FanFiction Supernatural | And we're all to blame di Greta275 | FanFiction Zone

 

  And we're all to blame

         

 

  

  

  

  

And we're all to blame ●●●●● (Letta 295 volte)

di Greta275 

1 capitolo (conclusa) - 1 commento - 0 seguaci - Per tutti

    

 

Sezione:

Serie TVSupernatural

Genere:

Introspettivo - Angst

Annotazioni:

What If

Protagonisti:

Gabriel - Chuck Shurley

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 And we're all to blame 

In cui Chuck fa risorgere Gabriel e da ciò sorgono bad humour, partite a biliardo e breakdown mentali. SPOILER FINO ALLA 12X12


  

Titolo: And we're all to blame

Autore: GretaCrazyWriter

Personaggi: Gabriel, Chuck Shurley, menzione di altri personaggi

Pairing: nessuno

Genere: generico, introspettivo, un tocco di angst, un tentativo mal riuscito di inserire dell’humour per cui mi prendo tutta la colpa

Rating: verde, G

Timeline: durante la dodicesima stagione, in un punto imprecisato dopo la 12x12

Warnings: spoiler fino alla 12x12; ma ci sono menzionate cose scoperte su Lucifer fino alla 12x15 perché Dio è onnisciente; major character resurrection; questa famiglia è fucked up; daddy issues; un sacco di daddy issues; un sacco di issues in generale; riferimenti random alla cultura pop; in pieno stile Supernatural Gesù è diventato un hippie; Gabriel è segretamente l'arcangelo preferito di Chuck ma non ditelo a Luci; esseri onnipotenti che spettegolano; non ho la minima idea di cosa sto facendo qui, ragazzi; non ci sono seri avvertimenti; author regrets everything.

Warning #2: Tutto ciò è solo una scusa per fare qualche character analysis di Gabriel, procedete con cautela.

Word count: 2.438

Disclaimer: I personaggi, così come lo show, non mi appartengono. Sfortunatamente. Se mi appartenessero, Gabriel sarebbe ormai regular e avrei cacciato certi brutti ceffi dal team writers.





















Per Lù,

perché è la mia compagna di scleri

e sopporta i miei breakdown mentali su Gabriel.

Tvo forever <3







And we're all to blame







Do you know what's worth fighting for

When it's not worth dying for?

Does it take your breath away

And you feel yourself suffocating

Does the pain weigh out the pride?

And you look for a place to hide

Did someone break your heart inside

You're in ruins







C'erano due cose degne di nota quando Gabriel si ritrovò ad aprire gli occhi, lo sguardo rivolto ad un soffitto in mattoni. Primo, aveva aperto gli occhi, il che era già scioccante di suo. L'ultima cosa che ricordava era l'Elysian Fields, dei di pantheon e fedi diverse decimati e massacrati come bestie, Lucifer e la sua ira, e poi un improvviso, accecante dolore che partiva direttamente dal suo cuore (o almeno da dove il suo cuore si sarebbe trovato se lui fosse stato umano) mentre suo fratello gli conficcava la sua stessa spada nel petto. Se l'era aspettato; quando era rientrato in quell'hotel per salvare i Winchester e Kali, aveva saputo con schiacciante certezza che sarebbe finita così, che quello sarebbe stato il suo ultimo atto nella piccola recita teatrale di Papà. Non aveva nemmeno anche solo provato ad uccidere Lucifer, non davvero. Non poteva farlo. Non voleva farlo. Aveva avuto pochi minuti per decidere prima di dover intervenire, ma alla fine era sceso a patti con il suo destino. Ma una parte di lui - la parte che ricordava i tempi in cui Lucifer gli insegnava come usare i suoi trucchi per ridar vita ad una pianta appassita e per creare nuove, straordinarie realtà, la parte che era un ancora fratellino spaventato che si aggrappava alla sensazioni di essere felice, in pace, al sicuro - aveva comunque conservato la speranza che Lucifer lo avrebbe semplicemente lasciato andare. Gabriel l'avrebbe fatto per lui, quindi perché non poteva essere possibile il contrario? Ma la speranza non ti porta da nessuna parte, e Gabriel avrebbe dovuto ricordarlo.

