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  L'Ultimo volo del Falco

         

 

  

  

  

  

L'Ultimo volo del Falco   (Letta 719 volte)

di Eternal_Fantasy 

1 capitolo (conclusa) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaSlayers

Genere:

Drammatico

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Capitolo unico 

Spin-off del capitolo 18 de Il Drago e la Chimera, ma può essere letta in modo indipendente. L’inizio del duello mai concluso tra Hiro Kurosuzaku no Shinigami e Razor Blue Thunder, le cui conseguenze segneranno il futuro.


  



L’ultimo volo del Falco



Scritto da Eternal Fantasy









Gli stivaloni di cuoio vecchio e acciaio avanzavano con passo pesante sui ciottoli viscidi della strada; cauti, perché la luce cremisi del crepuscolo che inondava il cielo e spandeva sulla terra ombre sempre più lunghe, oblique e ingannevoli, non gl’ingannasse la vista, facendolo finire nelle più profonde delle pozzanghere di sangue ancora fresco. Spesso costretto a interrompere la regolarità del passo per scavalcare i cadaveri, o parti di essi, che ricoprivano il selciato: la più macabra pista di morte che Razor avrebbe mai potuto seguire.

Il Drago Azzurro in forma umana storse il naso, rimpiangendo il proprio acuto olfatto che non gli permetteva di ignorare nulla dell’orribile miscuglio di odori che giungevano alle sue narici: l’olezzo di tutto ciò che comporta l’estinzione della vita nella sua forma più violenta e bestiale.

Il campo visivo del mercenario si allargò sui resti della cittadina, ora ridotta ad un anonimo quadro fin troppo familiare: aveva visto molti teatri di guerra, partecipato a innumerevoli battaglie al fianco dei demoni più potenti e spietati. Ma un tale massacro insensato gli riportava alla mente solo i suoi ricordi più terribili; l’orrore e la perdita subiti in passato minacciavano di riaffiorare dagli abissi della memoria mai dimenticata. Il sangue che scorreva a fiotti nei canali di scolo, gli edifici diroccati che portavano il segno di esplosioni e abnormi fendenti di lama, segni di artigli accompagnati da schizzi di rosso a graffiare l’intonaco fuso dal fuoco infernale.

Sospirando cupamente, si passò una mano tra i corti capelli blu oltremare, sfregandosi la nuca in un gesto di vaga rassegnazione: “È pazzo, pazzo furioso. Non che mi aspettassi qualcosa di diverso, da lui.”

Imprecò con rabbia in un oscuro dialetto draconico: “Maledizione! Perché l’Hellmaster deve sempre affibbiare agli estranei le missioni più schifose? E se il mio istinto non mente, temo proprio che questa sarà tra le peggiori della mia carriera.”

Con un’altra imprecazione blasfema tra i denti, riprese a seguire la pista insanguinata che seguiva da giorni. “Spero che per una volta non mi faccia faticare troppo. Viste le premesse, non credo di essermi fatto pagare abbastanza per avere a che fare con le menate di quel dannato lunatico.” E assestò una pacca sul boomerang gigante in osso di drago che portava legato alle spalle: Death’s Revenge, arma creata dal Principe degli Inferi in persona, spalancò l’occhio rosso nel suo centro che guizzò a scrutare i paraggi. Compiaciuta dal panorama di devastazione che la circondava, se ne tornò a sonnecchiare.

L’odore di morte e follia si fece più forte, fin quasi a raggiungere una densità palpabile. Il Blue Thunder capì che finalmente aveva raggiunto il suo obiettivo. Entrò in quella che doveva essere la piazza principale della città, ora trasformata in un mattatoio a cielo aperto. A differenza dei quartieri più distanti, infestati da mangiacarogne spazzini, neppure l’ombra di un corvo si avvicinava al generoso banchetto lì offerto; temevano la presenza della creatura che l’aveva imbandito, e a ragione.

Razor aveva superato da tempo l’orrore, a questo punto. Ma non si sarebbe mai aspettato la fitta di dolore nel vedere il compagno di battaglie di un tempo ridotto in quelle condizioni.

