FanFiction Slayers | Il Drago e la Chimera di Eternal_Fantasy | FanFiction Zone

 

  Il Drago e la Chimera

         

 

  

  

  

  

Il Drago e la Chimera ●●●●● (Letta 1714 volte)

di Eternal_Fantasy 

26 capitoli (conclusa) - 6 commenti - 1 seguace - Per tutti

    

 

Sezione:

Anime e MangaSlayers

Genere:

Non specificato

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Capitolo 1 

Vent'anni dopo la battaglia di Dark Star, il passato ritorna in modo inaspettato. Valgarv e Zelgadiss stringeranno un'alleanza che li porterà a varcare frontiere proibite... e a fronteggiare poteri che vanno oltre ogni immaginazione... Personaggi principa...


  

Parte Prima: IL RISVEGLIO DEL DRAGO



Note dell’autrice: questa mia prima fanfiction è dedicata ai personaggi di Slayers che amo di più: Valgarv e Zelgadiss. La vicenda si svolge vent’anni dopo la battaglia di Dark Star. Nella prima parte è Valgarv a narrare in prima persona (tra parentesi ci sono le digressioni dei suoi pensieri).





Sto correndo nel folto di una foresta. La mia mente è in subbuglio, l’istinto domina ogni mia lunga falcata, sento il mio corpo scosso da brividi che si fa largo tra gli arbusti, ne divelle molti ma non m’importa, non m’importa dei rami che mi frustano la faccia né del sangue che segna con sottili strisce rosse le mie braccia e le guance, come lacrime brucianti. Nelle mie orecchie rimbomba il battito del mio cuore, veloce troppo veloce, e un grido che m’impedisce di fermarmi anche solo a prendere fiato: pericolo! Fuggi!



I miei occhi saettano tra i cespugli, cercando di scoprire un’ombra che possa indicarmi dove si nasconde… chi? Cosa? Non lo so, non conosco l’essere senza nome, so solo che mi dà la caccia e se dovesse raggiungermi per me sarebbe la fine.



Di nuovo.



Sono così terrorizzato da questo pensiero che solo quando sento la terra sbattermi contro mozzandomi il respiro e il dolore a mani e ginocchia che urtano la pietra mi rendo conto di essere caduto. La paura mi sommerge e la mia mente cede.



Silenzio. Resto sdraiato, la faccia premuta contro la terra umida e il muschio. Respiro quel profumo freddo, a fondo. Non riesco a trasmettere il movimento al mio corpo inerte, né lo voglio. La frescura del bosco placa la febbre che arde nel mio cervello. Lentamente recupero la lucidità: quanto tempo è passato? L’unico punto di riferimento sicuro risale alla nona ora del mattino di oggi. Ero uscito di casa (evento già di per sé eccezionale) per svolgere un incarico. Quale? Ah, si: mia madre (mi fa sempre uno strano effetto chiamarla così: so che non è la mia vera mamma, lo so fin troppo bene se i sogni sono veri e ora più che mai sono certo che è così, eppure è lei che mi ha cresciuto, il suo viso compare nella mia mente da quando ho memoria, esclusi i sogni ma quelli sono un altro discorso inoltre a volte c’è anche lei, tuttavia qualcosa m’impedisce di considerarla la mia genitrice, anche adottiva. Definire ‘filiale’ il rapporto che ci lega mi fa sentire a disagio, come se stessi dicendo una bugia e a volte mi sembra che faccia lo stesso effetto anche a lei. Odio mentire, l’ho sempre odiato) doveva far effettuare una consegna per il negozio ed entrambi i commessi erano assenti; così l’opera di convincimento a cui la sottoposi non fu troppo lunga e all’ottava ora uscivo in strada col vaso sottobraccio. Non ricordo a chi l’ho consegnato… quel che accadde dopo cancellò ogni altra cosa… ma accadde veramente qualcosa? So solo che avevo allungato volutamente la strada per il ritorno in modo da passare per la piazza del mercato: lì svolgevano le loro attività i mercanti provenienti da altri paesi, e c’era sempre un gran numero di viaggiatori forestieri che portavano un riflesso del mondo esterno in quella cittadina di provincia. Quel luogo mi aveva sempre affascinato, forse proprio perché mi era tassativamente proibito andarci (il sottile gusto del proibito… come mi sembra sciocco e infantile il mio comportamento, ora!). Accadde tutto in un istante, mentre vagavo in mezzo a quella marea umana, circondato da mille volti…



Quel volto.



Un volto normale, quello di un giovane uomo coi capelli scuri e un sorriso buffonesco… mai visto un sorriso talmente agghiacciante (o forse si, l’ho già visto, sono CERTO di averlo già visto, ma era solo un sogno, o forse proprio per questo…). Incrociai il suo sguardo solo per un attimo e in quell’attimo capii che quell’(essere?) uomo mi aveva riconosciuto (mi conosceva da secoli… se il sogno era esatto) e che ormai ero perduto, mi aveva visto e non potevo più sfuggirgli, per quanto veloce corressi, anche se avessi potuto volare (come un tempo?) fino alla fine del mondo e attraverso i mondi. Lui mi avrebbe inseguito. E alla fine avrei dovuto affrontarlo. Senza alcuna speranza di vincere.



