FanFiction 3x3 Occhi | INVIDIA E PENTIMENTO (sequel di Wild Eyes) di Kikkachan | FanFiction Zone

 

  INVIDIA E PENTIMENTO (sequel di Wild Eyes)

         

 

  

  

  

  

INVIDIA E PENTIMENTO (sequel di Wild Eyes)   (Letta 1082 volte)

di Kikkachan 

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Sezione:

Anime e Manga3x3 Occhi

Genere:

Drammatico

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Capitolo unico 

"resta con me, non per sempre, anche solo per adesso, amore mio..." dedicata al mio papy...ti vorrò bene 4ever ovunque tu sia!


  

INVIDIA E PENTIMENTO
(è presente il flusso di coscinza: non c'è punteggiatura perchè sono i pensieri dei personaggi)
“Reste avec moi, pas pour
toujours,
juste maintenant,
mon amour…”
Ashlan Callenreese


Aprì la porta e si sentì a casa.
Si stiracchiò chiudendo l’uscio dietro di sé, poi si tolse le scarpe e appoggiò sul tavolino chiavi e zaino: estrasse dal quaderno i fogli che gli aveva dato il professore e continuò a risolvere mentalmente la seconda delle equazioni sulla Relatività ristretta che aveva cominciato sull’autobus del ritorno.
Accese la luce ma gli ferì la vista, così si tolse gli occhiali e si stropicciò gli occhi: decise che era meglio lasciar perdere, perché era stata una giornata spossante, inoltre presto lei sarebbe rincasata. Caspita, vivevano insieme davvero.
Ogni volta che ci pensava sentiva un sorriso allungarsi sul suo viso.
Attraversò il corridoio e sprofondò sulla morbida poltrona del soggiorno per provare a dormire: la casa era buia. Sentiva in sottofondo il lieve ronzare del frigo. D’un tratto lo scricchiolio di una porta. Si pietrificò. Qualcuno era entrato in casa. Si alzò in piedi silenziosamente e scivolò vicino agli stipiti della porta: nessuna impronta, nessun particolare diverso dal solito, nessun oggetto spostato…probabilmente lo sconosciuto era entrato da una finestra del piano superiore per non farsi notare dalla strada principale. Camminò rasente il muro, si tolse la cravatta e l’ avvolse attorno al palmo delle mani.
Il ladro improvvisamente scese le scale. Ash di soppiatto si avvicinò alle sue spalle.
-ASH?! SEI TORNATO?- gridò.
-tu?!-
lei urlò per lo spavento di trovarselo alle spalle.
-Shit, pensavo fossi un ladro!-
-mi hai fatto prendere un colpo…non farlo più!- rispose lei riprendendosi -oggi siamo usciti prima perché non c’ era il prof di letteratura e così sono tornata a casa presto: stavo dormendo poi ho sentito chiudersi la porta, così ho pensato fossi tu-
il ragazzo abbandonò in un angolo la cravatta.
-capisco, mi dispiace…giornata pesante?-
-noiosa, tu?-
-no, finalmente si passa alle cose divertenti…il pomeriggio invece ho avuto a che fare con i soliti test per l’ IQ-
-con i compagni di facoltà?-
-comincio a sciogliere il ghiaccio, usando la tattica che mi hai consigliato-
-bene…quando sarai entrato in confidenza potrai aprirti un po’ alla volta-
si accomodarono in salotto, distendendosi sul divano: Ash accese lo stereo con il telecomando e un allegro motivetto cominciò a vibrare nell’ètere.
-hai comprato una nuova cassetta?-
-già, questa lirica è deliziosa, non trovi? L’autore è il famoso pianista Alan Dawn e questa composizione si intitola “Sensi”-
-ho letto qualcosa sui giornali-
-ha solo diciannove anni eppure tiene concerti in tutto il mondo: pare abbia introdotto un nuovo modo di proporre la propria musica…sul palco usa un sottofondo registrato in studio ma di volta in volta improvvisa…-
continuò a lungo su tale discorso ma Ash non si distrasse mai: ogni tanto i loro sguardi si incrociavano, ma non era necessario leggere nei suoi occhi per percepire il suo entusiasmo verso quei brani, poiché dai suoi gesti, dalla sua voce sprizzava l’emozione che la melodia le comunicava. Era tanto presa dai suoi discorsi che il ragazzo non volle mai interromperla, solo quando lei se ne rese conto si fermò e chiese scusa per il proprio “sproloquio”.
Ash sorrise con aria furbetta e si coprì gli occhi con il palmo della mano, poi tornò a guardarla.
-non sto ridendo di te, solo mi piace sentirti parlare tanto appassionatamente…comunque condivido il tuo parere: penso che proverò a vedere cosa mi ricordo delle lezioni di piano di qualche anno fa-
-tu suoni il piano?!-
-ora non immaginare chissacchè-
-sono curiosa all’ennesima potenza! Domani andiamo a comprare un pianoforte, ok? Ok?-
-quanta fretta! Ma ci tieni così tanto?-
-CERTO! Vado a preparare da mangiare, tu corri a dare un’occhiata agli spartiti della composizione “Nina” di Dawn che sono sulla mia scrivania…è piuttosto difficile, però!-
si alzò dal divano, lasciando le braccia di Ash e corse in cucina: a lui non rimase che obbedire e si incamminò verso la camera di lei.
-domani andiamo in giro a fare compere?- chiese Ash.
-scusa, non capisco!-
-domani andiamo per negozi?- ripetè affacciandosi in cucina.
-naturalmente! Ho adocchiato un bel posticino specializzato in scarpe per uomo e un’altra in maglieria…-
-questa volta però non trattarmi come una specie di bambola: è imbarazzante vederti svolazzare da un reparto all’altro in cerca di qualcosa da farmi indossare-
arrossì leggermente.
-mi dispiace ma non posso prometterti niente!-
-beh, impegnati per lo meno…allora, perché non rispondi?-

La terra tremava sotto gli scalpiti di quelle migliaia di piedi e zoccoli, che pesanti a passi cadenzati battevano su di essa facendola poi sfumare in nubi di polvere sottile.
Primaverili raggi solari piovevano sulle assetate colline vicine al fiume, rigogliose e occhieggianti di minuscoli fiori bianchissimi, filtrando attraverso soffici minuscole nubi che nascondevano parzialmente il sole agli occhi del Dio, alla testa dell’esercito. I dorati campi di mais ondeggiavano ai lati delle coorti infernali, accarezzati dal vento che scompigliava anche i suoi capelli biondi nascosti da un cappuccio morbido: in lontananza contadini alzavano la testa, abbandonando il proprio lavoro, alla vista di quel fiume impetuoso di argentate, abbaglianti corazze, muti e immobili, timorosi e sorpresi: interrotti i loro giochi, alcuni bambini venivano trattenuti dalle madri, altri, ignari di ciò che stesse accedendo sotto i loro occhi, correndo attraverso i fusti dorati di mais si avvicinavano quanto più potevano, tentando di scorgere il comandante, unico privo di armatura, avvolto in un mantello color ebano, le lunghe maniche al vento come le insegne che lunghe carezzavano i cimieri delle guardie che lo accompagnavano. Quella moltitudine lenta procedeva verso l’orizzonte. Un bimbo più temerario degli altri riuscì ad affiancare il cavallo del generale e ad accarezzarlo, non visto dai soldati. Il Dio se ne accorse, sorridendo lo guardò negli occhi sgranati alla vista dei suoi verdi come smeraldi: fiero e nobile quello sguardo fece capire al piccolo che doveva essere un potente re, anzi qualcuno di più importante, un imperatore forse. Il Signore degli Inferi sorrise e sfoderò la spada alzandola davanti a sé: essa barbagliò, quasi brillasse di luce propria. Il piccolo rimase sbalordito e tese la mano verso di essa, avvicinandosi ancora. Qualcuno lo afferrò per la vita appoggiandolo sul proprio destriero e appressandosi al Dio, cosicchè il bimbo potè toccare con mano l’elsa tornita, prima di essere nuovamente appoggiato a terra, dove immobile continuò a guardare in direzione del Signore dagli occhi lucenti, attendendo che l’esercito gli passasse intorno, lasciando dietro di sé una scia di fili d’erba e ariste calpestate.
Dì! Esiste qualcuno di me più felice?
Ash cominciò a sentire nelle sue orecchie il suono della sveglia e in breve, dopo aver capito che era solo un sogno, quelle immagini si fecero sempre più distanti per poi svanire come in una bolla di sapone quando riaprì le palpebre.

