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  Quello che non si vede

         

 

  

  

  

  

Quello che non si vede   (Letta 62 volte)

di MyFluffyCrazyWorld 

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Sezione:

Storie originaliIntrospettivo

Genere:

Introspettivo - Romantico

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

                

  


  

 Capitolo unico 

Un amore platonico fra i banchi di scuola, combattuto fra la voglia e la paura di farsi avanti. Questo racconto fa parte dell'Antologia 'Un Battito di Cuore' pubblicato da Darcy Edizioni.


  







Quello che non si vede



 



Sei del mattino.



La sveglia che suona implacabile. Per molti rappresenta un rumore fastidioso, un nemico che distoglie dalla pace e dalla tranquillità.



 



Non per Theodore, lui quel suono lo agogna ogni mattina, perché significa che un nuovo giorno è cominciato.



 



Un nuovo giorno in cui lui la potrà rivedere.



 



Per questo non gli pesa affatto privarsi del confortevole tepore delle lenzuola di flanella, combattere con lo scaldabagno che a quell’ora può solo concedergli acqua gelida, vestirsi senza pensare più di tanto a cosa mettersi e poi correre verso la cucina.



 



Ogni volta si impone di fare il minor rumore possibile per non svegliare chi ancora sta dormendo e il più delle volte è una cosa che gli riesce. Mette il latte a scaldare sul fornello, mentre apre il consueto pacco di biscotti, mandandone giù una manciata, giusto per assicurarsi di avere forze sufficienti per restare in piedi fino all’ora di pranzo, poi beve il latte ancora solo debolmente tiepido, perché difficilmente Theodore ha la pazienza di aspettare che la parte più fondamentale della sua colazione si scaldi a dovere.



 



“Benedette colazioni Italiane, molto più sbrigative di quelle delle mie parti, per farmi uova strapazzate, pane tostato, bacon, salsicce, pomodori e funghi, come minimo la sveglia la dovrei puntare alle quattro!” riflette con un sorriso divertito, mentre indossa il cappotto. Raccoglie le ultime cose nello zaino, se lo carica sulle spalle ed esce di casa.



 



Perché ormai è in Italia da circa due mesi e gli è bastato per capire che, a differenza del Devon, lì i mezzi di trasporto non sono molto affidabili e l’unica certezza è l’autobus delle 6:45.



 



Se perde quello, raggiungere la scuola sarebbe piuttosto problematico.



 



Ecco perché ogni giorno lui ha sempre fretta, è ossessionato dall’idea di non arrivare in tempo.



 



Mentre cammina per strada, osserva la gente di passaggio stringersi vicino al viso i colletti dei cappotti, le sciarpe o i baveri delle giacche, per ripararsi dalle folate di vento poco gentili, tipiche di Dicembre.



Tuttavia, per il ragazzo che conosce l’implacabile freddo britannico, quello è l’equivalente di una giornata primaverile un po’ ventosa. Di sicuro non si metterà ad alitarsi sulle mani, che nemmeno necessitano di essere coperte dai guanti.



 



Theodore si sente sollevato quando vede l’autobus presentarsi puntuale al consueto appuntamento anche per quel giorno. Sale e si sistema sul sedile davanti, quello che non vuole mai nessuno. Si sa, i posti più ambiti sono sempre quelli sul retro, dove solitamente si posizionano i ragazzi più popolari, i cosiddetti ‘fighi.’.



 



A Theodore di essere popolare importa poco o nulla e ancor meno gli importa di essere additato come ‘sfigato’ da quei ragazzi seduti nelle file dietro.







Sfigato. Una parola di cui ha appreso l’equivalente in Inglese fin dai primi giorni dal suo arrivo; ma lui non lo considera affatto un difetto, anzi, semmai ne fa un pregio.



 



Sfigato, perché preferisce restarsene per conto suo anziché far comunella con loro, magari assumendo lo stesso atteggiamento da bulletto, infierendo sui più piccoli, sui più deboli, sui più indifesi.



 



“Se è così, meglio restare sfigato tutta la vita!” si ripete con orgoglio Theodore, infilandosi le cuffiette e cercando nello smartphone una playlist che lo soddisfi.