A quel punto la mia razionalità (ne ho mai avuta una? Ho l’impressione di averla persa molto tempo fa. Sono davvero impazzito? Si, indubbiamente, più di una volta se il sogno dice il vero: la solita filastrocca che ripeto retoricamente; ormai lo so che i sogni sono ricordi, i miei ricordi… ma non voglio parlarne ora. La pazzia. Dovrei conoscerla bene, per questo l’idea non mi spaventa particolarmente; non quanto altri ricordi troppo, troppo vividi: la solitudine… la fame… la persecuzione) collassò: ripensandoci, devo aver fatto una figura davvero imbarazzante urlando di terrore come se avessi visto il diavolo in persona (se avessero saputo che era proprio così) e fuggendo alla cieca urtando passanti e bancarelle, precipitandomi attraverso le strade e le porte della città correndo così velocemente che i loro occhi (umani) non potevano quasi scorgermi. Da quel momento in poi non ricordo più nulla; probabilmente, nello stato confusionale in cui mi trovavo, avevo ritenuto che la foresta fosse un luogo sicuro (oh, sento le mie labbra secche curvarsi in un tentativo di quel sorriso che mi è sempre riuscito così congeniale; come ho potuto pensare una cosa del genere? Ora ricordo che quell’essere potrebbe trovarmi in qualunque luogo io possa nascondermi. O forse no?). Il sorriso stentato si allarga un po’ di più a questo pensiero: perché non è venuto prima? Forse possiedo ancora il potere che può impedirgli di localizzarmi? No, qualunque magia che possa aver posseduto in passato è morta… con me.



Morto. Lui mi credeva morto! E io lo ero… e lui era lì, è uno di quelli che mi hanno ucciso! C’erano altri, se chiudo gli occhi rivedo i loro volti, ricordo i loro nomi; loro erano lì e mia madre era con loro.



I sogni tornano, affollandosi nella mia mente, travolgendo e devastando ogni cosa sul loro cammino come un fiume in piena, ricordi di una vita lunghissima, troppo lunga, infinito susseguirsi di dolore e sofferenza, disperazione e follia, desiderando la vendetta e implorando la morte. E alla fine, essa mi fu data e tolta. Perché, perché se sono stato riportato alla vita come compensazione per i miei patimenti, mi è stato negato l’oblio? La vita è forse la più orribile delle punizioni? E ora che gli incubi si sono rivelati reali, che la mia vita passata ritorna, verrò sprofondato nuovamente nel caos?



Dormirò. Chiuderò gli occhi e quei sogni orribili, quegli incubi che sono la mia vita torneranno da me, e io saprò che sono la verità, la cruda verità, urlerò e piangerò ma non potrò più sottrarmi ad essi. MADRE…





Colonne s’innalzavano intorno a me, come una selva ordinata di alberi marmorei immersa nella penombra; nella frescura di quel luogo (il Tempio dei Draghi Ancestrali…) sotto la volta altissima che si perdeva nell’oscurità, si respirava il senso del sacro, fisicamente, come un buon profumo che galleggiava nelle alcove, aleggiando sul pavimento lucido e trasparente (ricordo un viaggio nel Regno dei Ghiacci Eterni: vidi il mare artico, acque buie come la notte coperte da un ghiaccio duro come roccia e puro come il cristallo…) sul quale avanzava, con grazia infinita così che sembrava non toccasse terra, la più angelica delle creature, che io, con tutto l’amore dei miei cinque anni, seguivo con adorazione stringendo quella mano mai parca di carezze per me; mi perdevo in quegli occhi dorati, che ai miei sostituivano il sole per bellezza e splendore, e il sorriso così frequente su quelle labbra mi riempiva di una felicità che rasentava l’estasi. Ma sentivo che la felicità non era ancora perfetta… mancava qualcosa, o qualcuno… Una voce sorridente attraversò con gentilezza il silenzio, senza infrangerlo ma esaltandolo nel contrasto con la musicalità e la gioia di vivere che la caratterizzavano. Sentii il mio cuore allargarsi mentre correvo verso di lui: alto e snello, coi lunghi capelli dello stesso colore dei miei legati in quella coda sulla schiena con la quale amavo tanto giocherellare, infilando le mie piccole dita tra le ciocche setose. Lui non si mosse ma spalancò le braccia, il porto più gradevole e sicuro in cui potessi rifugiarmi, attirato dall’irresistibile scintillare della gioia sul suo volto e dal richiamo di un nome (ora dimenticato, distrutto come l’innocenza del fanciullo a cui apparteneva, cancellato dal sangue versato, che IO ho versato, nella cecità della rabbia e della follia)



"Valtier"



il mio nome, pronunciato dalle labbra di mio padre; mia madre che ci guardava mentre lui mi sollevava in aria e mi faceva volare e io ridevo, ridevo felice dell’ebbrezza di quel volo (spensierato come non sarei stato mai più, nemmeno quando ho veramente dominato le vie dell’aria e mi sono sollevato tra le nubi seguendo le correnti invisibili dei venti) troppo presto interrotto.