Si trovava ancora nel New Jersey eppure gli mancava New York.
Gli mancavano le passeggiate in ogni stagione a Central Park, come il sole sorgesse e tramondtasse ora affacciandosi sull’oceano ora nascondendosi dietro il World Trade Center, il fiume di macchine e la gente accalcata che parlava al cellulare, gli mancavano l’acciaio e le vetrate dei suoi grattacieli: alla sua città pensava mentre camminava per il parco cittadino di Princeton, alla sua città carica delle speranze, delle paure, del risentimento, del calore dei suoi abitanti. Perché quella nostalgia amara ma allo stesso tempo dolce? Perché avrebbe voluto ritornare anche solo per un giorno nella prigione in cui aveva vissuto tanto a lungo?
Cercò di distrarsi e si diresse verso la piccola edicola subito fuori dai cancelli del parco per comprare un quotidiano: intascò il resto e cominciò a sfogliare il giornale che parlava ancora una volta della guerra fra Iraq e Iran, dello scandalo Irangate che vedeva coinvolto lo stesso presidente Reagan.
Stava per tornare sui suoi passi quando due bambini gli sfrecciarono accanto ridendo e urlando: sembravano divertirsi davvero molto. Rimase a guardarli per qualche minuto, completamente assorto.
Senza motivo improvvisamente alzò lo sguardo fino ad incontrare quello di un uomo seduto su una panchina che, scoperto, subito tornò alla sua rivista. Ash si risvegliò dai suoi pensieri. Chi era?
Riusciva a vederne il profilo e certo non lo conosceva ma non sembrava sospetto, anzi, era di certo un comune cittadino. Ash era in verità curioso, sebbene non ne avesse motivo.
Doveva avere una cinquantina d’anni a giudicare dai suoi capelli neri brizzolati e dalle leggere borse sotto gli occhi, ma il suo viso era segnato da poche rughe; le guance e il naso aquilino erano rubizzi per il freddo, le labbra sottili e vermiglie, gli occhi piccoli sotto le pesanti palpebre, dietro un paio di occhiali; indossava un cappotto scuro come i calzoni, ai piedi dei lucidi mocassini neri, al collo un foulard bordeaux che gli dava un’aria davvero elegante e aristocratica.
Ash si avvicinò.
-mi scusi, posso sedere?-
-prego- l’uomo gli sorrise garbatamente facendogli spazio.
Il ragazzo si accomodò e aprì il giornale appoggiandolo sulle ginocchia: forse era meglio lasciar perdere e continuare a leggere il quotidiano senza dargli fastidio, comunque non avrebbe saputo come cominciare un dialogo.
-perdoni l’indiscrezione, ma è venuto a studiare a Princeton da New York?-
Ash rimase stupito.
-come fa a saperlo?-
-beh, ha comprato il New York Times e si sente un leggero accento: vista la sua età ho immaginato si fosse trasferito per frequentare il college…-
-in effetti ha proprio indovinato!-
-mi scusi, se prima l’ ho osservata, le avrò dato fastidio-
-beh, non è un crimine! Comunque mi presento: mi chiamo Ashlan Callenreese-
-piacere, Ash, Gabriel Wiseman-
-Come mai lo faceva?-
-perché la fissavo? Deformazione professionale: mi osservo intorno e psicanalizzo dei “soggetti” interessanti-
-ah, uno psicanalista! Non tira ad indovinare allora!- rispose Ash sorridendo.
-diciamo che mi metto alla prova…inoltre mi tengo in allenamento-
-capisce le persone dalle loro “deformazioni” professionali?-
-non solo, anche i gesti, l’atteggiamento, il modo di parlare, ciò che attira l’attenzione, lo sguardo…-
-mmh, però…e come fa a sapere se ci ha azzeccato?-
-chiedo-
-chiede?-
-con discrezione certo! Se non si fosse avvicinato lei sedendosi qui, lo avrei fatto io…-
-beh, altrimenti non saprebbe se ha indovinato o meno-
-è un po’ teso, Ash?-
-no, affatto…beh, allora…cosa ha pensato guardandomi?-
Il dottor Wiseman fece finta di credergli.
-francamente?-
-sì-
-lei è molto intelligente, colto e maturo…ma non credo che se ne sia andato via da New York, credo che…ehm…-
-allora?-
Benchè fosse sorpreso e quasi intimorito, Ash cercò di mascherare la propria inquietudine.
L’ uomo sospirò e lo guardò negli occhi con aria seria quasi assorta: Ash sgranò gli occhi. Aveva davvero capito tutto? Come ci era riuscito?
-deve essere lei a dirmelo-
-sì, sì, così dopo dice che era ciò che aveva pensato…- era nervoso ma continuò a sorridere allegramente.
Anche il dottor Wiseman rispose sorridendo, poi estrasse qualcosa dalla tasca del suo cappotto.
-facciamo così io scrivo quello che ho pensato su questo biglietto da visita…ecco…- glielo porse –non lo legga subito subito: quando ci rincontreremo, se vorrà, mi dirà se ho avuto ragione-
Ash non disse una parola.
-mi scusi, Ash, ma i miei pazienti aspettano! Buona giornata-
anche il ragazzo si alzò e lo salutò con un cenno della mano ammutolito dallo stupore per quell’ incontro, dal timore delle parole scritte in quel biglietto piegato in quattro, anche se non ne capiva la ragione: il fatto che su quel pezzo di carta ci fosse scritta la verità, non avrebbe cambiato nulla, eppure significava qualcosa per lui…non ebbe il coraggio di gettarlo via, né la volontà di ignorare quanto gli fosse accaduto quel giorno e quel giorno avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

Si sedette sul letto, poi si distese. Era stanchissimo.
Aveva camminato spedito fino a casa dal campus del college, senza fermarsi mai, senza rallentare un momento per prendere fiato: era turbato e i tanti pensieri che gli affollavano la mente lo avevano distratto da quello della stanchezza, ma non appena si era lasciato cadere sul materasso, il corpo d’ un tratto si era fatto pesante e ora non era più in grado di alzarsi, nemmeno volendolo.
Dopo aver passato il pomeriggio nello studio del dott. Wiseman, era andato alla Sorellanza di cui lei faceva parte per tornare a casa insieme, ma non l’ aveva trovata: la ragazza che gli aveva aperto la porta, dopo qualche balbettio, gli aveva risposto che era uscita e che di solito andava al campo di basket pubblico nel parco. Ash sapeva quanto quello sport le piacesse, per cui non si sarebbe stupito affatto di trovarla ad allenarsi nei tiri da tre punti.
Il cielo si era fatto color lapislazzulo e già le prime stelle timidamente comparivano all’ orizzonte: il parco era deserto e tra i platani, tra i lampioni che si accendevano uno dopo l’ altro, si sentiva soffiare una brezza che odorava vagamente della primavera ormai prossima. Si era stretto nel suo cappotto di lana e aveva guardato l’ orologio. Erano circa le sei. Improvvisamente delle risa dimesse in lontananza avevano attratto la sua attenzione e aveva alzato la testa. Provenivano dal campo di basket, così si era avvicinato. Due figure scure davanti a sé. Uno delle due voci gli sembrò conosciuta.
Una ragazza e un altro ragazzo erano seduti sull’ asfalto: lui da dietro le abbracciava la schiena, lei gli accarezzava le mani incrociate vicino al suo viso, forse giocherellando con le sue dita, mentre insieme si dondolavano leggermente. Probabilmente stavano prendendo in giro qualche professore. Lui l’ aveva forse baciata, forse vicino alle labbra, poi si era separato da lei per prendere la palla e tirarla da seduto. Anello, canestro. Lei sorridendo gli aveva sussurrato qualcosa e lo aveva abbracciato nuovamente.
Ash era rimasto in piedi e per una decina di minuti li aveva osservati: un velo di malinconica tristezza gli aveva coperto gli occhi e per un attimo non si era sentito più sé stesso, come se stesse osservando quella scena dal corpo di qualcun’ altro.
D’ un tratto il volto del ragazzo apparì sparì alla luce fioca di un lampione. Non era possibile.
Ora si trovava lì, nel silenzio di una stanza buia, nell’ attesa di sentire una chiave girare nella toppa della porta d’ ingresso.
D’ un tratto si tirò a sedere, con gli occhi di chi ha capito tutto, ma poi quello sguardo scomparve, le spalle si curvarono e riapparve il disorientamento.
Che fare?

