FanFiction Ranma 1/2 | Vorrei non essere mai nato di lo_storico | FanFiction Zone

 

  Vorrei non essere mai nato

         

 

  

  

  

  

Vorrei non essere mai nato   (Letta 801 volte)

di lo_storico 

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Sezione:

Anime e MangaRanma 1/2

Genere:

Introspettivo - Avventura

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Ranma

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Una giornata difficile  

Salve gente. So di aver altre due ff in sospeso, ma questa mi è venuta di getto e ho dovuto scriverla subito, sennò perdevo l'ispirazione. Dunque, tutto parte da una cattiva giornata durante la quale Ranma diventa più riflessivo del solito...


  

In una tiepida
giornata di fine maggio, a Nerima, quartiere residenziale di Tokyo, la vita
scorreva come ogni singolo giorno: gli impiegati andavano in ufficio, gli
studenti a scuola, gli operai nei vari cantieri, mentre i passanti circolavano
per le affollate vie cittadine durante l’orario di shopping. Tra questi figurava un ragazzo con i capelli neri
raccolti in un codino che indossava dei caratteristici abiti cinesi, con
casacca rossa senza maniche e pantaloni neri da kung-fu: era Ranma Saotome,
erede della Scuola di Arti marziali indiscriminate Saotome. Il suo umore non
era dei migliori, apparendo cupo e imbronciato, tanto che i pochi passanti che
lo scrutavano preferivano evitarlo anziché scambiare un qualsiasi contatto con
lui.



Anche oggi, per
l’ennesima volta nella sua vita, tutto gli era andato storto: prima suo padre
Genma lo aveva svegliato buttandolo nel laghetto di casa Tendo, innescando la
sua trasformazione in ragazza e ingaggiando un allenamento mattutino che si era
concluso con entrambi i Saotome ammollo nell’acqua, e l’inevitabile cambiamento
di Genma in un enorme panda. Poi la tormentata colazione, con la classica
batatglia tra lui e il padre per il cibo e il rimprovero verso i due di Nodoka,
affinché mantenessero un comportamento più civile. Ultimamente anche sua madre
stava mettendogli più pressione addosso, incitandolo a comportarsi come un
“uomo virile” e a decidersi una buona volta a scegliere tra le sue numerose
fidanzate. Ranma non sapeva perché, ma sentiva che la madre era delusa di lui,
forse per la maledizione che lo rendeva metà donna, oppure perché, ai suoi
occhi, la sua insicurezza lo faceva apparire meno virile. A scuola le cose non
erano andate meglio: aveva ancora lottato con Kuno per l’amore di Akane e della
sedicente “dea col codino”, sconfiggendolo dopo appena un minuto; si era
addormentato in classe, guadagnandosi i rimproveri del professore di storia
occidentale e l’uscita dalla classe con i secchi in mano; infine, aveva subito
l’ira di Akane solo perché Shampoo irruppe nella classe durante l’ora di pranzo
proclamando di aver portato da mangiare il ramen al suo Airen, seguita subito a ruota da Kodachi, che aveva proclamato per
l’ennesima volta eterno amore per il suo “adorato Ranma”. Risultato: una bella
mazzata in testa da parte della fidanzata che lo spedì fuori dai locali della
scuola e nei cieli di Nerima.



