FanFiction In the Flesh | Don't lie, I know we're fixing to die di guidinglight92_ | FanFiction Zone

 

  Don't lie, I know we're fixing to die

         

 

  

  

  

  

Don't lie, I know we're fixing to die   (Letta 290 volte)

di guidinglight92_ 

1 capitolo (conclusa) - 0 commenti - 1 seguace - Vietata ai minori di 16 anni

    

 

Sezione:

Serie TVIn the Flesh

Genere:

Angst - Drammatico - Tragedia

Annotazioni:

Missing Moment

Protagonisti:

Kieren Walker - Amy Dyer - Simon Monroe

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Capitolo unico 

Raccolta di cinque brevi flashfic che ripercorrono vari missing moments e raccontano i momenti più bui e tristi in cui i personaggi sono legati da un solo filo conduttore: la morte.


  

Amy
Lo specchio della stanza di quel bungalow immerso nella semi-oscurità rifletteva la sua immagine ormai spenta, debole. Rifletteva cose che nessun essere umano avrebbe mai voluto vedere sulla propria carne. Amy fece scorrere lo sguardo su quella superficie lucida con gli occhi colmi di lacrime. Fissò i lividi bluastri, le lesioni che macchiavano la pelle del suo stomaco e delle sue braccia e desiderò solo di scomparire. Era così stanca di combattere, di sopravvivere. Non era il dolore che la faceva stare male, ma le false e vane promesse di una cura inesistente che gli specialisti le rifilavano. E non poteva più sopportare tutte quelle prese in giro, non poteva più sopportare di essere un peso per sua nonna Dorothy, quella donna forte e coraggiosa che, nonostante l’età e la solitudine, aveva fatto tutto il possibile pur di guarirla.
Con il dorso della mano, Amy asciugò le lacrime che, sfuggite al suo controllo, le avevano rigato le guance. Riallacciò i bottoni della camicetta per coprire quei segni meschini e si sedette sul bordo del letto. La leucemia era giunta allo stadio terminale. L’aveva divorata da dentro, fibra per fibra, e aveva vinto. Le restavano un paio di giorni di vita – se non di meno –, stando alle parole dell’ultimo dottore che l’aveva visitata. Ormai non c’era più niente da fare.
Quella stessa notte, alla luce dell’abat-jour, fece testamento. La sua mano tremava, mentre la penna che stringeva debolmente tra le dita marchiava indelebilmente col suo inchiostro nero quel pezzo di carta, trascrivendone le sue ultime volontà. Una volta finito, piegò il foglio e lo posò sul comodino, poi si distese sul letto e, con un peso sul cuore, chiuse gli occhi.
Il mattino seguente, Amy si svegliò più debole che mai, ma nonostante ciò pregò sua nonna di accompagnarla fuori. Il cielo plumbeo di Roarton regalava un’aria fresca che le sferzava piacevolmente il viso, mentre era seduta su una delle panchine del parco.
«Nonna?», la chiamò. «Recitami la mia poesia preferita.»
Dorothy esaudì la richiesta della nipote e, facendole adagiare la testa sulle proprie gambe, interpretò ormai a memoria ‘Do not go gentle into that good night’ stringendole una mano. Amy si perse nella voce affabile della nonna mentre osservava alcuni bambini correre a perdifiato, ridere contenti e divertirsi sulle altalene. Una lacrima percorse il suo zigomo. Pensò a quanto fosse stato ingiusto, da parte della vita stessa, essere stata messa in panchina ancor prima che avesse potuto iniziare a giocare. Improvvisamente si sentì senza più forze e la stretta intorno alle dita della sua adorata nonna si fece più tenue.
«Nonna…», mormorò, la voce flebile. «Devi lasciarmi andare…»
Dorothy abbassò lo sguardo per guardarla e capì. Il momento era arrivato e anche lei non poteva fare più niente per evitarlo. L’abbracciò forte un’ultima volta, con gli occhi colmi di lacrime.
«Mia dolce Amy…»
«Ti voglio bene, nonna… grazie di tutto», fece appena in tempo a sussurrare la ragazza, prima che la sua giovane vita venne spezzata per sempre.

