FanFiction Hana-Kimi | L'ultima boccata di LadyKokatorimon | FanFiction Zone

 

  L'ultima boccata

         

 

  

  

  

  

L'ultima boccata ●●●●● (Letta 1012 volte)

di LadyKokatorimon 

1 capitolo (conclusa) - 1 commento - 1 seguace - Per tutti

    

 

Sezione:

Anime e MangaHana-Kimi

Genere:

Romantico

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Capitolo unico 

*Hokuto Umeda centric. Ispirata allo special del volume 14* "Lo diceva anche una disciplina zen, non ricordava esattamente quale. Hokuto Umeda non ricordava mai niente di tutto ciò che non riusciva a sopportare. Ma l’aveva comunque sentito, da qualche par...


  

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Hokuto

Umeda odiava perdere di vista le sue prerogative.





Odiava

agitarsi da un momento all’altro soltanto perché non sapeva come affrontare una

data situazione.





Amava

avere tutto in mano, così agguantato, fermo e sicuro in suo possesso senza

bisogno di cercare o allungare le braccia per afferrarlo. Ed amava se stesso,

di conseguenza a tutto questo, perché il suo raziocinio era abbastanza ferreo

da rimanere sempre congelato, fisso nelle sue parti e nei suoi comparti stagni,

gravido dei concetti in base a cui riusciva ad andare avanti nella vita senza

incertezze e avendo sempre la soluzione di ogni problema e ogni questione già

in se stesso.





Ma

guarda un po’.





Lo

diceva anche una disciplina zen, non ricordava esattamente quale.





Hokuto

Umeda non ricordava mai niente di tutto ciò che non riusciva a sopportare.





Ma

l’aveva comunque sentito, da qualche parte, un replicare senza diritti d’autore

della sua ferrea logica di vita.





Se

sei davanti ad un problema apparentemente senza soluzione fermati, e respira.





E

non cercare la soluzione fuori. Perché quello che cerchi è già dentro di te.





Merda.





Dare

ragione a degli psicopatici malati di yoga capaci soltanto di toccarsi il

sedere con la punta del piede –facendo passare la gamba da sopra la spalla- era

terribilmente fuori dalla sua logica, ma era costretto a farlo. Perlomeno per

mantenerla tale.





Merda.

Quel dannato Kayashima* lo stava influenzando in tutti i modi, tranne che

positivi.





Ad

ogni modo, anche Hokuto Umeda aveva i suoi momenti di empasse mentale.





In

cui la sua logica non diventava altro che un grande, inutile, alquanto

molliccio agglomerato di cadaveri di neuroni e cervella shakerati, che

ondeggiava nella scatola cranica. Da lobo occipitale a lobo frontale… da lobo

occipitale a lobo frontale. Poco utilizzabile al fine del concepimento di un

idea sensata o benché meno logica o razionale.





Un

immagine schifosa, ma decisamente calzante al fenomeno.





Ed

ebbene, Hokuto Umeda, sapeva che quello era uno di quei momenti.





Pestò

i piedi a terra, perché tanti erano davvero i ciottoli ovali che aveva

calpestato sulla via, di sbieco, maldestramente.





Tante

erano le scariche di dolore lungo la caviglia come piante rampicanti lungo una

colonna di marmo e tanti gli improperi che gli avrebbe lanciato addosso una

volta che se lo sarebbe ritrovato tra le grinfie.





Mais

oui madame.





Lasciò

passare senza danni rilevanti qualche studente in toga, graziandoli dalle sue

impetuose richieste d’informazioni –hai mica visto un ragazzo con lo sguardo da

bastardo, maniaco, sadico manipolatore da qualche cazzo di parte?- che

sembravano piuttosto propensi a tuffarsi a capofitto nella prima aiuola che si

trovavano a portata di mano pur di non avere a che fare con lui, allontanò una

cicca di sigaretta con un breve, nervoso scatto del tallone. E continuava a

mettere in conto.





