FanFiction League Of Legends | La vendetta del Freljord di Night | FanFiction Zone

 

  La vendetta del Freljord

         

 

  

  

  

  

La vendetta del Freljord   (Letta 274 volte)

di Night 

8 capitoli (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Giochi e VideogamesLeague Of Legends

Genere:

Avventura - Fantasy - Suspense - Azione

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 L'Eterno, ma mai diviso 

 


  

Capitolo 6
“L’Eterno, ma mai diviso”





 





Si muoveva veloce e con difficoltà lungo quella pianura innevata. Era una lepre che tenta di scappare da un falco. Con fatica arrivò sulle rive del fiume, dove galleggiavano pezzi di ghiaccio; non ci pensò oltre, il suono del corno era una corda che la stava tirando dall’estremità opposta.
L’acqua era gelida, ma lei era abituata al freddo.
Correva con gli occhi e le orecchie ben puntate: una bussola che con fermezza segna il nord.
Approdata sulla sponda opposta, aveva valicato il confine illusorio che divide il Freljord da Noxus. La neve sembrava rispettare questo confine e proprio oltre il ruscello perdeva di forza e, solo poche e maldestre spennellate di bianco, coloravano il bosco non molto distante. 
Ashe non si preoccupò troppo del nuovo territorio; era raro che i Noxiani si spingessero così a nord, sapevano che nulla potevano contro i Freljordiani.Non si voltò mai, sebbene sentisse sulle sue spalle le responsabilità, alte e minacciose come i monti Ridgeback.
Quel suono si faceva sempre più vivido, più profondo. Non era un’illusione.
“Spero che abbia gambe forti.”
Rallentò la sua corsa. Qualcuno aveva sussurrato nelle sue orecchie, ne era certa; aveva sentito il suo alito denso riscaldarle il collo, eppure non vedeva nessuno.
Il corno suonava e lei, questa volta con una leggera esitazione, riprese a correre.
Il bosco diventava sempre più tetro. La debole luce che penetrava, le nebbia che, adagiandosi, sfumava i bordi: sembrava di essere all’interno di un sogno, un sogno fin troppo reale. Un brivido le serrò il cuore. Non doveva spaventarsi…
“Quanto velocemente puoi correre?”
Ancora quell’alito caldo; era una voce oscura, profonda, ancestrale, che sembrava stringerle la gola.
Stava sognando?
“Non siamo sogni. Siamo la veglia.”
Si arrestò di scatto: una voce più dolce ma infida, delicata ma acida.
“Chi siete?” chiese Ashe.
La sua testa si voltava da una parte all’altra; aveva preso il suo arco senza nemmeno accorgersene, pronta a difendere o ad attaccare.
Intorno a lei però, solo nebbia.
“Chi c’è?”
La sua voce tradiva la sua finta intraprendenza; stanca dalla corsa, confusa e spaventata, Ashe cercava di apparire ben sicura.
Ghigni e sorrisi riecheggiavano intorno. Di certo, la controparte non la prendeva sul serio.
Il fetido respiro sembrava essere sempre più vicino a lei; la foschia sembrava riscaldarsi, lei però, non osava muoversi e mostrarsi pronta a combattere; qualcosa la frenava.
“Tutte le cose indugiano...”
“... nella nostra ombra” terminò la voce oscura.
Perché riusciva più a muoversi?
Tutto sembrava schiacciarla: le gambe tremavano, il corpo era ghiacciato, mentre il cuore voleva rompere la sua gabbia e fuggire via.
Era ferma, tutto era fermo.
“Il destino ti dà la caccia oggi.”
Quella voce più luminosa, cambiò improvvisamente l’atmosfera; tutto si alleggerì.
Iniziò a fuggire dove il suo istinto le diceva di scappare.
“Corri adesso!” la voce cupa accompagnò i suoi passi.
Si guardava intorno, ma non vedeva nulla, sentiva però orme rapide che la inseguivano. Non poteva ragionare troppo, quei boschi sembravano essere diversi; ad ogni curva, inoltre,  i suoi inseguitori la costringevano a rimanere in quell’intrico di vie.
Era stanca e spaventata ma non era tempo di arrendersi; stava lottando per la vita. Se il loro piano era di forzarla presso un sentiero, avrebbe fatto esattamente l’opposto.
Così, appena sentì la presenza di uno alla sua destra invece di capitolare a sinistra, si spinse verso quei suoni, combattendo contro l’istinto.
L’aria si fece frizzante; l’eccitazione scorreva lungo i nervi. Risate divertite avvolsero la ragazza.
Una freccia tagliò la corsa, e Ashe si vide forzata a cambiare strada.
Sono tiratori? Si sbalordì.
Era del tutto inutile correre allora, quelle frecce sarebbero state più veloci delle sue gambe.
L’arco era la sua arma, era il suo potere, non c’era persona nel Freljord che potesse batterla. Scappare serviva a poco. Si trovava in un bosco però, uno dei luoghi migliori per difendersi dalle frecce.
Dalla nebbia, quasi fosse stato chiamato, apparve un grosso tronco: robusto, nodoso con insenature.
Come si immaginava, ecco che la voce la costrinse ad aggirare quell’ostacolo a sinistra; Ashe non aveva più intenzione di essere la loro marionetta. Con un balzo si aggrappò al primo ramo e, con artigli e forza nelle gambe, saltò verso uno più in alto, nascondendosi il prima possibile.
Le risate la infastidivano, la facevano sentire debole.
“Abbiamo il tuo nome.”
“E il tuo profumo!”
E subito una freccia colpì il tronco dove si era nascosta: ad un passo dall’orecchio destro.
Volevano farla andare a sinistra, ma lei era testarda e provò ancora a cambiare direzione: uno sciame di frecce si scagliò con una precisione eccessiva, formando una barriera.
Una cosa era certa: se avessero voluta ucciderla, l’avrebbero già fatto.
L’arciere era molto più bravo di lei e quella ne era la prova.
Scese di nuovo a terra. Fuggire non serviva più a nulla.
Racimolando tutto il suo coraggio, prese forza, radicò bene i piedi, impugnò il suo arco e, pronta a  anciare una freccia, urlò:
“Basta! Chi siete?”
Gli inseguitori parvero fermarsi.
Ashe teneva gli occhi ben aperti, pronta a cogliere qualsiasi movimento. Quella nebbia non aiutava.
“Chissà come mi vedono…”.
"…Cenere sulla lana."
Si smezzavano le frasi a metà e nei loro discorsi non c’era posto per nessun’altro. Si completavano: erano due ma sembravano un’unica entità.
Ashe ricordò le parole dello Sciamano.
“Il separato ma mai diviso…” si trovò a dire.
Colse la loro attenzione, perché