La quiete fu lacerata, frantumata dalle esplosioni… e le urla della mia gente, grida di dolore, di morte, ma soprattutto di sgomento per una strage immeritata: chi poteva punire così ferocemente un popolo talmente poco numeroso, isolato e pacifico? Seguii mio padre fuori dal Tempio nonostante mia madre tentasse di trattenermi e (per la prima volta, ma nessun altra strage che vidi in seguito fu tanto atroce e insensata) tra le fiamme e il vento alzato dal battito ossessivo delle ali smisurate (come tamburi: non ho più potuto sopportare quel ritmo grave e pesante da allora) vidi i Draghi Dorati, che quelli del mio clan chiamavano ‘fratelli’, consanguinei della stessa razza, calare su di noi e trucidare senza alcuna pietà innocenti che non sapevano neppure come difendersi. Mia madre mi afferrò, mi strinse a sé per celarmi quella vista che era ormai impressa indelebilmente nella mia mente e nel mio cuore: fuochi ruggenti che cancellavano le semplici abitazioni in cui trascorrevamo le nostre lunghissime vite in giorni sempre uguali, la serenità spazzata via per sempre dai boschi e dai prati di quella valle irraggiungibile nascosta tra le montagne, i ruscelli che ribollivano rosseggianti del sangue versato e, sopra ogni cosa, il battito di quelle ali odiose. La mia gente era in trappola, il nostro rifugio era divenuto la nostra tomba: coloro che si alzavano in volo (non per combattere, no, nessuno di loro avrebbe mai combattuto, nemmeno per difendersi, semplicemente non faceva parte della loro natura… quanto sono diverso io! La mia indole è stata dunque stravolta così tanto? Si, indubbiamente. Ripensando a ciò che divenni dopo, sono certo che mi sarei lanciato nella mischia e avrei ucciso fino a che fossi stato ucciso… ma portando con me più nemici possibile) non riuscivano nemmeno a guadagnare quota prima di essere aggrediti, dilaniati e fatti precipitare.



Non avevo paura. Nella mia mente si accavallavano orrore e dolore, amalgamati dallo sgomento. Ma la paura la conobbi quando vidi gli occhi di mio padre: duri e freddi, avevano bandito il dolore rimpiazzato da una rabbia feroce. L’istinto di lottare gli scuoteva le membra, ma il suo amore per noi era troppo forte: il suo primo pensiero fu difendere la nostra fuga e così fece. Ci spinse sulle montagne, a piedi, una scalata agghiacciante che ancora è confusa nella mia mente, sommersa dalla consapevolezza che nella valle la mia gente, la mia famiglia moriva. E alla fine ci trovarono.



Sto male. So cosa accadrà ora, vorrei dimenticare ma non posso, non (voglio?) posso, quelle immagini stampate con chiarezza impressionante nella mia mente infantile fatta di frammenti di suoni, luci e sensazioni. Il dolore strazia la mia mente, stringo i pugni così forte che sento le unghie penetrare nei palmi e il sangue viscoso scorrere tra le dita. Ma è inutile. Nulla impedirà che il ricordo torni, com’è accaduto ogni angosciosa notte della mia vita (e non solo quella degli ultimi vent’anni).



Mio padre assunse la sua vera forma di Drago Ancestrale per difenderci: lottò con tutte le sue forze, con una ferocia che non avrei mai sospettato in lui; nonostante fosse coperto di ferite continuò a proteggerci dagli assassini, sempre più numerosi attorno a noi. Ma quando cadde, l’urlo straziante di mia madre si trasformò in ruggito e volò verso il nemico, verso la morte, desiderandola come unico mezzo per riavere l’amato sposo. Ed io, nascosto, vidi i suoi occhi fulgenti spegnersi affogando nelle lacrime, il suo collo aggraziato spezzarsi tra gli artigli lordi del sangue di mio padre, il suo corpo precipitare straziato tra le rocce.



Ed io, che non riuscivo a concepire di essere rimasto solo, corsi verso di lei e mi aggrappai al suo corpo, piangendo, chiamandola, tutto il terrore e l’angoscia del mondo riversati nella voce balbettante di un bambino imbrattato del sangue della madre morta.



In quel momento gli assassini giunsero anche per me; purtroppo non mi uccisero (quanto vorrei che l’avessero fatto! Li pregai, li scongiurai di mandarmi dai miei genitori ma non mi uccisero, nemmeno quel briciolo di pietà albergava nei loro cuori, così sicuri di essere nel giusto. Giustizia. Allora non la capivo, e non l’ho mai compresa in seguito. A dire la verità, non credo che esista) ma mi abbandonarono. Solo.





Qui i miei ricordi si fanno confusi. Trascorsero molti, molti anni in cui vagai affamato, disperato, alla ricerca di un luogo dove fermarmi a riposare, di una voce che mi parlasse, di una mano gentile che asciugasse le mie lacrime. Non la trovai mai.



So che mi avevano portato via dalle montagne, in un luogo selvaggio lontano da qualunque terra conosciuta, dove la forza era l’unica legge e la morte aspettava dietro ogni ombra. Ma non mi arresi mai: anche se piccolo, la mia stirpe era troppo antica, nobile e potente perché non riuscissi a sopravvivere ai pericoli che mi circondavano. Crescendo diventai più feroce, astuto e cattivo, ma dimenticai i miei veri poteri. Il mio solo scopo era restare in vita per compiere un giorno la mia vendetta.



Fino al giorno in cui incontrai lui.



Accadde nel deserto. Non ricordo quando. Dopo innumerevoli anni di peregrinazioni al confine del nulla, dopo aver varcato più volte la linea d’ombra tra ragione e follia, mi trascinavo da una duna all’altra tra quelle sabbie che si muovevano come le onde di un arido mare sempre diverso privandomi di ogni punto di riferimento tranne le mie impronte nella sabbia che il vento ardente cancellava dietro di me lasciandomi completamente alla deriva nell’immensità del niente.



