FanFiction Gunslinger Girl | Dreams Never Come Alone di alex_hika | FanFiction Zone

 

  Dreams Never Come Alone

         

 

  

  

  

  

Dreams Never Come Alone   (Letta 648 volte)

di alex_hika 

1 capitolo (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Per tutti

    

 

Sezione:

Anime e MangaGunslinger Girl

Genere:

Drammatico

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Capitolo 1 

Doriella e Hilscher in un contesto un po' diverso dal solito, alle prese con uno dei più grandi misteri che la mente umana abbia mai cercato di spiegare: i sogni.


  

Desclaimer: Gunslinger Girl appartiene a Yu Aida; il signor Hollerer è invece una mia creazione ^^

A Fra, il mio sogno che mi ha fatto sognare come non mai.

Dreams Never Come Alone

Certe volte un sogno

non è solo ƒansia

ma è realtà che sa di µagia.

Ricordo Bologna una città come tante.

Ricordo la grande paura di chi non capisce più nulla ma sa perfettamente cosa sta accadendo.

Ricordo tanto sangue sul pavimento che avrei potuto annegarci.

Un vuoto strano all'altezza del cuore.

Un nulla dentro.

Scomparivo lentamente, o forse ero già scomparsa, perché da fuori nessuno diede uno scossone per svegliarmi.

Fu quel giorno, o un giorno come quello, che lo vidi per la prima volta davvero arrabbiato. Cacciò via tutti e venne da me. Li sentivo urlare tante parole, ma ne capì una sola: instabile. Si riferivano a me.

“ Che sono, una pallina di mercurio? Adesso esplodo e vi faccio vedere!” pensai stizzita.

Due agenti dell'Ente per terra accanto a me.

Li avevo uccisi io?

Guardai la pistola ancora stretta nella mia mano. Chissà...

Hilscher mi sollevò dalla pozza di sangue, come fossi un pelouches, e mi tenne fra le braccia. Camminò tenendomi stretta in mezzo a tutta quella gente ed io appoggia la guancia contro la sua spalla. La pistola mi scivolò di mano.

Anche se non potevo vederlo, fui certa che i suoi occhi li stessero fulminando uno ad uno.

Lui non mi ci voleva mandare qui.

Quanto a me, mi sentivo una vera regina portata in trionfo e avrei volentieri fatto una linguaccia a tutti, se ne avessi avuto la forza. Ripensandoci, se avessi avuto la forza di fare linguacce, non mi sarei fatta prendere in braccio da Hilscher.

***

Rimasi in ospedale tanti i giorni quanti i momenti in cui mi sentì sola. Ovvero tantissimi.

Nessuno mi veniva a trovare.

“ Ho fatta un disastro. Giustamente, Hilscher non mi vorrà più.” riflettei.

Mi sbagliavo.

Una sera ero nella mia nuova stanza, da sola, Mi avevano messa lì perché avrei dovuto seguire un programma di riabilitazione speciale, in seguito ai danni riportati durante la missione semi-suicida di Bologna. Li avevo stesi tutti, come previsto. Ma, cosa altrettanto prevista e non per questo evitata, loro avevano steso me.

Hilscher entrò senza bussare. Non disse “ ciao”, né “ come stai”. Non disse un bel niente e cominciò a gettare i miei orsetti dentro un sacco nero.

Io me ne stavo sul letto, lasciandolo fare.

Non poteva certo buttarli, i nostri orsetti.

Quando prese anche i miei pochi vestiti, fui definitivamente certa che quel sacco non sarebbe finito nella spazzatura. Tuttavia ero sempre più curiosa di sapere a che servisse. Attesi finché non svuotò quasi completamente la mia stanza.

E finalmente, parve accorgersi di me. Allungò il braccio, come aveva faccio a Bologna, per sollevarmi, ma a metà di quel gesto si fermò e aprì il palmo della mano, offrendomelo.

Si era appena ricordato che non eravamo in una stazione piena di morti, che non stavo morendo dissanguata e che non c'era alcun bisogno di salvarmi. E che la Doriella di tutti i giorni non gli avrebbe mai permesso di prenderla in braccio.

Così misi la mano nella sua e uscimmo.

Il sacco finì nel bagagliaio della sua auto ed io continuavo a non capire.

- Dove andiamo?- chiesi.

- Dove vuoi andare? -

- A Vienna a mangiare la Sacher. - risposi quasi senza pensare.

Dovevo averlo letto in qualche libro di Claes.

- Andiamo a Vienna a mangiare la Sacher. -

***

Se fossi una scrittrice, terrei un diario in cui racchiudere il mio mondo.