Ovviamente, Ranma
atterrò nel canale idrico del quartiere, uscendone fradicio e femminile, oltre
che furente e frustrato. Tanto valeva tornare a casa, pensò. Solo che, sulla
via del ritorno per il dojo, venne attaccato ben tre volte. La prima da
Happosai, cui non parve vero di vedere le curve femminili di Ranma per farli
provare alcuni dei suoi “zuccherini” di seta e di pizzo, con il risultato di
una battaglia che produsse notevoli danni materiali al quartiere e infine il
volo del fondatore della Scuola d’arti marziali indiscriminate nei cieli dopo
l’esplosione di una sua potente bomba Happodaikarin. Liberatosi di Happosai,
Ranma-ragazza, ancora bruciacchiata dall’ esplosione, dovette vedersela con
Mousse, il quale non gli perdonava che Shampoo avesse fatto quel ramen per
l’odiato rivale anziché per lui; lo scontro fu breve, perché, dopo essere
riuscito ad avviluppare Ranma in qualche metro di catena che teneva nascosta nelle
lunghe maniche del suo abito, il ragazzo cinese, a causa della sua miopia,
scambiò una cassetta postale rossa per l’avversario, finendoci contro e ponendo
termine alla sfida. Infine, toltosi le catene, Ranma dovette vedersela con il
suo più implacabile rivale, ossia Ryoga, che lo accusava di aver flirtato con
altre ragazze mettendo in grave imbarazzo Akane. Stavolta lo scontro fu più
duro, in quanto il ragazzo con la bandana era un mostro di resistenza, oltre ad
avere colpi più forti e micidiali, anche se era limitato dalla notevole
lentezza; di contro, la forma femminile di Ranma era sì meno potente in quanto
a forza, ma molto più agile e veloce, con tecniche più scattanti. Ryoga usò la
“Tecnica dell’esplosione” per far esplodere il mando stradale davanti a Ranma
per disorientarlo, il quale, grazie alla sua notevole agilità, riuscì a
schivare tutti i detriti prodotti dall’avversario, oltre alle bandane taglienti
e rotanti scagliategli contro dallo stesso. Iniziò poi un corpo a corpo
furioso, con l’erede della Scuola Saotome che utilizzava la “Tecnica delle
castagne” a velocità sovrumana contro il rivale, il quale non demordeva e
lanciava pugni che venivano facilmente schivati: uno di essi evito di un soffio
Ranma e colpì un palo della luce, il sule si sgretolò nel punto colpito e cadde
a terra con un gran tonfo. Ranma capì che se non si fossero fermati, la
batatglia avrebbe prodotto seri danni alle persone e alle cose, così decise di
porvi fine. Con un balzo salì sulla recinzione che costeggiava il canale,
sfidando Ryoga a venire a prenderlo, puntando tutto sul suo accecamento d’ira.
Andò proprio così: il ragazzo perduto balzò a Ranma, che però schivò facilmente
e fece cadere con un calcio sul dorso l’avversario nell’acqua, innescando la
sua trasformazione in un piccolo maialino nero.



Ma, una volta
tornato a casa, non ebbe nemmeno lì un attimo di pace: appena varcata la
soglia, fu aggredito dai due patriarchi Tendo e Saotome, che gli intimarono di
andare a scusarsi con Akane, che era giunta furiosa a casa dopo scuola,
raccontando quello che era successo. Ranma non se ne diede per inteso, e dopo
aver detto a chiare lettere che non ci pensava nemmeno, se ne andò in camera
sua, solo per trovare la madre che lo squadrò da capo a piedi e gli chiese
accusatoria perché fosse una ragazza. Dopo una esaustiva spiegazione (la katana
di Nodoka faceva sempre sciogliere la lingua …), la signora Saotome sembrò più
rasserenata, ma ordinò al figlio di andare immediatamente a cambiarsi e a
tornare uomo. Ranma non se lo fece ripetere due volte, andò in bagno, si fece
una rapida doccia e, tornato maschio, scese in cucina per uno spuntino. Qui,
disgrazia delle disgrazie, ci trovò tutte e tre le sorelle Tendo, ossia Kasumi,
Nabiki e Akane, che stava aiutando la sorella maggiore a cucinare. Divenuto blu
dalla paura di morire avvelenato, il ragazzo tentò di sgusciare fuori senza
farsi vedere, solo per essere chiamato da Kasumi, che con il solito sorriso
radioso lo salutò, mentre le altre due sorelle lo guardavano una con
indifferenza, l’altra con rabbia acuta. Sembrava che stesse per scoppiare
un’altra lite, quando la sorella maggiore Tendo chiese a Ranma se potesse fare
delle commissioni per lei al mercato. Il ragazzo con il codino afferrò la palla
al balzo e accettò immediatamente, fiondandosi fuori casa, nonostante le
proteste di Akane e l’aria stupefatta di Nabiki, che però sorrise: in fondo
anche lui stava diventando perspicace su come sfuggire alle situazioni
imbarazzanti.