Avanzavo come lo spettro della disperazione: torturato dalla sete, tossivo la polvere che ostruiva la mia gola e mi impediva di respirare, il sole impietoso (da quanto tempo il mondo aveva smesso di essere pietoso con me?) aveva bruciato la mia pelle, così bianca e delicata nella forma umana che non sapevo più abbandonare, e la sabbia sferzante la irritava e la faceva prudere e sanguinare, la luce abbagliava i miei occhi e io avanzavo in una bianca cecità non dissimile da ciò che realmente mi circondava. La mia mente obnubilata proiettava su quel candido sipario sprazzi deliranti del mio passato e io mi sentivo posto al centro di un ciclone caotico, strattonato da fantasmi e larve mostruose che mi incitavano ad abbandonarmi, a lasciare che le mie sofferenze avessero finalmente fine; io sapevo che mi promettevano non il benedetto oblio ma l’eternità della pazzia: chiudevo loro la mia mente, ma li sentivo attorno a me, ero troppo debole per scacciarli ma non avrei ceduto alle loro lusinghe: il mio fato mi era stato strappato di mano, ma io solo avrei deciso quando mettervi fine. Quello fu il mio ultimo pensiero cosciente, poi più nulla. La sabbia cominciò a ricoprire il mio corpo inerte.



Quando rinvenni un’ombra copriva il mio corpo martoriato dal sole calante. Radunando le poche forze superstiti levai il volto sull’imponente sagoma che si ergeva controluce. L’unica cosa che riuscii a distinguere all’inizio fu un rosso fuoco, come se il sole che tramontava alle sue spalle avesse donato i suoi ultimi raggi scarlatti alla criniera ribelle che scendeva lucida come una colata di ferro fuso lungo la schiena di quell’uomo. Uomo? L’apparenza era quella, ma i miei sensi non erano sconvolti al punto da non riconoscere in lui un essere antico, potente e malefico (a quel tempo non sapevo nulla sulla razza dei Mazoku e dei loro Dark Lord, ma sono convinto che anche se avessi letto un trattato sull’argomento non mi sarei comportato diversamente: avevo visto la mia famiglia trucidata da coloro che si proclamavano i difensori del Bene; ormai per me non c’era più differenza tra Draghi e Demoni. Ironico, vero? I paladini del Bene figli della mia razza incarnavano il mio odio, e un Signore dei Demoni sarebbe diventato la persona che più avrei amato) che mi osservava con occhi colmi di ironica compassione e sardonico interesse. Uno sguardo così diverso da quello colmo d’amore di mio padre, eppure nella sua voluta provocazione leggevo una sfida che mi stimolava alla rabbia, alla vita, così diverso dalle vuote espressioni di indifferenza dei miei carnefici a cui non interessava minimamente di ciò che provavo, della mia vita o della mia morte.



"Vorresti porre fine a quest’inferno, vero?"



Nell’ombra della sera che sopraggiungeva balenò il suo sorriso selvaggio, seguito da una risata tonante che risuonava dominatrice, priva di eco nel vuoto attorno a noi.



"Hai l’aspetto di chi ha dovuto subire tutte le frustate che il mondo può infliggere, figliolo."



Lo guardai: ero confuso, furioso e ferito da quell’ultima parola: da quanto tempo non la udivo? Che diritto aveva di chiamarmi così? Ebbi subito la risposta: la sua risata.



"Hai grinta, ragazzo. Conservi ancora uno spirito indomito. Mi piace. Devi essere un duro. Che ne dici di diventare uno dei miei guerrieri?"



Guerriero… non mi ero mai considerato tale. Avevo lottato e ucciso per sopravvivere, ma il mio popolo non tollerava la guerra: chi avesse usato il nostro potere a fini bellici sarebbe stato scacciato per sempre. Ma la mia gente non esisteva più; era stata sterminata, come seppi in seguito, proprio a causa della neutralità che aveva sempre perseguito. Forse la strada opposta mi avrebbe portato maggior fortuna e poi… per la prima volta, dopo tanto tempo, qualcuno nutriva un sincero interesse per me. Quello sconosciuto vedeva qualcosa in me, mi aveva rivolto parole amichevoli, e io sentivo che solo per questo motivo lo avrei seguito per sempre. Avrei voluto dirgli tutto questo, rivelargli l’affetto che già provavo per lui, ma tutto ciò che sfuggì alle mie labbra inaridite fu un secco "SI".



Mi impose le mani. Io le presi. E in quella stretta avvenne qualcosa: il suo potere fluì dentro di me, mi cambiò: sentii la mia eredità di sangue, il potere che avevo dimenticato, allontanarsi, affondare sigillato nel profondo della mia anima, mentre quella nuova forza si impadroniva delle mie facoltà. Quando lasciò le mie mani ero un demone. Un Drago Perduto. Esteriormente, l’unico mutamento fu la presenza di un piccolo corno nero che spuntava tra i capelli sulla mia fronte: il segno del nostro legame. Ricordo ancora la sensazione esaltante che provai: le mie ferite erano guarite e la mia debole forma umana era l’involucro di un ribollire di oscurità infuocata, identica a quella che percepivo dentro di lui, che mi guardava sorridendo con la sua perenne espressione feroce ed esultante mentre le fiamme danzavano nei suoi occhi. In quel momento l’amavo, e seppi che non avrei mai provato per nessun altro una simile devozione.



