FanFiction Host Club | Guilty Conscience. di Luna | FanFiction Zone

 

  Guilty Conscience.

         

 

  

  

  

  

Guilty Conscience. ●●●●● (Letta 961 volte)

di Luna 

1 capitolo (conclusa) - 1 commento - 0 seguaci - Per tutti

    

 

Sezione:

Anime e MangaHost Club

Genere:

Umoristico

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Capitolo unico 

Haruhi scivola su una buccia di banana lasciata a terra da Hikaru e Kaoru. I due si sentono in colpa e tentano di farsi perdonare. (Kaoru, Hikaru, Haruhi).


  

Disclaimer: Personaggi e situazioni, come credo tutti sappiate, appartengono a Bisco Hatori. Io non ne ho tratto alcun profitto.







GUILTY CONSCIENCE.






Quando anche le ultime clienti della giornata se ne furono andate, i ragazzi dell’host club poterono, finalmente, trarre un profondo sospiro di sollievo collettivo.



Era stata una giornata piuttosto intensa: era tempo di esami, perciò quella mattina avevano tutti dovuto affrontare diverse prove scritte quindi, una volta aperto il club al pubblico, non avevano avuto nemmeno un attimo per respirare. Per distrarsi dallo stress degli esami, infatti, l’intera della popolazione femminile della scuola sembrava essersi riversata nell’aula di musica 3.



I ragazzi giacevano su alcuni dei tanti sofà sparsi per la stanza, distrutti. Tutti ad eccezione di Kyoya che, in piedi di fronte ad una delle ampie vetrate che davano sul cortile antistante la scuola, stava calcolando – calcolatrice alla mano – i profitti di quel pomeriggio di lavoro.



La prima a scuotersi il torpore di dosso fu Haruhi. Lentamente, la ragazza si alzò in piedi e si stiracchiò. Quindi, con un sospiro, prese ad incamminarsi in direzione della sala adiacente – quella che usavano come spogliatoio – dove, quando era arrivata al club un paio d’ore prima, aveva lasciato la propria cartella.



Era talmente stanca che non prestò attenzione a dove metteva i piedi e fu così che finì per calpestare una buccia di banana. Non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto di ciò che stava accadendo; un secondo più tardi si ritrovò lunga distesa sul pavimento.



Subito, Tamaki e i gemelli scattarono in piedi.



“Haruhi!”



I tre si affrettarono ad inginocchiarsi a terra accanto a lei a presero a fissarla con occhi preoccupati. Ad Haruhi ricordarono tre cuccioli iperattivi.



“Haruhi, stai bene?” le gridò Tamaki in un orecchio.



Haruhi lo ignorò e voltò il capo in direzione di Hikaru e Kaoru. I due ricambiarono il suo sguardo con identiche espressioni inquiete e, al tempo stesso, vagamente colpevoli. Due cuccioli che temevano di ricevere una solenne sgridata.



Haruhi si limitò ad osservarli per qualche secondo, poi lanciò una breve occhiata alla buccia di banana sulla quale era scivolata – e che le era rimasta appiccicata alla suola di una scarpa – e, infine, riportò lo sguardo sui due ragazzi chini su di lei.



“Sì, tutto bene, senpai. Non mi sono fatta niente. Voi due, però, fareste bene a stare attenti a dove gettate le bucce delle vostre banane.”



Tamaki – che fino ad allora non aveva fatto altro che sgolarsi per assicurarsi che la propria “figlioletta” stesse bene – all’improvviso, si zittì.



“Voi!” esclamò quindi, con voce cavernosa, indicando i due gemelli con un dito. “Siete stati voi a ridurla in questo stato. Vili codardi. Come vi siete permessi?”



E, così dicendo, si scagliò contro Hikaru, lo afferrò per il bavero della casacca dell’uniforme scolastica che indossava e prese a sbatacchiarlo avanti e indietro senza pietà e a lanciare improperi contro di lui e contro il fratello, colpevoli, a sentire lui, di non farsi scrupoli nemmeno quando si trattava di una gentile fanciulla.