frenarono anche le loro risate.
“Lo sciamano allora ha fatto il suo dovere!”
Ashe indirizzò lo sguardo verso quel punto.
“Siete voi quelli che mi cercavano allora!” disse, quasi con rabbia.
“La tua strada è destinata ad incrociare la nostra” intervenne la controparte: “noi non cerchiamo mai nessuno; ogni passo che fai, ogni passo che ognuno fa, è verso la nostra direzione!”
Erano tranelli o enigmi; la confusione stava prendendo il sopravvento.
Muoveva l’arco rapidamente; si spostavano troppo velocemente e senza produrre suono alcuno. Stringeva l’arma come se fosse l’ancora della sua salvezza…
“Mi avete chiesto di venire da voi, e adesso mi cacciate. Cosa volete?”
Ad ogni sua frase le due forme sembravano divertirsi.
La voce oscura e la sua densità tornarono a stringersi intorno al collo della ragazza.
“Noi non chiediamo nulla. Tu hai scelto di seguire il corno…”
Ashe si divincolò da una morsa assente e prese a puntare il suo arco.
Era stata lei a decidere, era vero.

Ripensò subito a quell’istante, aveva lasciato tutto; il suo clan, la sua gente, stava per scontrarsi con una  delle tribù più forti del Freljord e lei era lì, a tentar di parlare con qualcosa di indefinito, qualcosa che non faceva altro che schernirla. La sua ira iniziò a crescere.
“Ho detto basta. Ditemi chi siete, altrimenti…”
“Altrimenti?” venne interrotta.
“Bambolina, ancora non capisci che con noi non puoi dettare regole.”
Strinse l’arco e, senza badare troppo a quell’imposizione, scagliò una freccia in direzione della voce:
“…altrimenti me ne vado. Non ho tempo da perdere con voi.”
Risate: non aveva colpito nessuno.
“Lotta! Bene bene!” continuò.
“Sta mostrando denti aguzzi e artigli affilati” disse la voce molto più dolce.
Ashe, iniziò a lanciare le prime frecce che, creando vortici, risucchiavano la nebbia.
“Non ci puoi colpire…”
“Nessuno può farlo!”
Stanca e senza pazienza, la ragazza allentò la presa sull’arco.
“Che delusione…”
L’aria si fermò.
“Me ne vado. Ho qualcosa di più importante di voi e dei vostri giochi, di cui occuparmi!”
Una stretta alla gola la trattenne, eppure continuava a non vedere nulla se non una nube famelica.
“Sento la loro paura” disse quella voce così tanto vicino a lei.
“Cosa è più importante nella tua vita?” chiese l’altra più morbida.
La ragazza non riusciva a rispondere, l’aria sembrava non voler attraversare più il corpo. Una smorfia di dolore apparve sul suo viso.
Adesso sembrava che una freccia, nascosta nella nebbia fitta e scura fosse puntata verso di lei.
“Ashe, noi sappiamo chi sei. Ti abbiamo convocato qui perché richiediamo la tua vita.”
Sentiva la corda dell’arco tendersi.
“Noi sappiamo chi sei. E non puoi

