FanFiction Romantico M/F | Perche' tu? di P_Mary | FanFiction Zone

 

  Perche' tu?

         

 

  

  

  

  

Perche' tu?   (Letta 36 volte)

di P_Mary 

3 capitoli (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Storie originaliRomantico M/F

Genere:

Romantico - Erotico

Annotazioni:

Lime

Protagonisti:

Ariel - Joe

Coppie:

Ariel/Joe (Tipo di coppia «Generic»)

 

 

                

  


  

 Nuovi vicini 

Una storia d'amore che mentre la scrivevo mi ha emozionato. Matura, esplicita... Se vi piacciono le storie d'amore leggetela e se lascerete un commento vi ringrazierò con il cuore.


  

<< Ercole con i suoi doni, Spiderman con il suo controllo e Batman con i suoi pugni.
E chiaramente non mi vedo su quella lista>>
_Something just like this


 
Ariel con il suo mp3 impostato al massimo volume stava tornando a casa in sella alla sua usatissima bicicletta.
Casa… Luogo in cui dormiva e mangiava!
Una casa è un luogo differente, dove non vieni lasciata solo per dieci mesi su dodici a causa del lavoro   su navi da crociera dei tuoi genitori.
Suo padre era uno chef e sua madre si occupava della pulizia delle cabine. Avevano finalmente trovato lavoro dopo anni di difficoltà economiche, a causa delle quali riuscirono con sforzi enormi e grosse rinunce ad acquistare la casa indipendente in cui risiedevano ora.
Ovviamente voleva molto bene ai suoi ma il fatto era che sentiva di non conoscerli davvero, proprio a causa del poco tempo trascorso insieme.
Anche loro probabilmente soffrivano di questa situazione ed infatti almeno una volta la settimana sua zia faceva ‘stranamente’ capolino per controllare la ragazza.
Lavatrici, lavastoviglie, pulizie? Sua zia Claire era sempre stranita quando si rendeva conto di come Ariel, che aveva appena diciannove anni e abitava da sola da quattro, si occupava delle faccende domestiche come una donna adulta.
Certo, dell’affitto e delle bollette non si era mai dovuta fare carico ma ormai si sentiva autonoma!
Persa in questi pensieri, mentre i Coldplay cantavano all’interno degli auricolari, stava tornando verso casa dopo un estenuante turno di lavoro come cameriera part time, al ristorantino dall’altra parte della città, ma non era particolarmente soddisfatta dell’impiego visto che la pagavano poco ed era anche molto stancante fisicamente e mentalmente.
Prima o poi avrebbe mollato, era già alla ricerca di qualcosa di più vicino a casa perché un’ora di metropolitana per l’andata e il ritorno era davvero troppo, troppo tempo sprecato.
È vero che che lei usava quelle ore per guardare i drama, ma avrebbe potuto sfruttare meglio quel tempo anche se andava letteralmente pazza per i telefilm asiatici. Coreani, giapponesi, cinesi, thailandesi… Poco conosciuti dal resto delle persone ‘comuni’ ma così coinvolgenti da farla stare ad occhi spalancati anche fino le tre del mattino.
Stava per aprire il portone di casa quando sentì un gemito provenire dal fondo alla via.
Strinse gli occhi come per vederci più nitidamente e le parve di scorgere un’ombra.
Incuriosita si avvicinò cautamente verso la figura avvolta nella semi oscurità.
Questa sembrava immobile ma il respiro affannoso che Ariel poteva distintamente sentire le fece capire che era vivo. Qualsiasi cosa fosse esso fosse…
Un grosso cane, forse?
L’animale era appoggiato al muretto in fondo alla via e nonostante il buio pesto della notte estiva vide che c’era parecchio sangue.
Accelerò il passo andando incontro alla povera bestiola, mentre la sua immaginazione era già partita in quarta: maltrattamento, percosse, bastonate…
Con qualche passo ben piazzato lo raggiunse come affanno, preoccupatissima.
