FanFiction City Hunter | Hope is a ghost di MarySaeba92 | FanFiction Zone

 

  Hope is a ghost

         

 

  

  

  

  

Hope is a ghost ●●●●● (Letta 85 volte)

di MarySaeba92 

1 capitolo (conclusa) - 1 commento - 0 seguaci - Per tutti

    

 

Sezione:

Anime e MangaCity Hunter

Genere:

Introspettivo - SongFic

Annotazioni:

Traduzione

Protagonisti:

Ryo Saeba

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 // 

Il destino è un groviglio di incontri che spinge a trovare il proprio posto in questo mondo. Ma come poterlo fare quando la speranza è fugace come un fantasma e solo la paura sopravvive?


  

Questa è la traduzione dal francese in italiano, i dettagli dell’originale li trovate qui sotto.

Titolo storia originale: Hope is a ghost
Link originale: http://mokkorihunter.free.fr/viewfic.php?id=1383&f=348&c=1&action=read
Link autore: http://mokkorihunter.free.fr/users.php?id=1383&view=fanfictions

 
Una one shot che ripercorre il passato di Ryo, la sua tragica esperienza con l’Angel Dust, com’è arrivato in Giappone, i motivi per cui ha respinto duramente Kaori per tanti anni. La canzone all’interno è Hope is a ghost di Angelflare. Personalmente l’ho trovata molto bella e a tratti commovente, spero piaccia anche a voi. Buona lettura.

 
Sono qui, nel suo parco preferito, seduto su una panchina, con la sigaretta in mano.
Il mese di marzo, il mese del mio compleanno, del suo compleanno, dell’hanami a Tokyo. Ha deciso di venire qui per osservare ‘il valzer dei fiori’, come dice lei.
Mi sono un po’ lamentato per facciata, ma sapevo molto bene che l’avrei seguita. Ovviamente l’avrei seguita. La seguirò sempre, ovunque vada. E quest’atmosfera è perfetta per lei, come se la terra e la natura stesse volessero celebrare la sua poesia.
Ha incrociato delle amiche e ha iniziato a chiacchierare. Mi sono allontanato, per nulla preoccupato da questo cicaleccio e mi sono seduto su questa panchina. Ho iniziato a guardarla, come ho fatto spesso quando lei non se ne rendeva conto.
È così bella quando sorride, spensierata. Accendo la sigaretta e l’ascolto ridere. Adoro così tanto questo suono, è rilassante. Sorrido ironicamente, non ricordo di essermi sentito tanto tranquillo come in questi ultimi anni con lei.
A pensarci bene, la mia vita è cambiata molto da quando l’ho incontrata. Getto indietro la testa mentre espiro il fumo, sorridendo. Il mio sguardo si perde nel turbinio di petali di fiori che danzano intorno a me, ipnotizzanti. La prospettiva inversa mi dà la sensazione che gli alberi mi cadano addosso, riportandomi nei miei ricordi. Ma l’ambiente che mi circondava allora era completamente diverso.