Il mio Signore. Il mio Maestro. Garv Dragon Chaos.





La mia mente cede di nuovo, il ricordo si fa ancora indistinto, un susseguirsi di suoni di battaglia, sangue rosso, ombre nere, luci balenanti degli incantesimi che solcano la mischia facendo strage dei contendenti; guerre, tante guerre (le ricordo tutte, mi scorrono davanti mescolandosi le une alle altre, così simili nel loro guazzabuglio furioso di sangue e cenere, acciaio e magia) in cui scatenavo la forza congiunta delle mie due nature al fianco del mio Maestro. Lui mi aveva insegnato le arti del combattimento, sotto la sua guida avevo imparato a controllare le forze magiche e a castare gli incantesimi che al pari delle armi decidevano le sorti delle battaglie.



I miei sentimenti sono più confusi che mai, ora. Con la sensibilità della mia nuova vita provo orrore per l’infernale carosello di uccisioni che mi si staglia di fronte, come un allucinante affresco di morte in cui vedo me stesso (l’io che ero allora, continuo a ripetere, come se dovessi convincermi che sto parlando di un’altra persona, ma so che sono io quello, sono le mie scelte che mi hanno portato a tanto, e chi può dire che il solo fatto di essere morto mi abbia cambiato davvero?) coperto di sangue (più altrui che mio) gridare di rabbia e di esaltazione, la mia voce tenorile mescolarsi con quella profonda del mio Maestro. Nello stesso tempo provo ancora quelle emozioni tumultuose, quel vorticare di furia, paura ed eccitazione, sento ribollire il sangue nelle vene, i muscoli contrarsi e il cuore palpitare furiosamente sotto la frusta dell’adrenalina… e l’antica consapevolezza di stare lottando per la propria vita, e ancora più importante, per la vita di chi ti è più caro (in quei momenti capivo veramente la ferocia che avevo visto negli occhi di mio padre, il mio vero padre dolce e gentile, quando sacrificò la sua vita nel tentativo di salvarci… la stessa espressione era sul mio volto, tra le immagini che si affacciano nel mio sogno è forse quella in cui gli somiglio di più…) e il vederlo al tuo fianco ti dà la forza di non arrenderti, di continuare a lottare con le unghie e con i denti per difendere il vostro diritto di vivere… di esistere. Di non essere considerati dei fuoricasta, bersaglio della persecuzione di coloro che chiamavamo fratelli…



Si, anche Garv, come me, nato al vertice della nobiltà di sangue e di potere, a causa del suo desiderio di sopravvivere alla devastazione del mondo scopo di altri Lord si era opposto a loro, ed era stato marchiato con l’infamante nome di traditore; così ora, odiato dalla sua razza, era costretto a una continua lotta per la sopravvivenza insieme alle coorti rimastegli fedeli… e a me.



Stranamente, quei secoli senza requie furono per me i più felici: ero sempre accanto al mio Maestro (mi chiamava il suo allievo prediletto, il suo pupillo, il suo figlio adottivo… e mi trattava come tale tanto da darmi un nome simile al suo; e io ero felice, più felice di quanto avrei mai immaginato di essere, il mio amore e la mia devozione per lui crescevano di giorno in giorno: finalmente avevo di nuovo un padre) e la sua sola presenza mi dava la forza e la motivazione di affrontare ogni giorno la vita a testa alta. Sapere vicina la sua figura imponente… torreggiante, con la folta capigliatura rossa lunga quanto il suo impermeabile, famoso quanto lui, da cui non si separava mai, che faceva parte di lui come la sua risata tonante, il suo sguardo selvaggio, la sua camminata ad ampie falcate e passi pesanti, i suoi gesti ampi e volitivi; era un autentico spettacolo vederlo combattere: manovrava l’enorme spadone con forza e agilità, rapidità e precisione incomparabili. Lui e la sua arma sembravano una cosa sola: la portava sempre con sé, dietro la schiena. La sua spada, Extreme Weapon.



Anch’io avevo un’arma… non una spada… una lancia… la mia lancia… la Lancia di Luce!





Dal vortice indistinto di mille battaglie emerge lentamente il ricordo: una mischia furiosa, alzai il volto e vidi, in piedi su una roccia, uno dei nemici (il capo, probabilmente) che incitava i suoi agitando un’asta da cui scaturiva una fiamma bianca… no, non una fiamma ma una lama di pura luce, accecante e letale; i demoni urlavano e morivano al suo tocco… e io sentii nascere dentro di me il desiderio di impugnare quell’arma radiosa, una brama così forte pari a una morsa che mi stringeva il petto, soffocandomi (non credo di aver mai desiderato nient’altro con tale intensità, neppure l’acqua nel deserto. Era come se avessi riconosciuto in essa qualcosa che mi apparteneva, una parte di me che non avevo mai saputo di avere e che ora mi chiamava, il mio intero corpo la reclamava, un bisogno impellente , fisico e psichico che dovevo a ogni costo soddisfare…) così, ansimando, mi lanciai inconsultamente verso di lui, arrampicandomi sulla roccia a mani nude. L’avversario tentò di colpirmi e sentii quel raggio balenante conficcarsi nella mia carne, e un dolore lancinante attraversare il mio corpo a partire dalla spalla trafitta. Non mollai la presa, mi aggrappai con le unghie alla pietra e col braccio ferito strinsi l’asta e riuscii a issarmi. Fissai l’uomo dritto negli occhi (erano esseri umani coloro contro i quali combattevamo, lo rammento solo ora… ma non saprei dire quando, dove e perché…) e vi lessi una paura paralizzante; capii subito perché: i demoni cadevano al solo tocco di quell’arma meravigliosa, ma contrariamente agli altri io potevo impugnarla… e lui capì che me ne sarei impossessato ad ogni costo. Tra noi cominciò un serrato duello di volontà, mentre le nostre mani stringevano l’ambito premio; ma per quanto determinato, l’umano non resistette che pochi istanti contro di me: ero, già allora, di gran lunga più antico, potente e spietato di lui. La Lancia di Luce rispose al mio volere e la lama sfolgorante si volse contro di lui, incenerendolo, mentre sentivo il canto del suo potere nella mia mente: "Ora io appartengo a te."



