FanFiction League Of Legends | La vendetta del Freljord di Night | FanFiction Zone

 

  La vendetta del Freljord

         

 

  

  

  

  

La vendetta del Freljord   (Letta 240 volte)

di Night 

7 capitoli (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Giochi e VideogamesLeague Of Legends

Genere:

Avventura - Fantasy - Suspense - Azione

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Avarosani 

 


  

 “Coloro che vivono senza aspettarci, ci uccidono...”



 “Siamo a caccia?”
“Questa volta no.”
“Sento odore di preda…”
“E’ una preda, ma dobbiamo aiutarla a vivere.”
“Ho fame…”
“Anche lui…"







Capitolo1
“Avarosani”





Capo chino per venerare, respiro pesante per assorbire il dolore, passi profondi nell’alta neve per rimanere saldi: sono questi i colpi che scandiscono il tempo nel freddo Freljord. 
Sebbene quasi sempre sotto una folta coperta bianca, quando il sole viene oscurato dal primo cumulonembo grigio, un unico impulso si palesa: trasmigrare. Non è un giorno preciso, ma arriva all’improvviso con un certo timore; molti alzano occhi turbati verso il cielo, alla ricerca di qualcosa, guidati dall’istinto saldato tra ghiaccio e neve. La connessione con i più duri e gelati elementi della Natura è essenziale per chi sopravvive. Eppure, il gelo sta diventando più atroce, più radicato, iniziando a ghiacciare cuori e spiriti. Qualcosa di amorfo turba la regolare ciclicità della vita.




“Madre Guerriera, siamo troppo lenti… le celebrazioni saranno già in atto al nostro arrivo.”
L’uomo robusto, con inspiegabile leggerezza e senza nessuno sforzo, apriva una grande carovana di persone avvolte da pellicce e sacchi. In arido contrasto con la soffice neve, forti e possenti pettorali si mostravano con arroganza; un solo spallaccio proteggeva l’arto sinistro, mentre tutto il busto era alla mercé del gelo; i suoi vigorosi muscoli, induriti dal freddo, erano sempre pronti a sgretolare. Nonostante la sua solidità, invece che sicurezza, il suo corpo massiccio infondeva timore negli animi degli Avarosani che, con sospetto, offrivano goffi inchini nel passargli accanto. Lui attendeva il loro sguardo, la loro approvazione, ma i loro occhi rimanevano intrappolati in quella spada che Tryndamere stringeva con fierezza nella destra.
Il rancore e il disprezzo laceravano lo spirito del combattente.
Estranei.
Al suo fianco c’era colei che guidava quell’informe massa di uomini e donne; a passo sicuro, sembrava non soffrire il freddo.
‘Madre Guerriera’, quell’appellativo le faceva ancora stridere il cuore, ma si costringeva a soffocare quei rumori nella parte più buia del suo spirito. Doveva abituarsi e doveva farlo il prima possibile.
“Avarosa non segue il tempo” rispose; la sua testa rimase bassa, umide ciocche di capelli bianchi ondulavano, seguendo il ritmo della marcia.
“Se davvero fossero così legati alla Grande Dea, accelererebbero il passo…” 
“Il viaggio fa parte dellavenerazione.”