sfuggirci.”
La voce, minuta e dolce, si era trasformata con rapidità in un suono fermo, rigido e ineluttabile.
Era questo il suono della fine?
Guardò verso l’alto; la gola iniziava a bruciare.
La bruma sembrava svanire o era lei che lentamente si dissolveva?
Oltre la punta degli abeti, il cielo stellato. La luna era oscurata, e solo le stelle potevano spingere lo spirito di una guerriera oltre la vetta del mondo.
Piccole fiaccole di grandi antenati che cercavano di aiutarla nel suo cammino definitivo. Le guardava bruciare e le sentiva sempre più vicine; come da copione, nella sua mente riapparvero i ricordi più belli: la sua famiglia di sangue, sua madre e i tanti compagni che l’avevano aiutata a crescere e diventare forte, che l’avevano protetta e si erano scarificati per lei contro l’inganno di Maalcrom[1]; ricordò i momenti in cui, sulle navi dragone, gareggiavano lei e Sejuani, mentre Bristle, ancora cucciolo, le guardava preoccupato dalla riva. Ricordava la vera amicizia di Braum e le loro lunghe chiacchierate davanti ai falò, con la buonissima Gorg di Gragas. Ricordava dell’incontro e degli allenamenti con Tryndamere, quel valoroso combattente che non riusciva più a ritrovare se stesso; ricordava i loro abbracci e il modo in cui entrambi guardavano oltre le orizzonte. Ricordava Nunu e Willump, e il cuore le si scaldò immediatamente, avrebbe voluto insegnarli ancora molto, avrebbe voluto affrontare con loro molte più avventure, essere una sorella maggiore pronta a proteggerli.
Socchiuse gli occhi, adesso avrebbe voluto essere altro: le cime di Ridgebach l’avevano sempre chiamata. Giorno e notte aveva sognato di potersi affacciare e scrutare tutto il Valoran e oltre, e le terre sconosciute a nord; ammirare il grande mare e sognare di poter cavalcare quelle onde. I boschi, i fiumi, le montagne, i laghi: quanto avrebbe voluto goderne ancora e ancora, viverli a pieno questa volta, senza sacrificarli per altro. Il suo popolo e la Natura intorno: si era sempre sentita divisa e tirata da queste due estremità; per responsabilità e destino aveva sempre dedicato il suo essere al solo suo popolo, adesso se ne rammaricava un poco, ma non rimpiangeva di averlo fatto. Con loro aveva passato momenti indimenticabili ricchi di dolcezza e empatia, grazie a loro era cresciuta. Non era mai riuscita a ricucire quello strappo che la divideva.
Chiuse gli occhi.
Anche lei, era divisa ma mai separata.
Sorrise, forse, alla fine stava cercando solo se stessa.
In quell’istante comprese cosa valeva di più della sua vita.
Nitidamente sentì la vibrazione dell’arco libero di oscillare, la freccia era partita.
Due punte acuminate si incontrarono a metà tragitto ed entrambe caddero a terra.
Non aveva mai smesso di impugnare il suo arco, l’unica cosa che la teneva ancora legata al suo passato e al suo essere.
La presa intorno al suo collo si fece subito meno salda. Tornò a respirare.
La nebbia intorno a lei si era dileguata per magia.
“Bene, Ashe. Tutta la tua vita ti ha portato in questo momento.”
La ragazza, ancora in ginocchio e con la testa reclinata verso il terreno umido, tossiva.
“Ora è tempo di agire.”
Quella voce era tornata ad essere dolce e calma.
La ragazza cercò di alzare la testa e capire la forma del suo interlocutore, nel mentre una leggera nube nera le passò affianco.
“Il nostro marchio incombe su di te.”
Lentamente alzava lo sguardo. Quella nebulosa sembrava vorticare intorno a due zampe candide e soffici come la neve, sfumate da spennellate ametista: due zoccoli si radicavano al terreno.
“Ti sei opposta alla morte, che inevitabile arriva. Hai deciso di combattere nonostante sapessi che la fine era sopraggiunta…”
Il manto diventava sempre più bianco; la nube circolava intorno a lei. Il suo corpo era attraversato da sentieri cerluei, fiumi che sembravano danzare in quel soffice manto. Un arco, dalle curve raffinate e intagliate ad arte, tratteneva una lucente freccia: un faro intorno a quella nebbia oscura.
“Sei stata tu a decidere… E’ stato il tuo essere.”
Ashe tossiva, ma la curiosità continuava a spingerle la testa verso l’alto.
Due lunghe orecchie luminose, con sfumature nere all’estremità e avvolte da rune e simboli ancestrali, contornavano un viso tondo e soffice.
Due maschere legnose incontrarono lo sguardo di Ashe. Una bianca, l’altra viola scuro. Al centro, tra gli occhi iridescenti, due simboli che si completavano a vicenda, due lune che insieme formavano una spirale: il famoso marchio dei cacciatori eterni.
Una nube delimitava il corpo di un lupo, una folta e candida pelliccia quello di un’agnella.

“Scappa scappa,
il lupo ti acchiappa;
paure e terrori,
son cibi migliori. 

Coraggio, coraggio
avrai un omaggio:
una freccia nel cuore
è dell’agnella il sapore. 

Un amico avevan trovato,
ma veloce l’han mangiato.”





 La filastrocca che Nunu recitava sempre mentre giocava con Willump, le era tornata alla mente. Ashe sgranò i suoi occhi.
Smise di tossire.
Non c’erano dubbi.
“Tu sei Kindred…”
Due sorrisi apparvero su quelle maschere.