 



Durante quel seppur breve tragitto, tutto quello che chiede è di restare tranquillo a osservare dal vetro il malinconico scenario che offre il mare d’Inverno, mentre ascolta le hit di un gruppo di suoi conterranei che ormai hanno scalato le classifiche mondiali, forse per alleviare la nostalgia che ha di casa, oppure per accentuarla.



 



Se non altro, in questa stimolante avventura, può contare sulla presenza di suo fratello Timothy.



 



Ad essere precisi, è stato proprio lui a esprimere per primo il desiderio di fare quel viaggio, dato che è appassionato di cinema e vuole approfondire la conoscenza di quello italiano.



 



Theodore non è rimasto a guardare. Ha fatto un salto nel buio, si è lasciato alle spalle amici, genitori e tanti ricordi di vita passata, aggregandosi al fratello maggiore.



 



Caso vuole che la loro madre abbia degli amici di vecchia data che si son trasferiti in Toscana già da qualche anno. Nonostante la distanza, la forte amicizia ha resistito e i contatti non si sono persi, complice anche qualche breve visita reciproca. Quando lei li ha informati dei progetti dei figli, i suoi ex conterranei hanno agevolato le ricerche, trovando loro un appartamento con un contratto di un anno a un prezzo più che abbordabile.



 



Gli amici di famiglia, che Timothy e Theodore considerano alla stregua di zii acquisiti, si stanno occupando anche di insegnare ai due ragazzi un po’ di grammatica italiana di base, ma il vero banco di prova si sta rivelando quel soggiorno, fatto di tutte le sue piccole quotidianità.



 



L’autobus raggiunge la fermata di destinazione e Theodore scende, percorrendo un pezzo del lungomare.



 



Gli è stato detto che la Versilia è un posto molto bello, che d’estate si riempie di gente, un sole cocente, luci, colori, musica e profumi di cibo proveniente da tutti i ristoranti che si accalcano ad ogni angolo.



 



Theodore però è arrivato a Ottobre inoltrato e per lo più ha visto la maggior parte dei negozi chiusi, gli alberghi svuotati, il litorale sgombro e il mare, così irrequieto e inavvicinabile, pervadere tutto di una grigia malinconia.



 



“Poco male, vorrà dire che attenderò l’arrivo della Primavera per vedere tutte queste cose che mi hanno descritto. Tanto io c’è l’ho già il mio sole personale che mi rischiara le giornate. Beh, più che sole, la mia stella.” pondera il ragazzo, che ormai è arrivato al cancello della scuola, entrando prima che la campanella segnali che è troppo tardi e percorrendo le scale tre a tre, tanta è la fretta di raggiungere la sua classe.



 



Perché là, seduta su un banco mentre si intrattiene a chiacchierare con le amiche di sempre c’è lei: la sua stella di nome e di fatto.



 



Stella è la ragazza più carina non solo della classe, ma forse anche dell’intera scuola: è alta, con il fisico atletico e slanciato. Le sue gambe sono ben tornite e toniche, anche se Theodore ritiene che lei non le metta in mostra quanto lui vorrebbe. I riccioli biondi le ricadono sotto le spalle in ciocche composte. I suoi grandi occhi espressivi sono un ammaliante compromesso di azzurro e acqua marina.



 



Insomma, una ragazza così difficilmente può passare inosservata e infatti è sempre al centro dell’attenzione dei suddetti ragazzi ‘fighi’.



 



Per Theodore è stato un colpo di fulmine a prima vista, con il cuore in preda ai palpiti, la sensazione di avere le farfalle nello stomaco e la salivazione azzerata tutto ad un tratto.



 



E anche adesso che sono quasi passati due mesi, avverte ancora quegli effetti alla sua sola vista.



 



Non è solo l’aspetto fisico ad attrarlo, gli piace osservarla mentre ride e scherza con gli amici, peccato non capire di cosa parli. Gli piace quando la vede con la testa china sui libri, magari in vista di un’interrogazione. Gli piace quando la vede correre libera e leggiadra durante le ore di ginnastica. Gli piace ogni cosa di lei. Vorrebbe chiederle tante cose, sapere tutto.



