FanFiction League Of Legends | La vendetta del Freljord di Night | FanFiction Zone

 

  La vendetta del Freljord

         

 

  

  

  

  

La vendetta del Freljord   (Letta 43 volte)

di Night 

1 capitolo (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Giochi e VideogamesLeague Of Legends

Genere:

Avventura - Fantasy - Suspense - Azione

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Avarosani 

 


  

 “Coloro che vivono senza
aspettarci, ci uccidono...”



 “Siamo a caccia?”
“Questa volta no.”
“Sento odore di preda…”
“E’ una preda, ma dobbiamo
aiutarla a vivere.”
“Ho fame…”
“Anche lui…"










Capitolo
1
“Avarosani”






Capo chino per venerare, respiro pesante
per assorbire il dolore, passi profondi nell’alta neve per rimanere saldi: sono
questi i colpi che scandiscono il tempo nel freddo Freljord.
Sebbene quasi sempre sotto una
folta coperta bianca, quando il sole viene oscurato dal primo cumulonembo grigio,
un unico impulso si palesa: trasmigrare. Non è un giorno preciso, ma arriva
all’improvviso con un certo timore; molti alzano occhi turbati verso il cielo,
alla ricerca di qualcosa, guidati dall’istinto saldato tra ghiaccio e neve. La
connessione con i più duri e gelati elementi della Natura è essenziale per chi
sopravvive.
Eppure, il gelo sta diventando più
atroce, più radicato, iniziando a ghiacciare cuori e spiriti. Qualcosa di amorfo
turba la regolare ciclicità della vita.











“Madre Guerriera, siamo troppo
lenti… le celebrazioni saranno già in atto al nostro arrivo.”
L’uomo robusto, con inspiegabile leggerezza
e senza nessuno sforzo, apriva una grande carovana di persone avvolte da pellicce
e sacchi. In arido contrasto con la soffice neve, forti e possenti pettorali si
mostravano con arroganza; un solo spallaccio proteggeva l’arto sinistro, mentre
tutto il busto era alla mercé del gelo; i suoi vigorosi muscoli, induriti dal
freddo, erano sempre pronti a sgretolare. Nonostante la sua solidità, invece che
sicurezza, il suo corpo massiccio infondeva timore negli animi degli Avarosani
che, con sospetto, offrivano goffi inchini nel passargli accanto. Lui attendeva
il loro sguardo, la loro approvazione, ma i loro occhi rimanevano intrappolati in
quella spada che Tryndamere stringeva con fierezza nella destra.
Il rancore e il disprezzo laceravano
lo spirito del combattente.
Estranei.
Al suo fianco c’era colei che
guidava quell’informe massa di uomini e donne; a passo sicuro, sembrava non
soffrire il freddo.
‘Madre Guerriera’, quell’appellativo
le faceva ancora stridere il cuore, ma si costringeva a soffocare quei rumori
nella parte più buia del suo spirito. Doveva abituarsi e doveva farlo il prima
possibile.
“Avarosa non segue il tempo”
rispose; la sua testa rimase bassa, umide ciocche di capelli bianchi ondulavano,
seguendo il ritmo della marcia.
“Se davvero fossero così legati alla Grande
Dea, accelererebbero il passo…”
“Il viaggio fa parte della
venerazione.”
La destinazione era Rakelstake, un
luogo sacro, meta di pellegrinaggi annuali; era un promontorio roccioso che, con