Kurosuzaku no Shinigami, Thanatos, la Fenice Nera, il Demone Maggiore della Morte; sempre fiero e orgoglioso nella sua dignità fisica e mentale, della sua nobiltà intellettuale; l’incarnazione di rigoroso autocontrollo e spietata severità, era scomparso. La sua Falce, Kalthizakis, abbandonata: spaccava a metà il monumento della fontana centrale, tingendo del rosso di cui era grondante l’acqua che aveva cessato di scorrere. Accanto ad essa, accovacciato a terra, una furia impazzita si accaniva con i nudi artigli contro i cadaveri delle sue vittime, riducendoli selvaggiamente a brandelli, alla cieca, stracciando e lacerando e spezzando indifferentemente tessuto, carne e ossa.

I rumori dello scempio erano i soli suoni in quel dipinto agghiacciante, che ebbe il potere di strappare un brivido anche al mercenario veterano.

Nell’aria immobile, la cadenza dei passi di Razor riuscì a distogliere l’attenzione del demone dalla sua frenesia ossessiva. Tardi, rifletté il drago, notando questo sintomo rivelatore di quanto fosse grave l’alterazione delle percezioni dell’altro: in condizioni normali avrebbe notato la presenza di un eventuale nemico lontano un miglio. Ma non appena scorse il suo viso, ogni pensiero fu spazzato via come sabbia dalla risacca, tranne uno, inamovibile e solido e frastagliato come uno scoglio traditore che emerge assassino dal pelo dell’acqua:

‘Sta cercando disperatamente di raggiungerlo.’

Il viso di Hiro era inespressivo come una maschera scolpita nel marmo bianco. Ma quel marmo ora aveva tre linee nere che scendevano dall’occhio sinistro lungo la guancia, lacrime sacrileghe che un Demone degli Inferi non avrebbe mai dovuto versare.

Tanto quel viso schizzato di sangue appariva vuoto, tanto più per contrasto la disperazione che si leggeva nei neri occhi abissali era assoluta e senza limiti. E da quel pozzo senza fondo sgorgavano incessanti supernove di dolore, che si scatenavano con violenza inaudita su tutto ciò che gli si presentasse davanti.

Non più la sola sete di vendetta per la perdita del compagno, non semplicemente lo sfogo rabbioso per la fatale impotenza che l’aveva provocata; dopo cento anni di delirante furore, sublimato in una Caccia Infernale che aveva lasciato una scia infinita di sangue attraverso innumerevoli mondi, la pazzia di Hiro era giunta al punto di fargli desiderare l’annientamento: unico mezzo per ricongiungersi ad Harold Midnight Hawk.

‘Se le cose fossero così semplici, pensò amaramente Razor, gli darei il colpo di grazia qui ed ora. Ma conoscendolo, sarebbe troppo cocciuto e testardo per lasciarmelo fare. E poi, Fibrizio non mi ha pagato per questo.’

Concentrandosi sul proprio compito, il mercenario esordì senza preamboli, con voce che trasmetteva calma e sicurezza di sé: “Sapevi che qualcuno sarebbe arrivato a guastarti la vacanza, vero? Hellmaster ti ha lasciato un secolo per sfogare il tuo tormento, Demone Maggiore degli Inferi, ma ora la tua follia sta superando ogni limite consentito. Questo” e fece cenno allo scenario apocalittico che li circondava “è arrivato al punto da rappresentare una grave violazione dell’Equilibrio Universale.”

La minaccia sottintesa era tanto palese da poter essere colta senza difficoltà dall’intelligenza brillante dello Shinigami, anche se in uno stato tanto alterato. Razor aveva già preso in considerazione le sue possibili reazioni, ma dopo averlo visto in quello stato, non era più così certo del risultato.

Fu quindi con un incongruo senso di sollievo che il drago guerriero si trovò di fronte la risposta che aveva inizialmente dato per scontata: un attacco frontale senza esitazioni.

“Levati di torno, stupida lucertola!” ringhiò Hiro, la voce arrochita in modo quasi irriconoscibile; Kalthizakis volò tra le sue mani lorde di sangue e brandì la lama sempre affilata in un arco che catturò la luce purpurea del tramonto in un lampo fatale.