Kieren
La grotta era semibuia, illuminata solo dalla luce flebile e delicata di alcune candele. Il cielo piangeva, quel giorno, e l’acqua piovana scrosciava al di fuori di essa, lontana, bagnando tutto ciò che incontrava nella sua discesa. Kieren, con gli occhi colmi di lacrime, fissava la scritta che capeggiava sulla volta rocciosa davanti a sé, ‘Ren + Rick 4ever’. Non c’era stato nessun per sempre, tra di loro. Rick era partito per l’Afghanistan – senza neanche prendersi la briga di dirglielo – e là vi era morto. E Kieren non poteva più sopportare tutto quel dolore atroce, non poteva più sopportare l’idea che il suo migliore amico non sarebbe più ritornato da lui, non poteva più sopportare quell’amore puro – ma mai vissuto alla luce del sole – che, prima ancora di poter nascere, era già stato infangato. Non poteva più vivere ora che Rick se n’era andato per sempre. La sua vita non aveva più alcun senso, non aveva più significato, non era più degna di essere vissuta, non senza di lui.
Kieren guardò un’ultima volta la loro scritta, poi estrasse dalla tasca della felpa il coltellino svizzero che suo padre gli aveva regalato il giorno del suo compleanno. Alzò le maniche fino a metà avambraccio, scoprendone i polsi scarni. La punta di quella sottile lama fredda e lucente si posò sulla sua pelle tesa e Kieren, dopo aver preso un profondo respiro, la affondò nella carne, senza alcuna remora, tracciando una linea verticale, spaccandosi le vene. Strinse i denti per il dolore e subito, impugnando il coltellino nella mano sinistra, squarciò anche l’altro polso. Si lasciò cadere con la schiena contro una roccia e abbandonò il coltellino sul proprio petto che spasimava, alzandosi ed abbassandosi per il male generato da quei tagli profondi. Il sangue cominciò a fluire copioso dai polsi dilaniati e andò a sporcare e macchiare tutto intorno a lui. Le lacrime avevano ripreso a bagnare gli zigomi di Kieren, il quale, nonostante lo sguardo appannato dal pianto e dalla pena, era rimasto come ipnotizzato dallo scorrere caldo ed incessante del suo stesso sangue. I suoi occhi d’artista non avevano mai visto un rosso più bello di quello.
Non pensò al dolore che avrebbe causato ai suoi genitori, non pensò a Jem, la sua adorata sorellina, alla rabbia e alla sofferenza che le avrebbe provocato commettendo suicidio. Non pensò a tutto il sangue che stava perdendo, a tutte quelle vene recise, lacerate dal fendente. Non pensò a niente se non che nel giro di qualche minuto tutto sarebbe finito e il suo desiderio sarebbe stato esaudito: raggiungere Rick.
Kieren chiuse gli occhi ed un senso di strano torpore lo investì. Il suo sangue si era quasi del tutto consumato, così come le sue lacrime. Non ebbe paura della morte che stava sopraggiungendo su di lui. Non ebbe più paura di nulla, in quel momento. Si sentì svuotato da tutto il dispiacere che, negli ultimi giorni, gli aveva straziato l’anima. E finalmente, con un sorriso triste dipinto sulle labbra, provò sollievo.

