FanFiction League Of Legends | La vendetta del Freljord di Night | FanFiction Zone

 

  La vendetta del Freljord

         

 

  

  

  

  

La vendetta del Freljord   (Letta 783 volte)

di Night 

18 capitoli (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Giochi e VideogamesLeague Of Legends

Genere:

Avventura - Fantasy - Suspense - Azione

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Figli del Gelo 

 


  

Capitolo 16
 “Figli del Gelo”
 
 
Con entrambe le mani strinse le grosse maniglie, e con uno strattone spalancò la porta di legno che proteggeva la Biblioteca.
Ashe percepì le punte di diverse lance ad un soffio dal suo collo; le Guardie del Gelo, colte alla sprovvista, si erano subito preparate all’attacco, ma avevano arrestato la loro decisione. L’arco di Vero Ghiaccio risplendeva con forza tra le mani della ragazza appena apparsa che, con il cappuccio fin sul naso, mostrava un ghigno di rabbia. Era una Figlia del Gelo, prima di essere la Madre Guerriera degli Avarosani: nessuno poteva conoscere la sua vera identità, ad eccezione di Lissandra, impegnata in un’udienza, e di Maalcrom, imprigionato in una gabbia di ghiaccio.
Non diede il tempo di fare domande e congetture:
“Aiutatemi! Ho fermato l’intruso!” disse, con voce ferma e sicura.
Erano interdetti, mille domande affollavano le loro menti; stavano vagliando tutte le possibili ipotesi.
“Correte! L’ho congelato, ma presto si scioglierà e scapperà!” alzò un po’ i toni, cercando di mettere pressione.
Fecero qualche passo in avanti, ma la loro attenzione continuava ad essere catturata dall’arco luminoso.
“Sono una Figlia del Gelo!” continuò Ashe, mostrando bene la sua arma per dissimulare un possibile attacco. “Mi hanno ordinato di trovare l’intruso!”
La ragazza si spostò con la speranza di invogliarli ad entrare, eppure i guardiani erano ancora reticenti. Lei non doveva trovarsi lì.
“Come hai fatto ad entrare?”
Ashe si mostrò impaziente e agitata. Calmò la sua posizione.
“Dalla porta! Possibile che non mi abbiate visto!?” domandò, ponendo l’attenzione sulla loro inettitudine.
Di risposta, i due si scrutarono, quasi a voler dare la colpa all’altro.
“Non c’è tempo! Ci sono altri estranei!”
“Cosa?!”
Finalmente aveva colto la loro attenzione.
“Siamo stati informati della presenza di un solo” continuò.
Ashe acconsentiva.
“L’intruso mi ha detto che altri girano per tutta la fortezza!”
Intimoriti dalla notizia, chiamarono i rinforzi.
In diversi entrarono nella grande sala dei libri, Ashe sorrise.
Protetti da secoli di storia, da dure barriere e dalla credenza di confidare sull’enorme potere della loro Regina, lontani dalla realtà, era facile usare la loro paura per ingannarli.
Ora, mentre quegli stregoni si muovevano rapidi, lei doveva trovare il modo per partecipare al Rito di Controllo.
“Ho bisogno di essere scortata verso l’Abisso Ululante!”
Tutto sembrò sospendersi; l’intero gruppo si bloccò, irrigidendosi.
Uno di loro si avvicinò con sospetto.
 “Cosa?!”
Le Guardie erano all’oscuro di quello che Lissandra teneva custodivo nelle profondità, oppure conoscevano la verità della loro Regina e ne erano partecipi?
Di certo erano al corrente riguardo l’ultimo rito dello scorso equinozio.
“Uno dei nove si è sciolto; sospetto che il loro obiettivo sia quello di rompere la gabbia della forza oscura. Non ho molto tempo!”
Ad ogni frase, Ashe aveva l’impressione che le Guardie si arrestassero, come se fossero in attesa: vedeva la loro forma allungarsi, la loro testa inclinarsi, mostrandosi in ascolto.
“Ho bisogno che qualcuno protegga la mia avanzata” incalzava; percepiva che quel gesto poteva essere frainteso, così lo camuffava con una grande agitazione e fretta.
