FanFiction City Hunter | Coming back home di Fool | FanFiction Zone

 

  Coming back home

         

 

  

  

  

  

Coming back home ●●●●● (Letta 16581 volte)

di Fool 

73 capitoli (conclusa) - 530 commenti - 44 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaCity Hunter

Genere:

Azione - Drammatico - Erotico - Romantico - Thriller

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 L'aria di Tokyo 

"L’aereo si abbassa piano piano e finalmente posso distinguere nettamente le piste di atterraggio, l’edificio dell’aeroporto e tutti gli altri palazzi che lo circondano. L’ultima volta che ho visto la stessa scena, in allontanamento però, è stato otto ann...


  

CAPITOLO 1: L’ARIA DI TOKYO



L’aereo si abbassa piano piano e finalmente posso distinguere nettamente le piste di atterraggio, l’edificio dell’aeroporto e tutti gli altri palazzi che lo circondano.

L’ultima volta che ho visto la stessa scena, in allontanamento però, è stato otto anni fa, una settimana dopo la morte di Hideyuki. Quante cose sono cambiate da allora…



Sento le gambe che tremano leggermente e un senso di imbarazzo che mi stringe lo stomaco. Non credevo sarebbe successo, eppure … Sono emozionata! Come se stessi per rincontrare un grande amore che ho dovuto abbandonare o un parente che non vedo da molto tempo… E’ strano, perché a parte poche conoscenze ed Eriko, non è rimasto niente e nessuno a cui possa sentirmi legata, qui. Non ho neppure una casa che mi aspetti…



Ma in fondo questo è il Paese in cui sono nata e cresciuta, in cui ho vissuto fino al compimento dei miei vent’anni. In cui ho trascorso momenti bellissimi con mio fratello, l’unica persona che abbia contato qualcosa per me nei primi anni della mia vita. E che mi piaccia o no, il ricordo di quei giorni ora che sto per rimettere piede nella stessa città, si fa più forte e vivo che mai e la nostalgia che normalmente provo al pensiero di lui, rinvigorisce e mi chiude un po’ la gola. Accidenti, l’avevo promesso a me stessa! Niente lacrimucce da ragazzina, sono una donna ormai. Ho ventotto anni e so benissimo cavarmela da sola!

Ma mentre sento l’impatto del carrello dell’aereo sull’asfalto della pista, ogni mia certezza vacilla e il pensiero che tra poco ripercorrerò quelle stesse strade di tanti anni fa, questa volta senza più Hideyuki al mio fianco, mi gela le mani e mi fa salire il magone.



L’aria di Tokyo è così diversa da quella di New York! Non so come spiegarlo, sono due metropoli moderne e caotiche, eppure qui c’è qualcosa di particolare, come se, nonostante i progressi della tecnologia giapponese, il tempo si fosse per certi aspetti fermato, di tanto in tanto, nei secoli. Si può respirare ancora la tradizione, il senso delle cose antiche, il rispetto di un lungo passato.

O, forse, sono solo dannatamente parziale perché, che lo voglia o no, il 31 marzo del 1965 è stato qui che ho fatto sentire per la prima volta la mia voce al resto del mondo.

E’ una sensazione strana, la mia, come se questi otto anni lontana da qui non fossero mai esistiti e come se improvvisamente fossi tornata a respirare aria di casa.

Mi riempio i polmoni, di quest’aria. E con il mio immenso, pesantissimo trolley, cerco un taxi che mi porti a destinazione.



La mia prima tappa è il vecchio appartamento in cui ho vissuto con Hideyuki.

Il palazzo è esattamente come allora, grigio e spento, a tratti un po’ fatiscente. Evidentemente non sono stati fatti lavori di manutenzione. Evidentemente ci abitano ancora le stesse pigre e squattrinate persone di allora.

Mi fermo a guardare pensierosa dall’altra parte della strada, squadrando ad una ad una tutte le finestre.



