela. Non a Natale, Pasqua o festività che in un certo senso erano di tutti. Se lo domandava nel giorno del suo compleanno. Il compleanno è la tua festa personale, le persone ti fanno un regalo perché ti vogliono bene. Proprio a te, sono felici perché tu sei venuto al mondo, sono contente perché esisti. Kisame sospirò sconsolato appoggiando i gomiti su Samehada che si teneva in grembo, appoggiata buona buona sulle sue gambe possenti. Guardò il cielo, se non fosse stato unicamente per la sua buona memoria e la sua determinazione, la data del suo compleanno l’avrebbe del tutto dimenticata. Sarebbe stata il giorno successivo. Era cresciuto completante da solo in un orfanotrofio, subendo il bullismo dei suoi coetanei che lo sbeffeggiavano a causa dei suoi tratti da squalo. Il suo corpo era molto più grande e forte degli altri anche all’epoca, la sua innata onestà gli aveva sempre impedito di prendersela con chi era più piccolo o debole di lui. E così si teneva in disparte collezionando i migliori voti di tutta l’Accademia sperando in un futuro migliore.

Che non è mai arrivato…

Con il passare degli anni era giunto alla conclusione che lui il regalo di compleanno non lo avrebbe mai meritato, non era certo degna di esistere una persona che aveva eliminato i suoi compagni di squadra. Non sarebbe mai esistita nessuna giustificazione valida per questo. I compleanni erano per gente meritevole, per coloro che facevano nascere un sorriso sul volto di chi li vedeva arrivare.

Abbassò di nuovo gli occhi argentati sulla sua spadona: “Anche a te nessuno ha regalato niente di meglio di questo pomello, vero?”

L’elsa di Samehada stonava decisamente con tutto il resto; una pallina di legno opaco e grezzo, Purtroppo Kisame non aveva mai trovato niente che si potesse adattare all´impugnatura, sotto infatti, esisteva una filettatura sulla quale il pomello si avvitava, questo rendeva estremamente difficile trovare qualcosa che si adattasse alla perfezione senza che rischiasse di andare perso. Samehada era stata forgiata così, senza fare un minimo di attenzione al suo aspetto estetico, un’arma fine a stessa. Questo era stato anche il pensiero di Kisame durante i primi tempi in cui l’aveva avuta, tuttavia Samehada aveva dimostrato un attaccamento nei suoi confronti così intenso, che adesso a lui dispiaceva non poterle offrire niente di meglio.

Nonostante nessuno si fosse mai ricordato del giorno in cui era nato, il timido sbocciare della primavera gli aveva messo sempre allegria. Il tepore del sole appena accennato, i fiori selvatici che nascevano sui prati, quelle varietà di piante che fiorivano ancora prima di cacciare fuori le foglie.

Forse sono questi i regali per me.

Chiuse gli occhi appoggiandosi al tronco dell´imponente albero sotto cui stava seduto per godersi in pieno tutti i suoi doni.

Era abituato ad aver pazienza, nonostante quello che avevano sempre creduto le persone che avevano incontrato, era capace di attendere anche per intere giornate. Stava spettando Itachi adesso. Tornando verso uno dei loro covi, il moro aveva espresso il desiderio di fare una piccola deviazione.

“Kisame, mi sono appena ricordato che da queste parti abita una persona che, anni fa, mi derubò di un oggetto molto importante, sono certo che a te non dispiacerà se vado a riprendermelo” aveva detto Itachi.

Come resistere alla sua voce suadente? Kisame non aveva mai saputo opporsi.

Sono stato io a desiderarti ardentemente come partner, qualcosa ci avrò pur visto. Anche tu sei uno di quei doni che devo scoprire?

Un sorriso stirò le sue labbra carnose. Nonostante tutto, qualcuno a Itachi lo aveva amato ed era stato felice di vederlo nascere, lui di regali di compleanno ne aveva ricevuti eccome. La collana che indossava sempre era un dono di Sasuke, semplice bigiotteria, ma chi la toccava anche solo per sbaglio rischiava un braccio staccato; il fatto che fosse stato lo stesso fratello ad allacciargliela al collo ne accentuava il valore. Il secondo era un regalo ricevuto dal padre, si trattava di una fibbia rettangolare in avorio che lui portava alla cintura della sua divisa, sotto al mantello. Kisame aveva avuto pochissime occasioni di vederla ma tanto era bastato per ricordarne la bellezza e la forma. Un rettangolo piuttosto grande, completamente liscio e dagli angoli smussati. La preziosità del candido materiale di cui era costituito gli toglieva il bisogno di farsi notare tramite intarsi e orpelli vari.