Se fossi un'artista, dipingerei le mie emozioni.

Se fossi una musicista, comporrei la colonna sonora della mia vita.

Ma io sono soltanto io.

Perciò devo inventarmi un altro modo per non far scappare i ricordi.

Dimenticare è sempre stata la mia paura più grande.

Dimenticare è un po' come mangiare lo zucchero filato: t'illudi di prenderne un boccone, ma proprio quando stai per assaporarlo, svanisce lasciandoti a bocca asciutta.

Sarà per questo che io lo odio, lo zucchero filato: mi fa venire il nervoso.

***

All'inizio riuscivo a contare i giorni.

Ricordavo quello che avevo fatto, perfino pensato, in ognuno di essi.

Poi i giorni aumentarono, e non ci stavano più sulle dita delle mie mani. Se mi sforzavo, tuttavia, arrivavo quasi a metterli in fila e a dire, per ognuno di loro, almeno una delle cose che erano capitate.

Ma più il tempo passava, più tutto si mescolava. Facevo una gran confusione e cominciai a dimenticare intere giornate. Il tempo trascorso a Vienna somigliava ad una catena a cui mancavano tanti anelli. Alla fine la catena andò in frantumi ed io mi ritrovai a vivere un Giorno Qualunque dietro l'altro.

Era angosciante.

Se i miei momenti felici lontano da Roma fossero improvvisamente finiti, non avrei nemmeno potuto raccontarli alle ragazze.

In uno di quei giorni, andai a prendere il calendario che tenevamo appeso alla cassa. Non l'avevamo mai usato, serviva semplicemente a capire che giorno fosse per il resto del mondo. Per noi quelli non erano giorni, solo un'accozzaglia di numeri e nomi di santi. Mi venne da piangere, perché perfino quell'accozzaglia aveva più senso dei miei ricordi confusi.

Fu così che mi trovò Hilscher, a disperarmi davanti ad un calendario.

Mi porse la mano, come quella sera, e mi portò a passeggiare nel viale davanti al negozio. Lo aveva fatto spesso, quando mi vedeva triste, o troppo pensierosa.

- Chissà perché ci sono così tanti alberi in questa via. -

- Forse amano guardare la gente. Qua ne passa molta. -

Scherzava.

Ma io non lo avevo capito.

- Tu credi? - domandai seria.

Mi guardò allibito.

- Doriella, scherzavo. -

- Ah. -

- Ma in fondo, che possiamo saperne noi? -

Ricordo di essere rimasta un'eternità a fissare quell'albero.

- E tu - gli avevo chiesto in fine - ricordi tutti quelli che passano di qua? -

Non mi rispose.

Antipatico.

- Non importa. Credo di avere un'idea... -

Quella stessa sera, a casa, presi un grande foglio e disegnai un albero. Aggiunsi tanti rami spogli.

Un ricordo per ogni giorno.

Una foglia per ogni ricordo.

Un ramo per ogni foglia.

La prima però era rimasta così, senza che ci scrivessi nemmeno una parola.

Significava già abbastanza.

***

Per le strade di Vienna, la gente camminava tranquilla.

Sorrisi, pacchetti e fiocchi di neve.

Il Natale mette tutti di buon umore. Per la prima volta, anche me.

Il mio naso tremava un poco, premuto contro il vetro ghiacciato. Ma non avrei rinunciato a quella sfilata per nulla al mondo.

Giorno ventitreesimo, albero numero tre. Dovevo ancora raccogliere la foglia da incollare e decidere che cosa scriverci. Era una di quelle giornate piene di tante piccole belle cose.

- A che pensi? -

Aggrottai la fronte, osservando meglio la strada.

- Piove. - osservai.

Hilscher non disse nulla, ben sapendo che la mia riflessione non era ancora conclusa. L'idea che mi conoscesse tanto bene m'inquietava e deliziava allo stesso tempo.

- Anche quando siamo arrivati a Vienna pioveva. -

- Te lo ricordi? -

- Molto bene - risposi pronta - E' un giorno importantissimo! -

Noi non parlavamo mai di ' prima'. Non dicevamo mai “ prima che vivessimo a Vienna” o “ da quando siamo a Vienna”. Era come se fossimo sempre stati a qui. A Roma avevano vissuto altre due persone.

Prima c'erano un fratello e la sua marionetta.

Adesso c'erano soltanto il signor Hilscher e la sua nipotina Doriella.

Nipotina non troppo entusiasta del ruolo ma pazienza...