* * *

La giungla si richiudeva su di noi.
I mercenari ci avevano teso una trappola e noi ci eravamo caduti dentro di getto, da teste calde che eravamo. Avevo quattordici o quindi anni, non lo so più, era passato molto tempo da quando avevo perso il conto. I miei compagni erano più grandi, forse di due o tre anni.
Bambini. Eravamo solo bambini. Bambini persi nel verde inferno della giungla sotto l’egida di uomini più anziani che ci governavano con pugno di ferro. Crudeli. Pazzi. Avremmo dovuto capirlo, ma non avevamo la necessaria prospettiva. Ci avevano annaffiato fin dalla più giovane età con tutta la loro dottrina.
Quel giorno, dovevamo attaccare un campo mercenario non lontano dal nostro. Secondo mio padre si erano installati troppo vicini a noi. Il nostro capo. Shin Kaibara. Ci aveva dato le nostre armi e le cinture con le munizioni e ci aveva mandato a risolvere il problema, come diceva lui.
O eravamo troppo sicuri di noi stessi o eravamo troppo ignari del pericolo. Non avevamo atteso, avevamo osservato male. Non avevamo alcun piano se non avanzare, pieni di noi stessi, sicuri della nostra forza e dell’effetto sorpresa. Avevamo solo dimenticato un dettaglio: anche loro erano sovrallenati. Noi eravamo guerriglieri, loro erano paramilitari, addestrati, disciplinati.
Ci fecero prigionieri. Prevedibile. E ora io ero lì, seduto come un idiota nella mia cella, abbastanza sicuro che alla fine ci avrei lasciato la pelle. Non sarebbe stato così male, pensandoci. Ero già stanco di quella vita. Quanti anni erano passati...dieci? Undici trascorsi a sopravvivere in quella giungla, in quel caldo soffocante, con un’arma in mano.
In tutta la mia fottuta vita non riuscivo a ricordare nient’altro. Violenza. Dolore. Sangue. Il rumore dei fucili che venivano sollevati, caricati, armati, usati. Quella era la mia vita.
Dopo lo schianto dell’aereo con i miei genitori, non avevo altri ricordi e avevo cancellato tutti quelli precedenti. Non riuscivo nemmeno a ricordare i loro volti. La dolcezza delle carezze di mia madre, non sapevo nemmeno se ne avessi avuto diritto. Adesso ricordavo solo la freddezza della sua pelle, la rigidità e il peso del suo braccio su di me quando mi ero svegliato, la fredda carnagione bianca del suo viso e i suoi occhi spenti che mi fissavano.
Ero seduto in quella gabbia con le ginocchia alzate e le braccia appoggiate su di esse. La testa inclinata, gli occhi chiusi, aspettavo, ascoltavo. Era notte da qualche ora. Avrei dovuto dormire ma non riuscivo. Odiavo il falso silenzio della foresta: il fruscio delle foglie degli alberi, i versi degli animali selvatici intorno a noi...lo odiavo...
Poi, all’improvvisio, il crepitio di un ramo. Aprii gli occhi: davanti a me c’era un uomo, che si avvicinava con i suoi due metri di altezza, la muscolatura resa ancora più impressionante mentre torreggiava su di me in tutta la sua statura, nascondendo la luce della luna, facendomi precipitare nell’oscurità totale. Si accovacciò davanti a me, potei distinguere un po’ di più i suoi lineamenti: asiatico, calvo. Mi parlò in una lingua che non capivo bene:
“Cosa ci fa un giapponese della tua età in questa giungla maledetta?”
Non risposi, non avevo capito la metà di quello che aveva detto. Lui continuò in spagnolo:
“Come ti chiami?”
“Ryo...Saeba Ryo”
“Quindi sei davvero giapponese”
“Non ne ho idea” risposi, scrollando le spalle.
“È raro che un giapponese si ritrovi nella giungla così giovane. E in più, sai combattere”
“Ho vissuto qui tutta la vita, non sono giapponese né sudamericano. Non è nemmeno il mio vero nome, sono stato battezzato così qui...io non sono nessuno...”
Appoggiai di nuovo la testa contro le sbarre della gabbia, terminando la conversazione. Lui si alzò e si voltò per andarsene, quando disse:
“Spero per te che troverai il tuo posto in questo mondo, ragazzo”
Il mio posto...avevo un posto che mi aspettava da qualche parte?

