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  Il Drago e la Chimera

         

 

  

  

  

  

Il Drago e la Chimera ●●●●● (Letta 1779 volte)

di Eternal_Fantasy 

26 capitoli (conclusa) - 6 commenti - 1 seguace - Per tutti

    

 

Sezione:

Anime e MangaSlayers

Genere:

Non specificato

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Seconda parte: Il patto della Chimera 

 


  

Seconda parte: Il patto della Chimera



Giaceva avvolto nelle tenebre.



L’unica percezione era il battito del suo cuore di Drago che si faceva sempre più lento. Sapeva che, quando fosse cessato, la sua vita si sarebbe spenta come la fiamma di una candela. Ma non riusciva a desiderare d’impedirlo. Ricordava che tante volte la Morte gli aveva teso le braccia, salvo rifiutarlo all’ultimo istante, e tante volte l’oblio confortante che prometteva gli era stato precluso.



Allora perché non abbandonarsi ad essa? Cos’era quella luce che ora splendeva nel buio, chiedendogli di tornare alla vita? Cosa lo legava ancora a quel mondo che gli aveva dato solo odio, dolore e rabbia?



Eppure… il suo cuore ancestrale rifiutava di arrendersi al sonno eterno, come se due vite non gli bastassero per sentirsi soddisfatto…e al suo battito insistente si aggiunse una voce che invocava il suo nome…



"Valgarv…"



"Philia?" mormorarono le sue labbra esangui.



"Allora sei vivo. Cominciavo a pensare che ormai neppure i miei incantesimi di guarigione avrebbero potuto riportarti indietro."



Valgarv batté le palpebre al suono di quella voce laconica e spassionata che gli era sconosciuta e familiare al tempo stesso. Ma quando riuscì a mettere a fuoco l’immagine il suo stupore fu ancora superiore.



"Zelgadiss…" e non poté dire altro, ma rimase a fissare l’uomo che aveva di fronte.



Era una Chimera: il suo corpo sarebbe potuto essere quello di un normale giovane umano di circa vent’anni, senonchè la sua pelle era di liscia pietra azzurra da cui spuntavano scabrose scaglie di roccia più scura. I capelli violetti color del glicine scintillavano metallici sotto la luce del sole, ricadendogli sul lato destro del volto che manteneva nonostante tutto lineamenti bellissimi; la sua espressione… Val la ricordava bene… seria e austera, lasciava trasparire un’aura di infinita tristezza da quei fieri occhi blu che nascondevano un animo inquieto sempre alla ricerca di qualcosa che, forse, non sapeva neppure lui.



"Conosci il mio nome." Affermò tranquillamente il mago spadaccino. "Ne deduco che tua madre ti ha parlato di me."



"Sbagli. Philia non ha mai detto una parola. Né su di te, né sugli altri: Lina Inverse, Gourry Gabriev o Amelia di Seillune. Forse temeva che parlandomi di voi avrei ricordato il mio passato."



"Cosa che è avvenuta ugualmente, a quanto vedo." Replicò l’altro senza scomporsi.



Valgarv si limitò ad annuire. Dopo lunghi minuti di silenzio, accorgendosi che lo sciamano lo stava fissando con attenzione, chiese: "Che ci fai qui?"



"Stavo attraversando la foresta quando ho percepito l’aura malvagia di Xelloss e, subito dopo, un’altra energia potentissima che l’ha spinto a dileguarsi. Non poteva che essere la tua, dato che quando sono arrivato ti ho trovato a terra quasi annientato dal tuo stesso potere. Dovrai imparare a controllarlo, o finirà col distruggerti, come stava per accadere vent’anni fa."



"E chi me lo insegnerà? Tu?" chiese sarcastico.



"Sono qui per questo." Rispose serissimo. "Non sono venuto per caso in quest’angolo sperduto della Penisola dei Demoni: stavo cercando Philia sapendo che trovando lei avrei trovato te."



"Perché?"



Zelgadiss lo fissò intensamente: "Voglio proporti un patto."



