FanFiction Jojo | Just an ordinary night di Laiquendi | FanFiction Zone

 

  Just an ordinary night

         

 

  

  

  

  

Just an ordinary night   (Letta 534 volte)

di Laiquendi 

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Sezione:

Anime e MangaJojo

Genere:

Azione - Fluff - Introspettivo - Romantico

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Josuke Higashikata - Okuyasu Nijimura

Coppie:

Josuke Higashikata/Okuyasu Nijimura (Tipo di coppia «Shonen Ai»)

 

 

              

  


  

 Just an ordinary night 

Okuyasu, Josuke, l'agosto del 1999 e una dichiarazione in attesa di accadere. Tutti ingredienti perfetti per una commedia romantica; ma queste sono le Bizzarre Avventure di JoJo, e naturalmente le cose prenderanno una piega strana prima di subito.


  

Non è che fosse mai stato tanto bravo con le parole.

Okuyasu Nijimura si era sempre considerato più uno da fatti.

Le cose che gli riuscivano meglio erano quelle che poteva affrontare con le mani - meglio ancora, con i pugni - e quindi forse era vero quello che diceva suo fratello, che gli stand rispecchiano quel che ognuno ha nella testa.


 

Di solito, quel che passava per la testa di Okuyasu trovava immediatamente la via della bocca. E anche se tutti, a partire da Keicho, non perdevano occasione di sfotterlo per questo, Okuyasu aveva da tempo rinunciato a preoccuparsene.

Dopotutto, non era tanto sveglio.

Ma, se non altro, l´esatta corrispondenza fra ciò che accadeva dentro e al di fuori di lui gli garantiva una certa serenità dell´animo.

Okuyasu giocava con la vita a carte scoperte.


 

I risultati di questa assoluta trasparenza non erano sempre prevedibili: la foga con cui aveva affrontato Josuke Higashikata aveva portato The Hand alla sua prima batosta - ma anche all´amicizia di Josuke. Non era stato un cattivo affare.

Tutto sommato, quindi, Okuyasu si abbandonava al destino con un misto di innocente fiducia e paziente rassegnazione, pronto a seguire chiunque lo volesse con sè - e pronto ad accettare i rovesci della fortuna con tutto il cuore e il fegato che gli erano toccati in sorte.

Questo modus vivendi, consolidato in sedici travagliati anni, andò bruscamente in crisi nel giro di una settimana.

 

°°°

 

Erano i primi giorni di un agosto dal caldo opprimente e la scuola era finita.
Questo voleva dire che la routine di Okuyasu si era improvvisamente interrotta: niente più sveglia alle sette, niente caffè nella cucina della signora Tomoko mentre Josuke si incipriava il naso ("fottiti, Oku, questi capelli non si pettinano da soli"), niente cazzate su cui ridere e schifezze da mangiare andando a scuola.

Certo, da qualche tempo anche niente scontri, niente ossa rotte, niente assurdi ingorghi nello scorrere del tempo e niente esperienze premorte.

Non ci si dovrebbe proprio lamentare di questo, pensava confusamente Okuyasu nell´aria febbrile delle due del pomeriggio, disteso sul letto a quattro di spade senz´altro da fare che grattarsi le palle con una mano e ripararsi dal sole con l´altra.
Ma questo deragliare dai soliti binari gli aveva tolto il pretesto per vedere Josuke. E questo stava cominciando a fargli sentire con urgente, acuta, incontrovertibile chiarezza che qualcosa non andava affatto bene.


 

Da giorni Okuyasu viveva da sonnambulo: si svegliava a orari casuali, faceva un giro per casa per controllare che gli altri bizzarri inquilini fossero ben nutriti (non era facile impedire a suo padre di rubare i croccantini di StrayCat), trangugiava la prima cosa che usciva dal frigorifero e poi tornava a schiantarsi a letto, in mezzo a una pila sempre più pericolante di fumetti recuperati dalla vecchia stanza di Keicho.

Leggere o guardare la tv erano diventati gli unici modi per costringere le ore a passare. Erano anche indispensabili per coprire l´opprimente sensazione che gli si era conficcata da qualche parte fra le costole e il diaframma. Okuyasu si sentiva in apnea, come se avesse nel petto uno spazio vuoto che aveva assunto i contorni di un viso familiare.

"Non so." mormorava fra sé. Affacciato alla finestra, solleticava StrayCat dietro le orecchie. O i petali.
"Non so cosa mi succede."
StrayCat rispondeva facendo fusa che sembravano stormire di foglie. Okuyasu si sentiva come se qualcosa si fosse rotto e non sapeva come riaggiustarlo.


 

Nelle notti funestate dal ronzio delle zanzare, quando sull´orlo del sonno la sua mente innestava il pilota automatico, si trovava a vagare in posti strani. A volte gli riaffioravano alla memoria sciocchezze che erano successe tempo addietro, a volte ricordi dolorosi di suo fratello e di suo padre; ma più spesso, molto più spesso, quello che vedeva dietro le palpebre abbassate era la smorfia di Josuke quando rideva e sentiva tirare i punti di sutura; erano gli occhi azzurri ombreggiati da lunghe ciglia, erano il modo in cui muoveva le mani e la forma delle sue spalle.
Okuyasu usciva da queste nottate con il fiato mozzo, reazioni fisiologiche inequivocabili e un rossore di fuoco che gli bruciava la faccia, il collo e le mani.

 

E contro questa marea crescente, la fidata tecnica di aspettare e lasciar correre non stava funzionando. La tempesta, semmai, ingrossava di giorno in giorno; e per la prima volta, Okuyasu sentiva una forte pressione a fare qualcosa, dire qualcosa (qualsiasi cosa) ma non ci riusciva.

Ecco perché, quando una sera il telefono squillò e Josuke gli propose di passare una giornata sulla spiaggia, la prese come una spintarella del destino. Dopo aver riagganciato si fece una doccia fredda, inspirò profondamente e promise a se stesso che il giorno dopo avrebbe affrontato Josuke - e avrebbe fatto qualcosa. Detto qualcosa. Inventato qualcosa..?

Si lasciò cadere sul letto e affondò la faccia nel cuscino, chiedendosi se morire di indecisione fosse possibile e se, in alternativa, sarebbe riuscito a trovare una morte dignitosa in mare.


 

°°°


 

Josuke riattaccò il telefono sentendosi piuttosto soddisfatto di se stesso.
La prima settimana di vacanze si era trasformata con spaventosa velocità da una trionfale orgia di playstation e tv a una noia mortale. Così, incoraggiato dal sottile invito di sua madre ad "alzare il culo da quel divano, per l´amor del cielo", aveva chiamato Koichi, che gli aveva proposto una giornata al mare con lui e Yukako, alla quale era riuscito abilmente ad aggiungere anche Okuyasu e Mikitaka.

Cioè, a dire il vero Mikitaka si era invitato da solo, con una telefonata misteriosamente arrivata un attimo dopo che aveva riagganciato con Oku.
Ora Josuke aveva l´inquietante dubbio che il loro alieno di quartiere vivesse dentro la linea telefonica.

Ad ogni modo, Josuke riteneva l´iniziativa un completo successo, la giornata seguente si prospettava piacevolmente diversa, ed era soltanto per questo che si era ritrovato a sorridere fra sè mentre si lavava i denti. Solo questo; non aveva niente a che vedere con il suono rauco della voce di Okuyasu.
Niente a che vedere per nulla.


 

°°°


 

L´appuntamento era alla fermata dell´autobus, ma casa di Okuyasu era di strada e Josuke sacrificò preziosi minuti di sonno per fermarsi prima da lui. Il buonumore della sera prima continuava a sollevarlo sulle sue ali, e suonò il campanello di casa Nijimura con un sorriso da un orecchio all´altro.