Figli e Guardie del Gelo: chi occupava il posto più alto nella gerarchia?
Tutto era fermo.
Di lì a poco avrebbero scoperto che, bloccato tra lastre di ghiaccio, Maalcrom, uno di loro, attendeva di essere liberato.
Fece un profondo sospiro.
“Andrò da sola” disse, con forza, voltando loro le spalle.
Quella forte presa di posizione sembrò risvegliare le guardie; senza proferir parola, quattro di loro l’accompagnarono.
La strada correva veloce, ogni passo era diretto verso la meta.
Scalinate rapide, piccoli cunicoli, stretti passaggi e larghe sale vuote, tutto illuminato dalla scura luce della pietra sopra i bastoni.
Scendevano ad ogni curva, in profondità.
Il buio si faceva sempre più oscuro e il freddo aumentava, strisciando con forza tra fessure e spifferi.
Non una parola, non un respiro.
La trepidazione cresceva, insieme ai primi dubbi che assalivano la mente della ragazza.
Era uscita allo scoperto, stava correndo insieme a degli stregoni verso una situazione pericolosa.  Era difficile fare piani e pensare a possibili soluzioni alternative, il tempo fuggiva veloce e lei era costretta ad afferrare le occasioni che apparivano come lampi.
I passaggi sempre più tetri e isolati, le suggerirono l’approdo alla sua destinazione.
Un enorme portone aperto arrestò la loro corsa.
Un blu zaffiro irradiava l’enorme spazio che Ashe si apprestava a vedere.
Un compatto ponte corazzato si allungava senza fine, si stendeva con forza, avvinghiato da catene gelate. Ai lati grandi piroli si affacciavano verso l’abisso sottostante, lì sostavano alcune Guardie con un debole fuoco protetto e incerto, attente a scandagliare le tenebre.
Solenni statue sedimentate nel ferro gelato, dimoravano silenziose. Il loro sguardo severo, le loro espressioni di orgoglio e dignità, la loro posa fiera e autorevole, non bastavano a far scivolare quel velo di rassegnazione che sembrava avvolgerle.
Il sole faticava ad insinuarsi in quella crepa; le poche luci che con prepotenza apparivano erano quelle delle pietre di Vero Ghiaccio, incastonate tra i vari pilastri posti lungo il bordo e sulle torrette.
Catene di ferro, che cigolavano, colpite duramente dalle crudeli sferzate del vento, sembravano agganciare le varie parti tra di loro.
La morbidezza delle montagne innevate del Freljord era assente; il ghiaccio, i mulinelli gelidi e le costruzioni spigolose e aguzze sembravano graffiare contro il coraggio di Ashe che, un attimo prima di sporgersi oltre il portone, fece un passo indietro.
Le Guardie si bloccarono, quasi spaventate, e si voltarono rapidamente verso la ragazza.
“Il portone è aperto!” dissero, increduli.
Non erano a conoscenza del rito eccezionale che era in atto; Ashe sfruttò il momento per camuffarsi meglio nel personaggio.
“La nostra Regina Lissandra sta informando nella sala dell’udienze.”
Sembrarono tranquillizzarsi.
Delle sagome nere in lontananza davano le spalle al gruppo. Nonostante alcune somiglianze, erano ben diverse dalla Guardie del Gelo che aveva incontrato. Più alte, robuste, con elmi pronunciati e decorati, con bastoni più lavorati. Sicuramente esisteva una gerarchia anche tra loro.
Doveva nascondersi e attendere l’arrivo dei Figli del Gelo; doveva liberarsi dai suoi protettori ancora confusi e spaventati.
Li osservò per un attimo, avrebbe voluto intercettare i loro occhi, ma erano sempre mascherati dagli elmi. Percepiva paura e sottomissione nei loro gesti, nelle loro posizioni. Provò compassione, si dispiacque di averli imbrogliati, ed ebbe timore al pensiero della punizione che li attendeva.