- Hilscher, esco un attimo. -

- Hai appena detto che sta piovendo! -

- Devo prendere la foglia di oggi. -

All'improvviso sentì un tocco leggero sulla spalla. Mi voltai di scatto: certe brutte abitudini da marionetta non mi erano ancora passate.

- Almeno metti la giacca. - mi rimproverò affettuosamente Hilscher.

Tum. Tum. Tum.

Era il mio cuoricino, quello.

- Va bene. -

Scappai fuori sotto le goccioline umide che mi solleticavano il viso. Foglia grande e rossa, per oggi. Mentre estraevo la prescelta da un ammasso molliccio, ebbi l'impressione che ci fosse qualcuno, o meglio, qualcosa. Avvertivo una presenza estranea muoversi tutt'intorno.

Comincia a d avere paura.

Durante le settimane trascorse a Vienna, avevo cominciato a familiarizzare, a poco a poco, con quel sentimento così lontano dalla mia realtà di marionetta. Mai nella mia vita avevo provato quella sensazione di smarrimento e incredulità, quel desiderio di urlare e di rifugiarsi tra le braccia di qualcuno ( di chi poi?). Mai avevo avuto paura.

E fu mentre riflettevo che mi tornò in mente.

Il sogno.

Bellamente archiviato nel mio subconscio, me n'ero del tutto scordata. In quel momento riapparve tanto chiaro che rabbrividii. La cosa più spaventosa di quel sogno, era il suo essere reale in modo così inquietante. Tanto per cominciare, non era un giorno come tanti, ma molto di più: era un giorno ben catalogato, foglia rossa molto grande, con disegnato un cuore ancor più rosso. E due paroline: “ tum tum” . Un batticuore da ricordare, immaginavo.

C'era la pioggia, col suo ticchettio incessante. C'erano gli orsetti nuovi, appena arrivati, che io e Hilscher avevamo disposto con cura sullo scaffale più in vista del negozio.

E c'eravamo noi, lui alla cassa, con le parole crociate in francese ( ogni settimana toccava ad una lingua diversa) ed io sul mio sgabello, un po' incantata e un po' addormentata, appoggiata al bancone. Ci guardavamo in silenzio, sorridendo. Ogni tanto leggeva una domanda e per un bel po' tutti e due restavamo assorti nelle nostre riflessioni.

Mi sentivo felice.

In una frazione di secondo, la scena era capovolta: Hilscher e il bancone alle mie spalle, la sua voce lontana chilometri; davanti a me, sfuocato come un ricordo, Giuseppe, e al contrario, vicinissima e fin troppo nitida, Henrietta.

La sua pistola era ameno di mezzo metro dal mio naso. Nell'attimo in cui mi chiesi da dove provenisse l'arma che io avevo in mano, compresi con orrore che era niente di più che un giocattolo. Per mia fortuna, Etta non lo notò.

- Perché sei qui? - le chiesi.

- Devo riportarti a casa. -

- Io voglio restare qui. -

- Devo riportarti a casa. - ripetè.

- Resta qua con noi. Tu e Giuse. Pensa che bello sarebbe, niente più lavoro. Vacanze, vacanze e ancora vacanze! -

Bugia. Non volevo nessun altro a parte Hilscher. Tuttavia, ancor più di questo, per la prima volta nella mia vita, non volevo morire.

- Le marionette devono tornare all'Ente. O essere distrutte. Preferirei non doverti distruggere, Doriella. - dichiarò con voce un po' dispiaciuta ma dannatamente calma.

- Distruggermi? Noi siamo amiche! -

- Me lo ha ordinato Giuse. -

- Se Giuse ti ordinasse di morire, lo faresti? - le gridai, mentre il ricordo della mia esistenza da marionetta si faceva sempre più spaventoso.

- E se a te lo ordinasse Hilscher? - sussurrò sempre tranquilla.

Centrata in pieno.

“ Oddio” pensavo “ oddio come ha ragione! Ma che esseri di mostri siamo?”.

Piansi. Piansi senza vergognarmene, io, che non piangevo mai. Piansi davanti ad Henrietta orgogliosa, anzi, di ogni singola lacrima.

Piansi per aver finalmente capito, perché stavo per morire, piansi per tante cose.

Un sogno veramente deprimente, ripensandoci.

“ Sì” avrei voluto urlare ad Etta “ Sì che lo farei.”

Ma non l'avrei fatto da marionetta, questo no.

Era strano come pensieri del genere potessero nascere in un sogno e non nella realtà. Tutto ciò era lontano mille miglia dai miei ragionamenti quotidiani.

“ Etta, piccola mia, non posso salvare anche te, vero?