Okuyasu sgusciò fuori dal portone quasi di soppiatto, con due occhi più pesti del solito e le mani già ficcate nelle tasche della divisa scolastica.

"´giorno."

"Oi! Vuoi schiattare di caldo?!" protestò Josuke arricciando il naso. Lui aveva attentamente selezionato t-shirt, occhiali da sole e vecchi jeans sbiaditi che a suo parere facevano molto James Dean. "Guarda che io voglio fare il bagno."

Okuyasu si ritrasse con una specie di gracidio soffocato.

Josuke lo ignorò deliberatamente e gli tirò dietro la crema solare. "Muoviti, vatti a cambiare o faremo tardi!"

"Ok, ok, e va bene!" brontolò l´altro sgattaiolando di nuovo dentro.

"E PRENDITI UN TELO, PERCHÉ´ NON TI DARÒ´ IL MIO!" Gli gridò dietro Josuke.

 

Quando Oku si chiuse la porta alle spalle, Josuke avvertì una piccola scalfittura nel suo buonumore.

...Che razza di faccia. Ed è tutto dire, dato che è la faccia di Okuyasu.
...Non ha voglia di venire? Se non gli va di venire, poteva dirlo. Non ci vediamo da giorni, ed è una giornata perfetta per stare fuori, ma ok.
...Perché, comunque, cos´ha di meglio da fare? Nessuno l´ha costretto. (...un momento, ieri sera al telefono cosa gli ho detto esattamente..?) Be´, ad ogni modo avrebbe potuto dirm-

"Eccomi." borbottò Okuyasu richiudendosi dietro il cancello.
Josuke lo esaminò con occhio critico.

La vistosa combo da teppista di pantaloni tagliati al ginocchio + camicia hawaiana contrastava con il modo in cui Okuyasu si stringeva nelle spalle, guardingo come un gufo al sole, nell´apparente tentativo di occupare meno spazio possibile. Gettò a Josuke un´occhiata di sotto in su e per qualche istante cercò di intercettarne lo sguardo dietro gli occhiali da sole; poi guardò in basso grattandosi il naso con aria imbarazzata.

"Oi. Sembri proprio un gaijin del cazzo." borbottò.

"E tu sembri il cattivo di un telefilm anni ´80."

Un sogghigno ruppe l´espressione corrucciata di Okuyasu, che finalmente lanciò a Josuke una delle sue occhiate complici.

"Eeeesatto." ruggì trionfalmente, gonfiando il petto. Allacciò le mani dietro la testa e precedette l´amico lungo il marciapiede. "Ecco perché sono io quello figo fra noi due, Josuke."

Josuke sorrise. Non ne poteva fare a meno, quando sentiva il proprio nome raspato da quella voce di carta vetrata. Joh-su-keeh.

Si mise a correre verso la fermata e superando Okuyasu gli fece uno sgambetto.

"JOSUKEEE!"



°°°



La giornata fu memorabile, c.v.d.
Arrivarono sulla spiaggia quando ormai era già gremita - e non perché erano partiti vergognosamente tardi, of course, ma perché Koichi li aveva rallentati lungo la strada, con l´ombrellone, la borsa frigo e tutta l´altra roba che si era trascinato dietro.
Tuttavia trovarono comunque spazio sufficiente per accamparsi, e probabilmente il chiasso infernale che facevano ebbe un ruolo determinante nel persuadere i bagnanti a cedere loro spazio... quello, e l´aspetto sgangheratamente assortito del gruppo.
 

Lui e Okuyasu erano il paradigma del giovane teppista metropolitano, oltraggiosamente appariscenti anche nel mezzo di una folla.
Yukako era uno schianto, e Josuke e Okuyasu passarono una buona parte del proprio tempo a dare di gomito a Koichi, con allusive alzate di sopracciglia e altri gesti più o meno suggestivi. Non smisero neppure quando Love Deluxe li spinse entrambi con la faccia nella sabbia.
Ma la vera attrazione del giorno era Mikitaka, che si era presentato con un costume da bagno d´epoca a strisce, e la cui biondezza sotto il sole sembrava risplendere di luce propria. Compostamente seduto sui talloni, con Yukako che gli intrecciava i capelli, attirava tanto l´attenzione femminile che quella maschile; e Josuke ne era vagamente sollevato.
 

Non era da lui sentirsi in imbarazzo sotto lo sguardo degli altri; in effetti, di solito era proprio l´opposto.
Non si va in giro con i capelli di Josuke Higashikata e il gusto per gli accessori luccicanti di Josuke Higashikata se non si ama stare al centro dell´attenzione.
Ma era la prima volta che mostrava in pubblico le sue nuove cicatrici; e suo malgrado, Josuke si sentiva un po´ a disagio.

In realtà era già da qualche mese che esibiva punti e fasciature sul viso o sulle mani; e aveva sempre sfoggiato le sue ferite di guerra con una certa spacconaggine.
Ma queste cicatrici erano diverse. Erano grandi, livide e rabbiose, nulla che potesse far pensare a innocue scazzottate fra adolescenti. Queste cicatrici parlavano di morte violenta e ciò era perfettamente evidente anche a chi non aveva mai sentito nominare Yoshikage Kira.

Appena si era sfilato la maglia, Josuke aveva avvertito in modo quasi tattile lo sguardo degli amici sulla propria pelle; nessuno aveva detto nulla, ma l´improvviso silenzio mortificato era più che abbastanza per farlo arrossire furiosamente.
L´aveva salvato Okuyasu, mettendosi di colpo a berciare che voleva dell´anguria - e dando a entrambi il pretesto per dileguarsi in cerca di un bar.  

 

Dopo quella prima battuta d´arresto, ad ogni modo, tutto era andato per il meglio. Certo, Oku tornava a lanciargli di tanto in tanto un´occhiata contrita, ma Josuke si convinse che era solo imbarazzo, perché - si scoprì poi - Okuyasu nuotava più o meno con la stessa disinvoltura di un´incudine.
Riuscirono comunque a trascinarlo in mare e passarono il pomeriggio in titanici duelli in acqua, montati l´uno sulle spalle dell´altro, con inauditi episodi di gioco scorretto e interventi fallosi ad opera dei rispettivi stand.
E quando Josuke si sbilanciò troppo in avanti e fu sul punto di cadere in acqua, a grave rischio dell´incolumità della capigliatura, Oku si tuffò a sorreggerlo finendo sottto per quasi un minuto.
Dovettero mettercisi in due a ripescarlo, ma Josuke considerò il suo onore completamente ristabilito.


 

°°°


 

"Domani lo rifacciamo."

"Domani dormo fino a mezzogiorno." dichiarò Okuyasu con voce piatta.

La luce aranciata del tramonto accendeva di un rosso ancora più vivo le scottature sulle spalle e sul naso di Josuke, dove la pelle da bianca era diventata di un delicato color fragola.
Quanto a Okuyasu, l´acqua salata aveva fatto completamente imbizzarrire i suoi capelli, e anche se non esibiva la spettacolare fosforescenza di Josuke, sentiva la pelle tirare dappertutto. Ma questo piccolo fastidio non era nulla rispetto al rimescolio di viscere che l´aveva preso da quando lui e Josuke erano rimasti soli.

 

"Eravamo sette round a tre. Avremmo potuto vincere se non avessimo accettato di rigiocare tutto con l´ultimo match."

"Che ne sapevamo che ci si metteva Yukako?"