Steve e Sue
Era passata una settimana esatta dal giorno in cui suo figlio Kieren era morto suicida. Era passata una dannata settimana dal giorno in cui lui l’aveva trovato lì, nella grotta immersa nei boschi, seduto malamente con la schiena appoggiata contro una roccia e il suo stesso sangue a imbrattare tutto – i suoi polsi sfigurati, i suoi vestiti, il terreno roccioso che era stato testimone silenzioso della sua morte – e Steve continuava a sperare che fosse tutto un incubo. Un incubo da cui presto si sarebbe svegliato. Ma purtroppo quella non era altro che la tremenda realtà: suo figlio era morto e non sarebbe mai più tornato.
Steve si alzò dal divano e andò verso la finestra per guardare fuori. La notte era scesa da un pezzo su Roarton e il sonno, come ormai ogni notte da quando era diventato un padre disperato, non era ancora arrivato ad inghiottirlo nel suo torpore. Come uno spirito errante e senza pace, vagò ancora un po’ per il salotto, poi ritornò a sedersi sul divano. Provò a chiudere gli occhi stanchi e provati, ma non appena le palpebre calarono definitivamente, l’immagine del figlio che stava morendo tra le proprie braccia si riversò nella sua mente e fu costretto a riaprire immediatamente gli occhi per interrompere quel flusso inesorabile di terrore, per non rivedere più tutto quel sangue, per non riprovare più tutto quel dolore.
«Steve?», la voce della moglie gli arrivò flebile alle orecchie. «Tesoro, ti senti bene?»
L’uomo si voltò per poterla guardare e per un attimo – un brevissimo attimo – desiderò mentirle, rispondendole di sì, che stava bene, che tutto andava bene, ma poi scosse il capo.
«È stata tutta colpa mia», esordì, straziato. «Se non avessi regalato a Kieren quel maledetto coltellino svizzero per il suo compleanno, lui non si sarebbe mai tolto la vita e adesso sarebbe ancora…», la voce gli si spezzò e si coprì il volto con le mani, soffocando un singulto.
Sue raggiunse il marito e si sedette accanto a lui, accarezzandogli la schiena.
«Non è stata colpa tua», lo contraddisse, poi gli strinse dolcemente i polsi facendo in modo che liberasse il viso dalla morsa delle sue stesse dita.
E Steve lo fece. Mostrò il proprio volto sconvolto e contratto da una colpa che non era sua e lui, che non era mai stato bravo a lasciarsi andare, che parlava poco ed evitava di far affiorare le proprie emozioni, in quel momento pianse. Pianse tutte le lacrime che aveva ricacciato indietro in quegli ultimi giorni di agonia e Sue, i cui occhi condividevano lo stesso dolore liquido del marito, le raccolse una ad una, asciugandole con i pollici.
«Un genitore non dovrebbe sopravvivere ai propri figli», mormorò infine Steve, dopo un silenzio insostenibile.
«Lo so, tesoro… lo so.»
E nell’ombra di quel salotto, un marito ed una moglie, che ora non erano altro che due anime annegate per sempre nella disperazione, si abbracciarono, aggrappandosi l’uno alle spalle dell’altra, alla ricerca di un conforto che mai sarebbe arrivato.

Jem
Il piccolo e morbido cerchio di cotone imbevuto lavò via anche l’ultima traccia della pesante matita nera che, durante tutti i giorni, contornava gli occhi chiari di Jem, nascondendone tutta la sofferenza per mostrarla al mondo come una ragazza forte e con le palle. Raccolse i capelli in una coda alta e, dopo essersi guardata un’ultima volta allo specchio, uscì dal bagno. Strinse le dita intorno alla maniglia della propria camera ma poi, come fosse stata spinta da una forza più grande di lei, le sue gambe la guidarono verso la stanza del fratello. Aprì la porta ed una fitta dolorosa la colpì in pieno petto, spezzandole cuore, corpo ed anima. Quella stanza era vuota e lo sarebbe stata per sempre. L’assenza di Kieren sbatteva, impalpabile ed invisibile, su quelle pareti come un’eco assordante e Jem sentì un brivido gelido percorrerle la schiena. Non aveva più avuto il coraggio di varcare la soglia di quella camera da quando suo fratello, nell’ultimo giorno di novembre, aveva deciso di togliersi la vita. Non era trascorso neanche un mese da quando era successo, ma per Jem sembrava come fosse stato ieri. Mosse qualche passo e si guardò intorno. Niente era più stato toccato o spostato, tutto era ancora come lo aveva lasciato Kieren: i suoi disegni, i suoi ritratti, i suoi pennelli, le sue tempere, i suoi libri, tutto. Ma nella stanza, fra tutte quelle cose statiche e prive di vita che la riempivano, mancava quella più preziosa.
Jem si sedette sulla sedia della scrivania e le lacrime pervasero i suoi occhi. Il dolore per la perdita del fratello continuava ad essere incessante e lancinante, a dilaniarla nei più profondi recessi del suo cuore e lei non era stata preparata a sopportare tutto quello strazio. Avrebbe voluto rivoltare il mondo e spaccarlo a metà, avrebbe voluto gridare contro Kieren che non gli avrebbe mai perdonato il male che le aveva fatto, che era dannatamente arrabbiata con lui per il modo in cui l’aveva lasciata sola, senza dirle niente, senza lasciare neanche uno straccio di biglietto, senza che le avesse dato modo di poterlo salvare. All’improvviso, la rabbia, il rancore ed il dispiacere si fecero strada dentro di lei. Si alzò di scatto e buttò a terra tutto ciò che, fino ad un istante prima, si trovava sulla scrivania, ma si pentì immediatamente per il gesto appena commesso. Si piegò verso il pavimento per raccogliere fogli e quaderni e, solo in quell’istante, si accorse di aver lanciato anche un cd. Lo riconobbe subito. Era il cd che Kieren aveva mixato per lei, pieno di canzoni di genere hardcore e metal. Lo stesso cd che l’aveva aiutata a smettere di camminare sulla punta dei piedi quando aveva undici anni.
Jem strinse al petto quel piccolo tesoro che credeva di aver perduto e lasciò che le lacrime scorressero sulle sue guance. Cadde in ginocchio, afflitta, e si rese conto che, questa volta, non ci sarebbe più stato suo fratello ad aiutarla a camminare.