Il Freljord, però, insegnava subito l’importanza del sacrificio: i gelidi inverni, le razzie, il dover migrare ad ogni stagione, tutto in nome della sopravvivenza.
Fece un sospiro.
Quanta forza può esserci nell’unione?
Strinse i pugni, e con passo deciso valicò il portone.
Con sorpresa, nessuno la seguì.
Li sentì mormorare sussurri e, con incertezza, ritornare suoi loro passi.
In cuor suo, Ashe, fu sollevata.
Ombre nere che si immergevano nell’oscurità dell’atrio. Il tenue bagliore delle loro luci fu l’ultimo a salutarla.
Valicò lo stipite del portone e la visuale si ingrandì.
Severe pareti di ghiaccio si allungavano a perdita d’occhio. In lontananza ponti distrutti, torrioni alti e impavidi, bandiere sfibrate che tentavano di avvinghiare il vento con dita esili e contorte.
Si voltò: l’edificio dietro di lei sembrava essere nato proprio da quelle pareti. Pietra, ferro e ghiaccio si confondevano, si univano in un abbraccio volgare e passionale. Era però una macchia sporca, un puntino insignificante rispetto all’immensità della barriera.
Passi pesanti e nuove voci arrivavano dal buio dell’atrio che aveva appena lasciato.
In un attimo, scese brevi scale e si nascose in un piccola fessura tra le travi del ponte a destra, confondendosi al meglio con il blu notte che aveva intorno.
Tre sagome emersero, procedendo verso il centro del ponte.
Li riconobbe subito, vibrò con la loro essenza: erano i Figli del Gelo che sarebbero scesi di nuovo nell’Abisso Ululante, che sarebbero stati sacrificati a loro insaputa.
Tra i tre, trovò subito il suo bersaglio.
L’unica ragazza del trio era Halla: camminava decisa, quasi a capo del gruppo, stringendo in mano l’unica ascia che le era rimasta. Il suo sguardo era di fuoco, guardava verso il ponte carica di rabbia. Le ricordava Sejuani. Dietro di lei, un ragazzo con un grande martello, andava spedito con aria fiera, osservando intorno, allerta e attento. Dietro la schiena, legato con fredde catene, portava una scatola di ferro ben sigillata, dove era incastonato l’emblema di Lissandra. Da ogni fessura sembravano fuggire fasci di luce indaco. A chiudere, un ragazzo esile, incerto, che arrancava lentamente. Paura: tutto il suo corpo serviva quell’emozione. Salda tra le sue mani, la lama tremante di una spada senza pregi; ben oltre la schiena, le curve di un grosso scudo avvolgevano quel corpo tutt’ossa. Seguiva la comitiva con riluttanza, obbligando le gambe a fare un passo in più. Mentre Halla e Sigvar dovevano essere uccisi per le troppe informazioni di cui disponevano, quel ragazzo era sacrificabile in quanto debole. Ashe lo comprese immediatamente, e un  moto di rabbia si svegliò dentro di lei.
Nel Freljord, essere forti voleva dire sopravvivere. Molti bambini venivano cresciuti con storie di dure prove e di forti barbari che distruggevano tribù pur di avere un giorno di vita in più. Piangere, soffrire e mostrare segni di debolezza erano atti condannati, derisi ed estirpati il prima possibile.
Lei però, perdendosi nelle tundre ghiacchiate, aveva assaporato la realtà della natura. Sopravvive chi si unisce, chi usa la forza per sostenere la comunità. Aveva notato come mandrie di elnuk erano riuscite a resistere su ghiacciate scogliere, grazie al calore del loro insieme. Aveva visto come, al lamento dei propri cuccioli in pericolo, drüvask accorressero, riuscendo a mettere in fuga ursidi giganteschi. Aveva visto tanti alberi sostenersi nella loro crescita, intrecciare le loro radici e resistere alle più devastanti valanghe bianche, che invece avevano distrutto interi villaggi di pietra.