La destinazione era Rakelstake, unluogo sacro, meta di pellegrinaggi annuali; era un promontorio roccioso che, contono eroico, si ergeva sopra un distrutto lago ghiacciato e si scagliava controbarriere montuose. Sopra, enormi monoliti di roccia proteggevano la statua di Avarosa, la grande dea che aveva sacrificato la propria vita per salvare il Freljord dalla totale distruzione. Le leggende erano diverse e spesso contrastanti, ma per i suoi seguaci, lei rappresentava la più alta divinità che avesse mai abitato quelle terre.
Diversi giorni di cammino li separavano dalla meta, ma, subito dopo la discesa del sole, il corno venne suonato: era ora di riposarsi.
I suoni sommessi dei carichi poggiati sul terreno erano i primi a giungere: bisognava riprendere fiato per poter parlare. Poco dopo, lentamente e con candore, conversazioni e frasi iniziavano a pervadere lo spazio. Tryndamere si voltò verso la Madre Guerriera; in quegli istanti dove tutti si facevano più vicini, lei sembrava isolarsi. I suoi occhi puntavano  sempre oltre, quasi a voler scrutare l’orizzonte.
Erano compagni di sangue, erano legati da questo vincolo, eppure il loro rapporto non era mai andato oltre la stima e l’ammirazione. Forse avevano provato a trovare un punto di incontro, un fulcro su cui far ruotare tutto il loro rapporto, ma con il trascorrere delle lune, il cuore della Madre Guerriera si era sempre più indurito e raffreddato, divenendo parte di quel ghiaccio che da sempre accompagnava la vita degli abitanti del Freljord. 
‘Cosa la turba?’ si chiedeva spesso e, nonostante fosse impavido nell’affrontare nemici e avversità, il coraggio gli mancava quando, a incrociare il suo cammino, erano i profondi occhi blu di quella donna. Tutto intorno si preparava a  congelarsi e stringersi per l’inverno, tutto tranne il loro legame che non assecondava le stagioni e si scioglieva sempre più velocemente.
Lenti a marciare, ma rapidi nel preparare i giacigli: bisognava mantenere vivo il calore umano.
La notte era scesa e la luna piena faceva risplendere le cime delle montagne: brillanti denti aguzzi pronti a sgranocchiare il cielo. Le stelle sembravano riflettere la loro luce. 
Lei le guardava sempre con devota ammirazione; un sentimento ancestrale, un’affinità salda e duratura. Lo sforzo fisico della marcia, i respiri concreti che si ghiacciavano davanti ai suoi occhi, il silenzio ovattato, erano sacrifici a quelle punte bianche.
“Madre Guerriera, si avvicini al fuoco.”
Sorrise: si preoccupavano fin troppo per lei.
Dopo essere diventata loro guida, quelle semplici persone si erano fidate di lei con facilità, non avevano avuto bisogno di prove: figlia della precedente Madre Guerriera che li proteggeva, armata di un arco di vero ghiaccio, reincarnazione della dea che da sempre veneravano. Ad accrescere la loro stima e la loro simpatia erano state però, le cure e la gentilezza che prodigava loro.
“Grazie… ma vi cedo il mio posto. Ne avete più bisogno di me.”
Ed era vero. Per quanto il freddo del Freljord fosse pungente e lacerante, lei riusciva a sopportarlo senza problemi.
Del resto era una Figlia del Gelo.
Ashe. 