-ti è piaciuto il concerto? Dawn ha veramente delle mani di velluto…-
-sì, concordo…peccato aver dovuto indossare uno stupido smoking!- tentò di snodare il papillon e slacciò i primi due bottoni della camicia.
-in effetti deve essere piuttosto costrittivo-
-costrittivo e in più sembro un cameriere: non ci trovo niente da ridere…ma guardala, continua!-
-scusa…eh he he…è così insolito vederti impacciato…-
-non capisco cosa ci sia da ridere…non riesco a vedere cosa sto facendo!-
-ci penso io, va’…ecco contento?-
-sì, mammina…-
-e dai, scemo!-

il dott. Wiseman prese il suo blocchetto e accese il registratore nascosto.
-allora…cosa le è successo questa settimana?-
-tutto e niente, nulla di nuovo-
silenzio.
-sicuro?-
fissa perso soffitto.
Fissava perso il soffitto, mezzo disteso sulla seise longe, come se quella che sentiva fosse solo una voce, come se il suo interlocutore non si trovasse lì, dietro la propria scrivania.
-credo che se ne sia accorta…ha presente la mia chiamata di qualche giorno fa? Mi deve scusare ma ero…confuso- beve acqua, rimane con occhi su bicchiere con cui si trastulla. Ash si schiarì la voce. –probabilmente non ha capito cosa mi sia successo-
-eau contraire-
Ash rimise a posto il bicchiere.
Via bicchiere.
-bene perchè da quella sera al parco non ho cercato di capire cosa avessi visto e di questo sono stupito insomma in un’ altra situazione avrei sicuramente chiesto spiegazioni a me non piace rimanere nel dubbio sicuro che ne avrei chieste invece stavolta non ho fatto una piega l’ ho accolta a casa come se niente fosse era così spensierata insomma voglio dire non mi è neanche venuto in mente di chiederle chi fosse perchè fossero insieme di cosa parlassero di chi…cioè cosa ridessero- ogni tanto i loro occhi si incontravano, ma poi quelli di Ash guizzavano via. Sguardo sfuggente. –ieri notte non ho dormito a casa ho girovagato fino a quando sono stato troppo ebbro di sonno per camminare e stamattina mi sono trovato nel parco sulla stessa panchina in cui l’ ho incontrata che coincidenza immagino se ne sia accorto dai capelli sono così arruffati –cercò di domarli. Mani su capelli. -spero cioè no voglio dire immagino si sia preoccupata comunque si sarà accorta che sono tornato a casa prima che si svegliasse era sul divano poverina beh ho preso dei vestiti di ricambio e le ho lasciato un biglietto ho inventato una scusa non dovrei mentirle ma non voglio nemmeno raccontarle la verità cioè non saprei che dirle mi capisce? le ho scritto che dopo sono tornato in facoltà-
Gesticola tace. Ash perse il filo del discorso. Pensa cosa dire.
-dopo?!-
sospiro.
-ho saltato la cosa più succosa per uno psicanalista vero? Insomma sarà curioso anzi forse già immagina dice di no ? ma è imbarazzante mi spiace ma non riesco insomma è imbarazzante capisce? Non mi è mai successo…-
guarda il grembo vi nasconde mani.
-chiudi gli occhi-
-come?-
-ti giuro, non ti guardo mentre lo fai-
chiude occhi isolamento rilassamento.
-non pensi male non è successo niente anzi è proprio questo il punto voglio dire…è colpa mia e solo colpa mia…insomma lei era tornata a casa e io mi sono fatto trovare sul suo letto…penso abbia immaginato che stessi dormendo ma non era così…-

-Ash, che ne dici di questo?-
-carino…ma il colore non mi entusiasma: ce n’è uno bianco o blu?-
-cavolo, non della tua misura…e questo? Dai provatelo!-
-dici che mi starà bene?-
-qualunque cosa ti sta bene-
-mi piace sentirmelo dire-
-ma quanto sei vanitoso?!-
-non è vero…-
-sì-
-ti dico che non è vero-
-sì-ì-
-no-o-