Libera dai condizionamenti delle tradizioni, Ashe aveva fatto suoi questi insegnamenti, regole della propria condotta, e cercava di diffonderli, ben sapendo che aiutare e farsi aiutare preserva l’equilibrio, indispensabile per la vita.
Guardava quei tre Figli del Gelo, ognuno diverso, marciare verso il patibolo.
Mirava all’ultimo della fila.
Il duo, immerso nei propri incarichi e perso tra i loro ricordi, passò oltre il nascondiglio di Ashe, accompagnata da un’aria greve e pesante.
Quando, dopo qualche lungo minuto arrivò il ragazzo, Ashe si sporse dal suo nascondiglio e, come un’ombra sorse dietro la sua schiena.
“Perdonami” gli sussurrò in un orecchio, mentre incrociando le mani, gli sferrò un forte pugno alla nuca. Il corpo si afflosciò tra le braccia della ragazza che, rapida, catturò la spada e lo trascinò via.
Prese la pozione e si specchiò di nuovo in quel poco liquido verdastro rimasto che continuava a ribollire. Esitò un attimo: era l’ultimo sorso. Avrebbe voluto usarlo per evadere, ma il bisogno di avere maggiori informazioni e di vedere cosa si celasse all’interno dell’Abisso era la priorità. Avrebbe trovato un modo per fuggire.
Con sicurezza ingoiò tutto il succo, e in attimo diventò il riflesso del ragazzo svenuto sotto di lei.
Prese la spada e trattenne una smorfia di disgusto per quelle armi.
Un ultimo sospiro e, cercando di camminare con movenze buffe, si incamminò verso la Guardia del Gelo che aspettava il trio per la discesa verso le viscere del Freljord.
Per quanto sapesse che era l’ultimo della comitiva, lo stupore di Ashe apparve come timore e paura agli occhi di chi lo attendeva.
Più si allontanava dal bordo e più percepiva come quella lastra di ferro massiccia tremasse, attraversata da brividi.
Il vento si faceva sempre più crudele; sotto di lei, qualcosa sembrava attirarla, mentre le catene picchiettavano il tempo, con suoni striduli simili alle voci delle Guardie del Gelo. Frammenti di ghiaccio sembravano tagliarle il viso. Si strinse nella sua goffa forma.
Le torrette non apparivano così orgogliose adesso che le oltrepassava: erano scheggiate, tremolanti e incerte.
Cos’è che alimenta la gloria?
“Sembri così tanto la mia regina…”
Una voce spettrale sembrò attraversare l’involucro fittizio che la circondava: bagliori ciano si mescolavano all’interno di contorni sfumati, avviluppandosi nelle fattezze di un pingue uomo con braccia lunghe e mani larghe. Un corno trionfante imperava oltre le sue spalle.
Rallentò: come doveva comportasi?
 “Porti un´arma di Vero Ghiaccio, Ashe. Usala con saggezza.”
Si studiò in fretta: era ancora il ragazzo, la pozione continuava ad agire. Come poteva vederla?
Cercò di trattenere la paura e, senza troppa enfasi, gli puntò uno sguardo indagatore.
“Chi sei, fantasma?”
Lui sorrise.
“Sì, mi ricordi proprio la mia regina!”
Sembrò avvicinarsi, la sua voce si fece più calda, dolce e familiare.
“Io sono Gregor!”
Si aspettava qualcosa di simile alla meraviglia, ma notò solo la fronte corrugata della sua interlocutrice.
“Oh bene, nessun poema narra delle mie gesta!”
Rise.
“Mi toccherà diventare il cantastorie di me stesso!”
Rise di nuovo.
Ashe non smetteva di controllare le Guardie del Gelo, che iniziavano a spazientirsi.
“Ok Gregor, non ho molto tempo!”
“Lo so, lo so. Conosco il motivo della tua venuta, la Criofenice ci ha avvisato; eppure devi sentire la mia storia.”
Non attese consensi, si scaldò la voce con colpi di tosse.
“Devi sapere, Madre Guerriera degli Avarosani, che questo è più di un semplice ponte. Forse una volta era una semplice cosa di pietra e malta, ma ora sopporta il peso dell´intero Freljord sulla schiena. Il destino di questa terra è stato deciso qui, secoli fa, in una lunga e brutale battaglia. Guardati intorno e ascolta, questo rumore è più del vento: è il grido dei vinti, gettati ululanti nell´abisso!