Razor parò agilmente usando il massiccio boomerang come scudo. Faceva onore alla qualità dell’arma non risentire del fendente che aveva spaccato a metà più di un edificio lungo la strada, come già aveva avuto modo di testimoniare.

Razor non riuscì a trattenere una risata di sollievo: il vecchio, scorbutico Hiro era ancora lì dentro, da qualche parte.

Il duello entrò subito nel vivo e quel feroce scontro senza quartiere andò avanti per parecchi minuti, in uno scambio di tecniche sempre più elaborate: la forza bruta e le tecniche segrete del Drago Azzurro contro il potere della magia demoniaca e le strategie di combattimento del Demone degli Inferi. Il Blue Thunder amava le battaglie, per il brivido dell’azione aveva abbandonato la sua patria per combattere al fianco del Re Demone Drago Garv e di moltissimi celebri guerrieri; e questo era il miglior combattimento che avesse sostenuto da molto tempo. Era esaltante scambiarsi colpi su colpi con un avversario tanto forte, accresceva la propria forza e abilità misurandole con quelle di un degno rivale. Si trovò a pensare che Thanatos potesse essere persino più abile quando in possesso delle piene facoltà mentali. Fu l’unico pensiero che mitigò un poco il rammarico di dover interrompere il duello: se si fosse divertito troppo, sarebbero andati avanti chissà per quanto tempo, e lui aveva un lavoro da svolgere.

Ora, se fosse riuscito ad avvicinarglisi senza rimetterci la pelle…

La mano di Razor si strinse attorno all’oggetto che stringeva in tasca. I suoi occhi acuti scorsero un’apertura nella guardia dell’altro per una frazione di secondo, e scattò per approfittarne.

Il suo istinto gli comunicò un istante troppo tardi che era una trappola (‘Infernale bastardo…’): il suo avversario aveva lasciato scoperto il fianco di proposito per attirarlo a portata di falce, ma nel momento in cui la fatidica lama calò sul collo indifeso del mercenario, l’amuleto impugnato da quest’ultimo entrò in contatto con l’essenza demoniaca dello Shinigami.

Hiro crollò a terra perivo di sensi; privo di poteri; umano.



***



Riprese i sensi e capì ancor prima di aprire gli occhi che si trovava in un luogo diverso e in un momento diverso di quando li aveva chiusi.

Sentiva i gioiosi raggi del sole mattutino inondare l’ambiente, e le allegre voci di gente indaffarata nelle faccende di vita quotidiana; questo gli provocò un conato di nausea, tanto da fargli desiderare il cambio immediato del profumo pulito delle lenzuola su cui stava disteso per tornare al lezzo appiccicoso del sangue e delle viscere a cui si era da tempo abituato. L’improvvisa consapevolezza di non poterlo fare alimentò la consueta vampata di rabbia omicida, e scattò a sedere sul letto, pronto a riversarla su colui che l’aveva ridotto in quella intollerabile condizione.

Il suo sguardo furibondo percorse la parca mobilia di quella che era chiaramente un’economica stanza d’albergo e si inchiodò sulla porta d’ingresso non appena questa accennò ad aprirsi, mentre la sua mano cercava automaticamente un’arma qualsiasi da lanciare al nuovo arrivato.

“Rassegnati, non troverai nulla. Ti conosco abbastanza da aver rimosso in anticipo dalla stanza qualunque cosa più pericolosa di uno spazzolino da denti.” Fu il gioviale buongiorno di Razor.

L’occhiataccia di Hiro avrebbe fatto avvizzire la più coriacea delle erbacce, ma il Blue Thunder aveva una metaforica corazza di scaglie ben robuste anche in forma umana.

“La tua espressione assassina non è esattamente il ringraziamento adeguato per uno che si è preso il disturbo di riportare la tua carcassa ossuta sul mondo a cui appartiene. Per giunta puzzavi così tanto che lungo la strada ho dovuto buttarti in tre fiumi per darti una ripulita decente. Dovrò chiedere un extra al tuo capo, per questo.”

