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  Boyka: Canto di Natalien

         

 

  

  

  

  

Boyka: Canto di Natalien ●●●●● (Letta 85 volte)

di Lucius_Etruscus 

1 capitolo (conclusa) - 1 commento - 0 seguaci - Per tutti

    

 

Sezione:

FilmAlien vs Predator

Genere:

Fantascienza - Commedia

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Boyka - Dunja - Predator

Coppie:

Boyka/Dunja (Tipo di coppia «Het»)

 

 

              

  


  

 Capitolo unico 

Tornano i personaggi della saga "Aliens vs Boyka" in un breve racconto "natalizio" con protagonista Dunja che cerca di spiegare il Natale ad un Predator: ci penserà Boyka a risolvere la situazione.


  

NOTA: Tutti i dialoghi in corsivo sono da considerarsi in lingua yautja, quella parlata dalle creature dei film di Predator, conosciuta anche dal personaggio di Dunja.

~

«Davvero non festeggiate il Natale?»

Il tono di voce di Dunja era pieno di sorpresa mista a sdegno, ed aveva dovuto strillare più del solito per far capire il suo disappunto al suo compagno di battaglia: la sua voce doveva coprire il rumore degli spari che li stavano inondando, e che in quel momento passavano in secondo piano rispetto all’incredibile notizia.

«Non so neanche cosa sia.» Il tono dello Yautja era seccato, quella discussione era inopportuna e stava durando decisamente più del dovuto. L’imponente guerriero aveva ricevuto il suo battesimo del sangue l’anno prima e da allora l’unica sua preoccupazione era ricoprirsi di onore in battaglia, così da portare lustro al proprio clan e rendere immortale il suo nome nelle leggende che si sarebbero raccontate per sempre fra la sua gente. Dopo un anno, tutto questo progetto sembrava molto lontano dal potersi attuare. Lo scoppio della guerra contro gli odiati umani della casata Yutani, che da troppo tempo schiacciavano i nobili clan Yautja sparsi per i pianeti, sembrava l’occasione perfetta per ricoprirsi d’onore, ma finire a combattere al fianco di un’umana Yutani ribelle – una rinnegata – era una beffa che il guerriero proprio non sentiva di meritare.

«Come fa la tua cultura ad essersi sviluppata senza i sani valori del Natale?» continuò imperterrita Dunja, approfittando del fatto che l’intensità degli spari che li stavano inondando si era leggermente affievolita. Le mura della casa diroccata dove si erano rintanati non sarebbero durate a lungo, come riparo, ma per ora sembravano resistere alla potenza di fuoco che il nemico stava riversando loro addosso. «Insomma, come fate a passare l’inverno senza ricevere regali?»

«Non so cosa sia l’inverno», gracchiò lo Yautja, mentre ricaricava il suo fucile. Odiava le armi da fuoco, erano lo strumento dei vigliacchi: il suo rito per diventare Blooded Warrior prevedeva solo l’uso di armi da taglio e mani nude, ed è così che combatte un guerriero d’onore. Sparare stando riparati è la più bassa forma di battaglia, ma a combattere contro i cani umani ci si deve per forza abbassare al loro livello. «Il fuoco sta cessando: al mio segnale, spara al carro di sinistra, che io mi occupo di quello di destra.»

«Che cosa?»

«Ho detto, al mio segnale...»

«No, no», gesticolò Dunja, «cosa vuol dire che non sai cosa sia l’inverno? Ma dici sul serio?»

Il guerriero grugnì. «Possiamo concentrarci su quei cani che stanno cercando di ucciderci?»

Dunja sgranò gli occhi. «Ecco perché non vi ho mai visti con addosso indumenti pesanti: voi vivete in climi sempre caldi. E io che pensavo aveste una incredibile sopportazione del freddo.» Agitò il dito per sottolineare l’importanza della sua rivelazione.

«Dunja, mi stai ascoltando? Senti che gli spari stanno finendo? Dobbiamo contrattaccare, non possiamo rimanere qui per sempre.» Il guerriero non era sicuro di quanto la sua compagna di battaglia capisse la lingua yautja, quindi cercava sempre di parlare lentamente e scandendo le parole. Un’ulteriore seccatura, oltre a combattere al fianco di una umana, per di più donna, per di più chiacchierona. Nessuno del suo clan avrebbe scritto una ballata leggendaria su questo.