quando rientrò a casa, lei aveva appena finito di preparare da mangiare: la tavola apparecchiata sembrava che aspettasse solo lui. Si tolse la giacca e si allentò la cravatta.
-sei arrivato giusto in tempo! Guarda ho preparato il tuo piatto preferito…-
-pesce e crocchette di patate…deve essere squisito- la sua voce era un po’ spenta.
-avevi un appuntamento stamattina?-
-sì- lei capì.
-hai l’ aria così stanca…ti fa male il collo?-
-un po’: devo aver preso freddo…dovrei anche farmi la barba…ti dispiace se prima di mangiare mi faccio una doccia?-
-no problem…”dovrei anche farmi la barba”…come se ce l’ avessi!-
sorrisero.
-in effetti hai ragione, ma fa molto macho-
si voltò, cominciando a incamminarsi, esitò e si fermò.
-scusami per ieri sera- sussurrò.
Lei non lo sentiva: aveva appena accesso il walkman e fischiettava tranquilla. Si guardarono con la coda dell’ occhio, si sorrisero in maniera molto eloquente: per lei era come se non fosse successo niente e Ash non seppe se dispiacersene o esserne sollevato.
Si sfilò camicia e canottiera, afferrò l’ accappatoio e aprì la porta del bagno: l’ acqua sbuffante di spuma già fumava e l’ aria profumava delle candele alla vaniglia che brillavano ai bordi della vasca, illuminando la stanza con le loro deboli trasparenze rosate. Come al solito gli aveva letto nel pensiero: prima del suo ritorno aveva già preparato tutto e tutto era perfetto. Ash finì di spogliarsi e si immerse, sentendosi subito meglio, non solo grazie a quell’ atmosfera rilassante, ma soprattutto perché improvvisamente capì di aver realizzato senza accorgersene il suo unico vero desiderio, anzi che si era realizzato da solo, come per una meravigliosa magia…non preoccuparti andrà tutto bene…quanto tempo era passato?… non preoccuparti non sarai mai più solo…quelle parole che prima erano state per lui solo dei suoni e nulla più, in quel momento…your dreams…in quel momento…will come…acquisirono la forza…true…della verità. Possibile che fosse bastato così poco per essere felice? Quella montagna che tanto minacciosa gli era parsa, si era dunque rivelata una dolce collina?
Si era già dimenticato di ciò che aveva visto al parco, di quello che era accaduto la sera precedente, del suo dialogo con il dott. Wiseman. Quell’ estasi lo aveva preso completamente, lo aveva fatto suo nel corpo e nella mente, gli vibrava nelle vene, gli ovattava la mente: il tempo si fermò. Forse era l’ acqua troppo calda, forse era la stanchezza, ma scivolò sempre più sott’ acqua. Non sentì neppure il pelo dell’ acqua solleticargli le sopracciglia, mentre la luce scemava. Il tempo si fermò e non sentì più nulla. D’ un tratto qualcosa infranse quell’ idillio e le acque calme agitate poi, lo destarono.
Aprì gli occhi: i capelli di lei scompigliati, gli occhi sbarrati, le braccia, le vesti bagnate. Cosa stava succedendo? Non lo sapeva, ma istintivamente portò le braccia al suo collo e la strinse a sé, poi chiuse gli occhi e si lasciò andare al suo abbraccio.
Quando riaprì gli occhi, la testa per qualche minuto continuò a girargli: con i piedi sollevati, era ancora nella vasca che era però stata svuotata e lo coprivano morbidi asciugamani, asciugamani che lei aveva deposto anche sotto la sua testa umida. Arrossì e benchè già coperto si affrettò a stringersi ancor di più nei teli.
-cosa…?-
-stai un po’ meglio?-
-sì- mugolò con voce stanca.
-ero venuta a vedere se andava tutto bene…non mi hai risposto e così…-
-ti ho fatto preoccupare, vero?- un sorriso tirato.
-non sai quanto- lo accarezzò sulla fronte e lui prima distolse poi chiuse gli occhi.
-ora mi tiro in piedi-
-no! dovresti saperlo meglio di me che è la cosa peggiore da fare in questi momenti…-
-ma mi sento così ridicolo…merda!-
-smettila di dire parolacce e stai buono-
avvicinò un panno e gli tamponò il viso, il collo, i capelli: lui taceva mentre la guardava, cercando il suo sguardo e quando finalmente lo incontrò, si sentì a disagio.
Dopo una manciata di minuti, si tirò a sedere senza problemi e indossò l’ accappatoio: lei gli asciugava i capelli con il phon e glieli pettinava. Ash non diceva niente, continuando a stringersi nel telo morbido e profumato. Più lei gli stava vicino, più provava imbarazzo. Era successo anche la sera prima. Quando lei si era avvicinata, Ash aveva serrato gli occhi e un confuso senso di disgusto aveva soffocato quasi il suo respiro. Poi lei gli aveva riabbottonato la camicia: aveva sentito le sue dita leggere e il frusciare della stoffa. Si era sentito ridicolo e aveva pensato di averla delusa: sicuramente presto o tardi si sarebbe stufata di lui e dei suoi comportamenti irrazionali, insensati, assurdi…prima che lei arrivasse, prima che lei entrasse e sconvolgesse tutto, era sempre stato sicuro delle sue scelte perché non ne aveva mai avute molte di fronte a sé e per sopravvivere (per sopravvivere!) senza darsi pensiero assassinava, sopraffaceva, sfruttava senza pietà chi poteva, il proprio corpo senza vergogna. Era davvero facile e indolore, perché non pensava a cosa fosse giusto o sbagliato, anche se poi, di notte, nel silenzio della sua camera, nel buio dei suoi sogni, gli occhi di chi aveva ucciso, di chi aveva tradito, di chi lo perseguitava tornavano a spalancarsi di fronte a quelli della sua mente, occhi senza palpebre, e le loro voci, grida, suppliche torturavano i suoi timpani senza mani che li coprissero e seviziavano il suo corpo che si dimenava invano tra le coperte nel tentativo disperato di svegliarsi…ricordi recenti e remoti, se durante il giorno riusciva con facilità a metterli da parte perché la luce della coscienza illuminava la sua mente rischiarando il loro buio, quando calava la sera nuovamente nuotavano nella sua testa beandosi dell’ oscurità da cui erano nati…si rendeva conto che tutti possiedono due lati della propria personalità, si rendeva conto che il confine che li separa è indistinguibile (come, sotto sera, mare e cielo si fondono e non si sa più dove finisce uno, dove comincia l’ altro) ma lui non riusciva a controllarle, cedendo ora all’ una ora all’ altra, ora all’ abominio, ora al pentimento, ora all’ indifferenza della veglia, ora al tormento del sonno…o forse in quei sogni si celava non il senso di colpa ma il desiderio di rivivere quei momenti? Era quel desiderio o quel senso di colpa che il dott. Wiseman aveva visto in lui quel pomeriggio nel parco?
Tremò.
Lei gli chiese se aveva freddo, lui annuì. Senza guardarla.

Mi fa male stare con te, mi fa male stare senza di te…solo di un vizio peggiore dovrei dannarmi per liberarmi di te, dunque tra tanto immensi mali…voglio scegliere il minore…

-ehi, Raley, stasera alla Confraternita organizziamo un party da urlo: non puoi dire di no!-
-ah ciao Steve! non ne avevo intenzione…posso portare qualcuno?-
-non puoi…devi! Conoscerai uno con le palle cubiche come te…così finalmente troverai qualcuno che ti potrebbe battere a basket e magari metteremo su anche un giro di scommesse, che ne dici?-
-sempre disposto a guadagnare la mia percentuale…aspetta, aspetta, se mi vuoi chiedere di prendere la birra scordatelo! L’ ultima volta ho rischiato di sporcare la tappezzeria dell’ auto…-
-beh, visto come guidi certe volte…comunque l’ ho immaginato: non dovrai fare niente!-
-ah-ah-ah, non ci casco…-
-non ti preoccupare: avevamo bisogno solo di uno che ci facesse pubblicità con le ragazze…abbiamo già un testimonial: TU!-
-E CHE SAREBBE ‘ STO VOLANTINO? E DOVE AVETE PRESO QUESTA FOTO? E COME SAREBBE A DIRE CHE NE AVETE DELLE ALTRE DA REGALARE?-

Era l’ una meno un quarto e Kurt la attendeva come al solito sotto il vecchio acero del campus.
-scusa se ti ho fatto aspettare, ma Ashley doveva restituirmi un quaderno che le avevo prestato…-
-ah, voi donne vi fate sempre aspettare…-
-scusa, scusa, hai ragione a essere arrabbiato! Come è andata con Claire? Dalla faccia che fai, direi non molto bene…-
si incamminarono.
-io non riesco proprio a capirla: fino a un mese fa tutto rose e fiori, adesso o è assente o è nervosa…non la capisco proprio!-
-qualcosa che potrebbe ingelosirla?-
-voi vi conoscete da parecchio e oltre a voi due non è che frequenti in senso stretto altre ragazze!-
-allora torno ad insistere, si sente trascurata-
-non mi sembra di aver tenuto chissà quanti concerti-
-magari a lei sì…aggiungi che siamo in periodo d’ esami ed è sotto pressione…-
-già, già…ehi! Ora che mi viene in mente, ti ho già parlato di quel ragazzo che ho conosciuto un mese fa e rotto alla festa della “AW”?-
-vagamente perché non ero venuta quindi mi hai riassunto tu quello che era successo…è iscritto a un’ altra facoltà, giusto?-
-è a quella di mate infatti…è un tipo strano-
-in che senso?-
-la prima volta che l’ ho visto, ho avuto come l’ impressione che mi odiasse: mi fissava con due occhi…in realtà avevo bevuto un po’ quindi non c’ ho fatto caso…però dopo averlo battuto in quel one-on-one sul campo di basket, non so…è diventato più socievole-
-magari è stata solo un’ impressione…-
-quello sguardo? No, assolutamente! Tra l’ altro non era neanche ubriaco: lucido, perfettamente in sé…è stato un osso duro, ma forse ero solo io un po’ giù di tono-
un pensiero attraversò la mente di lei, ma subito la abbandonò.
-come si chiama?-
-Raley Keen; te ne parlo ora perché ci siamo incontrati stamattina, abbiamo un amico in comune, e mi ha chiesto di insegnargli a suonare meglio il piano: mi ha chiamato Alan-
-evidentemente ti conosce come Alan Dawn ed è un tuo ammiratore-
-non mi sembra un tipo da musica classica, semmai più da Nirvana: avrà visto una mia foto su una rivista…grazie al cielo i tipi come lui sono rari in questo college: se tutti leggessero roba seria e non Playboy o Metropolitan, non potrei viverci!-
-Viva l’ ignoranza allora! Tu gli hai risposto di sì?-
-per il piano, dici? Sì, sì, non ho problemi-
-se non hai problemi perché me ne parli? Non che mi dispiaccia!-
-ero solo curioso di sapere cosa ne pensava la mia migliore amica! A te come vanno e cose?-
si sedettero.
-bene! Ma non ho ancora capito cosa sia successo ad Ash…insomma, ora tutto normale, però vorrei capire: comincio a pensare di aver fatto qualcosa che non gli è andata giù-
-beh, se anche fosse ti avrà perdonata non credi? E poi non può essere così sensibile da offendersi senza dirti nulla!-
Kurt non sapeva naturalmente nulla di quanto fosse successo loro a New York.
-mi dispiace non potertelo far conoscere-
-sapessi il perché!-
-è molto lungo da spiegare: lascia perdere-
-ok- il ragazzo rimase muto, lei fissava l’ erba del prato senza dire nulla –ma non credo riuscirai a “proteggerlo” ancora per molto…ma si può sapere cosa provi per lui? Da come me l’ hai descritta sembra una cosa ambigua-
-detta così dà l’ impressione di qualcosa di perverso…-
-non cercare di evitare la risposta-
-il fatto è che non credo ci sia parità nel nostro rapporto…lui ne è senza dubbio il baricentro-
-mi vuoi rispondere?!-
-e va bene…è così banale da dire, però è la verità…- fissò il cielo –io lo adoro, l’ ho sempre adorato perché per me è perfetto- sorrideva e nei suoi occhi la tranquillità –tu non hai idea di quante ne abbia passate, ma se lo conoscessi, sapresti che nessuna porta potrà mai essergli preclusa! Qualunque cosa faccia, esce sempre vincitore perché la forza della sua rabbia e della sua determinazione è irresistibile…ogni volta che torno a casa, penso che un giorno non lo troverò più ad aspettarmi, perché si sarà stancato di farlo…è una cosa orribile, ma ci sono momenti in cui…lascia perdere…insomma, ora lui ha bisogno di me, ma fino a quando?-
-perché non gliene parli?-
-ma lui lo sa già…sta con me perchè…io sono stata con lui quando aveva bisogno di me-
-come puoi affermare questo?-
-perché lui è abituato a cavarsela da solo, perché ha le carte in regola per mettere il mondo ai suoi piedi, perché lui non ha bisogno di me, mentre io sì…- lo disse ridendo quasi fosse una cosa scontata, poi si alzò e dopo aver salutato si diresse verso casa.
-esiste sempre qualcuno meglio di noi, ma questo non ci rende delle persone esecrabili!- le gridò Kurt, alzandosi in piedi.