Un ringhio sommesso fu la sola replica, e le dita sottili e dure come cavi d’acciaio dell’ex-Shinigami si contrassero fin quasi a lacerare la coperta. Se quelle dita avessero conservato i consueti lunghi artigli argentati, quel copriletto sarebbe stato ridotto a nastri sbrindellati.

A Razor non sfuggì la reazione e si affrettò a spiegare: “È stata un’idea sua, come puoi ben immaginare. Io sono stato assunto soltanto per trovarti e attivare su di te l’incantesimo di un certo amuleto, che avrebbe sigillato la tua natura demoniaca facendoti regredire alla forma umana. L’alternativa era ammazzarti come una bestia rabbiosa, e l’Hellmaster non è tanto sconsiderato da privarsi di uno dei pochi sottoposti validi che gli rimangono. Il lato positivo della faccenda è che insieme ai tuoi poteri sono stati sigillati anche gran parte dei tuoi ricordi e delle tue emozioni. In questo modo, oltre a limitare i danni a cose e persone, anche la tua sofferenza col tempo potrà placarsi, permettendoti di guarire dalla follia.” Sulle labbra del drago comparve un asciutto, malinconico sorriso: “La natura umana ha dei limiti alla percezione del dolore di cui potresti addirittura essere grato.”

Hiro lo guardò come se l’avesse insultato: “Grato?” ripeté, concentrando in quella caustica parola più incredulità, disgusto ed astio di quanto un essere umano avrebbe dovuto saper esprimere “Grato di avermi ridotto a ciò che disprezzo di più?”

“Non c’è di che, ho fatto solo il mio lavoro.” Sdrammatizzò Razor “Comunque dovrai restare così finché non ti sarai dato una calmata… Ehi! Dove te ne stai andando?”

Il moro infatti si era alzato e aveva marciato con decisione attraverso la porta, senza voltarsi neppure per rispondere, la voce gelida e priva di esitazione: “A trovare un modo per rompere questo sigillo. Io sono la Fenice Nera: non striscerò sulla terra come un patetico, insignificante mortale. Mi riprenderò quello che mi spetta, a qualunque costo.”

Il Blue Thunder rimase solo ed allibito dopo essersi visto sbattere la porta in faccia senza il minimo scrupolo; combatté il suo primo impulso di abbattere detta porta con una testata, non potendo riservare tale trattamento al suo cocciutissimo ex-collega. Alla fine decise che, per non invalidare tutto il lavoro che aveva fatto, era meglio seguire quello psicotico omicida ancora per un po’. Hiro era in grado di scatenare l’Inferno in terra sotto qualunque condizione, che fosse dotato di poteri demoniaci oppure no.



Atlas City. Hiro fece una smorfia sprezzante, ma meno accentuata di quanto si sarebbe aspettato. Almeno quel grosso impiccione l’aveva scaricato in un posto dotato di una gilda di maghi accettabile, sempre che in quel mucchio di cialtroni politicanti e corrotti ci fosse qualcuno che meritasse davvero questo titolo. Cercò di ricordare la posizione della loro sede: nel corso dei secoli era stato ad Atlas diverse volte svolgendo il suo lavoro per il Principe degli Inferi, quindi presumeva di potersi orientare anche senza dover chiedere indicazioni ai pavidi cittadini che al suo avvicinarsi s’affrettavano a lasciargli spazio, spaventati dalla sua aria tetra e dall’espressione tutt’altro che rassicurante.

Giunto alle porte della Gilda dei Maghi dopo una lunga camminata, Hiro riservò solo un fuggevole rimpianto al ricordo dell’ebbrezza e velocità del volo che prima gli avrebbero concesso le sue nere ali. Con un ringhio di implacabile determinazione a riprendersi anche quelle, spinse le pesanti doppie porte dell’edificio goticheggiante senza curarsi di non sbatterle contro i muri e avanzò all’interno.