Non appena la luce fioca del lampione le permise di vedere meglio da vicino si rese conto che non era un cane, bensì una persona.
Il poveretto le dava la schiena, sdraiato su un fianco. Si reggeva con la mano una ferita aperta che continuava a buttare sangue.
“Ehi! Ehi! Mi senti?”
Il ragazzo emise un suono strano, come a dire che la sentiva.
“Non preoccuparti, ora chiamo i soccorsi. Devi andare in ospedale!”
Lui riuscii a voltarsi quel poco che bastava per guardarla, nonostante un occhio fosse completamente gonfio e quasi del tutto chiuso. “No” “Devi andare SUBITO in ospedale” replicò lei, cercando di mantenere un tono sicuro che in quel momento era pura ostentazione.
“NO” le rispose con un filo di voce appena udibile ma deciso, che non ammetteva repliche.
Che razza di situazione era questa? Chi diavolo aveva ridotto così quel ragazzo?
Ariel squadrò lo sconosciuto e poi togliendo il cellulare dalla borsa si accorse, suo malgrado, che il suo cellulare si stava per spegnere.
Batteria al 5%.
Merda! In casa non aveva nemmeno il telefono fisso.
Avrebbe forse potuto chiedere ai vicini di prestargliene uno per chiamare i soccorsi?
Si pentì di averlo pensato, era comunque notte fonde e il ragazzo era peraltro cosciente e continuava a fissarla facendole cenno di no con la testa.
Mise in moto il cervello per trovare una soluzione immediata e quella che trovò le sembrò la migliore: se ne sarebbe occupata lei.
Aveva fatto dei corsi di primo soccorso in passato e da quello che vedeva c’erano solo grosse ferite dovute a pugni.
Niente buchi di pallottola ne accoltellamento, poteva gestirlo.
Il ragazzo nel frattempo era svenuto e lei lo trascinò di peso nel cortile di casa sua, appoggiando a terra i cuscini del dondolo.
Gli sbottonò la camicia blu, era pieno di graffi e lividi.
Qualcuno lo aveva picchiato.
A giudicare però dalla condizione delle sue mani anche lui aveva ricambiato il favore.
Sgattaiolò velocemente in casa a cercare la valigetta medicale, sempre pronta nella specchiera del bagno.
La ferita che sanguinava di più era un graffio a livello dell’addome bello profondo ma che riuscì a medicare disinfettandola ed applicando dei punti di fortuna con i cerotti che aveva recuperato.
Lo ripulì dal sangue… Ne aveva su tutto il petto, braccia e viso.
Pulendogli il volto, molto delicatamente, capì di non averlo mai visto prima. Cosa ci faceva un ragazzo così giovane nella sua via? Ridotto in quel modo, per di più!
I capelli lisci e mori anch’essi madidi di sangue e sudore.
Con pazienza lo ripulì con uno pezzo di stoffa che bagnava dopo ogni passata nella ciotola di acqua che si era portata dalla cucina.
“Se domani mattina è ancora incosciente lo porto in ospedale”, ripeté a sé stessa più volte, chiedendosi se non avesse fatto male a portarglielo subito.
Tiró un grosso sospiro di sollevo quando fu chiaro che il suo pseudo paziente stava dormendo profondamente.
Senza nemmeno rendersene conto, complice la preoccupazione che andava via via svanendo, il sonno si impossessò di lei e, con ancora in mano la salvietta sporca di sangue appoggiata sul petto del ragazzo si addormentò accanto a lui.
 
Trascorsero settimane dall’incidente, ma del giovane nemmeno l’ombra.
Non si aspettava nulla da un perfetto sconosciuto, ma almeno un ringraziamento rivolto a chi si era preso la briga di medicare le tue ferite per tutta la notte pensava fosse quanto meno doveroso!
Questi fastidiosi pensieri passarono non appena capì che, con ogni probabilità, il ragazzo si era senza dubbio svegliato completamente frastornato ed era andato via, senza nemmeno guardare in faccia il suo salvatore.
 