La seconda cosa che Gabriel notò fu che era piuttosto sicuro di non trovarsi più sulla Terra. Si mise seduto, girando la testa a destra e a sinistra per ispezionare lo spazio attorno a sé. Si trovava in un bar piuttosto semplice, con una fila di divanetti che fungevano da séparé per i tavoli appoggiati alla parete di destra. Dal lato opposto era situato il bancone in legno, con alti sgabelli appoggiati ad esso e un assortimento di alcolici di bassa qualità sulle mensole appese al muro. In fondo alla stanza, un palcoscenico (anch'esso di legno) ospitava un microfono e, appoggiata ai suoi scalini, una chitarra dall'aspetto vintage. Nel complesso, la stanza aveva un aspetto caldo e accogliente, invitante anche se economico. E, non c'era modo di sbagliarsi, era chiaro chi avesse creato questo luogo. Gabriel poteva sentire la sua presenza tutto attorno a sé, brillante e confortante, e anche un po' terrificante.

Ebbe a malapena il tempo di pensare cazzo e subito la sua mente fu bombardata da una serie di immagini, suoni e sensazioni, così tante che se non fosse stato un essere sovrannaturale sarebbe svenuto, o esploso in un milione di pezzi.

«Ho cercato di scaricare nella tua mente la maggior parte delle cose successe negli ultimi anni.» disse una voce serena vicino a lui. «Sai, per darti un'idea generale della situazione.»

Gabriel sbatté lentamente le palpebre un paio di volte prima di riuscire a mettere a fuoco la figura di suo Padre davanti a lui. Si trascinò in piedi, ignorando deliberatamente la mano tesa verso di lui - più un gesto pacificatore che di aiuto, in ogni caso. Sbuffò, guardando l’altro dall'alto al basso. «Hai cambiato tramite.» constatò, tanto per dire qualcosa.

Chuck - perché, secondo l’improvviso download mentale, a quanto pare ora il nuovo capriccio di Dio era farsi chiamare Chuck - sospirò, lasciando ricadere il braccio al proprio fianco. «Anche tu.»

Gabriel gli rivolse un sorrisino acido, e Chuck sprofondò in un silenzio imbarazzato che l’angelo non aveva nessun desiderio di rompere. Sentiva un sapore amaro in fondo alla gola, e lo stomaco gli ribolliva di un’emozione che non sapeva e non voleva distinguere. Era come un’emorragia interna: avrebbe dovuto scavare a fondo dentro di sé per riparare il danno, e quella era l’ultima cosa che voleva fare.

«Sei arrabbiato.» commentò Chuck con tono rassegnato, come un contadino le cui speranze che una tempesta non distruggesse i suoi campi si erano rivelate inutili.

«Sono…?» Gabriel si fermò a metà frase, sbottando un’aspra risata colma di incredulità. «Mi prendi in giro? Tu lasci casa e ci abbandoni per i fatti nostri, non prima di dare ordine per una guerra fratricida - una guerra che, ci tengo a precisare, noi abbiamo dovuto sopportare mentre tu te ne stavi chissà dove a guardare senza fare nulla -, e ora torni dopo millenni, quando il danno è già stato fatto, e ti sorprendi se sono-…» Si fermò di colpo, la voce sul punto di spezzarsi, consapevole che se fosse andato avanti di anche solo una parola non sarebbe più stato capace di fermarsi.

Guardò suo Padre, il suo volto illeggibile. Gabriel scosse la testa una volta, piano. Si sentiva perso, ferito… stanco.

Non si sentiva arrabbiato.

«Non lo sono.» disse ad alta voce. «Arrabbiato, dico. Sono solo… sono stufo, okay? Quindi, papà, Chuck, o come diavolo vuoi che ti chiami… potremmo, per una volta, ignorare il problema?»