La sua entrata fece sobbalzare un paio di uomini fermi a chiacchierare nell’atrio. Al pallido moro bastò una sola occhiata alle loro espressioni scandalizzate, incorniciate dalle vesti sfarzose e alle barbe lunghe e accuratamente arricciate per inquadrarli: due classici esponenti di quel tipo di maghi il cui incantesimo più riuscito era la sparizione istantanea di lauti pranzi e bustarelle sottobanco; parassiti più interessati a salire nella gerarchia calpestando gli altri piuttosto che compiendo autentiche ricerche sull’occulto. Nullità del genere non gli servivano.

In condizioni normali li avrebbe appesi entrambi al pacchiano lampadario assurdamente ornato che colava cera dai mozziconi di candele mezzo consumate (palesemente un attrezzo di scena per creare l’atmosfera da luogo ‘magico’, dato che persino sedicenti maghi come quelli potevano attivare un miserrimo incantesimo di illuminazione. Forse.). Sfortunatamente, si trovava lì proprio per risolvere quel suo problema. Magari li avrebbe appesi dopo. Però le loro arroganti proteste oltraggiate per l’accesso di un non-mago nella loro Gilda stavano davvero stridendo sui suoi nervi già al loro peggio, quindi decise che per liquidare questi due tacchini pomposi si sarebbe inventato qualcosa di più creativo. Ma prima le priorità:

“Dove si trova lo stregone più potente della città?”

I due anziani maghi, vedendo così palesemente ignorati i loro tentativi verbali di scacciare l’intruso, all’udire la domanda furono divisi tra la sacrosanta (a loro parere) indignazione e il loro irrefrenabile bisogno di millantare le proprie presunte abilità. Il primo, un grassone pelato dalla barba appuntita ed unta di profumi, s’impose con tono sorprendentemente acuto: “Ce l’avete di fronte! Dovete essere straniero, quindi nella mia enorme magnanimità perdonerò la vostra ignoranza: l’illustre sottoscritto è persino più potente del capo della Gilda, che ormai è anziano e debilitato…”

Il suo collega, alto e magro come un chiodo con dei baffoni a manubrio, lo interruppe con voce baritonale e un sorrisetto affilato come un pugnale: “Tu? Mi spiace disilluderti, stimato collega, ma sarò io il prossimo a sedersi sul seggio di Alto Mago; lo si dice in tutta la città!”

L’altro replicò con una risata di scherno piacevole come la ghiaia tra i denti: “Ma se solo la settimana scorsa ti sei fatto umiliare da un apprendista! Un Mago Anziano sconfitto in un duello di magia da un topo di biblioteca, ecco cosa si parla tanto in città!”

“Quel ragazzino presuntuoso era l’allievo del Vecchio!”

“Vorresti cedergli per questo il titolo di Alto Mago?”

La faccia di mago-spaghetto si contorse come se avesse addentato un limone, diventando di più colori della tavolozza di un pittore, e cominciò un serrato scambio di insulti con mago-bombolone.

Hiro, disinteressato a quel meschino bisticcio, li ignorò completamente oltrepassando i due per proseguire verso la biblioteca. Aveva già ricevuto l’informazione che gli serviva.



La Biblioteca della Gilda dei Maghi di Atlas era notevole, secondo gli standard umani, seconda solo a quelle delle capitali della magia, Seillune e Zephilia. Ma anch’esse non erano che un granello di polvere di fronte alla collezione di volumi a suo tempo raccolta per il Principe degli Inferi da Midnight Hawk.

Al solo pensare quel nome, Hiro provò una fitta lancinante al petto e dovette appoggiarsi ad uno scaffale per non cadere a terra. Avrebbe fatto così male per sempre? Se nemmeno il sigillo di un Dark Lord, se nemmeno cent’anni di pazzia e violenza e dolore avevano lenito la ferita che suppurava nella sua anima, allora sarebbe stato costretto a quest’agonia per tutta l’eternità?

Si sedette ai piedi della libreria e respirò profondamente l’odore della pergamena antica e dell’inchiostro, della pelle percorsa da dorature con cui erano rilegati i tomi conservati in file ordinate nelle massicce scaffalature in legno di mogano. Quell’atmosfera riuscì a rasserenarlo, e i ricordi che gli riportò alla mente, sebbene fossero per lui una sofferenza atroce, avevano il sapore dolceamaro della felicità vissuta e perduta: i giorni trascorsi con Harold nella luce polverosa delle biblioteche di innumerevoli mondi, o le notti passate sul Picco del Falco a guardare le stelle, mentre lui con un libro in grembo gli leggeva con la sua voce vellutata infinite parole in lingue musicali che si fondevano in una morbida melodia.

