FanFiction Arsene Lupin - Maurice Leblanc | Furto su commissione di Roiben | FanFiction Zone

 

  Furto su commissione

         

 

  

  

  

  

Furto su commissione   (Letta 29 volte)

di Roiben 

2 capitoli (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

LibriArsene Lupin - Maurice Leblanc

Genere:

Avventura - Commedia

Annotazioni:

Crossover

Protagonisti:

Arsene Lupin - Sherlock Holmes - John Watson

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Si riceve un telegramma 

[Arsène Lupin – Sherlock Holmes]Quando si ha per le mani un caso delicato e la concreta possibilità di fallire, nella migliore delle ipotesi, o di venire arrestati nella peggiore, in che modo risolvere un problema che sembra non avere sbocchi?


  

Si riceve un telegramma

💠

Al 25 di rue Clapeyron, Parigi, durante una sera di fine novembre di quel primo anno del XX secolo, un portalettere bussa alla porta di una dimora alta, sobria ma elegante nei pressi di Parc Monceau, facendo rintoccare due volte il  battente di ottone a forma di rapace e, mentre attende che qualcuno della casa scenda ad aprirgli, si scrolla della pioggia che gli ricopre la mantella e il cappello e pesta i piedi sullo zerbino per tentare di riscaldarsi e riprendersi dall’intirizzimento provocato dal tempo inclemente di quei giorni. Qualche minuto dopo, uno scalpiccio un po’ frettoloso lo avvisa dell’imminente venuta di qualcuno e, un momento più tardi, il chiavistello tintinna dall’interno e l’uscio si socchiude, mostrando nel varco creato il volto un po’ annoiato di un uomo sulla quarantina, alto e dal fisico asciutto, appena un poco stempiato ai lati della fronte e con le labbra strette a causa dell’incomodo imprevisto.

«Telegramma, signore» annuncia il portalettere. «Per il signor d’Andrésy» specifica.

Le labbra dell’uomo sull’uscio si stringono, assottigliandosi ancora di più. «Molto bene. Provvederò a consegnarlo io stesso al padrone. Dove devo firmare?» chiede seccamente.

Il portalettere gli porge una cartellina che ha estratto da una borsa a tracolla e un lapis e attende con pazienza la sua firma per ricevuta, poi augura una buona serata e con un ultimo cenno della testa rimonta sulla sua bicicletta e si allontana sotto la triste pioggerella autunnale.

L’uomo rimane qualche momento ancora a osservarne le acrobazie fra le pozzanghere, i pedoni infreddoliti e stanchi e le carrozze di piazza, poi scuote la testa e si richiude la porta alle spalle lasciandosi fuori il brutto tempo ma non il malumore provocato da quella visita fuori orario, il telegramma ben stretto in una mano e un’espressione contrariata fissa sul volto ad appesantirgli uno sguardo altrimenti bonario. Sono già passate le sette di sera, d’altra parte, e il padrone sta cenando nel salotto. Dovrà necessariamente distoglierlo dal suo pasto, poiché con un’occhiata veloce ha potuto notare il timbro sulla missiva, e quasi certamente egli vorrà scoprire chi possa avergli mandato notizie tanto urgenti da disturbare un gentiluomo in un momento così personale. Si chiede, con un pizzico di inquietudine, se vi siano altre sciagure in vista. Ma tutto sommato non ritiene sia suo compito prevedere possibili calamità, pertanto decide di limitarsi a svolgere quello che è il suo normale lavoro (il lavoro dei giorni tranquilli, se non altro).

Con passo deciso e controllato sale i gradini di marmo che dal vasto atrio al pian terreno conducono verso la confortevole e riparata sala da pranzo situata al primo piano e, fermatosi di fronte all’ampia porta di noce lucido intarsiato, bussa discretamente e poggia una mano sulla maniglia di ottone, socchiudendo appena l’uscio alla risposta affermativa proveniente dall’interno.

«Sono spiacente di arrecarvi disturbo, signore, ma è appena giunto un fattorino con un telegramma per voi» annuncia, attendendo a capo chino una conferma che non giunge. Si azzarda quindi a sollevare di poco lo sguardo sulla persona a cui si è appena rivolto e si ritrova osservato con una spiccata nota di curiosità da un paio di occhi grigi e penetranti. «Desiderate vederlo subito, signore?» aggiunge per sicurezza.