Look at the state we´re in
This docile apathy


Un’ora dopo, quando ero riuscito a scivolare in un sonno più o meno sereno, dopotutto niente poteva attaccarmi in quella gabbia, seniti una mano premermi sulla bocca e una voce che avrei riconosciuto tra mille. Kaibara. Mio padre.
Mi voltai e vidi il suo viso nella pallida luce lunare, aveva occhi pazzi. Pensai che fosse per la preoccupazione di sapere che ero prigioniero. Volevo crederci.
Il nostro rapporto era sempre stato particolare. Dopo l’incidente, avevo vagato per un bel po’ nella giungla prima di imbattermi in un villaggio. Era lì che l’avevo incontrato. Mi aveva preso sotto la sua ala protettrice e quel giorno mi aveva promesso di prendersi cura di me. Mi aveva insegnato tutto quello che sapevo. Ci ervaamo adottati a vicenda. Io avevo tre anni e avevo bisogno di una famiglia, almeno ciò che poteva avvicinarcisi di più.
Mi tirò fuori da quella gabbia e iniziammo a scappare, ma nella fretta non avevamo prestato attenzione alle trappole. Io ero più lontano, molto più avanti, quando lui si imbatté in una mina che gli lacerò completamente una gamba, lasciandola in brandelli. L’esplosione fu amplificata dal silenzio della notte. Fui balzato a terra dalla detonazione e ricordo ancora il sapore della terra e dell’humus in bocca. Mi rivolsi a mio padre: era privo di sensi, ma sospettavo come mi avrebbe ordinato di fare se avesse potuto. Abbandonarlo e andarmene.
Mi rifiutai di farlo. Non potevo. Avevo già perso una famiglia, ne avrei persa una di troppo e non ce ne sarebbero state più. Kaibara forse non era stato il padre perfetto, ma era la figura che più ci si avvicinava. Mi aveva cresciuto, mi aveva dato un posto ed era il mio unico affetto.
Lo sollevai sulla mia schiena e iniziai a correre più veloce che potevo con il peso supplementare, sotto il fuoco pesante dei soldati richiamati dall’esplosione.
Per fortuna non ci inseguirono tutta la notte, sicuramente convinti che stessimo andando incontro alla nostra dipartita. Il sangue che scorreva dalla gamba di Kaibara rischiava di attirare i predatori e già i ruggiti dei giaguari aumentavano sempre di più intorno a noi. Per quei mercenari, non avevamo alcuna possibilità e non avrebbero rischiato i loro uomini per una caccia vana.
Dovetti avere un’incredibile fortuna o un angelo custode che vegliò su di me quella notte, ma riuscii a trovare la strada e ad arrivare al nostro campo. Affidai Kaibara al dottore e rimasi con lui per tutta la sua convalescenza.
Quando si svegliò, lo trovai cambiato. Il bagliore di follia che avevo visto negli occhi illuminati dalla luna era ancora lì. Lo attribuii al dolore: quella notte gli era stata amputata la gamba per fermare l’emorragia, prevenire cancrena e infezioni. Mi allontanai per un po’ e tornai a guardarlo la notte mentre dormiva. Il resto del tempo, i suoi luogotenenti venivano a prendere ordini dal suo capezzale.
Dopo alcuni giorni mi chiamò al suo fianco e mi informò che mi avrebbe dato una nuova arma per combattere i nostri nemici. Che avrei avuto l’onore di metterla alla prova.
Allora ne fui molto orgoglioso. Ero fiero che avesse scelto me. Avevo una fiducia cieca in lui e quando sentii l’ago perforarmi il collo e il liquido scorrere nelle mie vene, lo fissai senza comprendere.
Eppure aveva promesso di prendersi cura di me...
“Sarai TU l’arma! Ti ho iniettato qualcosa che ti renderà la peggiore paura dei nostri nemici. Per loro sarai l’angelo che porterà loro la morte. Più forte della morte stessa. Portami la vittoria, figlio mio!”
I miei occhi si spalancarono quando le parole che pronunciò trovarono eco in me. Mi sentivo riempito di una forza che non avevo mai conosciuto prima. Mi sentivo invincibile, in grado di sconfiggere i miei nemici a mani nude. Guardai i miei pugni e vidi le vene sporgere dalle mie braccia. Mi sentivo vivo, forte...invulnerabile.
Kaibara mi mise un coltello dentellato tra le mani e io alzai il viso verso di lui. Avevo l’impressione che il suo sguardo mi restituisse il mio, folle e imprevedibile. Ne trassi una fierezza incommensurabile.
“Trova i mercenari che hanno ucciso i tuoi compagni. Trovali e uccidili tutti” mi ordinò con un sorriso carnivoro al quale risposi.