"Di che genere?" si informò Val dominando lo stupore. Nonostante tutto quel che era accaduto, era ben conscio della sua attuale situazione: Xelloss non si sarebbe arreso così facilmente, perciò aveva bisogno di recuperare il pieno controllo dei suoi poteri il più in fretta possibile… e Zelgadiss era l’unico che fosse in grado di aiutarlo, dato che non aveva alcuna intenzione di coinvolgere Philia… forse sarebbe stato costretto a non rivederla mai più, per non esporla a un ulteriore pericolo… A questo pensiero provò una fitta al cuore, per cui si affrettò a riportare la sua attenzione sulla Chimera.



"Ho viaggiato molto in questi ultimi vent’anni." Esordì lui "Ho esplorato tutto il mondo conosciuto e buona parte di quello che non si conosce ancora. Ho scoperto e studiato testi di cui nessun altro immagina l’esistenza, ottenendo conoscenze che gli umani ritengono perdute. Ma niente di tutto questo è servito a farmi raggiungere il mio scopo!" a Zelgadiss sfuggì un gesto di esasperazione. "I miei sforzi sono stati inutili, nessuno dei miei tentativi di trovare una cura per il mio corpo mostruoso ha mai avuto successo! Così sono giunto alla conclusione che c’è una sola persona che possa dirmi, senza alcuna possibilità d’errore, come riacquistare aspetto umano: colui che mi ha trasformato saprà come porvi rimedio. Sto parlando di Rezo, il Monaco Rosso."



Valgarv rifletté: "Avevo sentito dire che era morto molti anni fa."



"Proprio così." Confermò.



"Ma allora come pensi di…"



"Per questo mi servi tu." L’interruppe Zel. "Nel corso dei miei studi ho raccolto tutte le informazioni che ho potuto trovare sulla razza perduta dei Draghi Ancestrali… e tra le altre mi è balzato agli occhi il fatto che essi, unici tra tutti i draghi, avessero il potere di attraversare non solo le barriere tra diversi mondi, ma anche tra diversi piani di esistenza!"



"Cosa?" esclamò Val stupefatto.



Zelgadiss continuò, cominciando a infervorarsi: "Non capisci? Se tu riuscissi a recuperare totalmente i tuoi poteri di Drago Ancestrale potresti portarmi nell’aldilà così che possa interrogare Rezo e trovare la mia cura!"



"Dunque è questo che vuoi da me." Puntualizzò Valgarv, pensieroso.



"Sei la mia ultima speranza." Confessò Zelgadiss.



"L’ultimo Drago Ancestrale." Precisò Val. "Cosa ti fa credere che quell’informazione sia vera? Perché solo i Draghi Ancestrali avrebbero questo potere?"



Lo sciamano spiegò: "Risale alle origini della vostra razza. Nelle antichissime iscrizioni che ho ritrovato, si narra che i Draghi Ancestrali emersero dal Mare del Caos prima ancora che LoN creasse l’universo. Essi quindi potevano andare dovunque volessero, perché erano già antichi quando il mondo era giovane. Era questo il loro privilegio e la ragione, insieme al loro potere molto superiore a quello di qualsiasi altra razza di draghi, che li rese una comunità isolata dagli altri."



"E che fu la vera causa del genocidio di cui furono vittime." Concluse amaramente Val.



"Si, anche." Ammise.



Tra i due calò un silenzio di piombo. Entrambi parevano immersi in profonde riflessioni. Alla fine fu Valgarv a rompere gli indugi:



"Ricapitolando, mi proponi questo patto: tu mi insegni a controllare i miei poteri; in cambio io, una volta ottenutone il pieno dominio, ti porto nell’aldilà, ammesso che una tale cosa sia possibile."



"Esatto. Direi che non hai nulla da perdere e tutto da guadagnare, nello scambio."



"Lo stesso vale per te."



"Allora accetti?" chiese Zelgadiss, seccamente.



Sul volto di Valgarv si dipinse un sorriso: "Affare fatto."



Il Drago e la Chimera sancirono l’accordo in una ferrea stretta di mano.





Valgarv crollò sulle ginocchia, la pelle coperta da sudore gelido, stringendosi al petto il braccio destro divenuto una nera zampa di drago.



"Concentrati." Lo esortò la calma voce di Zelgadiss. "Devi riuscire a incanalare le correnti energetiche; se ne perdi il controllo si sfogheranno all’esterno innescando la tua trasformazione, che non sei ancora pronto a gestire. È questo che ti ha sempre provocato problemi in passato."