Oh,

se continuava a mettere in conto. Meticolosamente nel suo cervello tanto, ma

tanto dotato.





Non

li avrebbe neanche potuti contare con tutte le dita delle mani e dei piedi i

debiti che avrebbe avuto da pagare.





Giganteschi,

enormi debiti.





Piantò

i piedi a terra, per la prima volta in non sapeva neanche più lui quante ore,

riordinò le idee in quella testa che era stato a sbatacchiare troppo da una

parte all’altra della scuola perché potesse ancora essere concepita nei normali

comparti stagni che compongono un perlomeno usuale cervello umano.





Solo

un grande, inutile, alquanto molliccio agglomerato di cadaveri di neuroni e

cervella shakerati, che ondeggiava nella scatola cranica. Da lobo occipitale a

lobo frontale… da lobo occipitale a lobo frontale. Poco utilizzabile al fine

del concepimento di un idea sensata o benché meno logica o razionale.





Così

poco utilizzabile che si stupì di riuscire a percepirlo.





Di

riuscire a percepire un qualunque cosa, in realtà.





Accarezzare

le narici, annidarsi, espandersi nella testa.





E

per un attimo ricordò in che facile, stupido modo il suo genio riuscisse ad

andarsene a puttane… per così poco.





Per

quanto lui potesse essere annoverato nella categoria del “poco”. Ed il

che, di successivo acchito, gli risultava assurdo soltanto nella già breve

associazione delle due parole. Soltanto un peso in più per la sua testa in

subbuglio, soltanto falso.





-Se

sei davanti ad un problema apparentemente senza soluzione fermati, e respira..-





Posava

le labbra sulla ruvida carta arrotolata, catturava i cerchi grigiastri appena

attorno alla base, li rilasciava in un soffio aggraziato.





Si

permise di sfuggire la vista di una nuvola di fumo particolarmente raffinata,

per rivolgergli un sorriso obliquo da aspettativa delusa.





-…E

non cercare la soluzione fuori. Perché quello che cerchi è già dentro di te-





Dannato

bastardo, maniaco, sadico manipolatore.





-Quelle

sigarette sono mie, brutto demente-





Ryoichi

Kijima lo guardava, accucciato con le gambe compresse al busto, contro il muro

dello spogliatoio di un club sportivo indefinito –come se gli interessasse

davvero saperlo-, da sotto un ciuffo di capelli neri direttamente puntato

all’aperto cielo di primavera. Unico al mondo a riuscire a far passare una

pettinatura assolutamente ridicola e simil buffa per un taglio originale ed

anticonformista, nonché dannatamente artistico. O almeno, così aveva l’ardire

di sostenere.





-Ma

dai.. scherzi?- chiese ridendo, ruffiano, analizzando l’oggetto incriminato con

occhio critico.





E

non trovando proprio niente, assolutamente nulla di anormale in quel che stava

facendo. Nemmeno nell’ignorare il viso dall’espressione furiosa che Hoku chan

gli rivolgeva da ormai poco meno di qualche centimetro di distanza, piegando il

busto verso di lui ma rimanendo in piedi.





Senza

scendere al suo livello. Senza lasciarsi coinvolgere da niente se non dalla sua

furia potenzialmente distruttiva.





-Quel

che è mio non è necessariamente tuo. Anche se tu probabilmente lo pensi-





Esalò,

stringendo le mani sui fianchi sottili in una posizione di stizza plateale.





L’altro

aspirò altro fumo facendo altro casino. Quasi lo sentì, il rumore delle

nuvolette che appestavano i polmoni.





-Dovrò

assolutamente pensare ad un modo per rimediare.. allora-





Cercò

di essere il più veloce possibile, anche se sapeva che nessuno almeno dei

presenti sarebbe stato contrario al partito preso.





Aveva

afferrato le ciocche rossastre che facevano curva sinuosa sulla nuca, le aveva

strette saldamente tra indice e pollice sentendo la leggera frizione di una

presa davvero salda, e aveva tirato uno strattone. Così secco che era in dubbio

che l’effetto di quel gesto sarebbe stato davvero quello desiderato.