 Tryndamere arrivò boccheggiando ai piedi del fuoco e subito iniziò a dare ordini:

“Gragas, sveglia tutti, dobbiamo andare via e prepararci alla battaglia.”
L’omone scattò in piedi. Si guardò intorno, ma non vedeva nè sentiva nulla. Rimase un attimo interdetto.
“Gli arcieri devono venire con me.

Chi può combattere si prepari, tutti gli altri devono correre via, il più lontano possibile…”
Nel tragitto di ritorno, il fiero combattente aveva creato un piano: doveva concedere il maggior tempo possibile al clan per fuggire via, e far perdere tempo, tanto tempo a Sejuani. Avrebbe così creato una prima avanguardia con gli arcieri, che non avrebbe retto, ma in questo modo, gli altri combattenti avrebbero avuto almeno un po’ di tempo per preparare le difese. Poi, diventava tutto un atroce gioco di resistenza.

Durante la corsa non aveva di certo dimenticato di maledire Ashe e la sua sciocca fanciullezza: lasciare tutte quelle decisioni a lui, proprio lui che stava cercando di accattivarsi i nuovi membri del clan. Se mai ci fossero stati sopravvissuti, avrebbero delegato la loro inettitudine, la loro incapacità e la loro debolezza proprio a lui, colui che non era stato in grado di difenderli, di contrastare da solo il clan più spietato del Freljord. Sentiva le sue vene pulsare lungo la superficie dei suoi muscoli pronunciati: era uno scontro suicida.
Durante quella corsa disperata pensò alla sua immagine erta solitaria al di sopra dei cadaveri. Tutto era finito e solo lui, esausto e con ancora la spada tra le dita, rimaneva in piedi. Poteva vedere quel malefico sogghigno di Sejuani che si avvicinava, pronta a mettere fine al compagno di sangue della sua acerrima nemica. Che destino beffardo! Ancora una volta si era trovato dalla parte sbagliata degli avamposti, ancora una volta sarebbe rimasto l’unico, e ancora una volta avrebbe faticato per poter ottenerer la sua rivincita. Un’immagine gli tagliò i pensieri. Si vide al seguito dell’Artiglio d’Inverno, al fianco di Sejuani, con l’arma ben in vista, tambureggiando lungo la pianura ghiacciata, diretto verso la Cittadella della Guardia del Gelo, forte, fiero e sicuro di adempiere alla propria vendetta.
Il destino gli era contro, di nuovo. E lui era contro il destino, di nuovo.
Un pugno ben serrato in faccia bloccò quei pensieri.
“Mi spiace, ma era l’unico modo per calmarti!” era Gragas.
“Ti spaccherei la faccia se ci fosse il tempo” con un forte strattone, Tryndamere cercò di spostarlo dalla sua traiettoria.
“Devo preparare il campo di battaglia.”
Gragas corrugò la fronte.
“Che sta succedendo?”
“Non c’è tempo; esegui gli ordini.”
Il mastro birraio non mosse un muscolo.
“Proprio perché non c’è tempo, ho bisogno di sapere. Devo aiutarti a preparare le difese.”
Tryndamere lo guardò intensamente; sarebbe rimasto incolonnato lì; con rapida sintesi gli spiegò da cosa dovevano prepararsi.
“Dobbiamo aspettare il ritorno della Madre Guerriera” si limitò a rispondere.
La rabbia serrò la gola del combattente, ma cercò di mostrarsi calmo.
“No, non sappiamo quando sarà di ritorno; l’Artiglio d’Inverno invece, sarà qui a momenti. Dobbiamo prepararci allo scontro e alla ritirata.”
“Appunto.”
Tryndamere era confuso.
“Più la Madre Guerriera farà ritardo, più il popolo avrà la possibilità di allontanarsi e disperdersi.”
“Cosa stai dicendo, ubriacone?”
Gragas gli diede una spinta: odiava essere chiamato così.
“Grande grosso eppure così ottuso!”
“Come osi!?” la frastagliata spada vibrò nell’aria.
Il mastro birraio sollevò il barile di birra e l’atmosfera si fece tesa.
“Tryndamere sei bravo solo con la spada! C’è solo un motivo per cui Sejuani ci sta attaccando.”
“Vuole distruggere il clan!” ruggì di risposta.
“Certo che no! Per lei non siamo che spazzatura: deboli e lenti. All’interno dell’Artiglio d’Inverno non c’è posto per noi! La Madre Guerriera, senza nemmeno saperlo, ha agito nella migliore delle maniere. Sejuani desidera solo la distruzione di Ashe; il resto è superfluo. Non attaccherà se non la vedrà in prima linea.”
Tryndamere abbassò l’arma.
“Oppure potrebbe distruggere il nostro clan per causare dolore…” fece un appunto.
“Vero, ma sarebbe tutto poco efficace, troppo poco doloroso. Sejuani desidera vederla soffrire, vuol sentirsi la regina indiscussa del Freljord; vuole che gli Avarosani notino la debolezza della loro guida e finalmente far morire l’atmosfera di mito e leggenda che gira intorno ad Ashe. Aspetterà lei per colpirci, a costo di far morire metà del suo clan!”
Ci fu un attimo di silenzio; i due si scrutarono, e senza proferir parola, si perdonarono.
“Il piano che hai in mente mi piace, ma bisogna aggiungere qualcosa.”
“Cosa?” chiese Tryndamere.
“Un gigantesco blocco che arresti l’avanzata dell’Artiglio d’Inverno e faccia sapere a Sejuani l’assenza della nostra guida.”
Gragas tossì un attimo e consegnò un boccale al grosso combattente.
“Brindiamo!”
“A cosa?”
“Alla tua prima grande azione nel clan degli Avarosani!” e fece scoccare i due contenitori.
“Io?!” disse interdetto.
“Sei la persona ideale!” sorrise “Grande, grosso e…”
“Non provare a dirlo di nuovo!” lo ammonì.
“Impavido! Ovviamente…”
Tryndamere sorseggiò e iniziò a ragionare; immaginò lo scenario, non era molto lontano dalle sue fantasie: lui da solo contro un intero clan. Era una missione suicida.
“E se non si fermano?”
“Beh… come dici sempre tu, sarà un massacro!”
I due si guardarono e il combattente fece scendere con un unico sorso la Gorg.
“Prepariamoci.”