16 Agosto 1985, ore 23: 06.
Dopo aver fatto il giro del quartiere per controllare la situazione, finalmente Ash poteva fare una sosta al “3V Club”: sarebbe rimasto lì qualche ora, in fondo anche lui era una delle attrazioni della bettola del grassone. In effetti era proprio una bettola e non meritava il nome che gli aveva dato (le tre “V” di veni, vidi, vici), ma gli affari andavano lisci e questo era sufficiente per tenerla aperta.
Anche quella sera si era formata una coda piuttosto lunga e folta di gente che premeva per entrare, mentre tra il fumo e il suono della discomusic, tra grida e fischi, l’ atmosfera si stava scaldando, la notte stava cominciando.
-ehi, Boss!-
-hi Big-Boy, quanta gente è già entrata?-
il buttafuori controllò la lista.
-146, senza contare la “spazzatura” che ho portato fuori-
-altri quaranta e basta: sono già abbastanza…se scoppierà la solita rissa, vieni dentro a darci una mano, stasera non ho voglia di menare le mani-
-sarà un onore per me, boss…ah, senti…ho dovuto far entrare anche quel fottuto stronzo del cazzo di Sticky J…-
-non ti preoccupare, con gli spacciatori ci parlo io: non pretendo che vi mettiate nella merda con questa gente per me…ci si vede dopo-
-see ya, Great Boss!-
si levò la giacca ed entrò nel locale. Le luci al neon, la confusione, la musica, la gente che ballava, il fumo, tutto era assordante, tumultuoso e benchè non soffrisse di claustrofobia si sentiva soffocare.
Salutava con cenni della testa e vaghi sorrisi chiunque lo conoscesse (ed erano in molti); ogni tanto qualcuno gli si avvicinava per chiedergli un favore, dargli notizie e informazioni, per presentargli gente nuova, ma a pochi dava confidenza; controllava chi frequentava il suo locale e da lontano chi vi lavorava; poi al bancone si fece versare come al solito un paio di bicchieri di gin, solo per riuscire a sopportare la compagnia che lo avrebbe circondato ancora per un paio d’ ore…salì al piano superiore ed entrò nel suo “ufficio” insonorizzato. Sticky J lo stava aspettando.
-sei pregato di non farti rigoni qui dentro-
il tizio alzò la testa, mostrando il naso arrossato e gli occhi torbidi. Tirò su con il naso.
-Ash, amico! Finalmente sei arrivato…dovresti parlare al grassone là fuori e dirgli chi sono, perché non mi conosce a quanto pare…-
-la risposta alla tua prossima domanda è no…ma so che hai già cominciato a spacciare, senza chiedermi il permesso-
gettò sulla scrivania una manciata di bustine. Era tremendamente stanco e spossato, così si stravaccò in poltrona, versandosi da bere.
-dietillamide dell’ acido lisergico…credi di poter venire a vendere il tuo schifoso LSD qui, senza chiedermelo?-
-io conosco Goldzine, Lince-
-il locale sarà anche suo, ma lo gestisco io-
-lo sai che ti passerò una percentuale, vero?-
-la mia percentuale te la restituisco a calci, se non ti levi dalle palle, “amico”-
-non ti scaldare, ci sono tanti posti dove venderla e tanta gente disposta a comprarla: non ho bisogno di questa fogna…- si alzò e aprì la porta per uscire –see ya, miss-
chiuse l’ uscio prima che Ash riuscisse a colpirlo con il bicchiere mezzo pieno di gin.
Chiuse gli occhi e provò a rilassarsi, improvvisamente però la porta si spalancò ed entrò Skip trafelato.
-Ash, corri, c’è un grosso problema!-
il ragazzo saltò giù dalla poltrona e seguì il piccoletto tra la folla accalcata.
Una ragazza distesa per terra, svenuta. In un angolo una siringa usata e un laccio emostatico.
La trasportarono fuori, all’ aria aperta.
-boss, che fai?! Scarichiamola in un angolo, no?-
-shut up, Joe! Non sento il respiro, ma ha le pupille contratte…siamo ancora in tempo!-
le aprì la bocca, sbottonò il colletto della camicia e le chiuse il naso, poi cominciò la respirazione artificiale, controllando a ogni due insufflazioni il respiro e il polso carotideo.
Dopo due tentativi, improvvisamente la ragazza tossì e si mosse ma la respirazione continuava a non essere spontanea, dopo una sola insufflazione tuttavia tornò a respirare normalmente e Ash potè asciugarsi il sudore e riposarsi: erano passati sì e no venti secondi.
-è la…prima…volta…che mi capita…un’ overdose di eroina…quel bastardo a quanto pare non commercia solo allucinogeni, ma ha anche le novità più costose del mercato-
la ragazza si tirò a sedere: era sotto shock, ma trovò la forza per ringraziarlo.
-portatela nel centro di assistenza…e tu vedi di non farti più, né nel mio locale, né da nessun’ altra parte-
lei gli prese la mano ma lui si divincolò, perdendosi tra la folla.
Perché raffiora alla mia mente questo ricordo? che sia la musica che sto suonando?
Tornò a concentrarsi sullo spartito ma sbagliò quella nota ancora una volta e questo gli fece perdere il controllo: lanciò in aria i fogli che scivolarono a terra, li prese a calci con tanta foga da cadere sul divano. Non riusciva, non riusciva a imparare a suonare come voleva un dannato pianoforte! Aveva ascoltato per ore ed ore ogni singolo concerto, ogni singolo brano di Kurt, aveva visto ogni registrazione delle sue esibizioni eppure…alzò il telefono.
-pronto, Kurt, sono io-
-ehi, come va, Raley?-
-sei libero oggi?-
-bene a quanto pare…dopo le quattro e mezzo comunque-
-posso venire?-
-sì, ma…-
-perfetto ne ho davvero bisogno, see ya e grazie…ti amo-
-ci vediamo dopo, idiota!-
mise giù la cornetta, andò in cucina, stappò la bottiglia.