Tutti hanno dimenticato chi ha costruito questo ponte e perché; tutti hanno dimenticato la guerra che ha dato a questo posto le sue cicatrici. Tutti, tranne me. Ero lì! Ho visto la battaglia! Sono morto qui e non ho mai lasciato questo posto! Sono obbligato a fare la guardia e suonare il mio corno di guerra, qualora il nostro nemico tornerà.
E ora, ora l´ululato si fa più forte, e sento qualcosa di malvagio che si agita nell´abisso, la mia mano raggiunge il mio corno. Questo posto vedrà presto un nuovo scontro: uno che modellerà il Freljord per sempre. E se il Freljord cade, così anche il resto del mondo.
Sì, questo è più di un semplice ponte.”
Ashe era confusa; era piena di domande, ma un acuto richiamo spinse i suoi piedi ad accelerare. Le Guardie del Gelo avevano notato la sua presenza.
Gregor era già svanito.
Halla e Sigvar avevano appena solcato il confine e stavano già procedendo verso il basso, indifferenti dell’assenza del terzo, anzi, sollevati di non doversi trainare un peso.
Ashe allungò il passo veloce, cercando di non rendere speciale la sua breve assenza.
Quando arrivò ai piedi dei due stregoni comprese subito l’enorme differenza che c’era tra loro e i semplici gendarmi con cui si era mescolata.
Emettevano sensazioni sinistre, i loro movimenti erano minuscoli, misurati. I loro elmi erano più grandi e sontuosi; intimorivano insieme alla loro altezza. Una giubba di ferro contornava le loro sagome.
Sembravano piedritti neri pronti a conficcarsi  nell’anima.
Si apprestò verso colui che sembrava reggere le redini del rito: il più alto e imponente. Al suo collo pendeva un frammento di ghiaccio oscuro, replicato all’estremità del bastone stretto tra le sue dita.
Si aspettava di essere sommersa da rimproveri, ma quando frenò sotto i suoi piedi, riuscì solo a sentire.
“Siamo in ritardo!”
Con fare certo e sbrigativo disegnò un occhio sulla piccola fronte.
Quel contatto gelido fece rabbrividire lo spirito di Ashe, nonostante il freddo del Vero Ghiaccio le scorresse nelle vene ormai da anni.
“Ora discendente nell’oscurità, fratelli e sorelle della Loggia, ma non sarete soli. Noi, i figli dell’Ombra Ghiacciata, non siamo mai soli, né nei più bui inverni delle distese gelate, né negli abissi più profondi e nascosti. L’occhio di Lissandra veglia su di noi, oggi e sempre!”
Ashe deglutì dentro di se, cercando di calmare il cuore che batteva forte.
“L’occhio veglia su di te…” concluse, lasciando sospesa la frase.
Ci furono attimi di silenzi, dove tutti erano in attesa di qualcosa.
Era una formula segreta?
Le Guardie sembravano iniziarsi ad agitare e lentamente si avvicinarono al simulacro del ragazzo.
“L’occhio veglia su di te…” ripeté.
Non rispondeva, aveva troppa paura di sbagliare.
“Ragazzo, fai il saluto e vattene via!” la rimproverò un’altra Guardia.
Il saluto! Ashe cercò di ragionare veloce, cercò nei suoi recenti ricordi qualche frase che aveva potuto percepire, poi l’illuminazione.
Si ricordò della frase conclusiva che Maalcrom aveva detto all’ignoto interlocutore prima di scoprirla.
“E non si chiude mai!” si apprestò a dire.
Le Guardie, sebbene compiaciute, sembravano essere stufe della sua presenza, così girarono le spalle e andarono via.
“Raggiungi i tuoi compagni!” ordinò quello che sembrava il capo.
Ashe si voltò e per la prima volta, ebbe il tempo per osservare bene lo spazio intorno a sé.