Fu distolto da quella visione così meravigliosa e straziante da una sensazione di umidità sulla mano. Una goccia di pioggia? Al coperto? Ma la mano salì alla sua guancia, trovandola bagnata. Gli sfuggì un fremito. I Demoni non piangevano. Era inconcepibile. Ma le sue dita percorsero quasi inconsciamente le tre linee nere, ora invisibili, che fendevano la pelle cerea del suo volto demoniaco…

“C’è qualcuno?”

Alla voce seguì la comparsa di una figura che si stagliò in controluce. Hiro tornò subito in piedi, recuperando all’istante la sua maschera di freddo contegno: “Sto cercando una persona.”

“Posso immaginare chi. Sono l’unico che frequenta abitualmente questo luogo.” La replica fu pronta e smaliziata, in una voce apparentemente neutra; ma l’orecchio attento di Hiro riuscì ad individuare una sottile sfumatura beffarda, un’ironia privata che lasciava intuire su quel volto in ombra un sorrisetto misterioso appena accennato, che nascondeva dietro di sé un cosmo di significati segreti noti solo al suo possessore. E a Hiro, che sentì vibrare dentro di sé una corda che aveva creduto ormai spezzata per sempre.

“Non parliamo qui. Seguitemi, prego.” Invitò il mago.

Voltandosi, la luce si riflesse sulle lenti degli occhiali che portava, rendendo impossibile agli occhi ora solo umani di Hiro di scorgerne con precisione i lineamenti. Così, l’attenzione quasi morbosa di colui che gli umani chiamavano Thanatos si concentrò sulla corporatura asciutta e snella, sul passo rapido e deciso, sulle spalle dritte e sulla lunga coda di capelli corvini raccolti da un nastro sulla nuca. E di nuovo quel fantasma troppo amato venne a sfiorarlo.

Giunsero a una sala di lettura e il giovane stregone si voltò, il suo viso finemente cesellato si rivelò alla luce del sole che entrava a fiotti dalle ampie finestre, e la sua immagine si conficcò come uno spillone nelle pupille di Hiro.

Nel nero abissale si riaccesero i lampi d’argento, il gelo mortale della sua carne lottò con l’incendio che gli divampò nel petto, le sue membra si mossero da sole con un impeto incontrollabile: lo spinse contro il muro, gettando a terra con forza gli occhiali che si frantumarono in un arcobaleno di schegge di vetro, strappandogli il nastro dai capelli, che si sciolsero come cortine di notturna seta spiegandosi ai lati del volto pallido come le ali di un rapace sul punto di spiccare il volo.

Hiro divorò quella visione con occhi ossessionati, spiritati, come di fronte ad uno spettro o a un miraggio, al suo sogno più caro o al suo incubo più tremendo.

“Tu… sei uguale a com’era lui… prima. Umano. La prima volta che lo vidi, quando i suoi occhi incontrarono i miei, e le nostre anime si fusero in una sola…”

Il ragazzo si dibatté freneticamente contro la presa implacabile di quelle mani simili ad artigli; la destra si serrò sul collo del giovane, sempre più spaventato dal comportamento dell’enigmatico straniero nerovestito. Quegli occhi erano troppo colmi di sentimenti e desideri contrastanti, troppo violenti, troppo sopraffacenti per una mente umana. Si sentiva soffocare, più da quegli occhi terrificanti che dalla mano che lo stava lentamente strangolando…

Una mano più ampia e massiccia si chiuse sul polso dell’ex-Shinigami, costringendolo a liberare il mago, che con un fulmineo ansimo per recuperare l’ossigeno nei polmoni fuggì con poche falcate dalla stanza. Hiro scattò per inseguirlo, ma la presa di Razor aveva la forza di un drago e nelle sue attuali condizioni non era in grado di staccarsene senza amputarsi il braccio. Fu costretto ad accontentarsi di rivolgere al Blue Thunder uno sguardo talmente colmo d’odio da sciogliere l’acciaio come acido.