Ricordo i vicini del piano di sotto, quella chiassosa famiglia di giovani sposi con un paio di marmocchi pestiferi che, di tanto in tanto, mi capitava di dover tener d’occhio il sabato sera.

E poi la signora Akado, la nostra dirimpettaia, una simpatica vecchiettina che spesso ci portava qualcosa da mangiare. “Per voi ragazzi” diceva, lasciando intendere il suo desiderio di coccolarci un po’, di farci da nonna, pensando che, in fondo, due fratelli che vivevano da soli avrebbero avuto bisogno di una persona più adulta che potesse far loro da appoggio.

Al piano di sopra abitava un tipo strano, di cui, in dieci anni, non ho mai conosciuto il nome. Entrava ed usciva di casa ad ore assurde, indossando sempre abiti neri ed occhiali scuri. Quando ero più piccola mi divertivo ad immaginare cose di ogni genere su di lui, ad inventare storie fantastiche che lo avessero per protagonista. Per anni ho creduto che fosse una specie di agente segreto della CIA o magari un killer professionista, insomma, qualcosa da film. Poi un giorno la signora Akado mi disse che in realtà era un dipendente in un’agenzia di pompe funebri. E la mia sfrenata fantasia di ragazzina crollò miseramente.



Ed eccola lì. La nostra finestra della cucina. Quella da cui tante e tante sere aspettavo affacciata il suo rientro, sempre in angoscia, sempre con il terrore che potesse essergli accaduto qualcosa. E poi, quando lo avvistavo in lontananza, subito correvo a sedermi al tavolo, prendendo in mano un libro scolastico, in modo che al suo rientro non si accorgesse che lo stavo aspettando preoccupata. Non volevo che capisse che in qualche modo il suo lavoro mi faceva soffrire, che mi dava motivo di ansia. Volevo solo che, rientrando, trovasse la serenità della nostra casa, della nostra famiglia, ogni sera. Ogni sera, tranne quella…



Lo aspettai a lungo affacciata alla finestra. E sul tavolo era già pronta la torta con le candeline. Già, è stato così che l’ho saputo. Non dagli agenti che quella sera bussarono alla nostra porta, ma dalle lunghe ed insolite ore di attesa. Perché lui non sarebbe mai, MAI mancato ad un mio compleanno.



-La signorina Makimura?-

I due poliziotti che mi trovo di fronte non appena apro la porta mi squadrano rapidamente con occhi compassionevoli. Probabilmente non si aspettavano di trovarsi di fronte una ragazzina.

Non rispondo alla domanda e per loro non è poi così necessario. Uno dei due stringe in mano un foglio, sul quale probabilmente sono scritti il mio indirizzo e il contenuto di un breve verbale che dovrebbe comunicarmi.

-Si tratta di Hideyuki, non è vero?- domando con la voce spezzata, mentre sento le gambe vacillare e il cuore morirmi lentamente nel petto.

-Mi dispiace molto signorina…” dice quello del foglio, levandosi il cappello della divisa. Il suo collega lo imita immediatamente.

E io… In quel preciso istante non sento più le loro voci, né riesco a vedere più nitidamente le loro figure ferme sulla porta di casa. La gola si stringe, troppo rapidamente per permettermi di respirare ancora, e le forze vengono meno. Non è necessario per i due agenti ultimare la frase.

-Mio fratello è morto- bisbiglio io, fissando il vuoto che da quel momento in poi avrò per compagno di vita.




Guardo ancora quella finestra e una pulsione di tenerezza mi coglie, rivedendo me ancora così giovane, affacciata ogni sera a quel balcone. Ricordando il dolore di quei giorni, quel senso di impotenza e di incertezza, la paura del domani, la paura che non ci fosse più un domani.

Ed oggi, otto anni dopo, sorrido malinconicamente pensando che, nonostante tutto, sono ancora qui.









Grazie infinite a tutti quelli che in questi mesi mi hanno chiesto di scrivere ancora. E grazie in modo particolare a Rinrei per i suoi preziosi consigli.

     


                     





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