Un piccolo arco incastrato in una torretta era il sipario di altre scale incerte. In fondo, la forma dei suoi due compagni di viaggio che stavano discutendo: apparivano molto più a loro agio in quel luogo che davanti alla presenza indagatrice della Guardie del Gelo.
“Non fare come l’ultima volta, stammi a sentire e vedrai che non dovrò portarti come un sacco di patate!”
Era la ragazza che stava liberando una corda per la discesa.
Sotto di lei il nero dell’abisso feroce, sembrava bramoso del loro corpo.
Il vento sferzava con cattiveria, graffiava la pelle scoperta.
Ashe inglobò subito boccate d’aria, ne aveva bisogno. Per quanto gelido e atroce, il vento la faceva sentire a casa, immersa nel suo elemento.
“I tempi sono diversi, Halla” rispose Sigvar con voce seria, avvicinandosi e aiutandola nelle manovre per la discesa.
Non badavano al terzo compagno, sapevano bene che li avrebbe seguiti, avrebbe obbedito ad ogni loro ordine, sperando di salvarsi ed evitare scontri.
Erano sicuri, sapevano come muoversi, quali punti scegliere. Eppure erano lenti per Ashe. Lei non aveva il tempo per vagliare il sentiero migliore da imboccare, il pilastro più saldo dove mettere il piede e, sebbene comprendesse quanto in un posto simile occorressero conoscenze ed esperienza, lei era obbligata ad agire tramite l’istinto e l’avventatezza.
Si avvicinò al limite di quel ponte e osservò in basso.
“Non guardare troppo giù, tieni gli occhi puntati verso l’alto, ti assicuro che…” Sigvar si arrestò  però quando vide qualcosa di luminoso fare capolino dietro lo scudo del ragazzo.
Con uno strattone richiamò l’attenzione di Halla.
Sotto di lei, Ashe poteva vedere la sagoma distorta di un altro ponte ma, subito oltre, il buio immergeva ogni cosa. Intorno a lei era difficile scorgere le pareti di quella frattura, vedeva però come il ghiaccio si modellava per via delle sferzate del vento, sapeva che ad ogni metro in basso la frattura si sarebbe stretta, ma ignorava di quanto.
Chiuse gli occhi e cercò di percepire i movimenti del vento; era un gioco che faceva da piccola. Attraverso le sue ondate, le sue curve e le sue impennate, cercava di creare il mondo intorno a lei. In questo modo era diventata abile nel comprendere quanti alberi la dividevano da una grande radura e come erano disposti. Certo, il suo raggio di azione non era ampio e quella procedura che le richiedeva qualche minuto, doveva essere rifatta spesso, ma almeno fino al prossimo ponte sapeva come muoversi, dove scendere e come  girarsi in base alle sferzate del vento.
Era così intenta nello studio dell’ambiente che non si accorse che Halla e Sigvar si erano alzati e sistemandosi dietro di lei.
Il gelido ferro della lama di un’ascia le scheggiò la gola.
“Chi sei?” la voce secca, dura e brutale di Halla le arrivò come uno schiaffo.
Solo in quel momento si accorse che il suo arco illuminava la sua figura, dando vigore alla sua ombra, che il mantello nero fuggiva con dolore e le sue pallide ciocche di capelli bianchi giocavano felici con il vento.
La trasformazione era durata molto meno di quello che si aspettava.
Mosse solo lo sguardo e intercettò gli occhi della ragazza.
Alzò le mani.



--- Importante ---
Mi sembra doveroso ricordare, che molte delle notize e delle frasi presenti in questo capitolo e in tutta la seconda parte della fan fiction (dall´entrata di Ashe nella Cittadella), trovano ispirazione e fondamento nel racconto "L´occhio nell´Abisso" di Anthony Reynolds, presente sul sito di League of Legends.

https://universe.leagueoflegends.com/it_IT/story/the-eye-in-the-abyss/  

 
 


     


                     





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