Ignorò

la sensazione di qualche capello che gli vezzeggiava il palmo della mano mentre

si lasciava andare al vento punteggiando di rosso l’orizzonte –la cravatta, da

buono appiglio quale era, era naturalmente coperta dalla toga-, ed affondò le

labbra in quelle che aveva davanti –bellissime, irresistibili- con tutto lo

slancio che aveva.





Addentò,

afferrò, agganciò tutto quello che poteva.





Si

resero conto che quello era un morso, un azzannare feroce. Non un bacio.





Ma

era decisamente meglio. Cazzo se lo era.





Le

lingue si rincorrevano, si afferravano, si dibattevano una contro l’altra senza

controllo e senza legge.





I

denti le cercavano di tanto in tanto, o si dedicavano piuttosto alla

stuzzicante lusinga delle labbra tremanti e vaganti, incastrandole tra dente e

dente, pressandole leggermente, per poi lasciarle di nuovo in balia del furore

della danza.





Respiri

catturati e rilasciati, ancora pregni del pastoso odore delle sigarette, rubati

da una bocca all’altra. Raggiungevano il limite della gola fin sul baratro del

non ritorno, venivano richiamati indietro ad impiastricciare, inacidire sempre

di più il gusto che sentivano, a coprire il sentore dolce delle loro bocche

–reale-, a riempirle. A gonfiare le guance tese.





Ne

aveva ancora uno in bilico, che ancora si dipanava sul palato, quando Hokuto si

separò, vacillante.





E

si fermò dal fare un sorriso così lungo da tagliargli il viso da parte a parte.





Perché

davvero non c’era niente che non fosse andato come doveva andare.





Non

sarebbe stato certo lui però, ad ammetterlo. Perlomeno non per primo.





-Ho

pagato il mio debito, Hoku chan?- domandò, con quella sua faccia da schiaffi.





Con

quelle sue labbra da baciare all’infinito. Da mordere, azzannare all’infinito.





-Non

sei nemmeno lontanamente prossimo al farlo, Ryo chan-





Arrivò

finalmente a capire che nessuno dei due avrebbe ammesso, o emesso un giudizio,

o detto alcunché su un qualunque elemento, o caratteristica, o dinamica del

loro rapporto, mentre la sua bocca veniva di nuovo invasa. Senza accorgersi di

logica conseguenza che non c’era nessun elemento, caratteristica, o dinamica,

che avesse più attrattiva di quello che già avevano.





E

che era un discorso mentale che aveva fatto smisurate volte. Non c’era nemmeno

da perderci tempo.





Il

loro tempo era già, assolutamente, degnamente occupato.





-Hokuto

kun?-





-Hn-





-Avevi

qualcosa da dirmi?-





-Cosa

ti fa pensare.. ch.. che avessi qualcosa da dirti?-





-Perché

ce l’hai ancora-





Si

staccò ancora, perché era rimasto davvero troppo poco fiato nei suoi polmoni

per poter parlare e baciare contemporaneamente –anche in condizioni normali, in

verità, sarebbe stato incredibile se ne avesse avuto-, si sedette con un sonoro

tonfo accanto a lui.





-Può

darsi-





Allargò

le braccia, afferrando le gambe, portandosele e stringendosele addosso al

petto. Appoggiando la testa sulle ginocchia un po’ indolenzite. Rivolgeva la

vista allo scorcio delle piste del club di atletica in ristrutturazione, ai

macchinari dalla sconosciuta funzione che stazionavano in locazioni disordinate

sull’immenso campo che s’estendeva all’orizzonte.





Non

aveva proprio niente d’interessante, ma rimaneva a guardarlo giusto per il

gusto di avere la vista riempita di qualcosa.





Qualunque

cosa. Anche priva del suo più minimo interesse. Anche se non gli riempiva la

mente.