"Avremmo dovuto prevederlo quando abbiamo lanciato Koichi in acqua per la settima volta. Giurerei di aver sentito un rumore tipo SNAP. Era la vena sulla sua fronte, amico."

"Da cagarsi addosso. Ma non avevamo detto niente stand?"

"L´avevamo detto. Ma tutto è lecito in amore e in guerra."

 

Okuyasu sentì la faccia diventare di brace in un modo che non aveva niente a che vedere con le scottature. Il cuore gli batteva disordinatamente contro le costole, come se lo stessero sbatacchiando dentro una scatola.
Era lacerato fra due necessità opposte; da un lato, l´urgenza di sputare fuori le parole incandescenti che gli covavano dentro; dall´altro, il nuovo imperativo di nascondere, seppellire nel retrobottega del cervello, mandar giù e far finta di niente.
Questa nuova voce interiore non gli aveva mai parlato in precedenza; Okuyasu pensò che, forse, era perché prima si era sempre trovata al di fuori di lui: era quella di suo padre, di Keicho, degli insegnanti.
Ora che loro non c´erano, forse il suo istinto di autoconservazione aveva finalmente preso il loro posto; forse era la parte più assennata di lui che gli imponeva di chiudere il becco, che gli intimava di far finta di niente.

Ma, hey, Okuyasu non era una persona di senno.


 

Proprio pochi metri prima di arrivare al cancello di casa, Okuyasu inspirò bruscamente e si voltò verso il suo migliore amico.

"Josuke!" esclamò, cercando di suonare sicuro di sè e non come se il cuore volesse uscirgli dalla bocca.

Josuke si fermò incerto sui suoi passi. "Eh?" chiese, inclinando leggermente il capo. Finalmente aveva tolto gli occhiali scuri e l´ultimo raggio di sole accese scintille nei suoi occhi azzurri. Le ginocchia di Okuyasu cedettero un po´.

Ma poi lo sguardo di Josuke cambiò direzione e si fissò accigliato su un punto dietro le sue spalle.

"Oku? Era già rotta quella finestra?"

 

°°°

Quando si furono precipitati in casa, Okuyasu si accertò prima di tutto che suo padre fosse ancora lì.
C´era; dormiva russando rumorosamente nella sua soffitta. Quando fecero capolino nella stanza lo videro ronfare semisepolto dal futon.
Tornarono sui propri passi per esaminare le cose con più calma. La porta d´ingresso non era stata forzata e tutto in casa sembrava nello stesso familiare disordine.
La finestra spaccata era una di quelle del primo piano, quella del bovindo che si sporgeva verso la strada.
Josuke si chinò per tastare il pavimento nella penombra. "Non ci sono vetri qui." Lanciò a Okuyasu un´occhiata dubbiosa. "E´ stata rotta dall´interno."
Okuyasu spalancò gli occhi di colpo.
"StrayCat!!!"

Era proprio su quel davanzale, il più ombreggiato e fresco di casa, che l´aveva lasciato quella mattina. A StrayCat piaceva guardare fuori e acchiappare le mosche di passaggio.
Okuyasu aprì la finestra e si sporse a guardare. Centinaia di frammenti di vetro brillavano sul marciapiede; nessuna traccia di StrayCat.

 

"Come diavolo avrebbe fatto a sfondare la finestra e finire di sotto?" bofonchiò Josuke. "E´ una pianta."
"Ogni tanto soffia per cercare di colpire qualcosa, o perché si spaventa." spiegò Okuyasu mentre scendevano le scale. "Quando soffia, capita che si sposti all´indietro... tipo un calamaro."

"...un calamaro."

"O un missile."

Uscirono in strada e ispezionarono il punto dove si erano sparsi i vetri.

"Deve essersi spaventato e ha soffiato talmente forte da spararsi fuori dalla finestra." Borbottò Okuyasu grattandosi la testa. Si guardò intorno; niente che somigliasse a una pianta-gatto.
Ma due metri più in là c´era il cassonetto dei rifiuti.

"STRAYCAT!"

Il cassonetto era vuoto.



°°°


"...ecco cosa deve essere successo." disse Josuke, meditabondo. "StrayCat si è proiettato fuori dalla finestra ed è finito in strada. Il vaso si deve essere rotto cadendo; oltre ai vetri qui c´è della terra...e questo è un pezzo di coccio." Si accovacciò e prese il frammento di vaso tra le dita.

"Quando è passato il camion dei rifiuti..." Josuke lanciò un´occhiata preoccupata a Okuyasu, "...devono aver pensato che fosse caduto fuori dal bidone. E l´hanno portato via."

Okuyasu aveva la stessa smorfia dolorosa di quando gli era caduto un intero cono gelato.

Josuke si strinse nelle spalle. "Mi dispiace, amico."

"...Quindi l´hanno portato..?"

"Be´...immagino che sia finito in discarica." Josuke si accigliò. "...Se non ha steso nessuno prima."

Ma Okuyasu aveva l´aria di non aver sentito l´ultima frase. Guardava in basso con i pugni stretti, gli occhi pericolosamente lucidi e un accenno di labbro tremulo. Josuke sentì una piccola stretta di malessere. Le emozioni di Okuyasu sembravano sempre troppo grandi per lui; non riusciva a contenerle, debordavano da tutte le parti e si rovesciavano su chi gli era vicino.

Josuke sollevò le mani e mosse un passo verso l´amico con la cautela di chi si appresta a disinnescare una bomba. "Oku..."

"Vado a cercarlo!" ruggì Okuyasu.

Tirò rumorosamente su col naso e partì spedito lungo il marciapiede.

"Uoh, uoh, uoh, aspetta un secondo!" Lo trattenne Josuke parandoglisi davanti. "Okuyasu, a quest´ora l´avranno scaricato chissà dove. Non lo troveremo mai! Potrebbe essere caduto fuori dal camion, o finito sotto una valanga di spazzatura..!"

A quelle parole Okuyasu si ritrasse come se l´avessero schiaffeggiato, e Josuke si sentì pungere dal senso di colpa. Ma il suo amico stava buttandosi a testa bassa nell´ennesima idea di merda, e andava tirato fuori.

"Senti, Oku, dispiace anche a me." disse in tono più conciliante. "Davvero. Ma non sappiamo dove sia finito, siamo a piedi, e fra poco farà buio; aspettiamo almeno domani, ok? Domani mattina?"

Okuyasu scrollò ostinatamente il capo e passò oltre. Josuke alzò gli occhi al cielo e continuò a tenergli dietro. "Aspetta! Ma mi vuoi dire perché ci dobbiamo pensare per forza sempre noi?"

Okuyasu si fermò con un moto di infantile indignazione. "Io ho addomesticato StrayCat." disse. "Vive a casa con me. Mi prendo cura io di lui." Tirò di nuovo su col naso, poi sollevò il mento e dichiarò "L´ho addomesticato e si diventa responsabili per sempre di ciò che si addomestica!"

 

...Le Petit Prince..?

Come una stella filante, nella mente di Josuke si srotolò l´immagine di una cameretta color pastello, mattine d´inverno dalla luce diafana, e la voce di sua madre che leggeva ad alta voce. Doveva essere stato in terza o quarta elementare.
Il Piccolo Principe e la Volpe. Era l´ultima cosa che avrebbe immaginato di sentire nella voce sferragliante di Okuyasu.

E forse avrebbe dovuto trovare ridicolo quel ragazzone con la faccia patibolare e la voce da teppista, che citava a memoria libri per bambini e quasi scoppiava in lacrime nella determinazione di ritrovare il proprio gatto.

Avrebbe dovuto ridere, trovarlo ridicolo e anche un po´ patetico.