La mattina che ancora non sapeva sarebbe stata una di quelle che cambiano il corso della propria storia, era una mattina normalissima, di un normalissimo martedì di luglio di un mese dopo.
Era agosto ed il caldo si era fatto insopportabile durante il giorno, ma la sera il venticello rinfrescava piacevolmente la città.
Si era appena truccata e si stava vestendo di tutto punto per andare a sostenere un colloquio in un locale notturno poco lontano da casa sua.
Si guardò un’ultima volta allo specchio, stirandosi la camicetta con le mani.
‘Andrà bene’, si incoraggiò da sola.
Poi si avvicinò ancor di più allo specchio per mettersi il rossetto rosato, il suo preferito, che le rendeva le labbra ancora più carnose e delineate.
Dopo aver sistemato il contorno labbra si passò una mano fra i capelli morbidi, lunghi, lisci e castani. Poi passò a punzecchiarsi le ciglia folte e incurvate con la punta delle dita, per assicurarsi che il mascara fosse asciutto.
Occhi grandi, ramati, espressivi.
Corpo snello, slanciato e ben proporzionato.
Dopo l’ultimo rodaggio prese la sua borsa e uscì dal portone di casa per andare al night, anche se non era convinta di un posto del genere. Non avrebbe di certo fatto la ballerina o la spogliarellista ma cercava lavoro come la barista, più di lì non poteva proprio andare!
 
Mentre raggiungeva la sua bicicletta, legata al palo della luce mezzo rotto, in fondo alla via notò un cartello nella casa vicino alla sua, sfitta da almeno tre anni.
“Venduta”
Davvero?
Quella casa era un po’ malconcia, si capiva che nessuno se ne era curato.
Rampicanti impazziti ovunque, finestre rotte da ladri… Chissà quali bestie vivevano li ormai.
Tarantole, serpenti a sonagli, pipistrelli!
Ok, stava decisamente esagerando. Non era una ragazza schizzinosa, gli insetti non le davano troppo fastidio… Fino a quando non avevano dimensioni superiori ad una noce.
Ma quella abitazione, vista dall’esterno, dava proprio l’idea che al suo interno si fosse svolto qualche oscuro rito satanico.
 
Guardandola con occhi critici era comunque una casa interessante, tutto sommato.
Su due piani, con un ampio cortile che girava sui tre lati dell’abitazione e terminava proprio di fronte all’ingresso secondario di casa sua, dove si trovava il dondolo.
A dividere il suo dondolo e l’amaca rotta e logora degli ex vicini erano solo i tre metri della via.
I vicini precedenti li aveva conosciuti poco, erano marito e moglie con tre bambini.
Oddio, bambini. Mostri!
Il rumore che esserini alti quanto un manico da scopa potevano produrre era incredibile! A qualsiasi ora del giorno poi.
Non importava che fosse mattina o notte fonda. Loro urlavano, urlavano e urlavano ancora! Così quando la signora venne a salutare dicendo che si trasferivano per lavoro era immensamente felice, anche se questo ovviamente, non lo diede a vedere.
 