«Ecco perché non avete il Natale, non dovete affrontare l’inverno. Però certo vi perdete un momento importante della...» Un rumore assordante interruppe la frase: le mura della casa che li stava proteggendo iniziavano seriamente ad accusare la pioggia di fuoco che le aveva colpite. Trovandosi loro al secondo piano, non era da escludere il crollo del pavimento.

Lo Yautja imprecò e si mosse dalla posizione coperta dov’era rimasto finora: attraverso la finestra della casa sparò a raffica contro i carri messi in campo dagli umani. Era un guerriero da contatto fisico, da caccia grossa, il fucile che gli avevano dato era un’arma praticamente sconosciuta per lui: i suoi spari furono del tutto inutili. Tornando a coprirsi non poté trattenere un moto di rabbia.

«Però i valori del Natale sono comunque importanti, anche se non lo festeggiate.» La voce urticante di quell’umana fastidiosa iniettò di sangue gli occhi del guerriero, che la fissò: seriamente indeciso se staccarle la testa con un colpo. Ogni guerra ha le sue vittime, una in più non avrebbe fatto differenza.

Dunja si sporse e sparò un solo colpo. Poi tornò nella posizione di copertura. «Penso a valori come la famiglia, e quelle robe lì. Anche voi avete la famiglia, giusto?»

Era impossibile non notare che il fuoco del nemico era cessato d’un colpo. Il guerriero fissò stupito la donna. «Ma...»

Dunja sorrise, come se non si aspettasse quello stupore. «Non si spara alla macchina, ma a chi l’aziona. A forza di combattere con bastoni e sassi non avete ancora affinato la nobile arte del cecchinaggio: un colpo in testa a chi aziona una grande arma e avrai fermato una grande arma con un colpo solo.»

Per qualche secondo il guerriero la fissò con sguardo vacuo. «Stiamo facendo la guerra agli umani della casata Yutani... e tu sei un’umana della casata Yutani... quindi hai appena fatto saltare la testa di un tuo parente. È questo il valore della famiglia di cui parli?»

Dunja arrossì leggermente. «Ma che c’entra? La casata è grande, chi lo conosceva quello? Sparare a uno sconosciuto non vale, e poi è la guerra: non c’è famiglia in guerra. Anche se la famiglia in fondo è sempre in guerra, quindi è più facile spararsi fra consanguinei... Oh, insomma», cominciò ad agitare nervosamente le mani in aria, «la tradizione del Natale è quella di citare la famiglia, non di amarla né di rispettarla né di lasciarla in vita: basta semplicemente citarla ed è Natale.»

Il guerriero scosse la testa. «Per fortuna nel clan non siamo consanguinei, così non corriamo il rischio di diventare una famiglia.»

«Non serve per forza avere lo stesso sangue, tanta gente entra nella famiglia semplicemente per amore, per amicizia o che so io. La famiglia si allarga e aumentano le persone con cui si litiga. E a Natale ci si ritrova tutti così che l’odio represso tutto l’anno possa trovare sfogo in infiniti litigi e atti ostili.»

Mentre Dunja parlava il guerriero aveva sporto la testa per cercar di capire quale fosse la situazione, e temeva che non fosse buona. I movimenti di umani intorno a quei carri armati non promettevano nulla di buono: avevano tutta l’intenzione di stanarli, in quella casa sempre più diroccata, e difficilmente si sarebbero fermati.

Lo Yautja tornò a coprirsi con le spalle alla parete e parò con tono preoccupato. «Dobbiamo andarcene di qui, non abbiamo più molto tempo: da copertura, questa casa si sta trasformando in una trappola.»

Dunja rise. «Che buffo, ricordo che quando era ragazzina lo sentivo dire spesso da mio padre, a Natale. “Questa casa è una trappola mortale”. Ah, il Natale...»

«Dunja, ti prego, concentrati!» le gridò il guerriero. «Mentre io apro il fuoco contro gli umani, che non si sono ancora organizzati, tu prova a vedere se c’è una via d’uscita dall’altra parte della casa.»

La donna scosse la testa. «Stiamo combattendo contro degli umani, e tutti gli umani a Natale imparano che bisogna bloccare le vie d’uscita, altrimenti i parenti scapperanno.»

«Cosa?»