Val inspirò profondamente e seguì le istruzioni del compagno. Il braccio tornò lentamente alla normalità.



"Come prima lezione può bastare. Si sta facendo buio." Decretò la Chimera. Guardò il giovane Drago, ancora scosso da violenti brividi; si slacciò il lungo mantello beige e lo posò sulle sue spalle coperte solo dai brandelli di ciò che quel mattino era una camicia.



"Grazie… non ti facevo così gentile."



Zel sbuffò per nascondere l’imbarazzo provocatogli da quel complimento: "Non è nel mio interesse che tu prenda una polmonite. Riposati mentre accendo il fuoco…" udì un lungo brontolio soffocato e Val arrossì vistosamente "…e preparo la cena."



"Scusa" balbettò l’altro "tra una cosa e l’altra mi sono dimenticato che non mangio da ieri…"



Lo sciamano aggrottò la fronte: "Allora sarà meglio che vada a caccia: non ho con me molte provviste."



"Vuoi che venga con te?"



"Me la cavo da solo. Aspetta qui, torno subito." E scomparve tra gli alberi.



Passarono lunghi minuti che Val trascorse lottando col proprio stomaco ribelle… e perdendo. Si alzò per andare a cercare Zelgadiss quando i suoi acuti sensi di drago percepirono ritmici tonfi e un pungente odore di selvatico che si facevano sempre più vicini. Rimase ad ascoltare finché un cervo balzò fuori dai cespugli.



Reagendo d’istinto, Val coprì istantaneamente la distanza che li separava, balzandogli addosso e conficcandogli denti e unghie nel collo, spezzandolo di netto.



"Bella presa." Commentò Zelgadiss raggiungendolo. "Non avevo voglia di trascinarmi dietro la cena, quindi, dato che ha le gambe, l’ho spinta verso il nostro campo." Spiegò.



Valgarv non gli prestò molta attenzione: era ancora stupito da ciò che aveva fatto, e osservava turbato le sue unghie trasformate in solidi artigli affilati che tornavano ad essere normali dita umane. Si toccò le zanne insanguinate e sentì che anch’esse rimpicciolivano fino a ritrasformarsi in denti. Leccò il sangue che gli colava dalla bocca con un brivido non del tutto spiacevole mentre sentiva Zel chiedere, con un tono che non faceva capire se scherzasse o dicesse sul serio:



"Riesci ad aspettare che la carne sia cotta o preferisci mangiarla cruda?"





Il fuoco scoppiettava allegro illuminando ai suoi lati un giovane dai capelli verdi che ripuliva l’ultimo osso di cervo e uno dalla pelle di pietra che sorseggiava una capiente tazza di caffè.



Zelgadiss alzò lo sguardo e incrociò gli occhi d’oro di Valgarv.



"Cos’è che vuoi chiedermi?"



Val, preso in contropiede, esordì incerto: "Ecco… pensavo che essendo passati vent’anni… tu dovresti essere almeno intorno alla quarantina… eppure sei identico a quando ho incontrato per la prima volta te e i tuoi amici…"



"Io sono umano solo per un terzo: demoni e golem non invecchiano." Zelgadiss emise un sospiro malinconico: "Questo è uno dei motivi per cui mi sono separato dai miei compagni: la mia natura è profondamente diversa dalla loro… e temevo che un giorno potessero scoprire quanto diversa."



"Non li hai più rivisti da… quel giorno?"



Zelgadiss non chiese a quale giorno si riferisse: l’ombra che era scesa nei fulgidi occhi dorati era più che eloquente.



"No. Ma mi tengo in contatto, ogni tanto. Lina e Gourry sono sempre rimasti insieme: hanno vissuto molte avventure e alla fine si sono sposati; hanno messo su casa nel paese natale di Gourry e pare vivano felicemente, litigando e derubando banditi. Amelia è diventata regina di Seillune, ha sposato un principe e ha già tre o quattro eredi a cui badare, oltre al regno."



Valgarv sembrò ricordare qualcosa; esitando imbarazzato, chiese: "Dunque è a causa della tua… diversità… che non sei rimasto con Amelia? Lei ti amava, mi pare."