Risi, risi di pura esultanza levandola in alto e facendola roteare, splendente come una stella fra le mie mani, tra le acclamazioni dei demoni minori, mentre i nemici si davano alla fuga a quella vista. Cercai Garv con lo sguardo e mi beai dell’orgoglio che riscaldava il suo eterno sogghigno… che, inspiegabilmente, si raggelò: mi voltai di scatto e alle mie spalle vidi la creatura la cui comparsa aveva spaventato (possibile? Allora non volevo crederlo, ma in seguito capii che sarebbe folle non temere quell’essere quanto un pugnale avvelenato pronto a colpire alle spalle) il mio Maestro. Quel volto ingannevolmente giovane… quel caschetto di lisci capelli viola… quell’orrido sorriso idiota (si, fu quella la prima volta che lo incontrai, era lui anche allora e non mi sorprende di essere fuggito in preda al panico, nella piazza del mercato; la mia mente non ricordava, ma nel mio subconscio era ben impresso il significato della sua presenza: morte) dietro cui si nascondono i propositi più tenebrosi.



Garv si teletrasportò istantaneamente davanti a me, facendomi scudo e puntando Extreme Weapon per tenere a distanza l’ultimo arrivato. Non potevo vedere il suo volto, ma il suo ringhio colmo d’odio era comunque eloquente: "Cosa ci fai qui, maledetto?"



Il sorriso beota dell’altro si allargò ancora di più e con aria ancor più stupida agitò l’indice e rispose allegramente: "Mi dispiace, ma questo è un segreto!"



Il Maestro perse completamente le staffe (già da allora capii quanto potesse essere irritante quella creatura… credo che logorare i nervi del nemico sia una delle sue tecniche preferite nel vasto repertorio di operazioni subdole e ignobili che conosce alla perfezione) e gli urlò: "Tocca un capello del mio allievo e ti ucciderò, Xelloss!"



Xelloss… il mio stomaco si rivolta al suono del suo nome… osceno, viscido traditore… c’era anche lui? Era presente quando il mio amato Maestro fu…





Le lacrime ricominciano a scendere torrenziali dai miei occhi, come una cascata che mi è impossibile arginare, i singhiozzi mi scuotono il petto, il dolore nel cuore come una ferita mai cicatrizzata che riprende a sanguinare… quanta sofferenza, ancora, per una morte nuovamente negata? Io, che per una volta non ero al suo fianco, io, troppo lontano per poterlo difendere, io, che non avrei chiesto altro che morire con lui…



Caduto per mano di un assassino… un fratello…



Ora lo so, ora capisco che solo la mano di un Dark Lord può averti spezzato, e non mano mortale, per quanto potente, come mi fu fatto credere…



Sento la follia riassalirmi… ma non mi abbandonerò ad essa, come feci allora… tuttavia non posso dimenticare il dolore atroce, la corsa forsennata per campi e colline, le urla, le strida, le imprecazioni e le suppliche, le bestemmie intrecciate alle preghiere che mi fosse restituito l’amato Maestro, che il padre non mi venisse tolto per la seconda volta… Le stelle, immobili ed indifferenti, attizzavano il dolore e il rancore che, amalgamandosi, scatenavano in me la furia conosciuta della pazzia di un’intensità mai sperimentata prima. Mi era stato tolto il mio unico punto di riferimento, l’unica persona che potesse aiutarmi a mantenere l’equilibrio nelle mie emozioni (proprio lui, così impulsivo) e donarmi la serenità (anche tra le continue battaglie, nell’incertezza del prossimo istante) e la gioia di sentirmi accettato… amato (si dice che i demoni non sappiano amare: balle; non lo nominano mai, ma l’amore esiste per tutti, anche se in maniera diversa per ognuno indipendentemente dalla razza di appartenenza, esattamente come la malvagità… parlo per esperienza personale).



Così, dopo la sofferenza, la disperazione e la furia sfrenata giunse ciò che più temevo: il vuoto.



Come tanto tempo prima, tornai a vagare per il mondo come un fantasma senza riposo, un’anima perduta in una desolazione che era il pallido riflesso del nulla che portavo dentro di me. Camminavo. Un passo dietro l’altro. Sotto il sole o la pioggia. Senza preoccuparmi di mangiare, bere o dormire (non ne avevo bisogno e ne facevo a meno, mi avrebbero costretto a pensare a qualcosa). Nella mano stringevo l’asta della Lancia di Luce, anch’essa priva di vita. Non mi chiedevo dov’ero, quanto tempo era passato, cosa ne sarebbe stato di me… la mia mente era lontana, il mio spirito assente, persi forse nello sconosciuto piano astrale in cui si trovava Garv… lasciando nient’altro che un guscio vuoto a calcare il crepuscolo della creazione.