Invece Josuke sentì un pizzicore alla radice del naso, gli si chiuse la gola, e prima di rendersene conto stringeva Okuyasu fra le braccia.

"Mi arrendo, amico. Hai vinto tu."

Durò meno di un secondo, poi Josuke portò Okuyasu in punta di braccio, schiarendosi la voce. "E poi non sarebbe una buona idea lasciare che StrayCat si perda. Succederebbe qualche casino di sicuro e allora Jotaro verrebbe a prenderci tutti e due a calci nel culo."

Okuyasu, con gli occhi ancora lucidi, si aprì in un piccolo sorriso e Josuke dovette trattenersi dall´abbracciarlo di nuovo.


 

°°°


 

"...d´accordo. Qual è il piano?"

La sera estiva iniziava a tingersi di violetto e le prime stelle facevano capolino nell´aria fresca. Era quasi ora di cena e le strade erano deserte; si sentivano solo i grilli e il rumore cadenzato di un irrigatore in lontananza.

Josuke seguiva Okuyasu in una circospetta perlustrazione del vicinato; passavano in rivista un cortile dopo l´altro, facendo rapidamente capolino prima di passare oltre.

Alla domanda di Josuke Okuyasu fece impazientemente gesto di non parlare. Si appiattò lungo un muro di cinta e si sporse a guardare; dietro l´angolo, in un piccolo parcheggio, c´era una moto.

"Coprimi." disse quietamente mentre si avvicinava al mezzo parcheggiato. The Hand si materializzò con un lieve ronzio.

Josuke spalancò gli occhi. "Cosa diavolo stai facendo?!?" sibilò.

"A te cosa sembra?" borbottò Okuyasu mentre con un dito faceva sparire il lucchetto della grossa catena. Senza altri complimenti si mise ad armeggiare sotto il quadro di accensione. Josuke era praticamente in apnea; girò su se stesso terrorizzato dalla possibilità di vedere qualcuno, magari sua madre, affacciata a una finestra, o magari lungo la strada, a coglierli in flagrante.

Ma nel giro di due minuti la moto era accesa e Okuyasu era in sella.

"Monta su."

"Ma che cazzo, Oku..!"

"Quando avremo finito, la riporteremo qui e useremo Crazy D per rimettere tutto a posto."

"Ma comunque la stiamo rubando." bofonchiò Josuke salendo dietro Okuyasu.

"Prendendo in prestito." lo corresse l´amico.

"In prestito. Ma la moto che avevi era davvero la tua, almeno?!" esclamò Josuke afferrando le maniglie ai lati della sella con abbastanza forza da far sbiancare le nocche.

Okuyasu si limitò a ridere; poi fece qualcosa di molto, molto azzardato con l´acceleratore e la moto esplose in avanti come un proiettile. Il vicinato sparì alle loro spalle.


 

°°°


 

Per la prima volta dopo settimane, Okuyasu era di nuovo in sella; e dio se gli era mancato.
Il vento in faccia era una delizia sulla pelle accaldata e il rombo del motore che cantava riusciva a zittire tutto, la preoccupazione, l´ansia di parlare a Josuke, le varie piccole miserie di essere Okuyasu Nijimura.

La velocità gli arruffava i capelli e lo trascinava in avanti come un risucchio; fu solo quando erano ormai all´estrema periferia di Morioh che si rese conto di non avere una destinazione.
Prima ancora che potesse girarsi per far presente la falla nel suo piano, però, Josuke aveva steso una mano da dietro di lui, indicandogli la direzione.

"Come lo sai?" urlò sopra il rumore della corsa.

La mano che comparve di fianco a quella di Josuke apparteneva a Crazy Diamond, e stringeva fra le dita il coccio del vaso di StrayCat, visibilmente proteso in una direzione precisa. L´entusiasmo di Okuyasu riavvampò. "Sei un genio, cazzo!"

"Sbrighiamoci a recuperare il tuo gatto e torniamo a casa, sto morendo di fame!" gli urlò Josuke nell´orecchio.

"Ay ay, capitano!" Gridò lui di rimando; tirò l´acceleratore al massimo, la moto balzò avanti e con un gridolino soffocato Josuke gli si avvinghiò ai fianchi.

E per un glorioso, breve momento, Okuyasu Nijimura si sentì perfettamente felice.


 

°°°

 

 

Il coccio li guidò per qualche chilometro fuori città, finché non imboccarono la strada secondaria che portava alla discarica di Morio-cho. Okuyasu rallentò e si fermò in prossimità del grande cancello d´ingresso.
Abbandonarono la moto lungo la recinzione, appena fuori dal cono di luce dei lampioni, e a titolo sperimentale provarono a spingere il cancello. Era aperto.

"Tombola!" Esultò Okuyasu.

Josuke arricciò il naso senza dire niente. In genere, era la smorfia che faceva quando qualcosa non lo convinceva; ma Okuyasu scelse di non approfondire e varcò il cancello. Nemmeno il tempo di guardarsi intorno che un´imprecazione soffocata di Josuke lo fece sobbalzare.

Si voltò; il suo amico aveva fra le mani un vaso di coccio perfettamente integro e completamente vuoto.

"...Forse ci abbiamo messo troppo." borbottò. "Gli altri pezzi del vaso devono averci raggiunto a metà strada."

"Be´, ormai siamo arrivati, comunque." disse Okuyasu scrollando le spalle. "Non ci resta che cercarlo."

"Già. Senza torce elettriche. In una discarica. Di notte."

"Però c´è la luna piena."

"E come minimo scopriremo che in discarica ci sono i lupi mannari."

"In quel caso, per trovare StrayCat basterà seguire i guaiti." ghignò Okuyasu.

 

Camminarono per qualche minuto nel paesaggio vagamente lunare, fra dune di plastica che franavano sotto i loro piedi, relitti di lavatrici e materassi fradici. Gli occhi si abituarono rapidamente all´oscurità, ma fu presto evidente che (...come al solito) Josuke aveva ragione: era come cercare un ago in un pagliaio.

"Potremmo dividerci e provare a chiamarlo." propose Okuyasu senza troppa convinzione. "...non che risponda quando lo chiami."

"...e non che possa correrci incontro." sospirò Josuke. "Ascolta." disse, e Okuyasu si mise istintivamente sull´attenti. "Proviamoci. Ci dividiamo. Io proseguirò da questa parte, e tu proverai ad andare da quella. Non perdere di vista le luci della strada e fai attenzione a dove metti i piedi. Fra dieci, quindici minuti, torneremo tutti e due indietro. Ok?"

Okuyasu annuì vigorosamente. Stava già voltandosi quando Josuke lo trattenne mettendogli una mano sulla spalla.

"E, uhm. Fai attenzione, ok?"

In quel momento Okuyasu avrebbe disperatamente voluto incontrare il suo sguardo, in cerca di indizi; ma i capelli dell´amico gettavano un´ombra impenetrabile sui suoi occhi. Si sforzò di tirare fuori una risata e rispose "Sì, mamma!", scrollando via la mano di Josuke. Poi si allontanò in un frusciare di sacchetti calpestati.


 

°°°



A parte un odore orribile, la discarica non sembrava avere molto da offrire. Okuyasu si sforzava di tenere gli occhi e le orecchie aperti, ma nulla si muoveva eccetto il riflesso della luna sulla distesa di plastica. Provò senza troppa convinzione a chiamare StrayCat con  lo schioccare di labbra che usava quando gli portava da mangiare; ma nulla.

Intanto pensava a Josuke.