Vide, mentre stava cercando la chiavetta che apriva il lucchetto della bici, il camion dei facchini che trasportavano in casa ogni sorta di oggetto.
Letti, mobili, scatoloni… Un trasloco a tutti gli effetti.
Poco dopo fece capolino una macchina scura che parcheggiò proprio dietro al camion.
Dapprima scese una donna di mezza età, una bella donna. Formosa e castana.
Poi scese impacciata una bella ragazza, che la signora stava prontamente prendendo per mano e che doveva chiamarsi Erika, a giudicare da come la chiamava la madre.
Sicuramente era sua coetanea età, ma era evidente che qualcosa non andava.
La ragazza non alzava lo sguardo e usava i suoi capelli lisci e lunghi come schermo, facendoseli cadere in avanti coprendo il bel visino.
Per ultimo, dal lato del guidatore, uscì dalla macchina un ragazzo molto alto. Non lo vide bene in viso perché aveva gli occhiali da sole… Aveva qualcosa di familiare.
“ARIEL? SEI A CASA?”
La ragazza presa alla sprovvista si girò di scatto e andò incontro a sua zia che si era intrufolata nel cortile dall’ingresso principale, fronte strada.
Ah già era martedì. E lei veniva sempre il martedì, si ricordò un po´ scocciata.
Si scusò con la zia e la pregò di aspettarla in casa per un’oretta, giusto il tempo di finire il colloquio.
Questo famoso colloquio andò bene. Ne era certa perché la titolare la rassicurò dicendole che l’avrebbe chiamata il prima possibile non appena la ragazza rimasta incinta sarebbe entrata in maternità.
Inoltre era molto sollevata perché Sarah, la titolare, era una signorotta con capelli cotonati, un po´ grassottella e di mezza età estremamente cordiale e gentile. Le fece fare il tour del locale e le presentò le ragazze che si stavano preparando per il turno di quella sera.
 
Tornata a casa passò un po’ di tempo con la zia a chiacchierare mentre le mostrava alcune foto che la madre le aveva inviato dalla crociera in Egitto qualche giorno prima.
 
Dopo una settimana Ariel ancora non aveva conosciuto i vicini troppo indaffarati tra un “Dov’e la scatola delle stoviglie?” ed molte altre domande, spesso rimaste senza alcuna risposta.
Ma assistere ad una di queste domande la lasciò ad occhi sgranati.
“Mamma, hai chiamato di nuovo quell’idraulico idiota? Non va di nuovo l’acqua calda. Dannazione!” domandò con tono scocciato il suo nuovo vicino di casa.
Ariel, seduta sul dondolo di casa sua, vedeva perfettamente all’interno della loro sala grazie alle grandi finestre ancora non munite di tende.
Il figlio della donna era un Adone.
Si era presentato di fronte alla madre con un asciugamano legato alla vita e ne teneva un più piccolo in una mano.
Non riusciva a distogliere lo sguardo da quella bellezza prorompente che aveva davanti agli occhi.
Gambe muscolose, pettorali, braccia muscolose e definite, addominali ben scolpiti e capelli neri ancora sgocciolanti che gli coprivano leggermente gli occhi.
Il bel ragazzo, dopo che la madre borbottò qualcosa di incomprensibile, fece per girarsi mentre si strofinava i capelli bagnati con lo straccetto più piccolo, quando i loro sguardi si incontrarono.
Ariel si sentì male al pensiero dell’espressione che probabilmente aveva stampata in viso, poteva sentire il calore sulle guance. Stava arrossendo!
Si fissarono qualche secondo quando finalmente, con suo enorme sollievo il ragazzo, che aveva scoperto chiamarsi Joe, salì le scale facendo finta di nulla.
 