"Ti sbagli." dichiarò seccamente Zelgadiss, con una luce dura negli occhi. "Lei non amava me, bensì l’idea che di me si era fatta. Se l’avessi seguita, quel giorno, avrebbe cercato in tutti i modi di cambiarmi affinché divenissi ciò che lei voleva. Ho passato metà della mia vita a fare da marionetta per Rezo, non intendo ripetere l’esperienza per nessun altro."



"Il desiderio di sfuggire alla solitudine a cui ti costringe la tua diversità, essere libero da pregiudizi e costrizioni; sono queste allora le ragioni per cui cerchi tanto disperatamente una cura per la tua trasformazione."



"Si, queste… ed altre. Vedi, la vera essenza della mia natura composita continua a sfuggire alla mia comprensione: so di portare dentro di me qualcosa di oscuro e pericoloso, e il mio più grande timore è che giunga il momento in cui non riuscirò più a controllarlo."



Valgarv lo guardò con comprensione: "Ti capisco meglio di quanto tu creda."



Zelgadiss abbozzò un sorriso: "Lo so. Non te ne avrei parlato, altrimenti. Non sono solito dare confidenza a chicchessia."



I due tacquero; trascorsero la notte cercando nelle fiamme guizzanti la risposta alle mille domande che si agitavano nei loro cuori.





Al tramonto, dopo un’altra giornata di esercizi, Zelgadiss osservava attentamente i preparativi di Valgarv: "Cos’hai intenzione di fare, esattamente?"



L’altro spiegò: "Mentre fronteggiavo Xelloss ho invocato i Draghi Ancestrali… e ho sentito qualcosa che ha risvegliato i miei poteri. Così mi sono ricordato dell’Oracolo."



"L’Oracolo dei Draghi? Philia me ne aveva parlato, anni fa: una vestale si metteva in contatto con il pensiero di un Dio dei Draghi e lui le comunicava ciò che voleva sapere."



Valgarv scosse la testa in segno di diniego: "I Draghi Ancestrali non servono alcun dio."



"Allora da dove trae informazioni l’Oracolo?"



"Non lo so. Ero molto piccolo quando la mia razza fu annientata."



Zelgadiss chinò la testa, imbarazzato: la sua mancanza di tatto l’aveva tradito di nuovo.



Val intuì cosa l’altro stesse pensando: "Non darti pensiero. Il dolore del ricordo è atroce, ma ho imparato a sopportarlo senza impazzire di nuovo." Sorrise tristemente. Poi proseguì: "Il rituale è semplice; gli elementi che vedi non sono realmente necessari, ma favoriscono il contatto con l’essenza del mondo: una pozza d’acqua, un mucchietto di terra, un fuocherello, l’aria che ci circonda. L’officiante deve solo concentrarsi all’ascolto e aspettare risposta."



"Non può essere tanto semplice." Dichiarò scettico lo sciamano.



"In effetti, solo un adepto di alta gerarchia è ammesso a eseguire il rito."



"Cosa che tu non sei."



"Non è detto: mia madre era Somma Sacerdotessa del Tempio, nonché tramite dell’Oracolo fino a che non sposò mio padre."



"Perché solo fino ad allora?"



"Perché l’evocatore dev’essere vergine."



La Chimera, esitando, chiese: "Non per impicciarmi nella tua vita privata, ma… tu lo sei?"



"Lo sono sempre stato; dovresti sapere che quando sei costretto a combattere ogni giorno per sopravvivere non hai molto tempo per pensare a cose come l’amore."



Zel annuì comprensivo: "Capisco perfettamente cosa intendi."



Val si sentì un po’ a disagio, ma non gli avrebbe mai confessato i nuovi sogni che facevano palpitare il suo cuore da quando aveva riscoperto il suo legame con Philia sotto una nuova luce.



Scosse la testa: non doveva distrarsi. Da quel tentativo poteva dipendere un notevole progresso nella conoscenza dei suoi poteri: era troppo importante.



Zelgadiss lo guardò sedersi a gambe incrociate sulla riva dello stagno e chiudere gli occhi con un’espressione intensa sul volto. Ricordava anche troppo bene quanto Valgarv fosse fervente e determinato; se l’evocazione aveva una qualche possibilità di successo, l’avrebbe ottenuta a ogni costo. Mentre aspettava, ripensò a come aveva accolto la proposta di fare quell’esperimento. La tentazione di affrettare i tempi era forte, ma… se fosse stato pericoloso? Ancora non riusciva a capire se la sua preoccupazione era per l’integrità fisica e mentale di Valgarv o per ciò che il drago rappresentava per raggiungere il suo scopo. Zelgadiss a volte s’interrogava davanti a questo lato cinico ed egoistico del suo carattere: si chiedeva se fosse dovuto alla metà demoniaca della sua anima o fosse già insito nella natura umana. Alla fine decise per entrambe; almeno, i golem non avevano anima.