“L’hai fatto fuggire da me!”

Il mercenario gli rivolse il proprio ringhio furioso: “L’avevi sbattuto contro un muro e lo fissavi come se volessi sbranarlo! Non prometteva buone intenzioni!”

“Ma l’hai visto in faccia?” urlò con qualcosa che, se Razor non l’avesse conosciuto meglio, avrebbe chiamato disperata speranza.

“L’ho visto.” Grugnì sommessamente, controvoglia. Il suo sguardo serio comunicava chiaramente che il moro si stava comportando da stupido, e che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere quel ragazzo se voleva risparmiarsi altre sofferenze.

Hiro si scrollò di dosso con gesto secco la presa allentata dell’Azzurro: “Stanne fuori, Razor.” E uscì con rapido passo felino sulle tracce della sua preda.

Il mercenario imprecò: quel lavoro gli stava dando davvero troppi problemi. L’Hellmaster avrebbe fatto meglio a dargli un sostanzioso straordinario.



***



Il drago azzurro fissò la finestra socchiusa al secondo piano della casetta isolata in periferia. Sul vetro si riflettevano le prime luci dell’alba. Sbuffò: aveva passato tutta la notte a setacciare la città in cerca della stupida Fenice Nera, quando avrebbe dovuto sapere fin dal principio che bastava farsi dare dalla Gilda l’indirizzo dello stupido mago. Hiro sapeva essere idioticamente prevedibile quando si trattava di Harold… o di un crudele scherzo del destino che aveva il suo aspetto.

Nonostante la mole possente, Razor raggiunse la finestra aperta con un agile balzo, atterrando sul davanzale con la grazia felpata dell’esperto sicario quale era, senza un rumore che potesse allertare i presenti nella camera. Non che ci fosse bisogno di tante precauzioni: anche privo dei suoi poteri, l’ex-Shinigami di certo l’aveva sentito fin dal giardino; e l’altro dormiva profondamente, i capelli come piume di tenebra sparse sul cuscino candido.

Capelli che Hiro accarezzava delicatamente, seduto sul bordo del letto; perduto ad osservare i fili di seta corvina che scivolavano come liquida notte tra le sue dita esili, attento a non destare il giovane addormentato. Sul suo volto scolpito nel marmo un osservatore sensibile avrebbe colto i segni di una profonda emozione e di una altrettanto grande, quieta disperazione.

“Non è lui.” in un sussurro Razor diede voce ai suoi pensieri. “Gli assomiglia in modo impressionante, ma non è lui. Harold è… perduto.”

A quella parola, Hiro si morse il labbro a sangue: “Eppure per un istante mi era sembrato di percepire… Anche solo per un momento, volevo…”

Il Blue Thunder sapeva che era assurdo provare compassione per una creatura come Thanatos, anzi, di certo il moro l’avrebbe odiato sul serio se si fosse azzardato a provare pena per lui. In quella situazione però il duro mercenario si trovava a serio rischio di cedere, quindi silenziosamente si calò di nuovo da basso e lasciò sole le ombre dei due Demoni Maggiori degli Inferi che aveva conosciuto un tempo, concedendo loro l’intimità necessaria all’ultimo addio.

Hiro si chinò su quel viso che aveva regnato sovrano nella sua mente e nel suo cuore per più di seicento anni, e avrebbe continuato a farlo per l’eternità. Posò sulla fronte fresca un bacio lieve come una piuma e con un ultimo sguardo s’impresse a fuoco nella mente quell’immagine, aggiungendola alla sterminata raccolta che custodiva come un tesoro nella memoria. Lasciando dietro di sé il ritratto serenamente addormentato del proprio compagno, scivolò oltre la finestra come l’ultima ombra della notte che svaniva.

“Cosa farai adesso?” Razor lo osservò di sottecchi, sospettoso.