Due settimane dopo, quando le acque sembravano più calme decise ad andare a presentarsi.
Chissà se avrebbe incontrato quel bellissimo ragazzo di persona…
Portò con sé una bottiglia di buon vino rosso, visto che di bambini non ne aveva visti.
Suonò e una festosa signora la accolse, facendola accomodare in sala.
E che sala! Da fuori la casa non valeva nemmeno un terzo di quello che era dentro, bellissima e con un tocco di rustico.
“Erika, vieni tesoro!”
La ragazza bionda, molto carina, si avvicinò timidamente a loro senza mai guardarla direttamente negli occhi.
“Piacere, mi chiamo Ariel” si presentò porgendo la mano prima ad Addison, per poi porgerla alla ragazza.
“Lei si chiama Erika” intervenne la donna, con sguardo di finto rimprovero verso la figlia.
Erika non allungò la mano, ma le guardò timidamente la bocca, come se fosse incapace di fissare negli occhi un perfetto estraneo.
Sua madre si spostò di un passo dietro la figlia e muovendo le labbra Ariel riuscì a leggervi ‘Leggero autismo’.
Lo sguardo della donna era ben interpretabile ‘Non offenderti se non ti parla o ti guarda’
Lei d’istinto ritrasse la mano e con il sorriso più dolce che poteva pronunciò delle semplici parole ma che sortirono uno strano effetto sulla giovane, tanto che accennò un timidissimo sorriso senza mai alzare lo sguardo dalle sue labbra.
“Domani volevo comprare un nuovo rossetto, ma quello che indosso è ancora nuovo e non volevo buttarlo via. Posso regalartelo?”
Erika non parlò ma Ariel comprese e si ritenne era soddisfatta del sorriso.
“Ci vediamo domani, allora! Arrivederci Signora, è stato un piacere conoscerla”
Si avviò fuori da casa loro, lasciando nelle mani di Addison la bottiglia di vino.
Mentre rientrava in casa propria Ariel si precipitò a cercare il rossetto e dopo pochissimo lo trovò appoggiato sopra al lavandino.
Era sicura di fare la cosa giusta!
Erika doveva essere estremamente timida, forse causato dall’ autismo di cui era afflitta.
Domani le avrebbe portato il rossetto, sperando che la ragazza si sarebbe sentita a suo agio.
Voleva talmente tanto fare una buona azione verso due donne che sembravano così tanto due brave persone, che si dimenticò del ragazzo!
Non lo aveva affatto visto.
 
Passarono altri giorni e poteva dire che con le sue vicine ormai era in buoni rapporti, anche con Erika anche se rimaneva introversa e taciturna.
Invece con il figlio maggiore, che aveva venticinque anni, ancora non aveva mai parlato.
Le uniche cose che sapeva di lui erano queste:
-Era la persona che curò mesi prima, lo aveva riconosciuto dalle foto sparse un po´ ovunque
-La sua stanza era al secondo piano ed era di fronte a quella di Ariel
-Aveva una vita privata molto… Attiva.
Non che lo avesse spiato per scoprire quest’ultima caratteristica ma facendo spesso notte tarda per guardare il drama del momento che la coinvolgeva particolarmente, aveva notato spesso che almeno tre volte alla settimana due figure nella penombra del cortile dove c’era la seconda entrata della casa si avvinghiavano baciandosi con passione. Vedeva chiaramente mani che si toccavano reciprocamente con foga.
La scenetta era sempre la stessa!
Prima si baciavano, poi entravano furtivamente all’interno della casa e trascorsi esattamente tredici secondi si accendeva una luce molto soffusa. Questa luce si spegneva solo dopo che Joe accompagnava la ragazza fuori da casa. A volte ci volevano un paio d’ore, a volte solo mezz’ora.
”Stasera non aveva troppa voglia di scopare”, pensò ironica quella sera.
La particolarità di tutto ciò è che quasi mai era la stessa ragazza.
Il suo vicino era un gran donnaiolo.
Capibile, per carità, era bello oltre misura!
“Ariel piantala di dire cazzate” si ammonì dandosi qualche schiaffetto sul viso.
Che pensieri ridicoli! Quello era solo il suo vicino!
Il quale, tra l’altro, non si era nemmeno reso conto che la sua nuova vicina di casa l’aveva curato settimane addietro.
Ormai stanca, chiuse le tendine di camera sua e si mise a letto, in breve tempo si addormentò.
 
Invece, Joe era tutt’altro che assonnato, tra sé stava sorridendo malizioso.
L’aveva già notata parecchie volte la sua vicina, che lo spiava nel cuore della notte.
La cosa non gli recava fastidio, ma anzi lo divertiva parecchio.

     


                       





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