Gli Avarosani erano lenti e stanchi; grande sconforto serrava i loro cuori. Cercavano lo sguardo della loro Madre Guerriera che però mancava. La paura iniziava ad attanagliarli; i loro gesti erano incerti. Molti valorosi combattenti erano titubanti nel rimanere: ben sapevano che il clan nemico era potente, forte e non si faceva scrupolo alcuno. Sentivano di essere semplicemente delle esche, dei diversivi da abbandonare in battaglia. Gragas era ottimo nel combattere e nel fare la guardia, ma incapace nel gestire un piano di ritirata e di difesa. Il clan si trovò subito nella confusione. La notte, del resto, era appena iniziata.
“Sarà davvero un massacro.”
Regnava il caos.
Quella malsana idea di aiutare i popoli del nord! Maledetta Ashe. Tutto era partito da lì.
Bastava davvero lei a cambiare le sorti del destino, oppure ad accelerarlo?
Con quanta facilità anche lui si faceva guidare da lei. Era un debole allora, che brillava solo quando Ashe era al suo fianco.
Cosa rendeva Ashe così speciale?
Incredibilmente la sua mente corse a Sejuani. Qualcosa l’avvicinava a lei, in fin dei conti.
Lacrime che cadono e lievi singhiozzi:volse lo sguardo dietro le sue spalle.
Rannicchiato tra il pelo di Willump, Nunu cercava a stento di trattenere la sua tristezza.
‘Ci mancava solo questo!’ pensò subito.
“Che hai?”
Il fanciullo scosse la testa.
L’Artiglio d’Inverno sarebbe giunto a momenti e lui doveva perdere tempo con quel piccolo umano. Si avvicinò, il grande yeti non lo spaventava, avrebbe potuto lacerarlo con due colpi. Lo costrinse a sollevare la testa. Gli occhi erano brillanti come la Luna riflessa in un lago, perforavano l’anima.
Solo un attimo di esitazione.
“Smettila di piangere. Non serve a nulla!”
Il bambino tirò su con il naso e allargò il petto: voleva mostrarsi coraggioso.
“Ora alzati, vai da una donna e andate via.”
“Ashe è in pericolo?”
Era per quello che stava piangendo. Non aveva paura, no, era preoccupato solo per Ashe. Perché? Cosa aveva di speciale? Avrebbe voluto il suo potere.
“Limitati a seguire gli ordini”rispose secco.
“Noi non andremo via!”
Lamenti, piagnistei e confusione: era il peggio che il suo spirito potesse reggere. Si voltò di scatto e incrociò lo sguardo sicuro e carico di rabbia del bambino. Per un attimo un brivido percorse il suo cuore: si ricordò della sua fanciullezza quando, nel suo popolo, si sentiva a casa. Il viso di sua madre che sorrideva mentre lui si allenava con la spada, il viso di sua madre quando si feriva, o quando furono attaccati. Non aveva mai avuto paura quando quella donna vigilava su di lui.
Adesso era perso, era arrabbiato, e si sentiva solo.
Chiuse gli occhi e gli tornò in mente quel semplice gesto con veniva calmato.
Pose la mano sulla testa del bambino:
“Ashe è forte.”
Nunu fece un cenno con la testa e con forza portò via la lacrima.
“Presto tornerà da noi; ora però dobbiamo difendere i nostri amici e aspettarla, ok?”
Altro cenno.
“Bene, adesso fai come ti ho detto.”
Il combattente si alzò, ma la manina del ragazzo lo tenne.
“Noi non vogliamo andare via!”
“No. Ashe avrebbe voluto che vi nascondeste.”
“Ma noi non vogliamo.”
Era difficile mantenere la calma.
“Bambino, fa’ come ti dico. Non abbiamo molto tempo.”
Si voltò e gli porse le grandi spalle.
I due amici si guardarono e senza proferir parola si compresero.
“Noi andiamo a cercare Ashe!”
Tryndamere li vide svanire veloci nel pulviscolo della neve che si stava alzando.
“Maledizione” urlò.
Diede un calcio alla neve. Non aveva modo di seguirlo e di certo non l’avrebbe fatto. Alla fine era meglio così, si sarebbero dispersi nei boschi: poteva essere il loro unico modo per salvarsi.
Il clan si stava maldestramente preparando; sapere che ben presto si sarebbe trovato da solo di fronte a Sejuani e il suo clan, lo rincuorava: finalmente avrebbe smesso di doversi preoccupare per quella marmaglia senza forma.
“Tryndamere è tutto pronto.”
Il fiato di Gragas puzzava d’alcol.
“Fammi un rapido resoconto.”
“Gli uomini forti e abili con la spada e l’ascia stanno finendo di preparare gli ostacoli per la difesa. Gli arcieri sono andati a nascondersi tra i boschi lungo le pendici del fiume, pronti a rallentare l’avanzata di Sejuani. Donne e bambini si stanno disperdendo, pronti a raggrupparsi poi a Rakelstake. Spero che incontrino Braum di ritorno, in tal caso, potrebbe essere davvero la….”
“Quanti arcieri ci sono?” lo interruppe subito Tryndamere.
Gragas scrollò la testa.
“Quindici, gli allievi di Ashe. Sono pochi ma buoni, sanno cosa fare in….”
“E’ come se non ci fossero allora, sarebbe stato meglio averli spediti con quelli che scappano via.”
“Non si tratta di scappare, lo sai bene. Dieci arcieri e altri dieci uomini corrono dietro alle donne che tornano indietro. Smettila di ergerti sopra agli altri solo perché sei forte. Se non è retta da un cuore potente, la tua forza farà solo del male.”
“Non osare…”
“Fidati delle persone che hai al tuo fianco!” lo interrupe.
“Gli arcieri sono pronti, aspettano solo te!”
Tryndamere, allontandandosi, mostrò i suoi occhi carichi di rabbia. Gragas lo trattenne per un braccio:
“Se non si fermeranno e volgeranno verso di noi, sappi che provocherò una valanga. Cerca di proteggerti. Non voglio amici sulla coscienza.”
Intorno c’era grande confusione, e dentro quel corpo massiccio e forte, la situazione era simile.
Era troppo irato per notare lo sguardo di ammirazione che gli Avarosani rimasti gli lanciavano.
Arrivò al centro della vallata.
La notte era oscura: le stelle tranquille sembravano farsi beffa di lui.
Allargò le gambe e piantò la sua spada al centro.
L’unica barriera era lui.
Attese.