Josuke era piuttosto affettuoso, per essere un adolescente alto un metro e ottantasei. Il suo viso aveva un´espressione naturalmente dolce e distribuiva abbracci con genuino entusiasmo. Okuyasu pensava che potesse entrarci in qualche modo il fatto che era cresciuto vezzeggiato da una mamma e un nonno che stravedevano per lui. O forse era l´esuberanza yankee che si portava dentro dal ramo paterno; fatto sta che Josuke era un raggio di sole, aperto e bendisposto verso il mondo. Ecco perché di solito Okuyasu non faceva troppo caso al modo in cui Josuke gli sorrideva o gli gettava con noncuranza un braccio intorno alle spalle.

Da quando però il "solito" non esisteva più, sembrava che tutta l´epidermide di Okuyasu percepisse la vicinanza di Josuke come elettricità statica; ogni volta che lui lo toccava diventava acutamente consapevole della pressione delle sue dita e del calore che si spandeva dalle sue mani.

La giornata di oggi era stata allo stesso tempo terrificante e meravigliosa. E più Okuyasu sprofondava in quelle sabbie mobili, più aveva paura di rompere l´incantesimo dicendo qualcosa di sbagliato. Eppure, più affondava e più sentiva la necessità di parlare, con la stessa urgenza con cui sott´acqua gli era mancata l´aria.

Ed era sempre per colpa di Josuke.

Okuyasu diede un calcio a una lattina e ricominciò a chiamare StrayCat.


 

°°°


 

Stretto nelle spalle, Josuke guardò Okuyasu sparire nel buio. Non si capacitava ancora di essersi fatto trascinare fin lì, stanco, con un disperato desiderio di farsi una doccia e lo stomaco che si contorceva per la fame - perfino nell´aria nauseabonda della discarica.
Eppure eccolo lì, a guardare quella schiena curva, e a fare del suo meglio per ignorare il laccio intorno al cuore che si stringeva a vederla allontanarsi.

 

Non era una passeggiata, cercare di dimenticare quello che era successo il 15 luglio. Josuke si era trovato a non dormire e a soffrire di incubi. Koichi diceva che era PTSD. Josuke lo combatteva a colpi di playstation e di bibite energetiche. Ma il rimedio più sicuro era in tre sillabe scheggiate. "Joh-su-keeh".
Si sarebbe rapato a zero prima di ammettere davanti a Okuyasu che gli accadeva di svegliarsi piagnucolando nel cuore della notte.
Nel frattempo, quindi, continuava con le solite cose; e si dava il caso che le solite cose, quella sera, consistessero nel razzolare nella discarica di Morioh-cho alla ricerca di un gatto non morto mutante.

"Dove sei, stupida bestia..!" mormorò a denti stretti.

Immediatamente dopo udì un leggero click alle proprie spalle.


 

"Fermo." intimò fredda una voce.

Con un bruttissimo presentimento, Josuke si immobilizzò; inclinò soltanto il capo quanto bastava per guardare indietro. La luce pallida delineava appena i contorni di un uomo con il braccio steso verso di lui, all´estremità del quale si indovinava un luccichio metallico.

Merda.

"Che cosa ci fai qui..?" proseguì la voce sconosciuta. Aveva l´accento della Città di S e un´indolenza strascicata. Josuke non disse nulla. Crazy Diamond era già schierato dietro di lui, ma lo sconosciuto si trovava appena fuori dalla sua portata.

Lentamente, e senza abbassare la mano che reggeva la pistola, l´uomo gli girò intorno fino a poterlo guardare; sempre pochi passi al di fuori dal raggio d´azione del suo stand.

"...un marmocchio." commentò l´uomo con la pistola, con una nota di divertito disprezzo. "Ti sei perso, ragazzino?"

 

Josuke non aprì bocca.

"Se fossi a dormire come i bravi bambini, adesso non ti saresti ficcato in questo guaio." cantilenò lo sconosciuto.

Fai un altro passo avanti, coglione pensò Josuke digrignando i denti.

"Non ti hanno insegnato a rispondere quando ti parlano, mezza sega?!" esplose l´uomo con uno scatto nervoso e la voce più acuta di un´ottava.

...alla prova dei fatti, si ritrovò a osservare Josuke, non si può negare che i modi di Okuyasu siano proprio quelli di un teppista.

Schiumando per il prolungato silenzio, l´uomo si decise - finalmente! - a fare un passo avanti, ma proprio in quel momento si udirono due spari in lontananza.

Entrambi si voltarono con un sussulto; una frazione di secondo dopo Josuke si era già proiettato in avanti, e Crazy Diamond colpiva l´uomo sotto il mento con abbastanza forza da spegnergli il cervello.

Con il cuore che gli rimbombava nelle orecchie Josuke si gettò a correre. Tre passi dopo ritornò freneticamente indietro, raccattò la pistola e dopo un attimo di esasperata esitazione se la ficcò in tasca; poi ricominciò a correre disperatamente in direzione degli spari.


 

°°°



Okuyasu Nijimura si era sempre considerato più uno da fatti. Uno che lavorava meglio con le mani che con le parole.
Eppure sembrava che, proprio alla prova dei fatti, non riuscisse comunque a farne una giusta.
Questo pensava Okuyasu correndo forsennatamente, mentre il fischio dei proiettili gli sibilava ancora nelle orecchie e cercando di far scomparire la maggior distanza possibile con un solo gesto.
Era stato tutto molto rapido.

 

Camminando era arrivato fino al limitare della scarpata lungo cui i rifiuti venivano spinti giù per essere compattati. E proprio là sull´orlo, visibili come in pieno giorno sotto la luce della luna, c´erano tre uomini, due in piedi e uno in ginocchio, di faccia alla scarpata.
Uno degli uomini in piedi aveva sollevato la mano verso la testa dell´uomo in ginocchio - e Okuyasu non aveva avuto neppure bisogno di vedere la pistola, la sua mano destra si era già mossa e aveva trascinato via l´inginocchiato, portandolo incolume davanti a sè.

Okuyasu aveva avuto solo il tempo di vedere i suoi occhi folli di terrore, prima che l´uomo balzasse in piedi e si buttasse a correre in direzione opposta al precipizio, imbavagliato e con le mani legate com´era.
E Okuyasu l´aveva imitato, prima che gli uomini armati avessero il tempo di capire cosa era successo.
...Probabilmente non l´avevano capito, ma non avevano perso tempo lo stesso; avevano sparato due colpi - mancando il bersaglio, per quanto era dato di capire a Okuyasu - e poi si erano gettati all´inseguimento.
Seguivano lui o l´uomo imbavagliato? Avrebbero sparato ancora? Quanti erano?

...Dov´era Josuke?

Okuyasu si guardò ansiosamente intorno - e in quel momento mise un piede in fallo, cadde in avanti e tutto divenne buio.


 

°°°


 

La prima cosa a emergere dall´oscurità fu la voce di Josuke.

"Pensateci bene. Non guadagnate niente a ucciderci."

La seconda fu la sensazione di qualcosa di caldo che gli copriva la faccia in contrasto con un oggetto freddo che gli premeva contro la tempia.

Okuyasu spalancò gli occhi, ma una fitta gli esplose in mezzo alla fronte e lo costrinse subito a richiuderli. Capì di aver battuto la testa, capì di essere immobilizzato da qualcuno alle proprie spalle - qualcuno che gli aveva bloccato le mani e teneva la canna di una pistola contro la sua tempia - e che doveva aver preso una storta, perchè la caviglia sinistra era in fiamme. Cazzo.

Cazzo, cazzo, cazzo-

Ogni fibra del suo corpo gli gridava di balzare in piedi, di combattere, ma Okuyasu si morse la lingua e si impose un´immobilità di pietra.