Mentre tutti si stringevano vicino focolari accesi, Ashe impugnava il suo arco e, silenziosamente, svaniva ben nascosta dalla notte, perdendosi tra gli abeti della tundra.
Tryndamere la guardava immergersi nell’oscurità; quello era il suo spazio, il suo tempo, sapeva che non gli era permesso seguirla. Si sentiva escluso, spesso un peso. Avevano stipulato un contratto, erano diventati compagni di sangue; lei doveva sentirsi al sicuro tra le sue braccia, doveva fidarsi di lui e permettergli di entrare nella sua vita e tra i suoi dubbi, avrebbe dovuto guardarlo con la stessa intensità con cui scrutava la foresta davanti a lei, e invece...
Strinse i pugni; le mani scricchiolarono.
Lo trattava come un semplice e comune combattente. Nulla di più. Non era l’eccezione, nessuno lo era per lei!
Eppure lui non si era tirato indietro di fronte a quell’immensa creatura cornuta che aveva spazzato via il suo intero clan. No! Lui era rimasto lì, pronto ad ucciderla… Vedere la sofferenza di amici e familiari, sentire il respiro caldo della morte sul viso, perdere orgoglio, sicurezza, appartenenza, tutto,  nel giro di poche ore… cos’altro poteva esserci di peggiore? Cos’altro poteva renderti un uomo?
Il sapore di vendetta che da anni si portava dentro gli tornò in gola. Era amaro.
Non gli importava più dell’amore, l’affetto perde di luminosità al cospetto del dolore e del rancore. Lui aveva estremo bisogno della fiducia della Madre Guerriera, una totale fiducia da poter agire indisturbato e portare a termine ciò che più gli serrava il cuore.
Un deciso colpo sulla spalla lo face tornare alla realtà.
“Non ti preoccupare troppo per lei.”
Il freddo gelido sembrava calmarsi, il vento diventava meno pungente, quando si incontravano la voce e gli occhi di Braum. Sul suo viso era congelato un esteso sorriso, a cui facevano da cornice baffi ancora più lunghi. 
Bastava questo a contagiare le persone e farle sogghignare con semplicità. 
Nelle sue dita stringeva la piccola manina di un bambino e con affettuosi cenni lo esortò a parlare:
“Su su!”
Il bambino, dopo aver ripetutamente cercato coraggio, con voce tremolante, chiese:
“Sa..salve signor Tryndamere…” si voltò per cogliere l’approvazione di Braum, ma si bloccò e si strinse alle sue gambe, timido e impaurito.
“Oh, oh… sei stato bravissimo fino ad adesso! Vai avanti, non aver paura!”
“Io non ho paura!”
Spostò gli occhi e, incastrata tra le fessure del ghiaccio vide la spada frastagliata di Tryndamere; ebbe un fremito e subito aggiunse: “ forse solo un po’…”
Braum sorrise e intercettò lo sguardo confuso e disorientato del suo amico. Non era un tipo socievole; non era bravo con le persone, ancor meno con i bambini. Fece una smorfia di sdegno.
Un’altra leggera spinta.
“Ehm…signor Tryndamere, ma è vero che… con la sua spada ha ucciso tante tante persone?”
Si strinse ancora di più dietro il corpo del suo protettore.
“Visto! Non è stato difficile!”
Il combattente, stufo di tutto quello stupido teatrino, con un sospiro si voltò verso i boschi ghiacciati. Non aveva tempo di pensare a quelle idiozie! Gli Avarosani erano lenti, pigri e deboli. Sotto il comando di Ashe, e della sua troppa accondiscendenza, erano diventati un clan di oziosi; si chiedeva se davvero sapessero ancora combattere, o si limitavano a credere di vincere solo attraverso una cieca fede nella loro dea preferita.
Sputò sulla neve.
Il bambino osservava le sue spalle, grandi blocchi, possenti e robusti: si sentiva intimorito ma affascinato da tutto quel concentrato di forza. Lui era piccolo, ma aveva grandi amici su cui fare affidamento e da proteggere, oltre che una grande missione da compiere.
Nel Freljord l’età non avevavalore, essenziali erano le storie, le esperienze e le avventure vissute, e lui ne aveva viste molte. Eppure Tryndamere aveva qualcosa che lo ispirava, qualcosa di così imponente da far salire i brividi. Nel clan tutti veneravano Avarosa, compreso lui, ma quando quell’uomo con la sua grande spada si faceva strada a testa alta, l’ammirazione saliva fino alla luna e il bambino non riusciva a togliergli gli occhi di dosso.
Anche Braum era forte, ma era buono, dolce e gentile: una specie di genitore.
“La domanda da fare è quante vite ha salvato con la sua spada, Nunu.”
Un’esile mano scompigliò i capelli corvini del bambino. Tutti si voltarono per incontrare gli occhi blu della Madre Guerriera. 
I due compagni di sangue si osservarono tacitamente; entrambi cercavano di riconoscersi.
Da quanto erano diventati così estranei?
Ashe appariva tranquilla e serena in presenza di altre persone, diversa da quando rimanevano soli, dove diventava arida di parole e di gesti.
Si voltò e con amichevole gentilezza sorrise a Braum.
Per far cambiare l’atmosfera nel Freljord bastava davvero poco.
“Ashe! Ashe!”
Nunu impazziva di gioia quando la vedeva; con trepidazione allungava le manine verso di lei.
“Tu sei forte come Tryndamere?”
Lei sorrise.
“Certo che no, ma sono molto più simpatica, come te!” e fece una smorfia.
La paura e il timore del bambino erano svaniti.
Tryndamere li guardava e si sentiva sempre più lontano da quelle persone.
“Io non voglio essere simpatico” affermò con sicurezza il piccolo Nunu.
“No!?” disse Braum, un po’ sbalordito.
“No. Io voglio essere forte e salvare le persone! Io voglio essere un grande combattente come Tryndamere”.
Gli occhi del guerriero si ingrandirono, ma non si voltò.







 













 













 

     


                     





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