Semplice e lineare come te, identico al colore della tua pelle.

Un vuoto d’aria, una presenza impercettibile, quasi una distorsione del tempo lo costrinse ad aprire gli occhi.

“Sei già tornato?”

Nonostante gli occhi da squalo vedessero solo una figura in controluce, la sagoma di Itachi era inconfondibile. Sempre infagottato all´inverosimile nel suo mantello; Kisame poteva vedere un minimo emergere le forme del suo corpo solo quando stava seduto.

Non appena Kisame si fu alzato in piedi il moro riprese a marciare in silenzio. Non gli avrebbe raccontato niente di quello che era successo, se aveva trovato la persona che cercava recuperando l’oggetto che gli era stato sottratto. A dire la verità, Kisame non aveva neanche la più pallida idea di cosa potesse essere.

Itachi, io vorrei parlare con te di un sacco di cose, ma tu riesci a stare in silenzio per intere giornate. Ma probabilmente mi piaci anche per questo. Non perde forse di attrattiva una qualunque cosa di cui ogni segreto è stato svelato?

Intanto erano giunti al più vicino dei loro covi, il sole iniziava a tramontare. Kisame stava morendo di fame ma già sapeva che all’interno di quella stanzetta scavata nella roccia non avrebbe trovato altro che riso e della misera carne in scatola. Dietro al sigillo dell’entrata, un tugurio scavato nella pietra grezza senza finestre, solo un piccolo fornello a gas, piatti sbeccati e due giacigli. Ormai era notte e Itachi non pronunciava una parola da quella mattina, Kisame lo guardava in tralice mentre consumavano quella che non si potrebbe neanche definire cena, seduti per terra, un piccolo lampadario mandava una debole luce giallognola. Il moro stava sempre con le spalle incurvate, il capo chino in modo da permettere alle ciocche nere dei suoi capelli di nascondere il viso pallido. I suoi movimenti erano di una lentezza estenuante.

“È stata interessante la tua giornata, Itachi?”

“Niente di che, Kisame.”

La voce di Itachi era stata atona e pacata come sempre, comunque all’uomo squalo era parso di vedere un bagliore fugace negli occhi neri. Tuttavia, se avesse recuperato o no il suo oggetto rubato, era destinato a rimanere un mistero.

Itachi terminò la sua cena un’eternità dopo Kisame che era rimasto lì fermo con gomiti appoggiati sulle ginocchia muscolose: “Sono molto stanco, perdonami se vado subito a stendermi.”

“Hai ragione, sarà meglio che anche io ti segua.”

L’uomo squalo si era alzato in piedi avvicinandosi all’altro che intanto si stava sfilando il suo mantello, lo appese ad una sporgenza della roccia.

“Itachi, dove è finita la tua fibbia?” Kisame non aveva visto l’avorio mandare qualche flebile bagliore sotto quella luce gialla.

Il moro si guardò la cintura: “Devo averla perduta.”

E lo dici così? Io non so cosa significa ricevere un regalo di compleanno ma per te sono sempre sembrati tutti molto importanti. Strano da uno preciso come te.

Itachi, prima di coricarsi nel suo giaciglio, tolse solo cintura, scarpe e gambaletti. Kisame non ricordava di averlo mai visto a petto nudo o a gambe scoperte. L’uomo squalo si spogliò completamente, per la sua pelle sensibile i vestiti erano una vera tortura. Mentre dormiva Samehada era sempre a portata di mano, non si sa mai.

Ascoltava nel buio il respiro di Itachi, non era la prima volta. Aveva compreso già da tempo come la sola vicinanza del suo partner riuscisse a tranquillizzarlo, sembrava che Itachi riuscisse a trasmettergli la sua calma; a lui, un tipo così veemente e battagliero.