“Ma noi-“ esordì Hikaru, tentando di liberarsi dalla stretta del biondo.



“Non l’abbiamo fatto apposta!” terminò, per lui, Kaoru.



La “gentile fanciulla” in questione, nel frattempo, stava facendo finta di non vedere il penoso spettacolo che stava avendo luogo a pochi passi da lei.



Appoggiò entrambe le mani a terra e tentò di far leva per rimettersi in piedi, ma invano. Un dolore lancinante la colpì all’altezza del polso destro, che cedette, e lei ricadde ancora una volta sul freddo pavimento di marmo dell’aula di musica.



Tamaki ed i gemelli, troppo occupati a litigare tra di loro, non si accorsero di nulla. A differenza di Mori, Honey e Kyoya che si voltarono simultaneamente verso di lei non appena la sentirono mugolare per il dolore.



“Haru-chan…” mormorò Honey, “ti sei fatta male?”



“No, non è nulla, Honey-senpai.”



Convinta che si fosse trattato soltanto di un episodio isolato, riprovò ad alzarsi. E, di nuovo, il dolore si ripresentò, puntuale, non appena appoggiò il proprio peso sui polsi. Haruhi non poté trattenere un gemito.



“Forse dovresti passare dall’infermeria prima di andare a casa,” osservò Kyoya.



“Ma no, non –“



Haruhi non ebbe la possibilità di terminare la frase perché Mori la sollevò di peso e se la caricò su una spalla. Quindi, senza dire una parola, si incamminò in direzione della porta.



“Mori-senpai, mi fa male il polso. Non c’è niente che non vada nelle mie gambe…” protestò la ragazza.



Le sue parole sembrarono finalmente distrarre Tamaki dal suo proposito di “insegnare la buona educazione” ai gemelli e, quando la vide, adagiata su una spalla di Mori come un sacco di patate, sembrò perdere il lume della ragione.



“Bruto, cosa stai facendo alla mia bambina?”







***







Una ventina di minuti più tardi, Haruhi fece ritorno all’aula di musica 3 scortata da Mori. Non appena i due fecero la loro comparsa nella stanza, cinque paia di occhi si voltarono nella loro direzione.



Haruhi, intuendo la domanda inespressa che stava prendendo forma nelle menti dei propri compagni, sollevò la manica della propria divisa con un sospiro, scoprendo di fronte agli sguardi curiosi - e leggermente preoccupati – dei ragazzi che le stavano di fronte la candida fasciatura che le cingeva il polso destro.



Honey le saltellò incontro, il fedele Usa-chan stretto al petto, e Haruhi poté scorgere gli occhi del proprio senpai farsi sempre più lucidi man mano che le si faceva più vicino.



“Non è niente. L’infermiera mi ha assicurato che si tratta solo di una lieve distorsione. Guarirà in pochi giorni,” si affrettò a spiegare nel tentativo di scongiurare la crisi di pianto in cui, ne era sicura, Honey sarebbe scoppiato di lì a poco.



“Ma non ti fa più male?” le chiese quest’ultimo con voce tremula.



“No, non più. Davvero, sto bene, Honey-senpai,” mentì Haruhi. In realtà, poteva ancora sentirlo pulsare sotto allo spesso strato di garza che lo avvolgeva e, ogni volta muovesse il braccio, provava delle fitte lancinanti che la costringevano a mordersi le labbra per impedirsi di gemere per il dolore.



Tuttavia, non l’avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura. Tutto ciò che desiderava era andarsene a casa e concedersi qualche minuto di relax prima che il padre uscisse per andare al lavoro e lei fosse costretta a prepararsi la cena; non era esattamente dell’umore giusto per mettersi a consolare Honey o scrollarsi di dosso Tamaki, che, senza dubbio, avrebbe tentato in tutti i modi di dimostrarle il suo affetto in quel momento “così difficile” per lei.