-e dai, sorridi! Ecco bravo…un po’ più sincero, suvvia…un po’ meno teso…perfect!-
-quante me ne hai fatte oggi? Sarai contenta, spero!-
-oh, ma tu sei il mio modello preferito! Che stai facendo?-
-con alle spalle il tramonto sul gran canyon, niente nudo?-
-RIMETTITI LA CAMICIA, NON SONO UNA MANIACA! Scemo…- imbarazzata, coprì l’ otturatore.
-je t’ aime, mon petit papillon-
-come?-
-eh?-
-scusa, pensavo avessi detto qualcosa…-
lui sorrise, lei sorrise.

Anche quella sera il vento vespertino soffiava via la polvere della sua memoria e la pioggia leggera la rinfrescava.
Da quando aveva conosciuto Gabriel, da quando aveva cominciato a parlarne, il suo passato era tornato, anche se forse non se ne era mai andato, forse era rimasto come assopito dentro di lui: ora ricordava anche i sogni che ogni notte si materializzavano nella sua mente, benché non fossero incubi, benchè non si svegliasse nauseato e disperato.
Aprì il biglietto incartapecorito che il dottore gli aveva dato tanto tempo prima: era finito nel fondo nella sua tasca e se n’ era accorto sfiorandolo con un dito.
Quattro dolorose lettere blu scarabocchiate. Help.
Ash sorrise.
-Damn, me lo si legge in faccia?-
Kurt tornò in camera fischiettando, in una mano una bottiglia di spremuta d’ arancia, nell’ altra le audiocassette che Ash gli aveva chiesto.
Il ragazzo aveva aperto la finestra e il vento ora gonfiava le tende molli, sfogliando rapidamente uno per uno gli spartiti che doveva studiare, trasportando sottili stille di pioggia: era come incantato, piegato sulla sua schiena, accovacciato sul pavimento mentre i suoi capelli ondeggiavano a quella tiepida brezza.
-riprendiamo, per favore- quel sussurrò improvviso fece sussultare Kurt.
-non sei stanco, Raley? Guarda che è da parecchio che sei qui…-
-scusa se ti arreco tanto fastidio-
-non intendevo dire questo-
-come ti sembra che stia andando?-
-devo ammettere che hai fatto molti progressi: d’ altronde ti eserciti ogni giorno…-
-però…?-
-nessun però-
-però…?-
-qual è il tuo scopo?-
Ash girò su sé stesso e lo guardò dritto negli occhi senza esitazione, impassibile.
-diventare più bravo di te-
Kurt rise divertito.
-sapevo che avresti risposto così, ma non ce la farai mai di questo passo!-
-PERCHE’?! sei così sicuro di tè stesso da non temere rivali?!-
-perché tu ODI la musica classica, ODI il piano, ODI tutto ciò che stai facendo! Smettila di fingere, con me non attacca…te lo richiedo, cosa vuoi ottenere?-
-e io te lo ripeto, diventare più bravo di te- rispose stizzito, cercando di nascondere la rabbia.
-non ti pare di essere un po’ infantile?-
Ash si alzò in piedi e gli tirò un pugno in faccia, sbattendo Kurt contro la parete: lui continuò a sorridere massaggiandosi la guancia. Ash lo afferrò per il collo della camicia.
-credi di essere migliore di me, vero? Ridi di me, vero?- sibilò.
Provava un misto di rabbia e incredulità. In che situazione assurda e irrazionale si trovava!
-Keen è davvero cognome adatto a descriverti: sai essere tagliente come un coltello e hai anche un bel gancio destro!-
-VUOI FINIRLA DI PRENDERE LA COSA SOTTO GAMBA?! NON TI SEI ACCORTO CHE TI HO APPENA PICCHIATO?! DIO, quanto mi fai incazzare…-
-siamo nervosetti stasera! Mi passi il ghiaccio secco che c’è sul comodino? tra poco terrò un concerto e non vorrei che il pubblico si spaventasse!-
Ash si alzò di scatto e uscì sbattendo tanto violentemente la porta da far trasalire anche sé stesso.
Scese le scale, spalancò l’ uscita e afferrò l’ ombrello: cercava di aprirlo, ma alla fine lo ruppe. Era furibondo. Lo gettò sfasciato in una pozzanghera.
-FOTTUTO OMBRELLO, FOTTUTA PIOGGIA, FOTTUTA GIORNATA!-
sentì dei passi alle sue spalle, si voltò e un colpo lo fece volare a terra, nel fango.
Negli occhi di Kurt brillava una luce nuova, spietata per un attimo.
Ash si alzò, pulendosi la bocca: tutto ciò che desiderava in quel momento era solo picchiarlo e nessun altro pensiero occupava la sua mente, tanto che sentì un brivido di eccitazione sottile lungo le nocche delle mani. Non aveva mai provato gusto a malmenare chi non voleva difendersi.
Si tolse la giacca, si lanciò contro l’ avversario che riuscì a evitarlo, tornò indietro e questa volta lo colpì: il fango, la pioggia, il freddo, il buio rendevano tutto più difficile e faticoso. In breve cominciò ad accalcarsi una piccola folla che incitava ora l’ uno ora l’ altro, ma i due non li ascoltavano e per una decina di minuti non fecero che indietreggiare, assalire, schivare finchè uno non cadde stanco a terra, seguito dall’ altro.
Qualcuno cercò di aiutare Kurt ad alzarsi, chiedendogli perché si fosse fatto coinvolgere in una rissa, ricordandogli il concerto, ma lui lo allontanò e Ash si sentì un verme.
Kurt sorrideva tranquillo come se fosse soddisfatto, allora Ash capì perché lo aveva seguito, perchè gli aveva restituito il pugno e si sentì un verme.
Kurt gli offrì la sua mano per alzarsi e Ash si sentì uno schifoso verme: lo scacciò e sgusciando via si drizzò per andarsene senza voltare le spalle, con le mani in tasca, lo sguardo perso davanti a sè.
-piantala di fare il buon samaritano…-