 



Il punto è che l’interazione che ha con lei va ben poco oltre l’osservarla, fatta eccezione per qualche saluto sbrigativo, il più delle volte rivolto all’intera classe.



 



Per il resto, al ragazzo non rimane che prendere posto, con Marco, il compagno di banco che gli è stato assegnato fin dal primo giorno e che cerca di socializzare quanto più possibile con lui.



 



Da un lato il ragazzo Inglese gli è grato, perché lo vede come un utile esercizio per ampliare il lessico e migliorare la pronuncia, che costituisce l’ostacolo più insormontabile, in particolar modo per quel che riguarda gli accenti; ma dall’altro preferirebbe un compagno meno loquace, perché dar retta a lui gli impedisce di dedicarsi completamente a lei.



 



E restare a guardare in silenzio qualcuno, senza che nessuno se ne accorga, a partire dalla diretta interessata, è un talento non comune a tutti.



 



Quei pochi minuti sembrano volare, la classe comincia a riempiersi del tutto, giusto prima che la professoressa faccia il suo ingresso, pronta per cominciare la lezione; ma prima di farlo apre il primo cassetto della cattedra e consegna a Theodore uno strumento prezioso.



 



In accordo con la scuola, i docenti della classe hanno deciso di fornire di un traduttore simultaneo lo studente straniero, almeno i primi mesi, rendendogli così più graduale il passaggio a un’intera lezione svolta in lingua Italiana.



 



Un po’ Theodore si serve del prezioso apparecchio, un po’ si sforza di toglierlo e seguire la lezione nella sua versione originale, cercando di familiarizzare quanto più possibile con quella lingua che tanto lo affascina.



 



La materia in questione è Letteratura, materia che lo appassiona, vuole sapere tutto sui poeti e gli autori più importanti del Bel Paese, come hanno vissuto, cosa li ha spinti a scrivere, chi sono state le loro muse ispiratrici.



 



Le due ore successive sono di matematica, materia che lo intriga molto meno e che, per la complessità del linguaggio, lo costringe a tenere il traduttore per l’intero corso della lezione.



 



Il poco interesse che possiede nei confronti di quell’argomento gli dà una maggiore voglia di evadere. Decide di concedersi qualche occhiata fuggevole verso Stella, che invece è molto assorta nel prendere appunti sul complesso esercizio proposto alla lavagna.



 



Il suono della campanella segna non solo il termine di quella materia per lui così poco stimolante, ma anche l’inizio dell’Intervallo, il momento che preferisce.



 



Si alza dal banco per restituire al professore di Matematica il traduttore, in quanto il suo utilizzo deve essere rigorosamente a scopo didattico.



 



“Peccato, mi avrebbe fatto comodo usarlo anche per parlare con gli altri, conoscerli un po’ di più.” rimugina, ma poco importa; lui ha altro da fare.



 



Prende dallo zaino un determinato quaderno, uno che non ha nulla a che fare con la scuola, e segue i compagni fuori dalla classe.



 



Di Stella perde subito le tracce, attorniata com’è dagli altri ragazzi, senza contare quelli delle classi superiori che la incrociano sul corridoio.



 



Theodore cerca di non darci peso più di tanto e, complice il freddo che scoraggia la maggior parte degli studenti, se non quelli che necessitano di un disperato appuntamento con la nicotina, esce nel cortile della scuola, sedendosi sul muretto e aprendo il quaderno in grembo.



 



La verità è che, anche se parlare e comprendere l’Italiano a livello orale comporti ancora più di qualche difficoltà, con lo scritto lui non ha affatto di questi problemi. Anzi, ama la musicalità delle parole di quella lingua così complessa, ama scriverle, disporle in ordine ben preciso e giocarci, creando combinazioni di assonanze e allitterazioni particolari.



 



La verità è che Theodore ama scrivere poesie, lui che la sua musa ispiratrice finalmente l’ha trovata.



 



Più aumentano le parole che apprende, più similitudini può usare per descrivere la lucentezza dei capelli di Stella, la profondità del suo sguardo, la dolcezza del suo sorriso.



 



Si appunta anche quelle apprese nel corso della mattinata, prese in prestito dal poeta che hanno cominciato a studiare.



