FanFiction Naruto | Le nostre parole mai dette di ChiccaTiaKiki | FanFiction Zone

 

  Le nostre parole mai dette

         

 

  

  

  

  

Le nostre parole mai dette   (Letta 217 volte)

di ChiccaTiaKiki 

3 capitoli (conclusa) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaNaruto

Genere:

Angst - Drammatico - Introspettivo - Fluff - Romantico

Annotazioni:

HurtComfort

Protagonisti:

Itachi Uchiha - Kisame Hoshigaki

Coppie:

Itachi Uchiha/Kisame Hoshigaki (Tipo di coppia «Shonen Ai»)

 

 

              

  


  

 Un pianto di disperazione 

Piccola raccolta di tre OS a tema KisaIta. Tre missing moments in cui parlo dell'evoluzione del loro legame attraverso tre parole che non hanno mai avuto il coraggio di dirsi, riassunte alla fine.


  

Nascondersi quando si piange ma contemporaneamente desiderare che gli altri ci sentano per correre a consolarci, sensazione che Kisame conosceva bene. Gli altri in fin dei conti non è altro che un modo di dire per riferirci alla persona che amiamo senza parlare direttamente di lei. Ci si gira intorno, non lo si ammette. Uno come lui non poteva mica essere innamorato, un assassino che aveva eliminato l’unica creatura che si fosse mai preoccupata per lui. Lo invitava a mangiare, era gentile nei suoi confronti, si preoccupava affinché non stesse solo, e lui l’aveva trapassata con la sua spada mentre lei domandava perché? Non si meritava che qualcuno lo amasse e lui non aveva il diritto di amare. Tuttavia quei due giorni di vacanza li aveva chiesti per piangere, per non farsi vedere dagli altri ma consapevole che stavolta non ci sarebbe stato nessuno da cui sperare di farsi sentire. Quel corpo che aveva rappresentato il suo motivo di vita non esisteva più adesso, lo aveva stretto al petto finché non aveva lasciato andare il suo ultimo respiro sulla sua faccia. Un bacio che aveva avuto il sapore del ferro e del sangue. Aveva visto i suoi occhi offuscati chiudersi per sempre. Ti amo, aveva detto. Il dubbio che Itachi non avesse fatto in tempo a sentirlo lo aveva stritolato in una morsa.

Idiota, perché hai dovuto aspettare l’ultimo momento?

 Ora la disperazione che aveva trattenuto in fondo allo stomaco fino a quel momento ruppe la diga e, senza pietà, iniziò a salire verso l´alto, travolse il suo cuore, il suo collo, fino a sgorgare dai suoi occhi come un fiume impazzito dopo settimane di alluvione. È strano come si tenda a non credere alle cose fino a che non si arriva a quel punto di non ritorno che ti fa capire come sia inesorabilmente finita. Aveva il corpo di Itachi tra le braccia, distrutto dalla malattia, dalle scelte che aveva fatto e dalla apocalittica battaglia contro Sasuke, eppure aveva dovuto vederlo dare l’ultimo respiro prima di rendersi conto che era davvero troppo tardi. Tardi per dire ti amo, tardi per scuse e spiegazioni, tardi per quei sorrisi e complicità che entrambi non avevano voluto esternare bollando come errori anche i più piccoli gesti d’affetto, tardi per raccontarsi a vicenda incubi e sogni, tardi per tenersi la mano guardandosi negli occhi... Strinse il suo corpo esanime affondando la faccia nel suo petto ormai freddo, singhiozzava senza freni, strepitava, urlava, tuttavia misurava la sua immensa forza fisica temendo ancora di fargli male. Posò il suo corpo sulla roccia accanto a quello del fratello perché era quello che gli aveva promesso, era stata la sua ultima richiesta, nonostante lui non ci avesse capito niente, l’aveva rispettata dal momento che doveva esserci sicuramente un buon motivo. Se Kisame aveva pianto disperato durante il loro addio, Itachi lo aveva fatto durante il loro primo incontro. Era stato un altro di quei pianti nascosti in cui forse era celata la volontà di farsi sentire e consolare. Itachi era giovane all’epoca poco più di un ragazzo, e già gli era stato chiesto di portarsi dietro un dolore più grande di lui, di strappasi con le sue stesse mani la sua intera vita e di fare lo stesso con quella del fratello minore, degli amici e dei parenti. Kisame non lo sapeva la prima volta che lo vide, era solo curioso di conoscere qualcuno che avesse gli occhi speciali, come li chiamava lui, di vedere quello sguardo leggendario di cui si sapeva essere dotati gli Uchiha e che incuteva a tutti un immenso timore. Era lì in attesa, in quella stanza in penombra, con la sua fedele Samehada pronta per ogni evenienza, non si sa mai, la maggior parte delle volte le nuove reclute di Akatsuki non erano altro che brutti ceffi e criminali di ogni livello, gente da cui bisognava costantemente guardarsi le spalle.  Una sagoma si disegnò sulla porta della stanza dove loro stavano in attesa, fuori la luce del sole era intensa e questo rendeva solo una figura scura. Da quel poco che Kisame riuscì a scorgere capì solo che quell’uomo era magro e aveva l’impugnatura di una spada che sporgeva da dietro la spalla destra. Uno spadaccino, tirò subito un sospiro di sollievo, di sicuro non avrebbe mai avuto tanto ardore di sfidare lui, sarebbe stato un autentico suicidio. Finalmente la nuova recluta si decise a fare un passo avanti per uscire dalla zona d´ombra. Eccolo quello sguardo, perso nel vuoto, colmo di dolore. Kisame dovette nascondere mezzo viso nel mantello per non far vedere che la sua bocca si era spalancata. Non fu catturato dal celeberrimo Sharingan che ora stava suscitando tutti quei silenziosi, ma al tempo stesso tremendamente chiassosi, sentimenti di invidia e odio negli altri presenti, ma fu colpito come un treno in corsa da tanta afflizione, non ne aveva mai vista una quantità tale e tutta insieme nella sua esistenza. Era solo un ragazzo eppure la vita gli aveva già riservato tanto tormento, ecco perché era lì, per inseguire quel sogno impossibile di fuggire da se stessi. Non sapeva ancora che la sofferenza gli sarebbe rimasta incollata addosso come la sua ombra. Cercava di contenersi mantenendo le spalle dritte, Kisame fu l’unico a notare il pallore estremo del viso e le sue gambe che tremavano, rimase affascinato dai suoi incantevoli capelli raccolti in un codino liscio e nero che gli scendeva in mezzo alla schiena; trovava bellissima quella divisa che aveva addosso con i pantaloni neri attillati, le caviglie fini ed eleganti fasciate in bende bianche e l’armatura grigia, era consapevole che non l’avrebbe visto mai più vestito così dopo che avrebbe iniziato a infagottarsi nel mantello Akatsuki, come tutti gli altri. L’uomo squalo abbassò gli occhi e sospirò attanagliato dalla delusione, aveva nutrito fino all’ultimo la speranza di essere nominato lui come partner del nuovo arrivato, Pain aveva messo subito Juzo in quel ruolo. Lo seguì con gli occhi mentre si avviava a rinchiudersi nella stanza che gli era stata assegnata. In pochi istanti era diventato il suo chiodo fisso nella mente, gli occhi di ossidiana lucida lo avevano folgorato senza bisogno di usare lo Sharingan. Trascorse tutta la sera chiedendosi dove fosse, non si era presentato a mangiare alcune persone non lo avevano ancora visto pur sapendo che ormai faceva parte del gruppo.