We fight and stumble aimlessly

Lasciai il campo correndo. Si stava facendo buio e arrivai sano e salvo all’accampamento dei mercenari, evitando tutte le trappole. I miei sensi erano aumentati e una rabbia mai conosciuta prima stava crescendo in me. Un odio, un bisogno di vendetta, in nome dei miei compagni, di mio padre. Un desiderio di porre fine a quella fottuta guerra.
Ero invincibile e il pensiero mi rendeva ancora più forte.
Più avanzavo e più mi sentivo come una bestia selvaggia che insegue la sua preda. Potevo sentire il sangue che mi scorreva nelle vene, la minima contrazione dei miei muscoli. Sentivo tutto ciò che mi circondava, ogni fruscio delle foglie, il soffio del vento. I miei riflessi erano quelli di un giaguaro, acuti e precisi.
Arrivai al campo dall’ingresso principale, mi precipitai a testa bassa, intrufolandomi nelle tende per tagliare loro la gola nel sonno, finché uno ebbe il tempo di gridare e svegliare gli altr. Sorrisi quando li vidi arrivare e balzarmi addosso. Entrai nella mischia, uccidendo incessantemente, accecato dalla rabbia e dalla voglia di vendetta. Picchiai, uccisi, sgozzai, ogni morte mi nutriva di più.
Avevo la sensazione che il mio cuore stesse per esplodere, che la mia testa stesse per esplodere. E non potevo fermarmi, anche se, nel profondo, non riuscivo a identificare né lo scopo né il motivo di quella strage. Mi sentivo lasciare andare. Mi sentivo bene.
Eppure aveva promesso di prendersi cura di me...

We broke our promises
One too many times


La mia danza omicida finalmente si fermò. Mi guardai intorno e quello che vidi mi strappò dalla mia trance. Ero nel mezzo di una fossa comune. Ero coperto di ferite da taglio, da arma da fuoco, e non le sentivo nemmeno.
Avanzai, completamente stravolto e gradualmente realizzai l’orrore di ciò che avevo fatto. Mi sentivo pesante, come se avessi esaurito tutte le mie forze mentre il mio corpo si sbarazzava della droga.
Mi resi conto.
Caddi in ginocchio accanto al colosso che mi aveva parlato durante la prigionia...un taglio di coltello gli sbarrava lo sguardo. I suoi occhi sanguinavano ancora. Probabilmente sarebbe diventato cieco, se fosse sopravvissuto.
Nel profondo, una voce che suonava come quella di Kaibara mi ordinava di finirlo. “Uccidili tutti”, “Fagliela pagare”...la repressi con tutte le mie forze e mi alzai correndo. Scappai.

When hope is a ghost
Fear survives


Corsi per ore, sorpreso di quanta forza mi fosse rimasta nonostante le ferite, nonostante la battaglia che avevo appena combattuto. Cominciavo a rendermi conto. Avevo spazzato via da solo un’intera unità di mercenari iper addestrati. Gli stessi che ci avevano catturato giorni prima, a me insieme ai miei compagni. Quelli contro cui non avevamo potuto fare nulla. Li avevo appena decimati, armato solo di pugni e di un coltello. Cosa mi aveva iniettato? Cos’ero diventato?
Mi fermai, senza fiato, mentre sentivo la droga rifluire lentamente nel mio corpo. Il mio cuore batteva forte. Molto velocemente. Troppo velocemente. Ero arrivato vicino a un dispensario che avevo notato due settimane prima e crollai, preso da vertigini.

I’m just gonna sit here
I’m just gonna stay here for a while
Need to catch my breath here


I miei sogni erano infestati di campi minati, corpi, migliaia di corpi che esplodevano quando mi avvicinavo, coprendomi di sangue. Il sapore del sangue nella mia bocca. Il colore del sangue sui miei occhi, a tingere il paesaggio. Quegli incubi erano amplificati dall’astinenza, e ancora oggi mi perseguitano.
Mi svegliai di soprassalto in un letto improvvisato, fasciato dalla testa ai piedi. Ero sopravvissuto. Avevo sognato la carneficina che avevo compiuto. Teste mozzate dagli sguardi vuoti che mi avrebbero perseguitato per il resto della mia fottuta vita.
Cos’avevo fatto?