Non fare niente. Pensa. Non fare quello che farebbe Okuyasu Nijimura.

Non fare niente.

Ascolta.


 

°°°


 

E´ troppo tardi è troppo tardi è di nuovo troppo tardi - NO - non è troppo tardi o non l´avrebbero preso ostaggio - e se invece fosse un bluff? - non è troppo tardi non è troppo tardi non è troppo tardi-

"Non sappiamo cosa stia succedendo. Non ci interessa." ripetè Josuke lentamente, tenendo le mani alzate all´altezza delle spalle. Aveva la bocca secca, ma la voce era ferma. "Andatevene per la vostra strada e noi faremo altrettanto."

Correndo aveva visto un´ombra fuggire nella sua direzione - fuggire e poi cadere; gli si era strozzato un grido in gola mentre tentava di raggiungerla - ma poi con la coda dell´occhio aveva visto due uomini più in là, due uomini che si chinavano, si chinavano per sollevare un corpo - e alla luce della luna aveva visto balenare i capelli del caduto di un riflesso d´argento.

 

Aveva raggiunto i due uomini correndo con i polmoni in fiamme, e anche loro erano armati - una pistola si era rivolta subito contro di lui, l´altra contro la tempia di Okuyasu - che buttava già sangue - che sembrava svenuto.
E´ svenuto.
Ancora una volta, la distanza giocava contro di lui e Josuke aveva dovuto fermarsi davanti alla pistola spianata. Si era morso il labbro fino a spaccarlo.

 

"Qualsiasi cosa abbiate fatto, due minorenni morti non miglioreranno la vostra situazione."

Le sue parole furono accolte da una risata sarcastica.

"I ragazzini si fanno ammazzare in continuazione da queste parti. Non lo sai?" lo sbeffeggiò l´uomo che puntava l´arma verso di lui. Aveva i capelli leccati indietro e la camicia aperta.

"Adesso tu ti inginocchi e mi dai le mani."

"Dobbiamo ancora acchiappare Miyamoto." si intromise quello che teneva immobilizzato Okuyasu. La sua voce tradiva una punta di nervosismo.

"Non può essere andato lontano. Lo beccherà Tsutomo-kun vicino al cancello. Intanto abbiamo da badare ai nostri due...minorenni."

 

In quel momento Josuke udì un ronzio sommesso; e davanti alla forma immobile di Okuyasu si materializzò The Hand, con un dito davanti alla bocca e l´altra mano protesa, con tre dita sollevate. Josuke fremette, e subito sperò che nessuno l´avesse notato. Crazy Diamond comparve invisibile al suo fianco.

Tre.

"Dopotutto, non c´è nemmeno bisogno di sprecare un proiettile."

Due.

Josuke deglutì istintivamente davanti al balenio di un coltello sguainato di fronte agli occhi.

Uno.

Crazy Diamond scattò quasi senza che Josuke se ne rendesse conto, abbattendo l´uomo col coltello; contemporaneamente, quello che tratteneva Okuyasu balzò indietro con un grido di dolore, reggendosi il naso che Oku aveva colpito con una testata.
Prima ancora che Josuke lo raggiungesse, Okuyasu era in piedi e aveva assestato un pugno risolutore alla tempia dell´uomo. The Hand glie ne somministrò qualche altro mentre Okuyasu crollava sulle ginocchia.

 

Finalmente Josuke lo raggiunse. Era senza fiato, ma mise all´opera Crazy Diamond non appena si trovò abbastanza vicino.

"...Hey." ansimò accovacciandosi vicino a Okuyasu.

"Hey." disse lui di rimando. Nella luce rosea di Crazy Diamond il suo viso era una maschera di sangue - ma sogghignava. Josuke gli spostò un ciuffo di capelli dalla fronte, dove un taglio stava finendo di rimarginarsi. Okuyasu scrollò la testa ridacchiando. "E´ troppo dura per rompersi." disse dandosi un colpetto sulla fronte. Istantaneamente tradì una smorfia di dolore. "Ouch."

"...scemo." sbuffò Josuke sorridendo.


 

°°°



 Due minuti dopo avevano ripreso fiato e furono in grado di rimettersi in piedi. 
Josuke volse lo sguardo sui due sconosciuti riversi a terra. Catene al collo, scarpe costose e capelli annegati nel gel. Sembrava proprio che si fossero quasi fatti ammazzare da dei delinquenti da fumetto. A Josuke non sfuggì l´ironia della cosa. 
Lui comunque usava la lacca.

Raccolse in silenzio le pistole e tirò fuori quella che aveva ancora in tasca. Ebbe solo un attimo di esitazione prima di colpirle con Crazy Diamond, fondendole irrimediabilmente in un unico groviglio.

"Andiamocene." disse incamminandosi.
Okuyasu si limitò ad annuire, strofinandosi via il sangue dalla faccia. Si erano già allontanati di un centinaio di metri quando interrogò Josuke con uno sguardo di sotto in su. 

"E l´altro tizio?"

"Quale altro tizio?" Solo mentre lo diceva Josuke si ricordò della prima figura che aveva visto cadere, e che aveva quasi scambiato per il suo migliore amico. Si accigliò. "L´ho visto andare giù."

"...Erano venuti qui per farlo secco." disse Okuyasu. Anche lui aveva la voce impastata. "Volevano far sparire il corpo giù per la scarpata." Tacque qualche istante, poi aggiunse piano "...l´ho fatto scappare. Per quello erano così incazzati."

Josuke alzò le sopracciglia e con un mezzo sorriso scoccò un´occhiata all´amico. "Ah, ecco cos´è che è successo. Great, Oku."

Sospirò e si fermò a guardare il cielo. La luna stava salendo, diventando via via più piccola. Cercò con gli occhi le luci della strada e gli sembrarono desolatamente lontane.

"...dovremmo andare a vedere cosa gli è successo, vero?" mormorò.

Avrebbe voluto andare dritto fuori di lì; avrebbe dato qualsiasi cosa per essere a casa, steso nel suo letto fresco. Di colpo si sentiva completamente esausto. Chiuse gli occhi e scrollò le spalle.

"Ok. Diamo un´occhiata mentre torniamo indietro." sospirò.

Indovinò, più che vederlo, l´accendersi del sorriso di Okuyasu, e non potè fare a meno di sorridere un pochino a sua volta.

"...probabilmente è solo un altro mafioso, comunque." borbottò. "Oku..?"

"Mh?"

"Mi dispiace per StrayCat."

Okuyasu non disse niente, ma con la spalla urtò dolcemente la spalla di Josuke.


 

°°°


 

Il punto dove Josuke aveva visto l´uomo cadere distava poche centinaia di metri. Man mano che si avvicinavano cominciarono a udire un rumore strano; qualcosa che sembrava l´ululato del vento fra le foglie misto a un piagnucolio soffocato. Okuyasu si illuminò e corse avanti.

Proprio dietro una duna di sacchi neri si svolgeva una scena surreale.

Un uomo imbavagliato stava con la schiena premuta contro un frigorifero sventrato, cercando di coprirsi con le mani legate il viso ridotto a un puntaspilli. Il piagnucolio veniva da lui.
A tre metri di distanza, appollaiato in cima a un cumulo di resti di potatura, c´era StrayCat in pieno assetto da combattimento: soffiava ferocemente, con tutte le foglie rigonfie e l´infiorescenza degli occhi che balenava nella luce lunare.