tono eroico, si ergeva sopra un distrutto lago ghiacciato e si scagliava contro
barriere montuose. Sopra, enormi monoliti di roccia proteggevano la statua di
Avarosa, la grande dea che aveva sacrificato la propria vita per salvare il
Freljord dalla totale distruzione. Le leggende erano diverse e spesso
contrastanti, ma per i suoi seguaci, lei rappresentava la più alta divinità che
avesse mai abitato quelle terre.
Diversi giorni di cammino li
separavano dalla meta, ma, subito dopo la discesa del sole, il corno venne
suonato: era ora di riposarsi.
I suoni sommessi dei carichi poggiati
sul terreno erano i primi a giungere: bisognava riprendere fiato per poter
parlare. Poco dopo, lentamente e con candore, conversazioni e frasi iniziavano
a pervadere lo spazio.
Tryndamere si voltò verso la Madre
Guerriera; in quegli istanti dove tutti si facevano più vicini, lei sembrava
isolarsi. I suoi occhi puntavano sempre oltre, quasi a voler scrutare
l’orizzonte.
Erano compagni di sangue, erano
legati da questo vincolo, eppure il loro rapporto non era mai andato oltre la
stima e l’ammirazione. Forse avevano provato a trovare un punto di incontro, un
fulcro su cui far ruotare tutto il loro rapporto, ma con il trascorrere delle
lune, il cuore della Madre Guerriera si era sempre più indurito e raffreddato,
divenendo parte di quel ghiaccio che da sempre accompagnava la vita degli
abitanti del Freljord. 
‘Cosa la turba?’ si chiedeva
spesso e, nonostante fosse impavido nell’affrontare nemici e avversità, il
coraggio gli mancava quando, a incrociare il suo cammino, erano i profondi
occhi blu di quella donna. Tutto intorno si preparava a congelarsi e stringersi
per l’inverno, tutto tranne il loro legame che non assecondava le stagioni e si
scioglieva sempre più velocemente.
Lenti a marciare, ma rapidi nel
preparare i giacigli: bisognava mantenere vivo il calore umano.
La notte era scesa e la luna
piena faceva risplendere le cime delle montagne: brillanti denti aguzzi pronti
a sgranocchiare il cielo. Le stelle sembravano riflettere la loro luce.
Lei le guardava sempre con devota
ammirazione; un sentimento ancestrale, un’affinità salda e duratura. Lo sforzo
fisico della marcia, i respiri concreti che si ghiacciavano davanti ai suoi
occhi, il silenzio ovattato, erano sacrifici a quelle punte bianche.
“Madre Guerriera, si avvicini al
fuoco.”
Sorrise: si preoccupavano fin
troppo per lei.
Dopo essere diventata loro guida,
quelle semplici persone si erano fidate di lei con facilità, non avevano avuto
bisogno di prove: figlia della precedente Madre Guerriera che li proteggeva,
armata di un arco di vero ghiaccio, reincarnazione della dea che da sempre
veneravano. Ad accrescere la loro stima e la loro simpatia erano state però, le
cure e la gentilezza che prodigava loro.
“Grazie… ma vi cedo il mio posto.
Ne avete più bisogno di me.”
Ed era vero. Per quanto il freddo
del Freljord fosse pungente e lacerante, lei riusciva a sopportarlo senza
problemi.
Del resto era una Figlia del
Gelo.
Ashe. 