Anche questo è un regalo per me?

Ogni anno aveva l’impressione di partecipare a una sorta di caccia al tesoro per scovare i suoi doni di compleanno nascosti. Si lasciò cullare dal respiro di Itachi fino a scivolare nel sonno.

 

È presto o tardi?

La vista di Kisame era talmente sensibile che il sole riusciva a svegliarlo anche se aveva gli occhi chiusi, tuttavia, all’interno di quel misero covo, era impossibile capire che ore fossero.

È oggi. È il mio compleanno. E sarà tutto uguale a ieri...

Ancora assonnato, allungò una manona per sincerarsi che Samehada fosse ancora lì mentre un sorriso stirava la sue labbra carnose. Toccò le bende bianche, la sua spadona era tranquilla sotto le carezze del suo proprietario. Salì con le mani incontrando l’impugnatura in cui si celava il micidiale meccanismo tritura mani, sarebbe scattato solo al tocco di qualche estraneo. Si spostò ancora, su quel misero pomello di legno…

Che ora è liscio, freddo, ci sono delle forme.

I suoi occhi argentati si spalancarono mentre scattava a sedere allarmato, c’era qualcosa di sbagliato in Samehada. Gli occhi argentati guizzarono per la stanza, Itachi non c’era.

Ma che diavolo è successo?

Samehada sembrava essere uguale a sempre, tranne l’elsa. Incredulo, avvicinò il viso per guardare meglio l’oggetto che ora si trovava al posto del pomello di legno. Un teschio con le stesse dimensioni della pallina di prima, bianco e levigato, i dettagli delle orbite e dei denti di una pietra nera e lucida, probabilmente ossidiana, la filettatura reggeva alla perfezione. L’agitazione aveva lasciato spazio ad una gioia incontenibile vedendo che era fatto di avorio.

Ecco cosa si prova a ricevere regali, una gioia travolgente, quasi ingestibile. Hai la certezza che la persona che te li fa ti vuole bene, ti considera importante, un pezzo della sua vita. È per questo che chi ti fa il dono, mette all’interno dello stesso parti di sé.

“Itachi!”

Anche infilarsi pantaloni e scarpe gli sembrò un’eternità, non dimenticò di appendere la spada al cinturone di cuoio. Corse verso il sigillo della porta, la frenesia gli faceva tremare le mani impedendogli la sua apertura, se la combinazione corretta non fosse andata in porto per l’ennesima volta, avrebbe usato Samehada per demolire tutto. Corse fuori.

“Itachi!”

La luce del sole lo aveva investito, come un’esplosione atomica silenziosa, un lampo aveva cancellato tutto dalla sua sensibile vista. Almeno nel mio giorno speciale, il tempo è bello.

“Buon compleanno, Kisame” Itachi non aveva cambiato l’inflessione che usava sempre.

Kisame si voltò ritrovandoselo davanti già infagottato come un salame.

“Ma allora… tu… “ L’uomo squalo era sempre stato molto loquace, ma quella volta le parole non volevano saperne di uscire.

Stritolò il suo amico in un abbraccio sollevandolo da terra, Kisame rideva felice, Itachi lo lasciò fare.

“Ieri non ero andato a cercare un ladro” il moro aveva iniziato a camminare lasciando che l’altro lo seguisse “Mi trovavo nella bottega di uno scultore.”

“Itachi, ma è bellissimo, non so come ringraziarti” Kisame quasi saltellava dalla gioia “Come hai fatto a sapere la misura esatta della filettatura?”

“Ho preso il calco con la cera mentre tu dormivi, non sei l’unico a cui Samehada vuole bene.”

“Era la tua fibbia, vero?”

E le parti nere sembrano pezzi dei tuoi occhi.

Il moro rimase silenzioso continuando a camminare.

“Allora tu… sei contento che io esista, che sia meritevole di vivere” Kisame si sentiva la bocca tremendamente secca “Mi vuoi bene e sorridi vedendomi arrivare.”

Il moro si era fermato voltandosi a guardarlo. Il sorriso era nascosto dal colletto del mantello, ma l’assottigliamento degli occhi lo svelò.

 

 

     


                     





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