Chuck gli rivolse uno sguardo comprensivo, e Gabriel sapeva di poter contare sul fatto che lui avrebbe capito (dopotutto, il suo desiderio di ignorare i problemi doveva essere venuto da qualche parte), ma era anche il tipo di sguardo che, nonostante la pacatezza, innervosiva l’angelo a non finire. Diceva troppe cose e allo stesso tempo troppo poco. Poi, di punto in bianco, Chuck fece spallucce, gli rivolse un sorriso sghembo e gli chiese: «Vuoi giocare a biliardo?»





***







Gabriel avrebbe pensato qualcosa sulla linea del Dio benedica Chuck, se non fosse stato così assolutamente… ridondante. Ma, cavolo, non si poteva certo dire che suo padre non sapesse come evitare argomenti spinosi. Quindi Gabriel si era ritrovato ad ascoltare (e raccontare) le storie più assurde sulle più famose e potenti figure storiche dell’umanità degli ultimi millenni, lentamente distruggendo fino all’ultima goccia di rispetto che gli era rimasta nei loro confronti.

«…e poi» Chuck stava gesticolando e raccontando una storia iniziata ad un certo punto del terzo round di biliardo. «la volta successiva in cui l’ho visto, Gesù stava girando per Cuba vestito esattamente come Elvis Presley. E così sono nate le teorie cospiratorie sulla finta morte di Elvis, solo perché Gesù era immerso in modo ossessivo nella sua fase rock.» rise, ma poi aggrottò le sopracciglia. «Anche se penso che ora stia avendo una fase da fan fiction. L’ultima volta che ho menzionato Elvis è praticamente scoppiato in lacrime.»

«Il ragazzo sa bene come muoversi nella vita» ridacchiò Gabriel. «Anche se devi ammettere che è praticamente un hippie»

«Beh…»

«L’ultima volta che l’ho visto stava urlando qualcosa riguardo l’amore di Dio ad un Gay Pride nel 2006.» lo interruppe Gabriel.

Chuck sollevò entrambe le sopracciglia, la sua espressione qualcosa a metà tra il confuso e il divertito. «…okay, te lo concedo.»

«E mi ha minacciato che avrebbe fatto la spia a Michael sul fatto che ero ancora vivo se non avessi compilato uno stupido questionario per le statistiche sulla popolazione LGBT+ mondiale.» Gabriel sospirò, allo stesso tempo offeso ed esasperato. «Ho provato a fargli presente che io non faccio parte della popolazione mondiale, ma non ha voluto sentire ragione.»

«Ooh, e cos’hai scritto?» chiese Chuck, improvvisamente interessato. Si stava appoggiando alla stecca come ad un palo, eccetto che stava dondolando avanti e indietro come un ubriaco. Allo sguardo incredulo di Gabriel, alzò le spalle con aria difensiva. «Te l’ho detto, il mio blog è per la maggior parte foto di gatti. Mi piace essere attivo nella società di Tumblr. Così tante persone così aperte e adorabili…»

L’angelo gli rivolse un’occhiata leggermente disturbata. «Oo-kay.» disse, strascicando leggermente la o. Allo sguardo anticipatorio che ricevette e che non accennava a scomparire, continuò: «Considerando che noi angeli siamo praticamente una sfera di energia celeste e che qualcuno non si è preoccupato di crearci con impulsi sessuali-…»

«Ehi, al tempo non avevo ancora nemmeno pensato a creare il sistema riproduttivo!»

«…-direi che potremmo essere considerati asessuali, tenendo in conto i vari spettri sotto l’ombrello dell’asessualità. O pansessuali, considerando che personalmente può fregarmene meno di niente dei genitali altrui.»

Mentre parlava, Chuck annuiva con aria seria, come se fosse tutto perfettamente normale. «Sì, direi che hai ragione.»

Gabriel lo fissò per un attimo, ammutolito, iniziando a chiedersi quando esattamente la sua vita fosse uscita così tanto dai binari da farlo finire qui, in un bar che non esiste, a discutere con Dio del concetto umano della sessualità. Il solo pensarci gli faceva venire voglia di scoppiare in una risata isterica senza fine. Oh, beh, pensò, Se sei a Roma… «Immagino che sia per questo che così tanti non credono più nella nostra esistenza.»