Alcune azioni si fanno in maniera inconsapevole solo in apparenza, semplicemente si finge che sia così per nascondere le reali intenzioni. Kisame era convinto di essere passato casualmente fuori dalla stanza di Itachi poco dopo essersi alzato dal tavolo della cena. Lo udì piangere attraverso la porta di legno serrata, si fermò qualche secondo ascoltando quel suono straziante che ebbe il potere di spaccare in due il cuore dell’uomo squalo. Kisame si era sempre autoconvinto di non averlo un cuore, forse aveva iniziato a pensarlo da quella notte in cui era stato costretto a eliminare i suoi compagni di squadra da giovane, la missione che gli era stata assegnata era passata avanti alle loro vite. Si rese conto ora, durante un’altra notte della sua vita che non avrebbe mai dimenticato, che il cuore lo aveva eccome, era andato in frantumi e contemporaneamente ricominciato a battere dopo tanti anni. Si era sentito in dovere di fare qualcosa, era una di quelle occasioni di cui avrebbe rischiato di pentirsi per tutta la vita se fosse andata persa, spinse piano la porta per entrare. Notò subito la bellissima divisa che gli era piaciuta tanto buttata sul pavimento senza la minima attenzione, Itachi era rannicchiato sotto le coperte, solo i capelli uscivano andando a spargersi sul cuscino. L’uomo squalo iniziò a muovere qualche passo per avvicinarsi lentamente e in silenzio, doveva ammettere che una eventuale reazione di Itachi un po’ la temeva, in fin dei conti gli sarebbe bastato guardarlo e lui non avrebbe fatto un tempo a distogliersi da quegli occhi così belli e magnetici, non avrebbe potuto. Kisame scorgeva la sagoma di quel corpo squassata dai singhiozzi, senza pensarci troppo e con la certezza che fosse la cosa giusta da fare e pazienza se ci avrebbe rimesso la vita, si sedette sul bordo del letto appoggiando delicatamente una mano su quel fagotto tremante. Rimase per un po’ fermo in quella posizione, poi la sua mano si mosse iniziando a massaggiare una parte del corpo di Itachi destinata a rimanere per sempre a lui sconosciuta dal momento che pareva un involtino. Non riusciva a calmarsi, l’uomo squalo ebbe l’impressione che avrebbe potuto smettere di respirare da un momento all’altro, si chinò su di lui baciando quel poco di capelli che riusciva a scorgere prima di uscire dalla stanza; forse in quel momento era meglio lasciarlo sfogare. Il dubbio se Itachi si fosse accorto o meno di lui era destinato a restare e ad attanagliarlo per sempre.

 

 

     


                     





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