“Parto per il Deserto della Distruzione. Conto di riuscire ad infrangere il sigillo da solo prima di arrivare a Hellmaster Manor. Riprenderò il mio lavoro nel Terzo Cerchio degli Inferi. E non ne uscirò tanto presto.” Decretò con un tono di voce piatto ed inespressivo come il suo volto.

Il drago annuì, gesto che non ricevette replica; la mente di Kurosuzaku no Shinigami era già a mille miglia di distanza, più nel passato che nel futuro, inesistente per i Demoni degli Inferi intrappolati in una dimensione senza tempo, i cui tormenti si diluiscono in un immutabile, buio presente infinito.

Quando la figura ammantata di nero fu scomparsa all’orizzonte, Razor seppe che era arrivato il momento per la parte più dura del suo incarico.

Saltò di nuovo alla finestra, scavalcando stavolta il davanzale ed entrando nella stanza. Si fermò ai piedi del letto, osservando il suo ignaro occupante. Sapeva che nel sonno profondo non avrebbe potuto sentirlo, ma lui non era lì per il giovane umano, bensì per quella minuscola scintilla nascosta dentro di lui, che il Blue Thunder ben conosceva e a cui si rivolse con praticata familiarità:

“Gli ho mentito a metà, e credo proprio che lui lo sapesse. Il burbero bastardo è sempre stato fin troppo acuto per il suo stesso bene, specie se si tratta di te. Ma d’altronde eri tu ad incoraggiare questa parte del suo caratteraccio, dato che eri peggio di lui in questo.” Lanciò un’occhiataccia al suo etereo interlocutore “Ma è meglio ignorare la verità, se essa non porta che sofferenza. Anche tu saresti d’accordo su questo, vero, Harold?”

Razor si chinò verso il giovane dormiente con un cipiglio arrabbiato: “Il tuo dannato problema, Midnight Hawk, è che eri troppo astuto e previdente per il tuo stesso bene. Anche se ti hanno ammazzato con la tecnica più bastarda e crudele di cui abbia mai sentito parlare, sei riuscito a nascondere in extremis un frammento della tua anima dove sapevi che nemmeno Hiro sarebbe mai andato a cercare: in un umano. Eri tanto ambizioso da voler imitare il Dio Cephied… o soltanto disperato?”

La sua mano massiccia calò sul collo del giovane mago, destandolo brutalmente dal sonno e impedendogli in modo efficace di castare incantesimi. Di fronte a quegli occhi scuri screziati d’oro che lo fissavano scioccati e sconvolti, il mercenario non riuscì a negare una spiegazione tinta di rammarico:

“Mi dispiace, ragazzo. Ma ti porti dentro qualcosa di maledettamente troppo pericoloso da lasciare in giro. E poi un giorno Hiro potrebbe averne bisogno.”

Senza ulteriore indugio, il pugno simile ad un maglio del drago azzurro sfondò il petto e il costato dell’umano, facendo esplodere il suo cuore; come era stato annunciato dalla profezia di Lady Dolphin, dietro il muscolo squarciato trovò ciò che cercava: una gemma dalla forma e dimensione di un uovo di rapace, nera come l’ebano percorsa da venature d’oro, che pulsava di un’energia debole ma familiare.

Fissandola con la massima serietà, Razor Blue Thunder promise solennemente:

“Avrò cura di ciò che resta di te, Demone Maggiore degli Incubi… fino al giorno in cui il Falco volerà per l’ultima volta.”











Un Falco che non vola è come se dormisse.

Se il cielo gli è interdetto

Chiude il suo cuore al mondo.

I suoi occhi d’oro sono aperti

Ma non vedono.

Le sue orecchie ascoltano

Ma sono sorde al canto del vento.

Le sue ali possenti restano chiuse

Per fermare il fremito che le scuote

Per non risvegliare il dolore.

Il Falco dorme e attende.

Attende il giorno in cui la caccia lo chiamerà di nuovo

E il suo grido di battaglia si alzerà tra le nubi.

Il cielo non è più vuoto.













Ecco una fanart della bravissima Ilune in uno stile molto particolare: http://-----147.imageshack.us/-----147/1015/hiroeharoldok5.jpg





     


                     





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