Mentre tutti si stringevano
vicino focolari accesi, Ashe impugnava il suo arco e, silenziosamente, svaniva
ben nascosta dalla notte, perdendosi tra gli abeti della tundra.
Tryndamere la guardava immergersi
nell’oscurità; quello era il suo spazio, il suo tempo, sapeva che non gli era
permesso seguirla. Si sentiva escluso, spesso un peso. Avevano stipulato un
contratto, erano diventati compagni di sangue; lei doveva sentirsi al sicuro
tra le sue braccia, doveva fidarsi di lui e permettergli di entrare nella sua
vita e tra i suoi dubbi, avrebbe dovuto guardarlo con la stessa intensità con
cui scrutava la foresta davanti a lei, e invece...
Strinse i pugni; le mani
scricchiolarono.
Lo trattava come un semplice e
comune combattente. Nulla di più. Non era l’eccezione, nessuno lo era per lei!
Eppure lui non si era tirato indietro di fronte a quell’immensa creatura
cornuta che aveva spazzato via il suo intero clan. No! Lui era rimasto lì,
pronto ad ucciderla… Vedere la sofferenza di amici e familiari, sentire il
respiro caldo della morte sul viso, perdere orgoglio, sicurezza, appartenenza,
tutto,  nel giro di poche ore… cos’altro
poteva esserci di peggiore? Cos’altro poteva renderti un uomo?
Il sapore di vendetta che da anni
si portava dentro gli tornò in gola. Era amaro.
Non gli importava più dell’amore,
l’affetto perde di luminosità al cospetto del dolore e del rancore. Lui aveva
estremo bisogno della fiducia della Madre Guerriera, una totale fiducia da
poter agire indisturbato e portare a termine ciò che più gli serrava il cuore.
Un deciso colpo sulla spalla lo
face tornare alla realtà.
“Non ti preoccupare troppo per
lei.”
Il freddo gelido sembrava
calmarsi, il vento diventava meno pungente, quando si incontravano la voce e
gli occhi di Braum. Sul suo viso era congelato un esteso sorriso, a cui
facevano da cornice baffi ancora più lunghi. 
Bastava questo a contagiare le persone e farle sogghignare con
semplicità. 
Nelle sue dita stringeva la
piccola manina di un bambino e con affettuosi cenni lo esortò a parlare:
“Su su!”
Il bambino, dopo aver
ripetutamente cercato coraggio, con voce tremolante, chiese:
“Sa..salve signor Tryndamere…” si
voltò per cogliere l’approvazione di Braum, ma si bloccò e si strinse alle sue
gambe, timido e impaurito.
“Oh, oh… sei stato bravissimo
fino ad adesso! Vai avanti, non aver paura!”
“Io non ho paura!”
Spostò gli occhi e, incastrata tra
le fessure del ghiaccio vide la spada frastagliata di Tryndamere; ebbe un
fremito e subito aggiunse: “ forse solo un po’…”
Braum sorrise e intercettò lo
sguardo confuso e disorientato del suo amico. Non era un tipo socievole; non
era bravo con le persone, ancor meno con i bambini. Fece una smorfia di sdegno.
Un’altra leggera spinta.
“Ehm…signor Tryndamere, ma è vero
che… con la sua spada ha ucciso tante tante persone?”
Si strinse ancora di più dietro
il corpo del suo protettore.
“Visto! Non è stato difficile!”
Il combattente, stufo di tutto
quello stupido teatrino, con un sospiro si voltò verso i boschi ghiacciati. Non
aveva tempo di pensare a quelle idiozie! Gli Avarosani erano lenti, pigri e
deboli. Sotto il comando di Ashe, e della sua troppa accondiscendenza, erano
diventati un clan di oziosi; si chiedeva se davvero sapessero ancora
combattere, o si limitavano a credere di vincere solo attraverso una cieca fede
nella loro dea preferita.
Sputò sulla neve.
Il bambino osservava le sue
spalle, grandi blocchi, possenti e robusti: si sentiva intimorito ma affascinato
da tutto quel concentrato di forza. Lui era piccolo, ma aveva grandi amici su
cui fare affidamento e da proteggere, oltre che una grande missione da
compiere.
Nel Freljord l’età non aveva
valore, essenziali erano le storie, le esperienze e le avventure vissute, e lui
ne aveva viste molte. Eppure Tryndamere aveva qualcosa che lo ispirava,
qualcosa di così imponente da far salire i brividi. Nel clan tutti veneravano
Avarosa, compreso lui, ma quando quell’uomo con la sua grande spada si faceva
strada a testa alta, l’ammirazione saliva fino alla luna e il bambino non
riusciva a togliergli gli occhi di dosso.
Anche Braum era forte, ma era
buono, dolce e gentile: una specie di genitore.
“La domanda da fare è quante vite
ha salvato con la sua spada, Nunu.”
Un’esile mano scompigliò i
capelli corvini del bambino. Tutti si voltarono per incontrare gli occhi blu
della Madre Guerriera.
I due compagni di sangue si
osservarono tacitamente; entrambi cercavano di riconoscersi.
Da quanto erano diventati così
estranei?
Ashe appariva tranquilla e serena
in presenza di altre persone, diversa da quando rimanevano soli, dove diventava
arida di parole e di gesti.
Si voltò e con amichevole
gentilezza sorrise a Braum.
Per far cambiare l’atmosfera nel
Freljord bastava davvero poco.
“Ashe! Ashe!”
Nunu impazziva di gioia quando la
vedeva; con trepidazione allungava le manine verso di lei.
“Tu sei forte come Tryndamere?”
Lei sorrise.
“Certo che no, ma sono molto più
simpatica, come te!” e fece una smorfia.
La paura e il timore del bambino
erano svaniti.
Tryndamere li guardava e si
sentiva sempre più lontano da quelle persone.
“Io non voglio essere simpatico” affermò con
sicurezza il piccolo Nunu.
“No!?” disse Braum, un po’
sbalordito.
“No. Io voglio essere forte e
salvare le persone! Io voglio essere un grande combattente come Tryndamere”.
Gli occhi del guerriero si
ingrandirono, ma non si voltò.











 











 











 











 











 











 











 











 











 

     


                     





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