-Tu..

che cosa farai.. adesso?-





Ryoichi

sembrò pensarci su, senza poi tutto questo impegno, facendo volteggiare la

sigaretta dimezzata nella mano senza un po’ di controllo dei suoi stessi

movimenti, senza nemmeno stare ad osservare quel che stava facendo. Con il

collo leggermente reclinato in avanti, la testa volta di conseguenza.





-Appenderò

il diploma sul muro del corridoio di casa, con tanta cura, e starò a guardarlo

con malinconia ricordando i bei tempi andati-





-Parli

come un vecchio sul letto di morte-





-E

tu che farai?-





Sputò

quella punta di umorismo nero con un vago senso d’inadeguatezza, insieme ad un

po’ di cenere che, non sapeva né come né quando, gli si era annidata in bocca.

Non lo faceva parlare, bloccava le parole in bilico tra l’essere dette ed

essere pensate.





Bastava

la sua presenza per impedire ad Hokuto Umeda di parlare come Hokuto Umeda

sempre faceva.





Appunto.

Tranne che per quando lui entrava a far parte delle incognite delle sue

equazioni mentali.





Hokuto

soffiò aria priva di caligini dalle labbra ancora umide, sistemò la schiena

lungo il muro da poco riverniciato, di un bel colore verdognolo che si adattava

divinamente all’ambiente. Assestò i propri pensieri in aperta rivolta al suo

sistema mentale dittatoriale, per trovare la risposta.





-Voglio

tanti bei ragazzi.. tanti bei ragazzi intorno a me tutta la vita-





Disse,

con un lungo obliquo sorriso delle labbra sottili e brillanti.





Non

si aspettava nessuna dimostrazione di gelosia, o di violento possesso, o di

ostilità al progetto.





E

non ebbe nulla di tutto questo, assolutamente niente anzi. Solo un'altra

boccata di fumo che infrangeva il profilo di una nuvola bianca del cielo e ne

inquinava la candida vista. Un breve movimento di assestamento della testa

prima della boccata successiva. Assolutamente niente.





-Probabilmente,

allora, non andrai molto lontano da qui.. Dottor- maniaco- ninfomane- Umeda-





Una

constatazione obiettiva, nulla di sentimentale o che tradisse un qualunque

coinvolgimento.





Voce

polare, il minimo ed indispensabile interesse alla faccenda, all’argomento del

discorso. Non era neanche lì, in quel momento.





Non

conoscevano la posizione uno dell’altro, la parvenza uno dell’altro, neanche

più si conoscevano l’un l’altro.





Prima

che le labbra e le bocche sempre pregne del sapore del tabacco si toccassero,

si azzannassero.





Ma

andava bene così. Rimaneva tutto nella freddezza, nella lucidità e alla luce

del sole.





Andava

schifosamente, gelidamente bene. Bene per la sua logica di vita.





-E…

Masato?-





Lo

chiese in poco meno di mezzo secondo. Come un respiro lasciato e tagliato a

metà per poi essere inghiottito ancora.





Nemmeno

adesso si aspettava una qualche reazione, in realtà. Non era quello che voleva,

non era quello che desiderava da lui.





Una

reazione diversa da quelle che di solito vedeva in lui, non era merce di

scambio che valesse la pena aspettarsi.





Nessuna

aspettativa era utile poi.





-I

suoi genitori sono tornati. Sono andati tutti a vivere ad Okinawa**. Il padre

ha trovato lavoro là-





Allungò

la mano. Afferrò la sigaretta che si stava di nuovo per dirigere verso le sue

labbra.





-Quindi?-





-Quindi

cosa?-





Se

ne appropriò con menefreghismo per il derubato.





Tirò

la più lunga, asfissiante, infinita boccata della sua vita.





-Riuscirai

a stare in piedi da solo.. senza avere qualcosa a cui aggrapparti?-





Per

un attimo era sfuggito alla sua sistematica mente. Merda.





Non

fece caso al breve tremore del braccio a contatto con la sua spalla. Non ci

fece caso perché quella era il massimo della reazione che riusciva ad ottenere.