Chuck scoppiò a ridere. «Questa è buona!» Poi, quando si fu ripreso, abbassò lo sguardo sul tavolo da gioco. «È il tuo turno.»

«Sai, inizio a sospettare che tutte queste tue chiacchiere fossero solo per distrarmi.» osservò Gabriel con un leggero ghigno in volto, mentre alzava la stecca e la metteva in posizione sulla tavola.

«Distrarti da cosa?»

Non rispose, continuando invece a fissare la biglia bianca, il sorriso scomparso e le labbra leggermente aperte. Bella domanda. Distrarlo da cosa? Non certo dal gioco. Era ben consapevole di ciò che suo Padre stava cercando di fare: distrarlo, distrarlo talmente tanto da sfinirlo e portarlo ad aprirsi per conto proprio. Aveva voluto pretendere che non ci sarebbe riuscito, ma Gabriel sapeva anche che in quel caso non sarebbe stato lui a vincere la partita. Non era mai lui a vincerla, quando si trattava di queste cose. Non con la guerra tra i suoi fratelli, né con Lucifer, o con Winchester.

Pensare a questi ultimi lo portò inevitabilmente a pensare a Castiel, ai tempi in cui erano fratelli, all’innocenza che tutti avevano perduto in seguito alla Caduta di Lucifer. A quanto gli avesse spezzato il cuore vedere l’effetto della “terapia” - così l’aveva chiamata Raphael - di Naomi, Castiel che passava dall’essere il suo fratellino all’essere un soldato perfetto che obbediva ad ogni suo ordine, che lo vedeva non come il fratello maggiore con cui aveva passato buona parte della sua vita fino a quel momento, ma come il suo generale.

Pensò alla situazione attuale, le conseguenze di proporzioni cosmiche che attendevano quel trio di idioti che avevano salvato il mondo, il cavolo di Nephilim, Lucifer rinchiuso nelle prigioni di Crowley senza che nessuno ne fosse al corrente (ed era solo questione di tempo prima che riuscisse a liberarsi e a portare l'Inferno sulla Terra). Per usare un eufemismo, erano tutti davvero nella merda.

«Gabriel...» la voce di suo Padre lo destò dal suo rimuginare.

«Pensi che io debba intervenire?» chiese di getto, raddrizzandosi, il gioco dimenticato. Non voleva intervenire, ogni parte del suo corpo, ogni istinto nella sua mente gli diceva di non farlo, di rimanere ai margini e guardare, di rimanere al sicuro. Lucifer era , qualcuno avrebbe dovuto fare qualcosa a riguardo, e Gabriel sapeva che il tutto sarebbe ricaduto sulle sue spalle, perché lui era fratello di Lucifer più di chiunque altro, perché era lui l'unico abbastanza potente da affrontarlo e avere una chance di sopravvivere. E la sola idea di farlo lo terrorizzava, lo faceva sentire freddo fino al cuore della sua stessa essenza. Ma non poteva semplicemente lasciare i Winchester, i suoi fratelli, l'intero mondo, da soli mentre combattevano una tempesta che li attaccava da tutte le parti.

«Mi stai chiedendo di darti un ordine?» La voce di Chuck era seria, ma gentile.

«No.» rispose Gabriel, mettendo forse più forza del necessario in quell'unica sillaba. Con più calma, ripeté: «No. Sono stufo marcio di ricevere ordini, grazie tante. Ti sto chiedendo di darmi un consiglio amichevole e possibilmente paterno, anche se dubito riusciresti in quest'ultimo.» Gli lanciò uno sguardo sbilenco con aria critica.

«Allora non penso di poterti aiutare molto.» disse lui, con tono di scuse. «Ti direi di fare ciò che ritieni giusto, ma immagino che questo tu lo sappia già. Il resto sta a te.»