Furono Jiras e Gourabos a salvarmi. Ironico, vero? Loro mi giurarono eterna fedeltà per aver salvato le loro vite, eppure ignorarono sempre che combattere per soccorrerli riportò alla vita me. Amici miei… (rimasti con me fino ad oggi, silenziosamente fedeli… state bene? Non voglio che dobbiate patire ancora a causa mia…) non hanno mai saputo che li consideravo tali, non ho mai detto loro che per me non erano sottoposti ma l’ancora che impediva alla mia anima di abbandonare questo mondo nel tentativo di raggiungere nell’altro coloro che mi erano cari…



Dato che avevo qualcun altro di cui prendermi cura, tornai in me, ma la follia non mi abbandonò: il desiderio di vendicare il mio Maestro si unì alla rinnovata sete di vendetta per la strage della mia famiglia, fino a trasformarsi in ossessione… che mi spinse a commettere un errore dopo l’altro, in una spirale distruttiva di cui persi completamente il controllo, accecato a tal punto dall’odio da voler distruggere il mondo nel tentativo di purificarlo, epurarlo per sempre dai draghi, che in nome del Bene avevano sterminato un popolo di innocenti, dai demoni, che per il Male avevano assassinato uno dei loro sovrani, e dagli esseri umani, che accusavo di questo delitto e dell’ignavia con cui accettavano tutti gli altri.



Troppo tardi compresi il mio errore: solo quando fui accecato dalla tenebra di Dark Star potei aprire gli occhi e vedere cosa ero diventato… tutt’uno con un Dio alieno che avrebbe cancellato l’intero pianeta. In quel momento, rinsavito dalla disperazione, innalzai la mia ultima preghiera: che mi si desse la morte, e che col sacrificio della mia anima il mondo venisse salvato veramente, non con la vendetta ma con il perdono; e forse, per il mio aiuto, quegli eroi generosi avrebbero potuto un giorno perdonare me.



Ricordo ancora i loro volti, ultima immagine impressa nella mia mente, uniti nel colpo che avrebbe scacciato la Stella Nera e scongiurato la Fine del Mondo… la potentissima giovane maga dai capelli rossi, lo spadaccino biondo che impugnava la Spada di Luce, la principessina fanatica della giustizia, la Chimera dalla pelle di pietra dotata di misteriosi talenti; persino un demone e un drago dorato avevano messo da parte la loro tradizionale inimicizia per collaborare alla vittoria: un demone… Xelloss… un drago… Philia (madre! Non m’ingannavo, anche tu eri là; tu avevi capito, non è vero? Tu sapevi, comprendevi i perché del mio gesto… distruggere il mondo e salvarlo… c’era un po’ di compassione nel tuo cuore per me? Si, l’ho sentita per anni nascosta dietro le tue carezze) e poi la luce e la tenebra si unirono… e poi più niente.





Tuttavia la morte mi fu nuovamente negata: rinacqui a nuova vita (ancora non ho trovato risposta alla domanda se ciò sia un premio per i miei patimenti o una punizione per i miei crimini) Jiras e Gourabos rimasero sempre al mio fianco perché potessi gioire ogni giorno della loro amicizia, ma ogni notte tornavano gli incubi del mio passato e io, di nuovo bambino, correvo a farmi consolare dalla figlia degli sterminatori che si era offerta di crescermi.





Riapro gli occhi, torno al presente; vent’anni dopo la mia ‘morte’ mi sono risvegliato al passato.



Chiudo la mia mente al flusso turbinoso che la invade. Mi rifiuto di pensare ancora. Sono spiritualmente esausto, ma l’ordalia della mia anima ha concesso al mio corpo di riposare, così mi concentro solo su di esso. Fletto lentamente le dita, partendo da esse tendo e rilasso i muscoli delle braccia e delle gambe, che recuperano gradualmente elasticità; torno a percepire il terreno sotto di me, il fango tra le dita, il muschio contro il viso. Resto ad ascoltare il verde silenzio della foresta: non è semplice assenza di rumore; trasmette una pace che riesce ad assopire ogni mia inquietudine (so bene che rilassarsi in questo momento è pericoloso, ma non mi permetto di pensarci. Non voglio. È così bello qui) come se paura e dolore non esistessero.



Inspiro profondamente e faccio forza sulle membra: mi alzo. Barcollo, come se il corpo mi stesse ricordando che l’equilibrio esteriore è inutile senza quello interiore. Cerco di assicurarmi una posizione eretta ben salda. Ecco: sono in piedi. È un inizio. E adesso? (scaccio con veemenza questa domanda e le sue implicazioni a termine non immediato. Mi concentro solo sul prossimo istante, il prossimo battito di cuore) Muovo una gamba, incerto, come se dovessi nuovamente imparare a camminare (metafora calzante: forse dovrò davvero ricominciare tutto da zero nella mia vita… se vivrò. Ma non ci voglio pensare) e pian piano, un passo dopo l’altro, ricomincio ad avanzare nella selva. Spostando rami e fronde si ridesta un dolore sordo e fastidioso; mi guardo mani e braccia: sotto lo strato di sporco causato dal fango e dalle foglie, i graffi che mi ero procurato nella mia corsa cieca hanno ricominciato a sanguinare; i miei vestiti, umidi e strappati in più punti, sono in uno stato pietoso. Devo avere un aspetto orribile: se incrociassi qualcuno, scapperebbe convinto di vedere un mostro… tranne il vero mostro che mi dà la caccia, naturalmente (smettila di pensare! È un ordine!).