Rimasero così per ore. Zelgadiss si riscosse quando si accorse che la luna sorgeva; e in quel momento accadde qualcosa.



Un alito di vento accarezzò l’erba e fece cantare le fronde degli alberi. La Chimera l’avrebbe imputato alla brezza della sera, ma un silenzio innaturale si era diffuso nella radura. Gli uccelli tacevano, perfino i grilli avevano smesso di frinire. Poi nel soffio delicato dell’aria cominciò ad emergere un sussurro, un bisbiglio quasi impercettibile che divenne sempre più accentuato: voci, centinaia di voci che parlavano in una lingua sconosciuta, melodiosa; alcune ridevano, altre piangevano, pregavano, cantavano e gridavano. Divennero sempre più forti, Zelgadiss si premette le mani sulle orecchie ma quelle voci sembravano entrargli nella mente…



"Basta, smettetela, non vi capisco!" sentì urlare la sua stessa voce.



Non parlavano con lui. Lo capì quando si voltò verso Valgarv. Il giovane si trovava nell’occhio di un ciclone di vento e di luce spettrale, in cui la Chimera riusciva a fatica a distinguere le sagome evanescenti dei Draghi Ancestrali: lo circondavano, vorticando attorno a lui, protendendosi come per accarezzarlo, tentando di sfiorare quella carne viva.



Al culmine dell’evocazione, il volume delle voci e l’intensità della luce giunsero all’apice. Lo sciamano non seppe mai quanto tempo passò; allo stremo delle forze, temeva che non avrebbe sostenuto oltre la tensione. In quel momento, vide il corpo di Valgarv crollare a terra, esanime; in un lampo, voci e luci scomparvero, lasciando la radura al buio abbraccio della notte.



Zelgadiss non si mosse: seppur rotto a tutte le avventure, gli ci vollero comunque un paio di minuti per recuperare completamente l’udito e la vista; si avvicinò a tentoni a Valgarv: la luce del primo quarto di luna era insufficiente dopo l’autentica tempesta luminosa che si era impressa sulla sua retina sensibile.



Il Drago era vivo. Zel sospirò di sollievo. La pelle era gelida e il suo cuore presentava nove pulsazioni ogni battito… il cuore di un drago… ma a parte questo sembrava star bene e dormire serenamente. In che stato fosse la sua psiche, l’avrebbe saputo la mattina dopo.





Zelgadiss osservò Valgarv svegliarsi: prima ancora che aprisse gli occhi, un lieve sorriso felice si dipinse sul suo volto. Buon segno.



"Come ti senti?"



Domanda tanto banale quanto determinante.



Val ci pensò su seriamente per diversi secondi: "Direi che il termine esatto è… confortato."



La Chimera decise di lasciare che il Drago esprimesse a modo suo l’accaduto.



"L’Oracolo è un modo di comunicare con gli spiriti dei Draghi Ancestrali defunti. Ognuno di essi contribuisce a costituire un immenso bagaglio di conoscenze a disposizione di coloro che le richiedono; in tale modo ogni Drago Ancestrale può attingere al sapere di tutti quelli che l’hanno preceduto… fino all’origine della nostra razza."



"Una specie di mente collettiva, insomma."



"Non solo; tale mente conserva l’intera essenza di ogni singolo individuo: la sua personalità, i suoi sentimenti, i ricordi della sua vita… Io ho potuto condividere tutto questo, nel bene e nel male." Il suo sguardo perso nel vuoto si focalizzò: "Capisci, Zelgadiss? Ho ricevuto ciò che mi è stato tolto mille anni fa: la comunione con i miei simili."



Lo sciamano lo fissò, cupo: "Hai condiviso le vite di centinaia di draghi morti?"