E adesso, in mezzo
alla folla del quartiere commerciale, Ranma si stava recando al marcato con la
lista della spesa che Kasumi le aveva dato. Tutto ad un tratto l’artista
marziale adolescente si trovò immerso nei propri pensieri: quel giorno l’aveva
fatto riflettere su come stava andando la sua vita e stava considerando il modo
in cui lui si relazionava alle altre persone. Di solito era spaccone,
arrogante, fiducioso di sé, poco diplomatico e con la cattiva abitudine di dare
aria ai denti senza pensare prima; di certo era il risultato dell’educazione
che la vita sulla strada con suo padre Genma gli aveva impartito. Per suo padre
cose basilari per un essere umano, come l’amicizia, l’amore o lo studio, erano
solo un intralcio e un ostacolo all’arte marziale, sulla quale voleva che il
figlio si concentrasse; ecco perché era così impacciato con gli altri e così
incapace di esprime i propri sentimenti. Forse, se fosse cresciuto anche con la
madre accanto sarebbe stato diverso, ma ormai non aveva importanza: la sua
strada era già tracciata da prima che lui nascesse, ed era obbligato a
percorrerla. Non che le arti marziali non gli piacessero, anzi: ma avrebbe
voluto scegliere lui stesso quella strada per sua stessa volontà, non per
desiderio di qualcun altro. Ma, alla fine, cosa aveva ottenuto? Niente.
Assolutamente niente. Certo, era uno dei più grandi artisti marziali del
Giappone, nessun dubbio su questo: ma oltre a ciò, sentiva di non avere
null’altro, di essere vuoto e inutile, e di portare anzi solo guai a chi gli
stava intorno. – Già – pensò, – A volte sento di essere sbagliato nei gesti e
nelle parole. Ora che ci penso, tutto quello che ho fatto è sbagliato. – Un
sorriso amaro e sarcastico si formò sulla bocca: – Anche se la maggior parte
dei miei guai sono colpa di papà, non ho fatto niente per risolverli. Ho sbagliato
fin da quando conobbi Ukyo. Voglio dire, d’accordo che avevo sei anni e credevo
fosse un maschio, ma almeno potevo fare qualcosa per impedire che papà le
rubasse il carretto. Così non avrebbe avuto una reputazione distrutta e una
vita di sofferenze. E anche con Shampoo, se non avessi mangiato il suo premio,
tutta questa faccenda dei baci della morte e del matrimonio non sarebbe mai
successa. – Poi prese un sospiro e continuò a rimuginare: - E anche la faccenda
del fidanzamento con Akane non l’ho saputa gestire: d’accordo che lei è un
maschiaccio violento, ma anche io ho i miei errori. Come quando la insulto, la
tratto male, o semplicemente la prendo in giro. Certo, la vita con me non deve
essere facile; sempre nuove sfide, sempre nuovi pericoli, sempre nuove
sofferenze. Anche le sue sorelle ne hanno sofferto: di certo Nabiki appena
tollera me e papà in quanto graviamo sul bilancio famigliare a causa dei pasti
e delle continue riparazioni della casa, mentre Kasumi di certo non è felice
che la sua oasi di quiete sia stata turbata dall’arrivo di due sconosciuti
portatori di caos. Si, è questa la parola che mi contraddistingue: caos. Ne
porto ovunque vada, chiunque frequenti ne viene coinvolto, come successe al mio
matrimonio. In fin dei conti … - “forse è meglio che non fossi mai nato”.



Come uscito da uno
stato di trance, Ranma si rese conto che aveva detto l’ultima frase a voce, e
non pensando. Lievemente in imbarazzo, perché solo ora si era reso conto di
dove si trovasse, continuò la strada per il mercato, tentando di ignorare quel
pensiero. Ma c’era una certa vocina che continuava a dirgli che, forse, senza
di lui, le persone che conosceva sarebbero state di gran lunga meglio: la
famiglia Tendo in primis, poi Ukyo,
Shampoo, Mousse, Ryoga, i fratelli Kuno, persino i suoi genitori non avrebbero
sofferto la mancanza di un figlio come lui. Stava ancora pensando a questo,
quando accadde l’imprevedibile: aveva appena 
finito le commissioni per Kasumi e stava aspettando davanti ad un
semaforo rosso di poter attraversare sulle strisce pedonali, quando
improvvisamente un bambino piccolo, che indossava l’uniforme dell’asilo ed era
in escursione con la sua classe per la città, si allontanò per un attimo dalla
fila dei suoi compagni e sbucò sulla strada, rischiando di essere investito da
un’auto in corsa. Seguirono grida concitate dall’altra parte della strada dove
si trovava Ranma, il quale non appena visto la scena, si precipitò a folle
corsa verso il bambino per salvarlo. Avvenne tutto in un attimo: prima che il
veicolo uccidesse la piccola creatura, l’artista marziale col codino lo prese
tra le sue braccia e usò il suo corpo come scudo per proteggerlo dall’impatto
dell’automobile, che fu violentissimo. Infatti, malgrado avesse frenato, il
conducente investì in pieno il ragazzo, che volò per qualche metro arricciato
in una palla per impedire che il piccolo si facesse male nella caduta. Dopo
l’impatto con l’asfalto, la gente si precipitò verso il ragazzo svenuto e il
bambino che, miracolosamente, era illeso, pur essendo molto impaurito e
piangente. Lo stesso non si poteva dire per Ranma, che, stordito da colpo
ricevuto, vedeva solo sfocature intorno a sé, mentre suoni ovattati giungevano
alle sue orecchie. Tra queste in lontananza sentiva le urla dei poliziotti e le
sirene dell’ambulanza, mentre il suo mondo iniziò a fluttuare e a girare
vorticosamente: poi fu il buio.        

     


                     





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