Il giovane uomo, al momento accomodato su di una sottile sedia in stile Art Nouveau dall’aria incredibilmente fragile e floreale e poco prima impegnato a sorbire un’ottima cena a base di soupe de canard e formaggi misti accompagnati da Chateau Cantemerle, piega le labbra piene e rosee in un delicato sorriso, si asciuga la bocca con il tovagliolo ricamato, posa il calice di cristallo lavorato ancora mezzo pieno, che tratteneva fra le lunghe dita forti ma affusolate, sulla tovaglia bianca di lino di fiandra, e poggia il mento appena appuntito su di un palmo mollemente aperto.

«Qualcuno si è certo dato molto pensiero nello scrivermi in un orario semplicemente bizzarro per un sabato sera. Vediamo di chi può mai trattarsi, Cyril» acconsente con fare tranquillo e un lieve sorriso sornione ad aleggiare sul volto fresco e serafico.

Cyril, il cameriere personale e chauffeur del signor Raoul d’Andrésy, si avvicina alla tavola imbandita e porge la busta al padrone di casa, il quale si sofferma del tempo a osservarla ora da un lato ora dall’altro, all’apparenza intrigato, se dalla missiva in sé oppure dalla novità fuori programma a Cyril non è dato di saperlo. Solleva poi lo sguardo attento sul suo cameriere e inarca le sopracciglia chiare, ammiccando. «Messaggi dall’Inghilterra, mio caro Cyril. Non sei curioso anche tu di sapere chi mi scrive a un orario tanto indecente?» domanda ironico rimanendo in attesa di una reazione dall’uomo, nonostante sappia che per buona misura non l’otterrà.

Il cameriere personale infatti, ben lungi dal sentirsi elettrizzato al pari del padrone, rimane impassibile e platealmente poco interessato, tanto da causare uno sbuffo annoiato del padrone di casa.

«Il tuo problema, caro Cyril, è che non sai proprio divertirti» lo rimprovera bonariamente.

«Se mi è concesso di interloquire, signore, è abbastanza probabile che voi e io si abbia concetti molto differenti riguardo al divertimento».

Raoul d’Andrésy getta la testa all’indietro e una risata cristallina riempie la sala da pranzo. «Oh, sì, è proprio vero ciò che dici» ammette allegro, asciugandosi con un polpastrello le poche lacrime di divertimento. «E va bene: scopriamo dunque chi si prende la premura di scriverci, togliendoci dalla noia di un fine settimana altrimenti grigio e monotono» esclama, canticchiando e afferrando un coltello d’argento dal tavolo per aprire quella misteriosa missiva. Estratto il foglio ivi contenuto, rimane per breve tempo a scorrerlo attentamente con gli occhi, fino a spalancarli di sorpresa e, si direbbe, delizia. «Oh, oh! Guarda un po’ chi si fa sentire. Che inaspettata, piacevole sorpresa» chioccia gioioso. Solleva gli occhi, che ora brillano di eccitazione, su uno sconsolato Cyril, e il suo sorriso si allarga ancora, per poi divenire una nuova e potente risata. «Prepara i bagagli, Cyril. Partiamo» ordina, con le gote accese di un rossore di concitata animazione.

Cyril sospira. Ha quasi timore di sapere; ma ciò è necessario, seppur sgradito. Pertanto si risolve a chiedere: «Per dove, signore?».

«Ma Londra, naturalmente! La città che non si ferma mai, la culla dell’assassino di Whitechapel. Ah, non è meraviglioso?» esclama al culmine dell’eccitazione, balzando repentinamente dalla sedia, la quale cigola sinistramente in protesta, e correndo spedito in direzione delle camere superiori.

«Meraviglioso, signore» mormora Cyril in tono funebre. Si avvicina con passo pensante alla tavola sulla quale sono rimasti gli avanzi di una cena che non verrà conclusa e si china sul telegramma, leggendo le infauste novità.

Caso importanza internazionale.
Richiedo tempestiva assistenza.
Offro spese viaggio e soggiorno.
Attendo urgente risposta.
Con rispetto,
S. Holmes

Il viso di Cyril si rabbuia ulteriormente; ha l’aria di un uggioso giorno dal cielo plumbeo foriero di tempeste. Scuote la testa, desolato, poi distoglie lo sguardo e si avvia su per le scale deciso a portare a compimento ciò che gli è stato richiesto e anche ciò che sarà necessario per sopravvivere ai prossimi, lunghi giorni velati dalle nebbie dell’ignoto.

     


                     





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