  


“Eppure, tra le cose che più mi sono rimaste impresse in quella dannata lotta, ci sono le grida di quell’uomo…”
Braum e Ashe, con altri Avarosani, erano intorno a un timido fuocherello, sotto le pendici delle montagne innevate.
“Ripeteva - Li ho uccisi tutti per te! Sono tutti tuoi! -  Era in ginocchio e implorava verso qualcuno che io non riuscivo a vedere. Era terrorizzato, i suoi occhi sembravano esplodere di paura, e tremava come l’ultima foglia contro il vento d’inverno.”
Braum strofinò le mani verso quel fumo grigio.
“Li ho uccisi tutti per te, diceva…. Erano centinaia di uomini, centinaia; li aveva sconfitti con delle semplici armi, capite? Niente vero ghiaccio, nè magia strana: una semplice spadina anche poco affilata. Eppure era terrorizzato!”
“E poi cosa successe?” chiese uno dei presenti.
Braum si schiarì la voce.
“Alla fine il Lupo deve mangiarti, amico mio!”
Nel Freljord, era il Lupo a governare i territori, e i combattenti, per sfuggire alle sue zanne, si mostravano valorosi in battaglia, offrendo il corpo del loro nemici appena uccisi, a quel cumulo di pulviscolo nero: un facile omaggio per qualche ora o giorno di vita in più. Il patto non era molto chiaro, ma una cosa era certa, non si scappa né al Lupo, né all’Agnella: ogni mortale non può fuggire dalla propria morte, ma può scegliere quale volto avere davanti.
Una gelata freccia colpirà chi accetta la propria fine e sarà pronto a mostrare il petto; mentre fameliche fauci partiranno all’inseguimento verso quelli che la rifiuteranno. Non ci sono