 



“Mi piace questo Lioperdi o come si chiama, ha scritto cose interessanti, poi mi sta simpatico perché pure lui soffriva per amore, a quanto pare per quella Silvia ci ha fatto una malattia! Abbiamo qualcosa in comune.” considera, divertito, mentre continua a scrivere.



 



Osserva l’orologio, è passato solo metà del quarto d’ora scarso che hanno a disposizione, c’è ancora tempo.



 



Sorride, capovolgendo il quaderno e aprendolo dall’altro lato.



Lì ci sono fogli riempiti di parole, come fiumi in piena. Perché quel lato è scritto in Inglese, cosa che gli consente di spaziare con molta più facilità, forte di quel lessico che gli è così familiare e più amico.



 



Quel lato è dedicato alle sue fantasie, che Theodore adora lasciar liberamente scorrere.



 



Quel lato è pieno di storie, di scenari che lui immagina per sé e per Stella.



 



Ha scritto di lui, curioso turista assetato da conoscenza, guidato da lei, che lo porta a conoscere i posti più belli della Toscana.



 



Ha scritto di lui che la trascina con sé in Inghilterra, a mostrarle il mare, i parchi, le ripide stradine di quel paesino in cui è cresciuto.



 



Ha scritto di loro che escono insieme, come una coppia qualsiasi, che vanno a cena fuori, al cinema, a passeggiare in spiaggia.



 



Ha scritto di lui che l’avvicina, che trova il coraggio di dirle cosa prova per lei, come lo fa sentire.



 



Theodore sa bene che le cose stanno diversamente.



 



“Lei è sempre al centro dell’attenzione di ragazzi molto più belli e interessanti di me,” pensa, soffermandosi a guardarsi le braccia ossute. “Che in più hanno anche la fortuna di parlare la sua stessa lingua! Almeno avessi la faccia tosta che ha Timothy, che riesce sempre a farsi amico tutti, sicuro com’è di sé; infatti ci ha messo solo tre settimane per trovarsi una ragazza! Dovrei farmi dare qualche consiglio da lui, per vincere questa mia dannata timidezza! Probabilmente Stella a malapena sa che esisto, figuriamoci avermi come amico, tantomeno qualcosa di più.”



 



L’adolescente sospira infelice, mentre finisce di appuntare la fantasia della giornata.



 



Ci sarà modo di definirla meglio e ampliarla una volta tornato a casa.



 



“Non importa se sono l’ultimo dei suoi pensieri. Su questi fogli, nero su bianco, con la forza della mia immaginazione, almeno qui, in questo spazio di carta, lei è solo mia.” si abbandona alle sue poco consolanti considerazioni, grattandosi con la parte arrotondata della penna la testa di capelli neri riccioluti che vanno un po’ in tutte le direzioni.



 



Il ragazzo richiude il quaderno e si alza, apprestandosi a rientrare in classe.



 



 



Il professore ha cominciato la lezione di Storia da nemmeno circa dieci minuti e a Stella sembra che siano passate dieci ore.



 



Detesta quella materia, trova molto più intrigante risolvere le complicate espressioni di algebra, a lei non interessa affatto sapere cos’è successo centinaia di anni prima.



 



Tuttavia, la ragazza è ben consapevole che deve darsi da fare se a fine trimestre non vuole ritrovarsi con un’insufficienza in pagella. Anzi, due.



Del resto Stella è una gran bella ragazza, riesce bene praticamente in ogni tipo di sport, è simpatica, allegra, estroversa; qualche carenza per controbilanciare tutte queste fortune deve pur esserci.



 



E le carenze sono il suo scarso rendimento in Storia e Inglese.



Inglese, come Theodore.



 



“Lui non ha di questi problemi … e guardalo, come ascolta tutto appassionato la lezione! Grazie tante, si sta parlando della guerra civile Inglese!” pensa, mentre lo guarda in lontananza.



 



Deve ammettere che è stata una piacevole novità il suo ingresso nella loro classe. Avrebbe voluto dargli un’accoglienza più calorosa, se non fosse che lei parla un pessimo Inglese e ancor meno lo capisce. Lui i primi giorni non spiccicava una parola di Italiano che fosse una e, a quanto pare, anche ora non è che lo parli chissà quanto, a meno a giudicare da quel che le racconta Marco.