Gabriel evitò di guardarlo negli occhi. «Non lo so.» disse, più a se stesso che altro. In modo quasi frenetico, continuò: «Non so cosa sarebbe giusto fare, non so cosa io voglia fare, non so cosa dovrei fare. Non-…»

«Vuoi tornare?» Chuck lo interruppe a metà frase, mantenendo sempre quel tono calmo e gentile e assolutamente infuriante.

Era chiaro che non intendeva tornare in battaglia.

Vuoi tornare dov’eri prima? A casa?

Casa.

Gabriel scoppiò a ridere, un suono aspro e spezzato che si propagò nella stanza. «Tornare dove? In Paradiso? Per favore, gli angeli stanno giusto trovando un accordo e una situazione politica relativamente normale, l’ultima cosa che vogliono o di cui hanno bisogno è un altro arcangelo. Oppure intendi gli dei pagani? Mi odiano, mi vogliono morto e considerando cos’è successo l’ultima volta che ero tra loro direi che ne hanno ogni motivo. E gli umani? Mi dispiace, non stavo mentendo quando ho detto che erano migliori di noi, ma vivere tra loro per me è proprio fuori questione.»

Chuck, che era rimasto impassibile a guardarlo sclerare, sbuffò e disse «Hai finito?» Quando l’altro fece per rispondere, alzò la mano per interromperlo sul nascere. «Non ti stavo chiedendo di scegliere un luogo a cui tornare e appartenere. Ti stavo chiedendo se vuoi tornare a come le cose stavano prima.»

«’Prima’ non era abbastanza. ‘Prima’ è ciò che mi ha fatto finire qui.» Enfatizzò l’ultima parola con un gesto veemente delle mani che comprendeva l’intera situazione in cui si trovavano.

Chuck volse gli occhi verso il basso, le biglie sparse sul tavolo in modo disordinato. Sembrava immerso nei propri pensieri. Puntò l’asta nella direzione generale della biglia bianca. «A volte è difficile colpire nel modo giusto, con la forza giusta e il giusto angolo. Ci vuole tecnica. Bisogna trovare il modo per ottenere la giusta traiettoria... il giusto equilibrio»

«Seriamente?» Incredulità impregnava la voce dell’arcangelo. «Ora tiri fuori consigli di vita da delle biglie?»

Suo Padre scrollò lo spalle e gli sorrise furbescamente, ma a parte quello non rispose, aspettando che fosse Gabriel a fare la prima mossa. L’aria carica di attesa che li circondava era snervante, ma Chuck aveva l’aspetto di una persona che aveva tutto il tempo e la pazienza del mondo. Il che era vero. Dannazione.

«Beh…» Gabriel riprese la stecca che aveva lasciato cadere a terra nel mezzo del discorso senza nemmeno rendersene conto. Si rimise in posizione, la punta dell’asta rivolta alla biglia bianca. Allo sguardo interrogatorio di Chuck, spiegò: «Mi hai appena spiegato la tecnica super segreta con cui hai vinto le ultime due partite. Ora potrò farti il culo per bene.» Rise, rivolgendogli un sorriso sfacciato. «È il mio turno»







Note dell’autrice

È la mia prima fan fiction nel fandom, quindi sono un tantino nervosa ahaha

Come ho precisato sopra, questa è stata più che altro una scusa per fare qualche analisi del personaggio di Gabriel e condividerla con il mondo. Also, uno sfogo del mio assoluto desiderio di avere scene tra Chuck e Gabriel. Spero non sia venuto un totale sfacelo.

Il titolo è preso dalla canzone “We’re all to blame” dei Sum 41, un po’ a random ma per la maggior parte perché mi ricorda un sacco la famiglia angelica. I versi a inizio fic sono presi dalla canzone “21 guns” dei Green Day, che mi ricorda Gabriel così tanto da essere surreale.

Recensioni sarebbero super gradite, giuro che in cambio avrete biscotti gratis e la mia eterna gratitudine.





Greta







PS Questa storia è stata anche pubblicata su EFP (anche se con un diverso Nickname), La potete trovare qui http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=3660545

     


                     





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