Val sorrise: "Pensi che ce ne sia abbastanza perché io impazzisca di nuovo, vero? Tranquillizzati: i miei fratelli hanno fatto in modo di proteggere il mio spirito, troppo fragile per un’esperienza così sconvolgente; non ricordo tutto ciò che mi hanno mostrato. È stato come un sogno… frammenti di immagini, suoni, emozioni… che svaniscono al risveglio." Il suo sguardo si fece scherzoso: "Per la tua serenità, il mio già precario equilibrio mentale non ha subito altri traumi, al contrario." Il suo tono di voce divenne molto serio: "Ho ricevuto una comprensione inestimabile delle mie possibilità. Immagino sarai molto felice di sapere che avevi ragione."



"A che proposito?"



"Posso viaggiare da un mondo all’altro e attraverso i piani dell’Esistenza."



Zelgadiss non reagì. Rimasero immobili a fissarsi con espressione impenetrabile.



"Sei sicuro?"



"Possiamo partire anche subito."



"Andiamo."



Zelgadiss riavvolse le coperte e le infilò nella sua sacca a tracolla insieme alle stoviglie della cena del giorno prima; come potesse tutta quella roba stare in una borsa così apparentemente piccola e leggera, Val l’aveva chiesto già il primo giorno. Lo sciamano gli aveva rivelato che la borsa in sé era solo l’apertura di una tasca multidimensionale; in parole povere, ciò che vi entrava apparentemente svaniva, e la borsa sembrava vuota: bastava poi infilare la mano pensando all’oggetto necessario per recuperarlo nuovamente. Ma ora il drago non stava prestando attenzione alla sacca magica: immobile, fissava pensosamente la sua immagine riflessa nello stagno.



"Zelgadiss, prestami un coltello, per favore."



La Chimera, diffidente per natura, ponderò la richiesta; poi, cautamente, gli passò uno stiletto.



Val si raccolse i lunghi capelli verde-acqua con la mano sinistra e li tagliò con una rapida mossa all’altezza delle spalle. Poi strappò una striscia di tessuto dai resti della sua camicia e se la legò attorno alla fronte, rizzando alcune ciocche per ripristinare la sua antica, inimitabile pettinatura.



Lo sciamano osservò questi preparativi con uno stato d’animo ambiguo: ricordi vecchi di vent’anni riemergevano, riportando con loro un’inquietante brivido di sgradevole timore al più maturo Zelgadiss. Ma d’altra parte, la Chimera riusciva a vedere nel Drago i segni di una positiva accettazione della propria identità e del proprio passato, risultato di una riconciliazione con incubi e fantasmi che ora avrebbero potuto riposare in pace.



Nascondendo un lieve sorriso, rovistò nella sua borsa e ne estrasse un paio di pantaloni e una camicia senza maniche chiusa da lacci sul colletto. "Cambiati quegli stracci sporchi. Ci aspetta un lungo viaggio." Borbottò. Poi aggiunse: "Sei più alto di me, forse i calzoni ti staranno un po’ corti, ma dovrebbero andarti bene lo stesso."



Val sorrise a quell’inattesa gentilezza nascosta dietro una facciata burbera poco convincente: "Grazie."



Il mago spadaccino borbottò qualcosa d’incomprensibile, si allontanò dicendo solo "Sbrigati", e si sedette tra gli alberi.



Pochi minuti più tardi si rialzò di scatto, percependo una potentissima energia provenire dalla radura, ora occupata da un’enorme Drago con le squame nere e immense ali piumate.



La Chimera deglutì senza fiato, ma si ricompose all’istante nella sua espressione granitica (^_^;) e commentò solo: "I Draghi Dorati sono più piccoli."



Val mostrò le zanne acuminate in un ghigno: "I Draghi Ancestrali sono cinquanta volte più potenti. Logico che siano più grandi."



"Effettivamente ha senso." concordò l’altro.



Il ghigno s’allargò, rivelando una porzione maggiore di quei denti micidiali in segno d’esultanza: "Sali a bordo, Zel, si parte! Reggiti forte, mi raccomando!"



Lo sciamano non se lo fece ripetere e si aggrappò alle massicce squame sulla schiena del drago come un polipo abbarbicato allo scoglio.



Valgarv spiegò le ali smisurate e con una potente spinta si sollevò nell’aria con eleganza. Dopo più di mille anni, un Drago Ancestrale solcava nuovamente i cieli.



     


                     





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