Okuyasu si accovacciò a pochi passi da lui, schioccando le labbra e protendendo una mano come se tenesse qualcosa fra le dita.
Questo sembrò catturare l´attenzione della belva, perché smise di soffiare e spostò i petali (occhi..?) in direzione della mano. Ondeggiò leggermente sullo stelo, protendendosi per annusare; e a quel punto Okuyasu si avvicinò e lo raccolse.

Per qualche dannata ragione, quel gatto (pianta?) si calmava infallibilmente in braccio a Oku; e anche stavolta si acquietò, lasciandosi accarezzare con cautela, anche se continuava a ondulare nervosamente le grandi foglie inferiori.
"Ma dove ti eri cacciato, eh?" lo rimproverò affettuosamente Okuyasu.  

...E Josuke non avrebbe dovuto pensare che un teppista con la faccia sporca di sangue, che vezzeggiava il suo gatto-mostro con la voce di un alcolista e la tenerezza di una madre, fosse maledettamente adorabile.

Era così rapito dal momento che quasi si era scordato del fuggitivo. Si riscosse quando sentì tirare timidamente l´orlo della propria t-shirt e ritrovò il poveraccio ai propri piedi, con l´inconfondibile espressione di chi si era trovato coinvolto in faccende di stand ed era vissuto per raccontarlo.

Eh sì, amico.

Bizzarra la vita.

 

 

°°°



Per farla corta, Josuke aveva guarito il tizio, gli aveva consigliato con sereno pragmatismo di tenere il suo cazzo di becco chiuso su quanto aveva appena visto, e poi lo aveva lasciato andare. E poi erano finalmente usciti dalla quella stramaledetta discarica.

Ritrovarono la moto dove l´avevano lasciata, ma questa volta Okuyasu acconsentì a lasciar guidare Josuke; aveva messo StrayCat nel taschino della camicia e doveva tenerlo al riparo per non farlo volare via. Di conseguenza, il viaggio di ritorno fu più tranquillo e silenzioso di quello di andata, anche se sembrò durare meno.

Parcheggiarono; rimisero furtivamente la moto al suo posto; camminarono fino a casa; e finalmente, con un sospiro di esausta soddisfazione, Okuyasu posò StrayCat in un angolo riparato del giardino.

"Domani ti compro un vaso nuovo." disse coprendogli le radici con un pugno di terra. Si pulì le mani sui jeans e si rialzò.
Josuke era in piedi di fianco a lui, con le mani sprofondate nelle tasche e due spaventose occhiaie viola sotto gli occhi azzurri. Aveva l´aria di potersi addormentare sul posto da un momento all´altro e a Okuyasu non era mai sembrato così bello.

Ma Okuyasu non era Josuke, gli abbracci non erano cosa sua, e così si limitò a sorridere, farfugliando "...Eh. Grazie."

"Figurati." Josuke si grattò la nuca, guardando in basso. "Posso scroccarti una doccia..? Se entro in casa così mia madre mi uccide."

"Certo!"

"...ai vestiti credo che darò direttamente fuoco."


 

La casa di Okuyasu era sgangherata, vecchia e discretamente caotica, ma era grande; perciò Okuyasu cedette a Josuke il bagno più decente, quello della sua camera, e andò a lavarsi nel bagno di sotto.
Spremette quasi una bottiglia di bagnoschiuma e si strofinò fino a farsi bruciare la pelle, prima di togliersi dalle narici l´odore della discarica; nel frattempo pensava a Josuke.

La giornata era stata...un po´ più complicata di quanto avesse preventivato. Ma non voleva lasciarla passare senza avergli parlato. Anche se non sapeva ancora cosa gli avrebbe detto.

Eppure, con tutto quello che era successo - e con l´ennesimo casino in cui aveva trascinato Josuke - non gli sembrava giusto pretendere ancora attenzione per sè.
Oltretutto, per una cosa che - Okuyasu sentì una stretta alla bocca dello stomaco - qualcosa che, beh, qualsiasi cosa fosse stata, probabilmente avrebbe lasciato dietro di sè un prima - e un dopo.

Non era sicuro che il dopo avrebbe potuto rimanere uguale al prima. Non solo sapeva che avrebbe potuto perdere qualcosa di importante, ma intuiva che c´era il rischio di portarla via anche a Josuke.

Questo rimuginava, mentre con un asciugamano intorno ai fianchi e uno sulle spalle saliva le scale verso la propria camera, frizionandosi energicamente i capelli bagnati.

"Oi! Sto entrando!" annunciò aprendo la porta.


 

La stanza era illuminata solo dalla piccola lampada sul comodino; Josuke, avvolto in un asciugamano, gli dava le spalle nella penombra. Era in piedi davanti all´armadio dove la sua divisa scolastica stava appesa a un´anta.
Si voltò sentendolo entrare; e quando incontrò il suo sguardo, una scarica elettrica passò Okuyasu da parte a parte.

Ancora bagnati, i capelli di Josuke sembravano lunghissimi, ciocche nere come pennellate d´inchiostro che gli scendevano sulla fronte e lungo il viso, sulle guance arrossate dal sole. Ma più di questo, a tenere in ostaggio il respiro di Okuyasu era l´espressione nei suoi occhi.

Gli occhi di Josuke erano pieni di sorpresa, come se fosse stato colto in un momento privato; ma c´era anche un candore disarmante, da bambino; c´era un impercettibile velo lucente - e c´era...qualcosa a cui Okuyasu non seppe dare un nome.
Incapace di parlare abbassò gli occhi, che scivolarono sulle spalle e sul petto di Josuke bianchi e rossi per il sole; e infine lo sguardo gli cadde sulla cicatrice rabbiosa nel punto dove la ringhiera gli aveva aperto un fianco.

Okuyasu si sentì bruciare gli occhi e fu costretto a chiuderli, ricacciando indietro lacrime indesiderate. Quando li riaprì si accorse che la mano di Josuke era posata sulla sua divisa, nel punto dove era stato colpito il 15 di luglio.

Si costrinse a deglutire.

"Visto? Nemmeno un filo fuori posto." balbettò.

Che stai dicendo?

Finalmente Josuke abbassò gli occhi, permettendogli di respirare di nuovo. Si toccò inconsciamente sotto le costole, proprio dove Crazy Diamond l’aveva rimesso insieme come un puzzle difettoso. "Se non fosse stato per te adesso starei facendo crescere le margherite."

Josuke sorrise, ma continuò a guardare in basso. Le sue ciglia lunghissime disegnavano ombre sulle sue guance. "Potrei dire lo stesso, sai." mormorò.

Okuyasu sentì crescere la pressione dentro il petto. "...Non è giusto." si ritrovò a dire. "Crazy Diamond è un potere terribilmente ingiusto."
Senza accorgersene stava stringendo i pugni. "Come...come gli incantesimi nei libri di fiabe. Puoi guarire tutti, riaggiustare tutto, ma non puoi guarire te stesso. Non è giusto." Sentì gli occhi bruciare.  "Proteggi sempre tutti. E tu? Io..."

Si fermò per tirare su con il naso e cercò con lo sguardo un punto a cui ancorarsi, un modo per frenare, ma ormai le parole uscivano da sole.

"...io voglio proteggerti."

La sua voce era a pezzi, piena di punte taglienti come un vetro rotto: "...ad ogni costo. Perché... perché io-"

"Basta!" lo interruppe Josuke con una forza che lo fece sussultare.

Fremeva, con il capo chino, i capelli neri che stillavano acqua sul pavimento.
"Piantala! Non voglio sentire!” continuò con voce vibrante. “Non voglio che tu..." e la frase rimase spezzata, sospesa nell´aria, mentre Josuke cercava di ritrovare la voce per dire - "...Non voglio perderti più." 
Dicendo questo, alzò di nuovo gli occhi, erano pieni di lacrime, ma si illuminarono di un minuscolo sorriso, quando con una voce piccola piccola sussurrò "...altrimenti come faccio, io?"