La conversazione fu interrotta d’improvviso da un’esplosione, dopo la quale il soffitto letteralmente crollò in terra. Dunja e il guerriero erano vicini alle finestre e non furono colpiti dai detriti, ma la sorpresa bastò a far loro stringere nervosamente le armi. Ma dopo un attimo fu chiaro il motivo di quel crollo: una bestemmia sovrastò il rumore dei detriti e l’immagine che si aprì davanti alla donna e allo Yautja fu subito chiara. Boyka stava lottando con uno xenomorfo.

«Quest’armatura è una merda!»

L’esclamazione del lottatore si perse nelle sibilanti grida che emetteva la creatura aliena, un imponente esemplare adulto che stava cercando di strappar via l’armatura dal corpo dell’umano. I colpi di Boyka non erano efficaci, la creatura lo aveva avvinghiato e non riuscita a trovare spazio sufficiente per caricare i colpi: i pugni dati all’enorme testa aliena non provocavano molto danno, a giudicare dall’energia che impiegava la creatura nello stringerglisi addosso.

«Vedi?» disse Dunja allo Yautja. «Boyka è ormai entrato a far parte della mia famiglia.»

Il guerriero fissava allibito lo spettacolo. «Della famiglia di quelli a cui spari in testa?»

La donna scosse le spalle. «Una famiglia è una famiglia.»

Boyka e l’alieno, dopo essere crollati dal tetto – il peso della creatura sommata all’uomo in armatura superava di gran lunga quanto potesse sopportare il sottile tetto della casa, ormai quasi del tutto diroccata – continuavano a rotolarsi in terra in una matassa inestricabile di arti chitinosi e braccia armate avvinghiate.

«Quando sono entrata nel corpo dei Colonial Marines ho imparato che il sangue è solo acqua sporca: la famiglia è quella che ti scegli. E quando i miei amati parenti hanno organizzato la mia morte come scusa per dare la colpa al vostro clan Yautja, ho capito che il sangue è anche veleno. Quando sei in battaglia invece non importa chi sei e che tipo di sangue ti scorra nelle vene, importa se sei capace di proteggere la vita dei tuoi compagni, che in quel momento sono tutta la tua famiglia. Tu lo puoi capire, no?»

«No», sbottò il guerriero, sferzante. «In battaglia il mio dovere è combattere con valore e ricoprire d’onore il mio clan: io penso alla mia vita, i miei compagni pensino alla loro. Se muoiono, spero almeno lo abbiano fatto con onore.»

Dunja scrollò le spalle. «Noi umani siamo più civilizzati. Noi ci facciamo guerra per far ricchi i potenti, ma riusciamo sempre a sentirci uniti da qualcosa: foss’anche l’odio per il nemico. E quando sopravvivi alle assurdità umane ti rendi conto che hai stretto un rapporto duraturo con chi è sopravvissuto con te.» Alzò il dito ad indicare davanti a lei. «Tipo Boyka. Nessuno potrebbe mai sceglierlo come parente, o amico, anche solo essere umano. Eppure a forza di sopravvivere insieme a lui lo considero più parente stretto di qualsiasi altro lo sia di sangue.»

Il groviglio di membra umane e xenomorfe si fermò un attimo. «Dunja, cazzo, vuoi sparare a questo stronzo?»

«Mi piacerebbe, caro», rispose la donna sghignazzando, «ma rischierei di colpire te: ho già fatto fuori abbastanza parenti, questo Natale, non vorrei allargare il giro anche agli acquisiti.»

«Dunja!» gridò Boyka. «Ho l’armatura, non puoi colpirmi: spara, cazzo!»

«Temo... ehm, temo che quell’armatura non sia abbastanza corazzata per proteggerti dai proiettili esplosivi che sto usando.»

«Dunja!»

C’erano tanti significati nascosti in quell’ultimo grido di Boyka, e la donna riuscì a coglierli tutti. Si rivolse allo Yautja. «Vedi, un’altra usanza del Natale è scambiarsi regali, che poi è la cosa principale: si dice che originariamente la festa avesse altri significati, ma andiamo, chi se ne importa? Ricevere regali è quello che conta, no?» Il guerriero non la guardò neanche. «Così durante l’ultimo attacco ad una colonia umana della mia casata ho trovato in magazzino questa armatura potenziata, e mi sono detta: non è il perfetto regalo di Natale? Andiamo, quale bambinone non impazzirebbe nel ricevere un’armatura in regalo? Infatti Boyka l’ha adorata, ma... Be’, in passate missioni ha avuto modo di utilizzare una vera armatura potenziata, quindi ora si sta accorgendo che questa è parecchio carente. Diciamo che “potenziata” non è una parola corretta da usare: hai presente quando ti aspetti il regalo di marca e invece ti arriva un sottoprodotto scadente?»