 



Le sue amiche guardano Theodore con diffidenza, lei invece trova che ci sia un certo fascino in lui, a partire dal fatto che è straniero e ha usi e culture diverse.



 



Le sue amiche ridono di lui alle sue spalle, chiamandolo sfigato per il suo aspetto gracilino e spilungone, che lo rende un po’ goffo; lei invece lo trova solo tenero e poi le sono sempre piaciuti i ragazzi più alti dei lei. Inoltre c’è qualcosa che la attrae in quella carnagione un po’ pallidina e quei profondi occhi scuri che però non è ancora riuscita a vedere bene da vicino, perché lui il suo sguardo raramente riesce ad affrontarlo quelle poche volte che si ritrovano vicini. A Stella piace anche quella testa di capelli neri sempre spettinati, che sembrano voler sfidare qualsiasi legge di gravità; perché lo fanno sembrare un po’ uno scienziato pazzo o un artista maledetto e la cosa la diverte, in senso buono.



 



Le sue amiche lo giudicano strano perché se ne sta sempre isolato, lei trova che sia intrigante come lui sembri vivere in un mondo tutto suo. Un mondo di cui non le dispiacerebbe affatto far parte.



 



“Tanto è inutile, non mi considera nemmeno, al massimo mi saluta a inizio o fine giornata, ma solo perché lo fa con chiunque altro. Mi avrà già classificato come la classica ragazza bionda, stupida da evitare!” trae le sue pessimistiche conclusioni, mentre scarabocchia gli angoli della pagina su cui sta fingendo di prendere appunti.



 



Non l’ha chiesto lei di essere popolare, termine che detesta, almeno quanto ‘sfigato’.



 



Perché la gente è così superficiale da fermarsi ad etichettare tutto e tutti, senza mai prendersi la briga di andare un po’ oltre.



 



Perciò se lei è bella, automaticamente deve significare che ha una vita in discesa, senza mai un problema, e che non ha altro interesse che non siano i bei ragazzi.



 



Oppure tutti sono convinti che le uniche professioni che incontrino il suo gusto siano la modella o l’attrice.



 



Nessuno sa di quante volte i suddetti bei ragazzi le abbiano spezzato il cuore, giocando coi suoi sentimenti. Calciatori, nuotatori, sportivi di ogni genere, dai fisici palestrati. Stella ha avuto a che fare con una lunga serie di ragazzi che ricalcano questo stereotipo, dimostrandole soltanto che il più delle volte il famoso detto ‘tutto muscoli e niente cervello’ non si discostasse poi molto dalla realtà.



 



Poi è stata la volta dei ragazzi universitari, quelli che hanno già la macchina; quelli che ci si aspetta siano maturi, ma per Stella è rimasta un’aspettativa non soddisfatta.



 



Nessuno sa che, una volta terminato il Liceo Scientifico, il suo sogno sia di laurearsi in Statistica, per poi occuparsi dell’analisi dati in qualche importante multinazionale.



Niente a che fare con sfilate, copioni e passerelle.



 



E nessuno sa di come certi sguardi a volte la facciano sentire solo come un oggetto, sensazione così sgradevole che più volte l’ha spinta e la spinge ancora a nascondere le sue forme sinuose dentro maglioni di due taglie più grandi o pantaloni eccessivamente larghi.



 



Nessuno sa di come le reali amicizie che ha le può contare sulla dita di una mano; perché la maggior parte delle persone la attorniano per puro tornaconto personale, perché, appunto, lei è quella popolare e rientrare nella sua cerchia può farle beneficiare di un riflesso di quella popolarità.



 



Stella darebbe qualsiasi cosa per essere meno appariscente, nonostante non faccia alcunché per esserlo: non si trucca pesantemente, giusto un lucidalabbra fruttato e un ombretto dai toni pastello, non mette mai indumenti troppo scollati o succinti, non civetta con i ragazzi, ma il suo carattere socievole ed estroverso la porta a non respingere chi cerca un qualsiasi approccio con lei; cosa che più di una volta l’ha portata ad essere definita una ‘gatta morta’, magari anche grazie a qualche voce messa in giro sul suo conto da qualche falsa amica invidiosa.