Look at the empty stares
Of once mighty men
Fallen and fragile
So unsure


Fui colto dall’urgenza di vomitare. Mi voltai su un fianco per rilasciare tutta la bile che mi saliva. Provai ad alzarmi ma mi sentivo debole come non mai.
Mi guardai intorno. C’erano feriti, molti feriti, un ospedale militare? Come ci ero arrivato? Perché ero ancora vivo? Non lo meritavo.
Un uomo sulla quarantina, già brizzolato e a sua volta asiatico, mi si avvicinò e mi parlò in spagnolo.
“Finalmente sei sveglio, Baby face. Sai che hai ancora la faccia di un bambino quando dormi?” mi disse sorridendomi.

Who do we look to now
How can we trust again


Lui osservò il mio sguardo che abbracciava la sala e le infermiere impregnate. Non smise di sorridere quando mi disse:
“Vedi quegli uomini laggiù? Sono mercenari che sono stati aggrediti nel sonno da un uomo impazzito per via di una droga ancora sconosciuta. Nel loro delirio, parlano di un angelo della morte venuto a punirli per i loro peccati”

When hope is a ghost

Fece una pausa per valutare la mia reazione. Vedendo i miei occhi riempirsi di lacrime, continuò:
“Io penso che fosse solo un ragazzino che è stato fregato da qualcuno di cui si fidava. Un ragazzo smarrito e ferito che non conosce altro che la guerra”
Lo guardai, incapace di proferire parola.
“Uno dei mercenari che ho curato ha subito una lesione agli occhi. Una ferita impressionante, ma non così grave...per ora. Ti ha riconosciuto. Mi ha detto cos’è successo. Non è ancora cieco. Potrebbe essere condannato a indossare gli occhiali da sole. Non sembrava infastidirlo. Se n’è andato chiedendomi di tenerti d’occhio. Si chiamava Hayato Ijuin” aggiunse, prima di lasciare che mi riprendessi.
Desideravo ancora vomitare, quello che avevo fatto mi faceva stare male. Quelli non erano i miei valori. Avevo paura, cos’ero diventato?

Fear survives

Guardai le mie mani senza capire; tremavano senza che io potessi controllarle. Sudavo anche se l’aria era piuttosto fresca. Avevo nausee e vertigini terribili indipendentemente dalla posizione in cui mi trovavo. E il dolore lacerava tutto il mio essere, mi contorceva le viscere, pompando la pile e il poco che riuscivo a mangiare.
L’astinenza. Avevo avuto solo una dose, ma l’astinenza mi torceva le interiora.

I’m just gonna sit here
I’m just gonna stay here for a while
Need to catch my breath here


Rimasi nella clinica per riprendermi dagli effetti dell’astinenza provocata dall’Angel Dust, come l’aveva chiamata il professore. Aiutavo come meglio potevo, come per riscattarmi, quando un combattente americano giunse con sua figlia. Doc mi esortò a seguirlo in America per provare a uscire da quella giungla e da quella vita. Mi lasciò una raccomandazione:
“Se mai vorrai conoscere le tue origini, ho risparmiato abbastanza per fondare la clinica che ho sempre sognato a Tokyo. Ci sarà sempre lavoro per uno come te in quella città afflitta dalla mafia. Potrei avere bisogno di protezione un giorno...potresti unirti a me?”