Lo Yautja si volta a fissarla. «Hai finito? Ora possiamo cercare di far fuori quel mostro schifoso?»

Dunja gli strizzò l’occhio. «Ehi! Attento a come parli: quello è il mio ragazzo!» Il guerriero non la seguì nella risata.

Intanto Boyka stava cercando di opporre resistenza alla forza terribile dell’alieno, che con tutti i suoi potenti artigli premeva per sventrare l’armatura: quel rottame che indossava non avrebbe protetto l’umano ancora a lungo.

«Maledizione»: non fu un’esclamazione, fu un bisbiglio. Una presa di coscienza. Si stava rammollendo? Stava contrastando una forza superiore alla sua? Che senso aveva? Era una battaglia persa in partenza. Aveva riposto troppa fiducia nell’armatura e aveva dimenticato le regole basilari del combattimento a distanza ravvicinata: colpi corti e sporchi.

Cercare di prendere a pugni l’enorme testa dell’alieno non aveva senso, l’armatura non dava alcuna potenza ai pugni e la corta distanza non permetteva alcun caricamento del colpo. Boyka smise di contrastare gli artigli dell’alieno e invece con le mani li percorse fino a tastarne le estremità. Ciò che assomigliava alle dita umane e che stava cercando di penetrare l’armatura. Ne afferrò una, inspirò, caricò tutta la sua forza in un solo punto, la sua mano, e la fece scattare. Il dito della creatura si spezzò con un crack sonoro. E come aveva visto fare già tante volte, il mostro emise il suo grido di dolore alzando al cielo la sua lunga testa: mentre lo stridìo potente fuoriusciva dalla gola aliena, la testa esplose, inondando tutto intorno di sangue acido.

«Questo vale come secondo regalo, okay?» disse Dunja, abbassando il fucile. Aveva bisogno di un bersaglio “pulito” e Boyka gliel’aveva dato, facendo alzare la testa della creatura.

Il lottatore si alzò a fatica, divincolandosi dal groviglio di membra aliene che ancora lo avvinghiavano. «Quest’armatura è una trappola mortale.» Dunja sghignazzò. «Dopo aver usato una Berserker, indossare questa robaccia è terrificante: almeno è impermeabile al sangue acido, sta tutto qui il suo valore.»

«Vedi?» disse Dunja rivolgendosi al guerriero Yautja. «Lamentarsi dei regali ricevuti è un’altra grande tradizione del Natale.»

«Basta!» gridò disperato il guerriero, scattando in piedi e sovrastando in altezza ed imponenza la donna. «Questo non è un modo onorevole di combattere», cominciò ad agitarsi e a gesticolare, «stare qui nascosti come insetti a sentire una cagna umana che non fa che parlare...»

Il tempo di intravedere un movimento con la coda dell’occhio non bastò al guerriero per capire che Boyka gli stava venendo addosso a tutta velocità: lo capì solo quando l’uomo in armatura lo colpì con tutto il suo peso. Il non aver irrigidito i muscoli per opporre resistenza fece schizzare indietro lo Yautja, finendo addosso alla parete che lo proteggeva, sgretolandola: essere stata inondata dal fuoco nemico l’aveva resa particolarmente friabile. Lo Yautja la attraversò e si ritrovò a volare nel vuoto, diretto verso la postazione nemica.

Boyka si rialzò e si tolse il casco. «Il tuo amico ha imparato un’importante lezione, oggi: mai dare della cagna alla mia ragazza. Ora potrà ricoprirsi di gloria affrontando il nemico con onore.»

Dunja era allibita. «Ma che gli è preso? Gli ho fatto conoscere il Natale, ho portato un po’ di civiltà nella sua barbarie e reagisce così?»

Boyka si asciugò con le mani un po’ del sudore che gli ricopriva il volto. «È questa guerra assurda che fa uscire di testa. Aiutare gli Yautja a fare guerra gli umani della Yutani che rispondono sguinzagliando xenomorfi ovunque... Ti sembra una situazione in cui parlare del Natale?»

Dunja sorrise. «Il Natale è dove c’è la tua famiglia.» Si sporse a dare un veloce bacio a Boyka. «Forza, andiamo a sterminare altri miei parenti.»

BUON NATALIEN!

     


                     





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