scorciatoie, non ci sono sconti.
Nient’altro si sa sulle origini di Kindred, si pensa siano sempre esistiti e che regolino l’esistenza su Runeterra proprio attraverso la morte.
“Non avrete la mia vita!”
Ashe si alzò risoluta, nella sua mano destra impugnava il suo brillante arco e negli occhi la determinazione di affrontare un titano.
L’Agnella e il Lupo scoppiarono in una sonora risata che echeggiò sbattendo tra tutti i tronchi della foresta.
“Lo dicono in molti” affermò quell’entità biancastra, con la voce dolce ma pungente.
La ragazza si alzò e sfidò i loro sguardi.
“Non avrete la mia vita” puntò l’arco e la freccia verso l’Agnella, che si fece seria.
“Non puoi scappare dalla morte, lo sai. Il nostro marchio incombe su di te” e con un cenno le indicò la spalla destra dove era scalfita una celestiale spirale: era il sigillo che portava un messaggio “denti aguzzi o gelata freccia, scegli tu la tua fine.”
Ashe, senza troppe esitazioni, spinse la punta acuminata su quel terribile marchio.
“Che follia è strappare il nostro segno. Ashe, non essere ottusa, non è da te” la richiamò l’Agnella con fermezza.
I tre si guardarono.
“Mi immaginavo una morte diversa. Non pensavo vi intratteneste a conversare con le vostre prede… credevo che la mia fine arrivasse su un campo di battaglia, onorando le mie divinità.”
Un ghigno di disprezzo ingrigì il volto del Lupo.
“Se fosse per me, il tuo collo sarebbe già spezzato” mostrò i denti e un grave gorgoglio emerse dalla sua gola evanescente.
Nel Freljord, le azioni di Kindred stavano svanendo in nome di una più gloriosa morte verso i grandi spiriti. Al sopraggiungere dell’ultimo respiro, molti chiamavano le divinità protettrici di quelle zone ghiacciate: Anivia, Volibear, Ornn… erano loro che governavano la vita nella tundra settentrionale, ed è a loro che si affidava la propria anima.

Tutti sapevano però che anche quello era un modo per tentare di scappare ai denti affilati o al dolce mantello di Kindred.
“Siete solo dei codardi” continuò il Lupo “siete dei codardi che facilmente finiscono tra i miei denti.”
Ashe scrutava i comportamenti delle due entità; c’era qualcosa di strano.
“Sì, è molto probabile che morirai in un campo di battaglia e, conoscendo il tuo carattere, una freccia gelata stroncherà il battito del tuo cuore.”
La Madre Guerriera era confusa.
“E’ uno strano campo di battaglia questo, in tal caso.”
Le due arciere tenevano strette ancora le loro armi.
“Mi avete chiamato qui mentre il mio popolo è in procinto di combattere una battaglia disperata, uno scontro dove è possibile che io trovi la fine; eppure mi avete portato qui, avete timbrato il mio braccio e adesso attendete ad uccidermi. O il vostro potere si sta indebolendo o devo presumere che c’è ben altro tra noi oltre che la vita.”
L’Agnella sorrise e accarezzando il manto nebuloso del lupo, fece calmare anche questo.
“Potere? Quello che noi disponiamo non è un potere, è il nostro compito. Non sono le tue divinità, né tanto meno il coraggio effimero delle persone, a spaventarci. C’è altro, è vero. Sono felice che tu ci sia arrivata, Ashe.  Mi avresti deluso amaramente in caso contrario.”
Le due guerriere si scrutarono, si analizzarono.
“Non è più della morte che l’anima dei mortali deve avere paura.”
“E di chi allora?”
“Di cosa…” intervenne la voce cavernosa del Lupo che, insieme all’Agnella, aggiunse:
“Del Vuoto.”
Un’atmosfera pesante sembrò adagiarsi su loro, come se un segreto, una maledizione da tempo celata fosse stata rivelata. Il tempo scorreva e adesso sembrava impossibilitato a tornare indietro; la sentenza viaggiava nell’aria, rimanere fermi sarebbe stata comunque una scelta.
Caddero i primi fiocchi di neve di quell’inverno arrivato fin troppo presto.
Due arcieri e un lupo, una combinazione strana eppure così simile.
Una costante stretta sembrò accumularsi sul cuore di Ashe, una stretta che sarebbe durata per tanto, troppo tempo.
“Il Vuoto? Non esiste, non si può aver paura di qualcosa che non è.”
“Proprio perché non è, che bisogna averne paura.”
La ragazza lo guardò attenta.
“Non ne sei rimasta sorpresa; percepivi qualcosa già da un po’, non è vero Ashe?”
“Beh, i falò non si sono accesi per Avaros…”
“Non essere stupida!” intervenne la voce gravosa del Lupo “Avarosa non è che un’ inutile statua fredda.”
Ashe lo guardò; di nuovo, quel cane selvaggio si innervosiva al sentir parlare delle loro divinità.
“Hai qualcosa contro i nostri dei?”
Mostrò i denti, ma fu fermato da dolci zampe.
“Fa parte del suo piano.”
L’Agnella interruppe quel futile tentativo.
“I falsi miti, le statue… Non sono altro che diversivi per non percepirsi, per perdersi, per distaccarsi da ciò che è essenziale e che lo allontanerebbe…”
“Di cosa stai parlando?” chiese subito Ashe.
“Dovresti saperlo, Madre Guerriera.”
Il Lupo sorrise e aggiunse: “Mi parli di stupide dee, proprio tu che non hai mai chinato la testa a loro.”
“Il Vuoto è rapido, ha già mietuto molte vittime. La sua ombra sta ricoprendo sempre più zone.”
Ashe era confusa, quelle due entità sembravano spingerla su strade diverse eppure verso la stessa meta.
“Non riesco a comprendere.”
“Avanza veloce, Ashe; prova a ragionare su ciò che hai intorno, dimmi se non hai mai notato nulla di strano.”
Tryndamere, Sejuani e ancora più lontano, sua madre Grena e la famiglia della sua vecchia amica…  Scontati litigi tra famiglie, potevano entrare in un cerchio più ampio? Ricordò come la tribù del suo compagno di sangue fosse state spazzate via; ripensò a Nunu, l’orfanello amico di uno Yeti, l’ultimo della sua specie.
Abbassò lo sguardo verso quella candida neve che da anni, lustri, sembrava ricoprire tutto, nascondendo alla vista quello che lo spirito sembrava ancora percepire.
“Puoi andare ancora oltre, bambolina…” disse il Lupo.
Kindred sembrava essere presente nei sentieri dei suoi pensieri.
“Oltre?”
“Sì” intervenne l’Agnella “spingiti ancora più lontano dalle persone che hai al tuo fianco…”
Corrugò la fronte.
Pensò alle devastazione degli ultimi anni, alle triviali battaglie tra clan, alla disarmonia che da tempo regnava nel Frejlord.
“Un tempo bambina mia, Vathcaer era un luogo sicuro, libero da scontri. Qui vivevamo in tranquillità, accogliendo stranieri e persone di altri popoli. Ogni sera banchettavamo alla luce di mille stelle che adesso sembrano essere sempre più offuscate da un’ombra nera… Mia madre mi raccontava di come, da piccola, in tutto il Freljord regnasse una dolce e serena quiete… ben si contrasta ai nostri giorni, dove il ghiaccio sembra aver serrato il cuore di tutti.”
“Come si è arrivati a questo, madre?”
“Non abbiamo vissuto quei tempi, piccola guerriera mia, ma ne stiamo vivendo le conseguenze. Qualcosa è cambiato dal leggendario scontro tra le Tre Sorelle… Forse toccherà a noi far tornare a brillare le stelle.”
Ashe strinse i pugni a quel ricordo.
“L’inesistenza del Vuoto permea e permeerà per sempre: generazioni su generazioni, ognuna con il suo ruolo, sarà chiamata a controllare il flebile equilibrio tra l’esistente e l’inesistente, quel dolce equilibrio che è vita e morte, che resiste e persiste” continuò l’Agnella.
“Se non esiste, come può agire?”
“Con ciò che non c’è ma che si percepisce…”
Ashe fece un sospiro, tutto era impervio.
“I tuoi amici, la tua famiglia… quante volte ti sei fatta la stessa domanda?”
Si guardarono, poi l’Agnella continuò.
“Cosa siete diventati? Cosa vi è accaduto? Li guardavi e notavi che qualcosa era successo a loro…”
“E’ il Vuoto?”
“E’ ciò di cui il Vuoto ha bisogno per poter avanzare…”
“Un cuore gelido?” chiese la ragazza.
“Cuori gelidi, mancanza di speranza, legami spezzati, isolamento e tutto ciò che ne segue.”
Ashe abbassò di nuovo lo sguardo, qualcosa dentro di lei strideva e si contorceva.
“Quindi anche mia Madre alla fine