era ancora lì, in quel parco illuminato solo dalla bianca luce dei lampioni, nonostante ciò che gli aveva detto e di questo era molto stupito.
-cosa penserà il tuo pubblico, visto che stasera non ti sei presentato?-
-non me ne frega un granchè-
-ma tu non…-
-io amo suonare, non dar spettacolo-
-sembri arrabbiato-
-perché, non dovrei, “Ash”? da come ti aveva descritto, sembravi la persona più limpida del mondo-
-davvero, lei pensa questo di me?- sorrise.
-sì, ma non lo sei poi molto-
-smettila di fingere: lo so che non sei arrabbiato-
Kurt si sedette davanti a lui.
-perché hai mentito?-
-sono stato costretto a farlo: Ashlan Callenreese ha molti nemici-
-non prendermi per i fondelli: neanche fossi un malavitoso!-
-lo sono stato infatti-
Kurt ci rimase di sale: non sapeva se quello che gli stava raccontando fosse vero o falso. Era talmente assurdo…eppure non aveva l’ aria di chi mentiva.
-Kurt…la prima volta che ci siamo incontrati, quella sera, alla festa, io ti detestavo- abbassò lo sguardo –vi avevo visti una sera, in questo stesso parco, là, seduti su quel campo da basket…mi ricordo i tuoi capelli neri…la gelosia mi divorava…volevo capire come avessi fatto a portarmela via, che cosa in te l’ avesse attratta, ma quando ti vidi, ti riconobbi subito…non fui sorpreso, capii che il tuo talento alla tastiera era il segreto e non mi stupii affatto che lei fosse stata affascinata da te, lo era già dalla tua musica! Mi sono sentito davvero l’ ultimo degli sfigati…se fosse stato qualcun altro, mi dissi, non avrei avuto problemi a togliermelo dalle scatole, ma tu…oh tu eri l’ unico che avrebbe potuto avere qualche chance e di tutti gli stati, di tutte le città, di tutte le Università d’ America avevi scelto proprio la sua! quando sono tornato a casa avrò riso per almeno cinque minuti prima di…la cosa tragica è che hai abbindolato anche me! guardami avrei dovuto ingannarti bellamente, fingere e raggirarti, sfruttarti e abbandonarti sconfitto, avrei dovuto umiliarti: guardami ti dico! la pecorella smarrita è qui davanti a te belando le sue scuse…se almeno fossi incazzato con me, io mi sentirei in diritto di esserlo con te e ti odierei e mi sentirei meno in colpa, ma tu…tu con quella tua stupida generosità, tu con quella tua dannata imperturbabilità, mi sbatti in faccia la mia codardia…-
-tu non mi odieresti nemmeno se te ne dessi la possibilità, amico-
Ash fece per tirargli un fiacco calcio e Kurt sorrise soddisfatto.
-accidenti a te…- aveva ragione e Ash lo sapeva: bel migliore amico si era trovato!
-comunque sei un tipo davvero troppo impulsivo e un insicuro cronico: se stessi attento, ti accorgeresti che lei ti ama…-
Ash rimase disorientato.
-l’ hai scambiata con Claire, la mia ragazza, SCEMO!-
Ash era pallido, i suoi occhi vitrei. Lentamente un sorriso si allargò sul suo viso. Un sorriso inebetito a dire il vero. Improvvisamente Kurt se lo trovò addosso.
-aaaargh…calma…mi stritoli…uff…e adesso dove vai?!- chiese ridendo.
Ash si voltò, gli sorrise pieno di gratitudine, poi ricominciò a correre e questa volta non si fermò.
Tempo fa…tempo fa ho sentito sulla NBC che eri morto…ti prego, Ash, lasciami finire…come ho potuto?…in un primo momento ho pensato a un errore poi quando mi sono accorta che eri davvero tu ho creduto di morire: avevo tante cose da dirti, da mostrarti e avrei voluto vederti almeno per un giorno, ancora un solo giorno sereno senza pensieri di alcun genere…come posso essere così insicuro?…come quando stavamo insieme…tu non hai idea, non hai la minima idea ti assicuro, del senso di sollievo e contemporaneamente di ansia che provai quando seppi che non era come avevo pensato, perché, dopo due settimane passate senza dormire praticamente, ho capito cosa ho sempre voluto fare…lei non ha mai avuto bisogno di chiedermi…e ho capito che avrei dovuto farlo subito o avrei rischiato di perderti per sempre…cosa volessi…per questo sono qui…perché…lei lo ha sempre saputo …io voglio proteggerti…lei mi ha sempre detto, ciò che volevo sentirmi dire…tu meriti di essere felice come chiunque altro al tuo posto…sempre…se è di questo che ti senti colpevole, non hai ragione di esserlo…io sono pieno di difetti…credi davvero che potrei voler bene a qualcuno che non lo meriti?…ma per lei non esistono…Non è forse che vuoi sentirtelo dire? Ti voglio bene …sento che hai paura di me, amore mio…io ti voglio sinceramente, profondamente, irrimediabilmente bene e tu non puoi farci niente, anche se lo volessi…ma io non sono perfetto… perché io ho scelto te…per questo posso amarti…

Il deserto scintillava sotto la luce del sole rasente. Le antiche montagne rossastre erose dal tempo troneggiavano e sembravano offrire loro il benvenuto: mentre il cielo si tingeva di un azzurro sempre più intenso quanto più il sole si abbassava sull’ orizzonte, qua e là rare nuvole dissolvendosi lo attraversavano.
Il vento soffiava leggero trasportando sull’ asfalto nero bordato di giallo un sottile strato di sabbia rossiccia: l’ aria bruciante sfumava in lontananza le figure, esse sembravano perdersi in una nebbia trasparente che ne distorceva i contorni.
Erano alcune ore che viaggiavano insieme: ancora lei non conosceva la mèta, ma nemmeno le interessava, perché ovunque fosse arrivata sarebbe restata accanto ad Ash.
Era voltata verso di lui e lo guardava guidare la Ferrari Mondial Cabriolet che a quanto pare gli era stata regalata dal vecchio a suo tempo. Nel bagagliaio sette milioni di dollari tutti per loro, sette milioni per ricominciare da zero.
Era incantevole.
Rimase imbambolata a fissarlo.
Un leggero sorriso, un braccio appoggiato alla portiera dell’ auto, l’ altra sul volante, gli occhiali da sole, i capelli sottili agitati dall’ aria.
-perché mi guardi?-
-…-
-ah, ho capito!-
Ash rise imbarazzato. Vederlo così fu una sensazione strana, ma estremamente piacevole.
-scommetto vorresti sapere dove stiamo andando…beh, a Las Vegas-
improvvisamente cambiò marcia e accelerò.
Centocinquanta chilometri orari. Lei protestò aggrappandosi al sedile.
Centosettanta. Il paessaggio scorreva sempre più veloce davanti a loro, l’ aria si faceva sempre più violenta, il cuore batteva sempre più rapido.
Duecento. Chiuse gli occhi, il fiato si accorciò e trattenne il respiro.
Duecentoventi. Lo sentì gridare al vento, un brivido le percorse la schiena.
Duecentocinquanta. La sua mano su quella di lei. Si strinsero. Lei riaprì gli occhi e lo guardò: rimase stupita dalla sua serenità. Il motore rombava con invadenza, ma riuscì a leggere le sue labbra.
-il tempo rallenta quanto più ci si avvicina alla velocità della luce…io vorrei raggiungerla con te, vorrei che questo istante non finisse più, vorrei che tutto il resto cessasse di esistere…anche se credo mi basterebbe che tu rispondessi a una mia domanda…-
ricordi, ricordi, meravigliosi ricordi ma cosa sta succedendo Ash? da quando hai cominciato a evitarmi? mi chiedo se eri davvero sincero quando mi chiedevi di restarti accanto per sempre e se ero io davvero sincera quando ti rispondevo di sì se solo tu fossi meno meno perfetto come posso essere me stessa accanto a chi in ogni istante mi mostra la mia meschina condizione eppure non riesco a odiarti a separarmi da te anzi ogni mattina al mio risveglio mi commuovo davanti a te addormentato e sono talmente felice di averti incontrato talmente felice che tu ti sia salvato che a volte vorrei poterti chiudere al sicuro dentro di me per proteggerti vorrei che il tuo sorriso non svanisse mai vorrei vorrei ma è talmente frustrante saperti forte abbastanza da non avere bisogno di me la cosa assurda è che nonostante tu mi infligga inconsapevole questo dolore per quanto io abbia paura di te e di quanto tu mi sia superiore è assurdo ma non posso che restarti accanto da quando ho cominciato a essere così invidiosa di te è per questo egoistico motivo che ti voglio vicino a me se fosse così sarei un mostro un orribile mostro forse io non desidero che tu sia felice voglio solo che tu soffra se solo tu mi odiassi mi sentirei meno in colpa ma non credo saresti in grado di farlo che vergogna che vergogna quale essere infame sono diventata dopo aver incontrato tante persone crudeli e approfittatrici pensavi di aver trovato qualcuno di diverso e invece sei stato nuovamente ingannato la verità è che ti ho aiutato perché mi faceva sentire superiore a te perché mi sembrava di poterti controllare e in questo modo di legarti a me ma alla fine mi sono rivelata anche davanti a me stessa per quello che sono una debole una debole mi merito questo lancinante senso di colpa dio ho sempre odiato quello stronzo di Goldzine e ora mi rendo conto di essermi comportata come ha fatto lui con te la mia superbia non ha limiti e vorrei che tu lo sapessi cerca qualcuno che sappia apprezzarti per quello che sei non merito la tua fiducia tu sei troppo per me era di questo che avevi paura vero Ash che qualcuno guardandoti dentro non avesse più voluto stare con te quanto soffri quanto soffrirai la tua intelligenza inarrivabile la tua bellezza mortificante ti rende un escluso troppo perfetto per poter stare fra degli uomini troppo umano per poter stare da solo è per questo che odi tanto te stesso eppure non riesci nemmeno a nasconderti perché non puoi ti senti un dannato per questo vero odi tanto te stesso se non fosse stato per le tue doti eccezionali saresti stato un bambino come tanti altri non saresti stato strappato ai tuoi genitori e asservito alla violenza di chi ti aveva rapito mi sembra di percepire la tua disperazione la solitudine ti uccideva se non mi avessi incontrato cosa ti sarebbe successo e perché proprio accanto a me hai trovato la forza di liberarti e io come ho fatto a trasmetterla a te e dove l’ ho trovata ricordo come se fosse ieri il nostro primo incontro eravamo solo noi due a quell’ ora in biblioteca era tardi non era la prima volta che ti vedevo lì in quella sera cadevano grossi fiocchi di neve che freddo faceva io stavo studiando mentre tu leggendo ad un’ altro tavolo ti eri addormentato per la stanchezza e il gelo dovevi sentirti disperatamente solo e triste per rifugiarti in un posto tanto deserto non dimenticherò mai la tua voce spaventata per gli incubi che si dibattevano nella tua mente provai una compassione infinita e mi avvicinai a te eri uno sconosciuto ma non mi passò nemmeno per la mente di lasciarti lì abbandonato a te stesso non avrei mai pensato sarebbe bastato accarezzarti sulla testa e coprirti con il mio cappotto per calmarti eri sudato avevi pianto mentre dormivi ricordo il dispiacere che provai al pensiero di cosa avesse potuto farti tanto spaventare e poi e poi hai schiuso gli occhi il loro rossore li faceva sembrare più verdi che mai eri bellissimo non avevo mai visto nessuno affascinante come te ma tuttavia il senso di compassione e tristezza che mi trasmettevi non si assopiva in me senza accorgermene mormorai qualcosa e tu tu non ti muovesti più ricordo o sì mi ricordo ti chiesi chi fossi dove abitassi ma nessuna risposta restai con te fino a che non fu ora di chiusura non parlavamo e io continuavo ad accarezzarti e tu continuavi a non dire niente come se fossi morto nemmeno i tuoi occhi persi si muovevano fu faticoso alzarti e sostenerti prima di arrivare a casa io non voglio farti soffrire come loro ti hanno fatto soffrire ti hanno strappato ogni dignità ma nonostante tutto la purezza della tua anima brilla brilla di luce propria come una stella nel cielo di pece ma dubito che tu te ne renda conto forse anche tu ti senti inadeguato forse tu soffri in mezzo agli altri come io accanto a te probabilmente anche accanto a me e per lo stesso mio motivo forse tu odi te stesso perché in fondo dentro di te ci invidi tutti soprattutto invidi me che ti sto accanto ogni giorno e invidiandomi tu tu hai paura di me come io ne ho di te che stupida ora capisco perché quella sera sei venuto in camera mia e perché sei scappato da me tu continui ad avere paura del tuo passato come biasimarti ma nemmeno io sono perfetta a volte mento sono impulsiva e permalosa ma sono un essere umano come te che stupida il problema non sei tu Ash io ho bisogno di te non so perché vuoi evitarmi ma non mi arrenderò io non voglio rinunciare a te insieme riusciremo a diventare più forti a non temere i nostri limiti e quindi a non temere gli altri ne sono sicura vorrei solo tornare ad avere la tua fiducia che in qualche modo ho perso posso cercarti? vuoi essere trovato? dove sei?
aprì la porta e se lo ritrovò davanti.