Solo ora lo vedo, solo ora mi rendo conto davvero di quanto c'era di sbagliato in quello che facevo, che mi facevano fare. Prima d'ora nessuna bambina mi aveva mai puntato una pistola al viso sorridendo come fai tu adesso. Che avranno pensato tutti quelli che ho ucciso?

Ucciso...

Ho davvero ucciso delle persone?

Come quelle che vedo ogni giorno nel viale alberato davanti al negozio?

Non avevo mai pensato a che avrei fatto se mi avessero ordinato di sparare a te, o a Rico o ad Ange.

...è orribile...

....perché se i nostri ruoli fossero invertiti, io farei lo stesso.”

I miei pensieri fluttuavano tutt'intorno a noi come solo nei sogni può essere.

“ Proverò ad ucciderti Henrietta” decisi, mentre la pistola nella mia mano diveniva reale “ Ma per salvami, perché non ho scelta. E lo farò piangendo, chiuderò gli occhi premendo il grilleto.

IO NON SONO PIU' UNA MARIONETTA! “.

- Etta ti prego... - tentai un'ultima volta.

- Devo portarti all'Ente. Tu devi tornare all'Ente. -

Quel ' tu' mi stranì.

- Io...e Hilscher? -

Lei mi guardò come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

- I traditori devono morire. -

Credo che il mio “ nooo” abbia svegliato l'intero quartiere, perché il giorno seguente tutti mi chiedevano se stessi bene.

- Doriella! -

Poco mancò che mi venisse un infarto. Quando mi voltai, incontrai due occhi più preoccupati che seriamente arrabbiati.

- Avevi detto un attimo. -

- Scusa... - mormorai.

Mentre tornavamo al negozio, volli condividere quel mio sogno con lui.

- Hai paura? -

- No. E tu? -

Mi regalò uno dei suoi sorrisi più affettuosi.

- Ora che so di avere una così impavida paladina, direi proprio di no! -

Arrossii.

- Parole crociate? - chiesi per sviare il discorso.

- Sì. Oggi francese, se non sbaglio. -

- Oui, monsieur! - esclamai.

Francese... Che buffa coincidenza!

- Aspettami - dissi spalancando la porta del negozio e correndo verso le scale - incollo la foglia e arrivo. -

Mi tuffai nel caos della mia stanza alla ricerca della colla. Misi la foglia proprio al centro dell'albero e impugnai il pennarello rosso.

Beh...un cuore era d'obbligo. E poiché il mio batteva ancora a mille, aggiunsi due “ tum”.

Un batticuore da ricordare, ne ero certa.

***

La pioggia aveva ripreso a scendere. Grossi goccioloni irregolari, ma tutti egualmente bagnati, cadevano quasi con certo ritmo sulla testa calva del signor Hollerer.

Fu proprio mentre imprecava contro quelle gocce impertinenti che al vecchio parve di scorgere una figura avvicinarsi. Si stupì molto nel vedere una bambina sua dieci anni con un grazioso abitino ed un largo cappello, da cui faceva capolino un visetto pallido incorniciato da ciocche castane. In quel viso da bambola due occhi adulti lo scrutarono attenti, senza che lasciassero trasparire alcuna emozione.

- Ti sei persa piccina? - domandò.

Lei non rispose, ma inclinò la testa di lato, come se si stesse sforzando di capire.

- Ho capito. Non sai il tedesco, eh? Vediamo un po'... English? Françoise? Italiana? -

Gli occhi della bambina si accesero.

- * Italiana allora. Aspetta...non mi dirai che cerchi il negozio di giocattoli?* -

- * Sì. * - disse lei così piano che il vecchio non fu del tutto certo di averla udita.

- * E' proprio qui accanto. * -

- Danke. -

- * Non c'è di che signorina. Ehi, aspetta! * - aggiunse vedendola sollevare un grosso oggetto nero, che non riuscì a distinguere nel buio della notte. - * Ti serve aiuto?* -

- * Oh, no *- sorrise la bambina. - * E' solo il mio violino. * -

NOTA DELL'AUTRICE:

- Questa fic è nata da un sogno incredibile che ho fatto un po' di tempo fa;

- I dialoghi con l'asterisco sono in italiano, gli altri in tedesco;

- La missione di Bologna me la sono inventata, non mettetevi a cercarla^^;

- Vienna & la Sacher ( una torta buonissima per chi non la conoscesse!) non sono mai state menzionate in Gunslinger Girl e sinceramente non so nemmeno io perché abbia scelto questa città...sarà perché i negozi di giocattoli e Vienna, per me che sono cresciuta con Rex, sono una cosa sola!

     


                     





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