 

Okuyasu Nijimura non era bravo con le parole; le temeva perché sapeva come potevano tagliare il cuore in due.
Come adesso, quando cedette di colpo al traboccare del pianto e prendendo Josuke fra le braccia lo strinse più forte che poteva, con una mano affondata fra i suoi capelli e un´altra a cingergli la vita.
Josuke crollò sulla sua spalla, ricambiando la stretta come se stesse annegando, le dita conficcate quasi dolorosamente sulla sua schiena.
Piangeva stringendo i denti come quella mattina di pioggia, e Okuyasu poteva sentire le lacrime calde che si mescolavano all´acqua fredda che gli scendeva dai capelli.

"Shh, è tutto ok." balbettò cercando di controllare il tremito nella voce. "Dai -non piangere-" ma non riuscì a finire, perché un singulto lo costrinse a nascondere il viso fra i capelli di Josuke.
"...cazzo.” singhiozzò. “Ti prego, non piangere."

Il petto di Josuke fu squassato da una strana risata mezzo inzuppata di lacrime; e la vibrazione si trasmise direttamente dalle sue costole a quelle di Okuyasu. "Da che pulpito" ridacchiò; e Okuyasu si ritrovò a ridere suo malgrado, farfugliando un poco convinto "Vai a farti fottere."

Piangevano e ridevano allo stesso tempo, senza che nessuno dei due riuscisse ad allentare la stretta; e si trovarono in ginocchio sul pavimento così, abbracciandosi forte fra i singhiozzi che andavano diradandosi.

Lentamente, Okuyasu sentì il proprio respiro e quello di Josuke tornare regolari. Ma aveva le mani ancora affondate nei suoi capelli e intorno ai suoi fianchi, il battito del cuore martellava direttamente dal petto di Josuke al suo, e avvertiva come fuoco la pressione delle sue mani sulla propria schiena e il suo fiato vicino all´orecchio.

Lentamente, come se stesse maneggiando cristallo, Okuyasu sollevò il capo quel tanto che bastava per guardare l´amico in viso. I suoi occhi erano arrossati per il pianto e ancora lucidi, e le sue labbra socchiuse erano terribilmente rosse. 
Okuyasu sentì la testa diventare leggera, mentre una forza irresistibile lo attirava avanti come un magnete. "J-Josuke..."

"...dillo di nuovo."

"Huh?"

"...il mio nome. Dillo di nuovo."

"Josuke."

"Ancora."

"Joh-su-keeh." ripeté Okuyasu, ridendo senza sapere il perché.

"O-ku-ya-su." rispose Josuke modellando ogni sillaba fra le labbra, in un modo che lasciò Okuyasu senza fiato.

Era così vicino a quelle labbra che quasi poteva sentirne il sapore - gli occhi gli si chiudevano - e poi...

E poi il suo stomaco proruppe in un brontolio cavernoso che echeggiò nel silenzio della stanza.

 

Colti alla sprovvista, si scambiarono uno sguardo attonito prima che Josuke crollasse sul pavimento in preda a un´irrefrenabile risata. Okuyasu rimase interdetto un momento di più, ma poi scoppiò a ridere a propria volta, non appena anche lo stomaco di Josuke iniziò a brontolare.

Rimasero sdraiati a ridere per un po´, tenendosi la pancia; alla fine Josuke si tirò sui gomiti e gli scoccò un sorriso accattivante. "Mcdonald´s?"

"Chi arriva per ultimo paga." replicò Okuyasu, e senza perdere un istante acchiappò un paio di pantaloni e una t-shirt rimasti in giro, infilandoseli mentre già carambolava giù per le scale.

"BASTARDO!" risuonò la voce di Josuke dal piano di sopra.

 

°°°

 

Quando Josuke Higashikata toccò finalmente il letto era quasi l´alba. Il cielo si stava orlando di violetto e i primi uccelli cantavano dai rami di fronte alla sua finestra.

Anche se aveva dovuto pagare lui la cena, Okuyasu gli aveva lasciato sorbire quasi tutto il proprio McFlurry e aveva detto, con perfetta serietà, che con i capelli sciolti era uno schianto.

"Più di Yukako?"

"Duecento volte più di Yukako. Ma non dirle che l´ho detto."

 

Avevano anche svelato l´arcano su cosa avesse causato l´accidentale fuga di StrayCat.

Josuke aveva riaccompagnato Okuyasu a casa dopo il Mac, non senza il vago progetto di riprendere da dove si erano interrotti.

Ma non appena avevano aperto la porta una sagoma tarchiata si era slanciata tentoni verso di loro, con un´inquietante andatura ondeggiante e una testa dalla forma assurdamente geometrica. Terrorizzato, Josuke aveva già materializzato Crazy Diamond, quando Okuyasu aveva acceso la luce.
Quello che era successo era semplicemente che suo padre aveva infilato la testa in una busta di carta e non era più riuscito a tirarla fuori.

"...porca puttana." aveva esalato Josuke addossandosi allo stipite della porta.

"E dai, pà." sospirò Okuyasu liberandolo dalla busta. Il suo mostruoso genitore aveva battuto le palpebre un paio di volte, lo aveva abbracciato con gratitudine e poi era tornato dentro casa con la sua andatura a papera.

"...E anche questa è fatta." Aveva ridacchiato Okuyasu con un po´ di imbarazzo.

“Praticamente come in Scooby Doo.” aveva assentito Josuke con un mezzo sorriso.

Poi era rimasto esitante sulla soglia.

 

"Immagino che...sia ora di andare a casa." aveva detto in tono discorsivo. Poi era rimasto lì.

"Grazie di tutto. Josuke." aveva risposto Okuyasu a voce bassa.

Josuke non voleva andare via, ma non aveva più ragioni per restare.

 

Almeno, non ragioni che intendesse affrontare adesso, esausto oltre ogni dire e ridotto uno straccio, in piedi sulla porta. Gli occhi di Oku erano infossati e quasi febbrili; era crudele tenerlo ancora sveglio. Doveva andare, ma c’erano tante cose di cui voleva ancora parlare.

Si illuminò.

"Ah, torno domani. Per riportarti i vestiti." esclamò tirando un lembo della maglia che aveva preso in prestito da Okuyasu. "...e a riprendermi i miei. O a seppellirli in giardino, insomma."

"Niente rifiuti tossici sulla mia proprietà, Higashikata." brontolò Okuyasu con un finto cipiglio. "Allora...ti aspetto domani?"

"Domani. ´Notte."

"´Notte, Josuke."

 

Adesso, mentre il sonno gli copriva rapidamente gli occhi, Josuke pensava a domani.ù
Pensava alla voce ruvida di Okuyasu che ripeteva il suo nome e a quello che sentiva guardando la sua schiena allontanarsi; pensava al modo in cui gli sorrideva e alla forza con cui lo aveva abbracciato.
C´erano tante cose che doveva dire, o forse era solo una. Domani sarebbe tornato da Okuyasu e gli avrebbe parlato.

Domani.



°°°

The end (?)

°°°


NB: ho un headcanon per cui Oku non ha letto quasi niente in vita sua, ma sa a memoria i libri di fiabe che gli leggeva la mamma. Shut up, I´m not crying, you´re crying. 

PS, se stai leggendo fin qui vuol dire che l´hai finita; wow! XD ti prego, scrivimi cosa ne pensi!

     


                     





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