 



La verità è che Stella è bella e questo non può non notarsi, anche se lei lo vive quasi come una colpa.



 



Lei vorrebbe tanto essere più una ragazza della porta accanto, attirare meno l’attenzione su di sé, soprattutto quella dei ragazzi più belli e popolari, quelli che sono il sogno proibito di tutte.



 



Di tutte, ma non il suo.



 



Lei preferirebbe qualcuno più tranquillo, meno gasato, che non punti tutto solo sull’apparire, ma che vada più a fondo, qualcuno che non veda solo un bel corpo, ma anche e soprattutto una persona interessante da conoscere.



 



Qualcuno riservato, solitario, che si lasci scoprire un po’ per volta.



 



I suoi scarabocchi sulla pagina del quaderno continuano, assumendo i contorni di tante ‘T’ sparse sui margini, senza che lei nemmeno se ne renda conto.



 



“Chissà dove se ne va a ogni intervallo. Forse ne approfitta per chiamare a casa e non vuole nessuno intorno. Del resto, dovrà avere una grande nostalgia di casa, chi non l’avrebbe? A soli diciassette anni, mollare tutto e andare in un paese dove nemmeno si conosce la lingua, io impazzirei al solo pensiero! Vorrei far qualcosa per farlo sentire meno solo… Sì, ma come faccio se nemmeno riesco a parlargli? Forse sarà il caso che cominci a imparare un po’ di Inglese, seriamente questa volta!” ripromette a se stessa, prima di sforzarsi di seguire anche ciò che resta di quell’odiata lezione di Storia.



 



Forse poi le cose cambieranno.



 



Forse Theodore acquisirà una sufficiente dimestichezza con l’Italiano, tale da consentirgli di dirle qualche parola in più.



 



Forse Stella imparerà sul serio quel tanto di Inglese che può bastare per approfondire la sua conoscenza.



 



Forse l’insegnante di Inglese deciderà di affiancarli in un progetto proprio per questo scopo.



 



Forse un giorno dal quaderno di Theodore si staccherà un foglio con una delle sue poesie e sarà proprio Stella a trovarlo.



 



Forse basterà che trovino il coraggio di guardarsi negli occhi quel tanto che basta perché essi parlino per loro, in un modo che entrambi capiranno, senza l’ausilio di dizionari o traduttori.



 



Forse.



 



Il loro destino è ancora tutto da decidere.



 



Per il momento possono solo continuare a struggersi nel pensare l’uno all’altra e viceversa, senza sapere quanto sarebbe facile e possibile abbattere quei muri di incertezze che si sono costruiti.



 



Perché non possono vederlo, non ancora, almeno.



 



Quello che non si vede leva il respiro, leva.








--



FINE


Note:

Come

dicevo nell´introduzone, questo racconto fa parte di un´antologia (Un

Battito di Cuore) a scopo benefico, il cui ricavato va a favore della

ricerca contro il cancro, quindi, se vi va di fare una buona azione, lo

potete acquistare qui:



https://www.amazon.it/dp/B07L556VPB/ref=cm_sw_r_cp_ep_dp_xZtcCbCMB43KP




Io ancora non

mi capacito di come sia potuta finire in mezzo a tante autrici

bravissime, molte già affermate da tempo, è un grandissimissimo onore.

<3

Un doppio onore, perché la canzone ´Quello che non si

vede´ di Nesli non solo ha dato il titolo a questo racconto, ma l´ha

particolarmente ispirato.
L´ultima frase, in corsivo, è tratta da lì. <3
Devo tanto a questo grande artista e poeta, che è stato anche tanto gentile da concedermi il permesso di utilizzarla.
Se non la conoscete, la potete ascoltare qui :



https://www.youtube.com/watch?v=zSSwXuk_T84



Se vi è piaciuta (come è facile che accada) e volete immergervi nella sua musica:



https://www.youtube.com/channel/UCGlKTK292op_vPvcjYm6PEg



oppure



https://open.spotify.com/artist/64J8DKMWjl0AxL30tawsLh



Se lo volete seguire:



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Quanto a me, spero vi sia piaciuta, ma liberi di dirmi ciò che volete ^^

     


                       





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