Stampandosi in viso quello che sperava potesse passare per un sorriso rassicurante, si precipitò a recuperare la propria cartella e a salutare tutti prima di avviarsi verso casa.



Il tutto avvenne così velocemente che Tamaki non ebbe il tempo di reagire.







***







La limousine sulla quale viaggiavano i due gemelli avanzava lentamente nell’intenso traffico serale dell’ora di punta.



Hikaru, impegnato ad osservare con aria distratta il monotono paesaggio cittadino che scorreva davanti ai suoi occhi al di là del vetro oscurato del finestrino, trasse un profondo sospiro.



Nonostante nessuno avesse osato accusarli di nulla, sapeva che ciò che era accaduto ad Haruhi quel pomeriggio era successo a causa loro. Sua e del fratello.



Avevano lasciato quella buccia di banana a terra nella speranza di farsi quattro risate alle spalle del Lord, non certo perché Haruhi ci si imbattesse. Invece era successo e adesso si sentiva in colpa.



L’immagine del polso sottile della ragazza avvolto nella voluminosa fasciatura che l’infermiera della scuola le aveva applicato si riaffacciò nella sua mente e a Hikaru si formò un groppo in gola. Sentì le proprie guance prendere fuoco per la vergogna.



Immerso nei propri pensieri, non notò l’occhiata indulgente che gli lanciò il fratello, seduto accanto a lui sul sedile posteriore dell'auto. Kaoru sapeva che cosa stava provando il fratello – in fondo, anche lui si sentiva in colpa per ciò che era accaduto ad Haruhi – e sapeva anche che, se lui non avesse preso in mano le redini della situazione, Hikaru non avrebbe fatto altro che rigirarsi nel letto, insonne, per tutta la notte, divorato dai sensi di colpa.



Con un sospiro, volse a sua volta lo sguardo al di là del finestrino e prese ad osservare i vari negozi disposti, uno di fianco all’altro, al piano terra degli alti palazzi tipici del centro cittadino.



Con la coda dell’occhio, notò diverse torte fare mostra di sé nella vetrina di una pasticceria e, all’improvviso, gli venne un’idea.



“Fermi la macchina,” sbottò, incontrando lo sguardo perplesso dell’autista nello specchietto retrovisore.







***







“Papà, sono a casa,” annunciò Haruhi, facendo il proprio ingresso nel minuscolo appartamentino che condivideva con il padre e richiudendosi la porta alla spalle.



“Oh, Haruhi, sono qui, tesoro. Vieni, vieni a vedere chi è venuto a trovarci,” fu l’allegra risposta dell’uomo. Haruhi si immobilizzò di colpo al centro della cucina e un brivido freddo le percorse la schiena.



Mamma, ti prego, fai in modo che non si tratti di-



A malincuore, si affacciò nella stanza adiacente. Il padre, vestito di tutto punto per andare al lavoro, era inginocchiato a terra e sembrava assorto in un’animata discussione con…



Kaoru?



Haruhi rimase senza parole alla vista dei due ragazzi. Che cosa ci facevano Kaoru e – il suo sguardo andò a posarsi sul fratello di quest’ultimo, seduto a terra di fronte a lui – Hikaru a casa sua, a quell’ora?



Ranka-san, che sembrò accorgersi della sua presenza solo allora, voltò la testa di scatto nella sua direzione.



“Oh, Haruhi! Kyouya mi ha appena chiamato. Come va il polso? Stai bene? Vuoi che prenda un permesso al bar? Posso-“



Haruhi ebbe non poche difficoltà ad arginare quel fiume di parole.



“No, no, papà. Non è necessario che tu prenda la serata libera. Non è niente di grave.” Quindi, notando l’espressione scettica che fece capolino sul suo viso, aggiunse: “Non devi preoccuparti. L’infermiera ha detto che in meno di una settimana sarà tutto a posto.”



Ranka-san trasse un profondo sospiro.