Sapeva cosa significava, cosa nascondeva, sapeva di tutto ciò di cui era

preludio e eloquente pronostico.





Di

ciò che forse sapeva, che forse non sapeva di lui. Ciò che sfuggiva alla sua

sistematica mente.





Ricordando

che la sigaretta che aveva in mano era la sua, aspirò il doppio del fumo. Lo

assaporò il triplo del tempo.





-Non

capisco di che parli-





Fece

dondolare la sigaretta di lato, in segno d’ovvietà.





-Questo

non riesco a dimenticarlo-





Aspettò,

senza fretta. Senza aspettative.





Nei

occhi vide chiaramente che non c’era proprio nessuna volontà di rispondere.





Rimasero

in silenzio, la sigaretta lasciata in balia del fuoco che la divorava

centimetro per centimetro.





Immaginando

magari di poter salire in cielo, aspirare le nuvole e assaporarle come il fumo

che avevano sempre in bocca.





Ma

sarebbe stato più dolce, più delicato sul palato. Non avrebbe impregnato il

sapore dei loro baci.





Non

avrebbe coperto quel che nascondevano.





Nuvole

con l’azzurro del cielo infinito.





-Il

cielo di Magritte-





-Hn?-





Si

stupì di vedere il suo palmo vuoto allungarsi verso il cielo.





Con

dentro niente, senza afferrare niente.





-Disegnerò

un cielo.. un cielo anche più bello di quelli di Magritte..-





Chiudendo

il pugno sul profilo di una nuvola ingannatrice, che sembrava tanto vicina,

sentì che qualcosa c’era.





C’era

qualcosa che ancora poteva afferrare.





-…è

questo che farò-





Si

sentì un traditore, dopo aver ascoltato quelle parole.





E

non perché le grazie di Ryoichi Kijima non potevano bastare al soddisfacimento

dei suoi obbiettivi di vita.





Non

perché sapeva che ne avrebbe cercate altre, e di altrettante avrebbe goduto.





Non

perché non era mai riuscito a dirgli quanto sapesse di lui, senza il suo

permesso.       





Non

perché, per quanto continuasse a dirglielo sempre, lui non riusciva mai a

dimenticare niente.





Niente

dei loro baci, di quello che sapeva di lui senza che nemmeno lui lo sapesse.





Ma

perché, beh, mentre vedeva il profilo longilineo del suo uomo stagliarsi

all’orizzonte comprendo il profilo della nuvola che la sua mano non era

riuscito ad afferrare, aveva capito, meglio di quanto avesse mai potuto fare.

Meglio di quanto sarebbe mai riuscito a fare.





Ryoichi

Kijima gli aveva fatto capire una cosa pressoché fondamentale al raggiungimento

dei suoi obbiettivi.





La

sua logica era davvero una gran cazzata.





Corse

verso di lui.





Per

afferrarla.





Perché

lui afferrasse quel che tanto cercava.





-Potrai

aggrapparti a me.. quando vorrai-





Sorrise.





Sentendo

quando fosse buono il gusto, il suo sapore.





Il

sapore dell’ultima boccata.





 





 





 





 





*Naturalmente

parlo del padre del Kayashima del manga (il compagno di stanza di Nakatsu che

vede gli spiriti e le entità spirituali, e che ama fare yoga, per l’appunto).

Non so se anche lui frequentasse l’Osaka, né se come il figlio fosse

appassionato anche lui di yoga, ma se così non è, beh, passatemi la licenza

poetica per piacere XD





**

Naturalmente anche questo me lo sono inventato di sana pianta XD





 





Ecco!!!

Adesso chi di voi legge altre mie fanfic capisce perché le aggiorno una volta

ogni morte di papa.





Praticamente

sono stata mesi e mesi senza scrivere niente e bam.. da un momento all’altro mi

si accende la lampadina sulla prima cosa che mi capita davanti.





Bah..

comunque è una cosina senza troppe pretese.





Ma

se commentate mi fa piacere.





Baci.





 















 

     


                     





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