What do we do now

Acconsentii e seguii Kenny, che mi prese sotto la sua ala e mi rese suo partner nell’attività che avrebbe fondato nell’area di Los Angeles. La città degli angeli, perfetta per l’angelo della morte che ero diventato. Uccisi ancora lì, ma su richiesta e pagamento.
Vivacchiavo, sempre perseguitato dai miei fantasmi. Dormivo male. E non sapevo fare altro che uccidere. Finii per uccidere anche lui, Kenny. Era quello che mi aveva chiesto per allontanare sua figlia, Sonia, da quell’ambiente. Non voleva quel tipo di vita per la persona che amava di più al mondo. Comprendevo. Quella vita non era fatta per i sentimenti: sarebbero sempre stati il nostro punto debole.
Non amare, per non essere debole.
Mai.
Tutti quelli che incontravo erano della stessa specie e pensavano la stessa cosa. Incontrai Mick, il mio seguente partner, in un locale di spogliarelliste. Volevamo la stessa ragazza quella notte, quindi intraprendemmo un duello di seduzione per conquistare il suo cuore, prima di impegnarci in una gara più virile per prendere il posto dell’altro. Alla fine, lo scontro si saldò in parità, ma forgiò una bella amicizia. Avevo trovato il mio gemello malefico, così simile, così diverso.
Avevamo le stesse stranezze e dimenticavamo quella vita che non avevamo scelto allo stesso modo: con l’alcool e le ragazze. Io ero più dotato di lui, avevo una migliore discendenza e il fascino esotico dell’uomo giapponese che parlava spagnolo. Il mistero dell’uomo senza vere origini. Il potere dell’attrazione per un uomo perso in se stesso, un uomo che trasudava pericolo, pieno di ferite che le donne morivano dalla voglia di guarire. Lasciavo che lo facessero senza mai affezionarmi. Incapace di abbandonare quello che mi aveva insegnato Kaibara: i sentimenti sono per i più deboli.
Io non ero debole.
Ma alla fine, dentro di me, sapevo che avevo paura di diventarlo.
Così fuggii di nuovo, quando una donna più avventurosa delle altre iniziò a voler toccare il mio cuore. Le rifiutai l’accesso e salii a bordo di un cargo, come passeggero clandestino per il Giappone.
Il Giappone...le mie origini?
Le parole che il professore aveva pronunciato molti anni prima mi perseguitavano ancora, come se mi chiamassero attraverso gli oceani. Aveva parlato di lavoro per uno come me. Non parlavo la lingua, o molto poco, ma forse mi sarei sentito più al mio posto rispetto a dov’ero.
Il viaggio durò diversi giorni, avendo come sola compagnia i topi. Ma quando sbarcai, ebbi la tenace sensazione, dentro di me, che il mio destino mi aspettasse lì.

I’m just gonna sit here
I’m just gonna stay here for a while
Need to catch my breath here
What do we do now


Facendo le domande giuste alle persone giuste, trovai facilmente la clinica di Doc, che si era già ritagliata la reputazione di territorio neutral. Intrapresi il lavoro che mi avrebbe occupato per il resto della mia maledetta vita. Rendere le strade della città più sicure. Doc mi presentò un giovane detective che si era dimesso dal suo incarico presso la polizia. Troppa corruzione, troppa ingiustizia per la sua anima da supereroe. Le mie capacità lo impressionarono, io ammiravo la sua rettitudine e integrità. Ci sassociammo e io grazie a lui sentii che gradualmente ritrovavo la mia anima perduta.

When hope is a ghost

Trascorrevo il mio tempo libero come negli Stati Uniti, tra donne e alcool. Dimenticando a volte i fantasmi del mio passato tra le braccia di clienti vittime del mio fascino, rifiutando di lasciare che il mio cuore si facesse toccare in profondità.
Non ero pronto a quello che mi sarebbe accaduto. Quando Hideyuki Makimura morì, mi affidò il suo tesoro più prezioso.
Sua sorella.
E lì, uscita dal nulla, come una tempesta, la paura mi sopraffece. Una nuova paura, una paura che non avevo mai conosciuto prima, mentre quella giovane ragazza mi guardava con i suoi grandi occhi nocciola. Era bella. Un angelo di luce per placare l’angelo della morte che ero.

Fear survives

* * *

Ormai sono sei anni che lei condivide la mia vita. Non la merito. Non mi sento all’altezza e allo stesso tempo muoio dalla paura di perderla, che lei si perda, che perderà la sua innocenza, la sua voglia di vivere, la sua empatia. Tutto ciò che la rende quella che è. In questo mondo oscuro temo che annegherà, a causa mia.
Ma mentre lei mi guarda e mi sorride da lontano prima di salutare le sue amiche, mi rendo improvvisamente conto, dopo tutto il male che le ho fatto a causa della mia esitazione o le mie incessanti inversioni, che nonostante le difficoltà della vita in questo ambiente, lei è rimasta la stessa.
E con lei al mio fianco, la speranza è sopravvissuta. Malgrado tutto.
Mi alzo dalla panchina, uscendo dai miei ricordi, come magnetizzato quando lei viene verso di me. E mentre mi prende per un braccio per uscire dal parco, sono sicuro di una cosa:
Io la amo.
 

     


                     





E' possibile inserire un nuovo commento solo dopo aver effettuato il Login al sito.