“D’accordo, come vuoi. Allora io vado.” E, così dicendo, si alzò in piedi e, dopo aver calorosamente salutato i gemelli, afferrò la borsetta che giaceva sul tavolo al centro della stanza e si allontanò in direzione della porta d’ingresso.



Prima di uscire, tuttavia, non poté trattenersi dall'ululare un ultima volta, all’indirizzo della figlia: “Qualunque cosa, non esitare a chiamarmi al bar. Te lo ricordi il numero, vero?”



“Sì, papà,” mormorò Haruhi, scuotendo la testa con aria rassegnata. Come avrebbe mai potuto dimenticare quel numero? Gliel’aveva fatto imparare a memoria non appena aveva incominciato a lavorare in quell’okama bar e, non contento, l’aveva persino registrato nella rubrica del telefono e inserito tra i numeri a chiamata rapida.



Finalmente, Haruhi sentì il padre borbottare qualcosa di incomprensibile e richiudersi la porta alla spalle con un tonfo sordo e si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo.



Quindi, spostò la propria attenzione sui gemelli e rivolse loro uno sguardo severo.



“Che cosa ci fate voi qui?” esordì senza preamboli. I due indossavano ancora la divisa scolastica, perciò era chiaro che non erano nemmeno passati da casa prima di presentarsi da lei.



“Hey, Haruhi, è questo il modo di trattare i tuoi amici che sono venuti a trovarti perché erano preoccupati per te?” replicò Kaoru, sollevando un sopracciglio con aria divertita.



Non convinta, Haruhi studiò per qualche secondo i due, cercando di capire che cosa stesse passando loro per la testa. Kaoru pareva perfettamente a proprio agio seduto sul pavimento della minuscola sala da pranzo e le stava sorridendo con aria innocente, mentre Hikaru, al contrario del fratello, sembrava fare di tutto per evitare di incontrare il suo sguardo.



Haruhi trasse un profondo sospiro.



“E poi,” continuò Kaoru, con voce allegra, “guarda cosa ti abbiamo portato!”



E, così dicendo, allargò le braccia per mostrarle un pacco – agghindato di tutto punto e ingentilito da uno sfavillante fiocco dorato ricoperto di brillantini – contenente una torta alla crema decorata con fragole.



Nonostante Haruhi continuasse a dubitare delle reali intenzioni che avevano spinto gli Hitachiin brothers a farle visita quella sera, la vista di quella torta le fece venire l’acquolina in bocca e il pensiero che era quasi ora di cena iniziò a farsi strada nella sua mente.



“Vi fermate a cena?”



“Noi...” esordì Hikaru, ma Kaoru lo interruppe.



“Sì.”



“Ok,” mormorò Haruhi, traendo un profondo sospiro di rassegnazione, “adesso vado a cambiarmi, poi vedrò di preparare qualcosa.”



La ragazza fece per voltarsi e rientrare in cucina, ma la voce esitante di Hikaru la fece desistere dal suo intento e ritornare sui suoi passi.



“Haruhi… mi... ci dispiace per la buccia di banana.”



“Tutto qui?” esclamò lei, sorpresa, dopo qualche secondo di silenzio. Tutto si aspettava, tranne che quello. “Quindi se adesso siete qui è perché vi sentite in colpa per quello che è successo?”



Hikaru deglutì a vuoto e abbassò lo sguardo nel tentativo di nascondere alla vista di Haruhi il rossore che si stava diffondendo a macchia d’olio sulle sue guance.



“Non è colpa vostra. Ero distratta, avrei dovuto stare più attenta.”



“Ma-“ protestò Hikaru.



“Niente ma, Hikaru. Non è colpa vostra. E poi non è nulla di grave. Non avete nulla di cui preoccuparvi,” disse Haruhi con un lieve sorriso.



Kaoru, con la coda dell’occhio, notò la atteggiamento del fratello farsi all’improvviso più rilassato e un timido sorriso fare capolino sul suo viso.



E allora anche lui sorrise.









THE END.

     


                     





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