La sveglia segnava quasi le otto. Era seduta sul letto, sotto il lenzuolo. Si avvicinò a lui silenziosamente flettendo il busto. Con una mano gli accarezzò i capelli biondi che cadevano a piccoli ciuffi sulla fronte. Sorrise intenerita. Sentiva il suo respiro e vedeva il suo petto alzarsi e abbassarsi ritmicamente…socchiuse gli occhi e inalò il profumo di quella pelle calda, poi si accasciò prona accanto a lui, stiracchiandosi senza svegliarlo. La sua mano lieve sul petto di lui accarezzava le sue cicatrici. L’ altra fra i capelli lunghi che ribelli le cadevano sulla schiena…si stropicciò gli occhi e percepì che il corpo morbido e tiepido di lui si era mosso. Ash sbadigliò un po’ ma non si destò.
Lei tranquillamente tornò a sedersi.
Provò ad alzarsi dal materasso ma qualcuno la tirò: Ash ancora addormentato stringeva il suo pigiama per un lembo. Lei si girò e con delicatezza si liberò: rimase ancora per un po’ a guardarlo riposare e pensò a qualcosa che non le era mai venuto in mente…non era più successo che Ash avesse incubi.
A me non interessa quante persone tu abbia ucciso né perché tu lo abbia fatto ma so che tu non potrai mai dimenticare ed è questo che ti rende così diverso dalle persone che odiavi così meritevole di un futuro felice in cui realizzare i tuoi sogni
Si alzò dal materasso e in punta di piedi scese in cucina: gli avrebbe preparato la colazione e gliel’ avrebbe portata a letto come lui aveva sempre fatto, perché aveva deciso che da quel giorno non avrebbe mai mancato di ricordargli quanto fosse importante per lei, non avrebbe più ripetuto lo stesso stupido errore.
Su un vassoio preparò latte e caffè caldo, biscotti, una ciotola di ciliegie e un’ arancia, poi canticchiando salì le scale.
Si era svegliato e ora la guardava disteso supino sulla parte di letto che prima lei occupava.
-pensavo fossi uscita…ho aperto gli occhi e non c’ eri più-
-scusami…faccio sempre la cosa sbagliata, vero? Ma credevo stessi dormendo saporitamente…-
mise sul tavolino il vassoio e lo abbracciò, stringendolo forte. In quel momento tutto il resto del mondo smise di esistere. Ora potevano ricominciare tutto da capo: dopo quella sera si erano chiariti completamente…era stato difficile ammettere ciò che provavano, ma si erano sentiti profondamente bene, come dopo aver confessato un segreto che ci era sembrato spaventoso, ci rendiamo conto che non lo era poi così tanto.
-Ash…-
-non dire niente…ho già capito…con tutta la forza che possiedo, ti giuro, io…-
-…hai un ragno sulla spalla!-
-AAAAHH, CHE SCHIFO!-
-calma, calma, è minuscolo…certo che sei un bel tipo tu!-
-stupido ragno…io stavo facendo un discorso serio e quello mi interrompe…-
-ah, la mia piccola, piccola lince!-
ridendo improvvisamente i loro occhi si incrociarono, poi lo sguardo scese sulle labbra schiuse, risalì, ridiscese, mentre i loro nasi si sfioravano e il loro fiato si mescolava insieme al loro profumo…Odo la tua voce chiamarmi lontana, vedo il tuo viso scintillante di sogni…le mani si intrecciarono stringendosi…sento il tuo respiro, la tua fragranza, la tua anima…un bacio lento e intenso…è un’ ebbrezza che dà senso a ogni cosa…delicato come la luce dell’ alba…tienimi nel tuo grembo, o mia dea, riscaldami con la tua luce…
-ci credi, se ti dico una cosa?-
-beh, dipende da cosa…-
-ecco…questa è stata la prima volta che… - le accarezzava i fianchi e fissava il lenzuolo sorridendo imbarazzato -…ho baciato sul serio…io ti amo…eh già…sì…-
-davvero…?-
-che ti amo?!-
-oh no, di quello sono sicura…solo…lascia perdere…anch’ io ti amo…ti ho mai detto che sei la cosa più preziosa che ho?-
-sei la diciassettesima che me lo dice questa settimana!-
-ASHLAN, CATTIVO! Non si dice così a una che è pazza di te…-
-scherzavo, scherzavo! dài, vestiamoci, zuccherino…-
la baciò ancora una volta, poi la guardò alzarsi e sgranchirsi.
-…cosa mi risponderesti, se ti chiedessi di sposarmi?-


“…ognuno di noi dunque
è la metà di un umano tagliato in due,
due pezzi da uno solo,
sempre quindi in cerca della propria metà…”

Platone, Simposio

     


                     





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