Simon
La camicia a righe verticali giaceva sul pavimento del bagno, in un ammasso informe di stoffa, dopo che Simon ne aveva slacciato ogni singolo bottone per togliersela di dosso e lasciarla poi scivolare via dalle braccia. Diede le spalle allo specchio e, girando il volto da un lato, con la coda dell’occhio osservò la propria schiena. Il pallore cadaverico di essa contrastava con la tinta color carne del fondotinta che gli avevano dato – insieme alle lenti a contatto – dopo essere stato etichettato come idoneo per poter lasciare il centro di trattamento di Norfolk. Simon prese un profondo respiro prima di percorrere con lo sguardo la cicatrice che il dottor Halperin e il dottor Weston gli avevano inflitto lungo tutta la colonna vertebrale, scavandovi a fondo, senza alcuna pietà. Quella profonda cicatrice scura e mal ricucita sembrava volesse tagliargli in due la schiena. Riuscì ad intravedere le tre vertebre finali, lì, dove i fili di sutura non avevano retto. Se solo fosse stato ancora vivo, Simon avrebbe potuto sentire il proprio cuore perdere un battito a quella vista che tanto lo ripugnava. Recuperò da terra la camicia e se la rimise addosso. Non sentì la stoffa leggera percorrergli e solleticargli la pelle, non sentì la durezza dei bottoni tra le proprie dita mentre li riallacciava, non sentì niente. Il suo corpo da parzialmente deceduto non percepiva più nulla se non il freddo della morte stessa che, come un velo, si era posata su di lui dopo essere andato in overdose.
Simon evitò di guardare il riflesso del proprio volto allo specchio e uscì dal bagno. Ritornò nella sua camera, si sedette sul bordo del letto ed allungò un braccio verso il comodino per poter prendere la fotografia incorniciata di lui e sua madre. Con l’indice accarezzò il volto di quella donna stupenda che sorrideva, immortalata dall’obiettivo, di quella donna che gli aveva dato la vita, che gli aveva donato amore, che gli era sempre rimasta a fianco, nonostante le delusioni, nonostante le innumerevoli scelte sbagliate. Quella donna che lui, involontariamente, senza aver alcun potere di controllo sui suoi istinti primordiali e malvagi, aveva ucciso la notte stessa in cui era risorto, in cui non era diventato altro che un rabbioso. Simon chiuse gli occhi e ricordò lo sguardo pieno di disprezzo di suo padre Iain la prima volta che lo venne a trovare al centro di cura. Uno sguardo duro, freddo come il ghiaccio. Iain aveva continuato a guardarlo così anche quando aveva deciso di riportarlo a casa con sé. Simon aveva perduto l’onore che un padre riservava nei riguardi del proprio figlio. Aveva perso la sua benevolenza paterna nel momento stesso in cui l’aveva privato dell’amore della propria moglie. E in quell’istante capì che qualcosa si era spezzato, che le cose non sarebbero più state come una volta, e desiderò solo di poter morire una seconda volta, per sempre.
Con gli occhi che volevano versare lacrime ma non potevano, Simon guardò ancora la foto e implorò perdono a sua madre.


     


                     





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