ha ceduto al Vuoto…?”
Una zampa si adagiò sopra il marchio.
“Sempre, ognuno ha il suo ruolo. Nessuno cede da solo… una goccia di veleno può intorpidire un’intera botte di acqua pura, Ashe.”
“Perché?”
“Intendi, perché tu non ne sei stata colpita?”
Un cenno di assenso.
“Non leggiamo il futuro, ne tanto meno comprendiamo gli avvenimenti del passato. A noi interessa ben altro… Forse, però, è ciò che ti ha forgiato a farti arrivare qui.”
“Una semplice casualità, quindi?”
“Oppure destino, di solito voi umani

lo chiamate così, no?”
Ashe fece una smorfia.
“Destino… Ho sempre odiato quella parola. È un dragone che rovina vite e uccide l´innocenza. È un ingannatore e portatore di guai.”
“Chi mai potrà avere le risposte? E a dire la verità è così fondamentale? Cosa può cambiare sapere se tua madre era destinata a morire oppure no, se tu eri destinata ad arrivare qui, oppure grazie alle tue caratteristiche, alla tua forza, al tuo cuore aperto, sei riuscita ad entrare in contatto con persone che ti  hanno difeso dall’avanzata del Vuoto. Cosa importa se morirai domani o tra anni, e sapere se eri destinata a morire domani oppure tra anni? Ti ripeto: ognuno ha il suo ruolo, sempre.”
“Qual è il mio?”
“Lo scoprirai vivendo e morendo, entrando in questo flusso fatto di equilibrio.”
Le due si guardarono.
Un diamante apparve sul bordo degli occhi della ragazza. Sentiva di aver perso tanto, di essere stata complice dall’avanzata del Vuoto. La paura di perdere ciò che le permetteva di brillare, le soffocava le viscere.
“Non qui, non ancora, Guerriera.

Tieni stretti dentro di te i tuoi ricordi più puri, ne avrai bisogno.”
Ashe tornò ad impugnare il suo arco.
“Kindred, ora voglio sapere, perché mi avete chiamato a voi.”
L’entità rise e il Lupo aggiunse:
“Inizia la caccia!”





[1] Maalcrom: personaggio presente nella serie di fumetti dedicati ad Ashe.










     


                     





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