Vago senza meta finché odo in lontananza (ora lo so perché i miei sensi sono incredibilmente più sviluppati di quelli umani) lo scorrere dell’acqua e mi lascio guidare fino allo stagno dove si riversa quella cascatella. La sensazione dell’acqua sulla mia pelle mi dà un brivido piacevole mentre detergo dal fango le braccia e il viso, come se potessi lavar via allo stesso modo i ricordi del mio passato. Ma mi accorgo che quel passato mi guarda: mi osserva attraverso i miei stessi occhi, riflessi nel liquido specchio che mi pone davanti la verità: la mia immagine. Identica eppure diversa: il volto che ogni giorno vedevo nel vetro della finestra, quello che stamattina fu catturato dagli occhi di un demone, quello che ho sognato tutte le notti della mia vita… uguale ma differente.



La pelle bianca e liscia (con quelle due coppie di segni dorati, una su ogni guancia, che ho da sempre), dai lineamenti regolari e armoniosi; gli occhi dal taglio vagamente felino con le iridi giallo oro (quel golosone di Gourabos dice che sembrano vasi di miele attraversati dalla luce del sole; mi piace come definizione) che rendono spesso inquieta Philia (da qualche tempo non riesce nemmeno a fissarmi negli occhi, diventa nervosa e distoglie subito lo sguardo. Mi chiedevo spesso perché, di cosa avesse paura: ma un’ipotesi che non avrei mai formulato era che avesse paura di me) così come i miei capelli. Faccio scivolare le dita tra le ciocche seriche tanto lunghe da coprirmi la schiena (non ha mai voluto che li tagliassi): ho sempre pensato che non le piacessero a causa del loro colore: un verde chiaro di una sfumatura così insolita… eppure s’intona benissimo con gli occhi e l’incarnato; ma nessun altro ne ha di simili. Ora che ci penso, ho sempre attribuito la mia infanzia solitaria proprio alla bizzarria del mio aspetto: a scuola non socializzavo con gli altri alunni, non avevo amici e dopo le lezioni tornavo sempre a casa difilato (insieme a Jiras o a Gourabos… Philia li mandava a prendermi: insisteva molto sul fatto che non stessi fuori da solo; io non mi lamentavo: la presenza dei miei due fedelissimi tratteneva gli altri bambini dal prendermi in giro o da bersagliarmi di scherzi); a parte qualche (rara) passeggiata con mia madre non avevo altri motivi per uscire… e ciò divenne presto un’abitudine di cui non mi sono mai reso veramente conto. Non che fossi stupido, intuivo che i miei cari volevano proteggermi da qualcosa, ma mi adeguavo alle loro raccomandazioni senza prenderle veramente sul serio… ed ora eccomi qua.



Guardo nuovamente nell’acqua, fisso quel riflesso di ventenne come ho fissato nei miei sogni il giovane guerriero: non umano, immutabile, immune da malattia e vecchiaia: sono sempre io. Uguale e diverso: il mio viso non è più oscurato dall’odio, teso dal dolore, stravolto dalla pazzia; è un volto calmo, triste: il piccolo corno nero sulla mia fronte non c’è più, il dolore che provo è per ciò che ho ritrovato e perduto, nei miei occhi non si legge la crudeltà ma la paura…



So che è finita ormai: la mia parentesi di (relativa) pace è chiusa, non posso più premere le mani sugli occhi per non vedere la verità. Dovrò tornare a combattere per la mia vita, ma il giovane commesso del negozio di Philia non può farlo. Ho bisogno dell’altro me stesso: ho bisogno del Drago Ancestrale che ha perduto il suo popolo e i suoi poteri; ho bisogno dell’allievo del Dark Lord Garv Dragon Chaos.



Ho bisogno di VALGARV.





"Chi non muore si rivede… e anche chi muore, a quanto pare."



La voce beffarda proviene dal nulla, tutto intorno a me. Cerco di calmare il tremito della mia voce: quell’essere si nutre di paura, la beve come un ubriacone il vino, non se ne sazia mai: lo rende più forte.



"Esci fuori, Xelloss. Non mi piacciono le tue buffonate."



Mi compare davanti, dall’altra parte della radura, tra gli alberi: ha gli occhi chiusi e la sua perenne espressione stupidamente divertita:



"Ti ricordi bene di me… chissà perché, l’avevo intuito!" il suo sorriso idiota si allarga ancora di più.



"Cosa vuoi da me?" so già cosa risponderà.



"Mi dispiace, ma questo è un segreto!" (Lo sapevo.) "Però, dato che ti riguarda, ti dirò qualcosina: ho riferito alla mia Dark Lady, che come forse ricorderai è Zelas Metallium, la Grande Beastmaster, del nostro breve incontro al mercato e lei è rimasta molto colpita dal fatto che tu sia ancora in circolazione… sulla base delle nostre informazioni, tu dovresti essere dissolto nel Mare del Caos. Così mi ha incaricato di invitarti sulla Wolf Pack Island per un colloquio… per inciso, sebbene non riesca francamente a comprenderne il motivo dati i tuoi precedenti, ha ventilato l’offerta di una possibile lunga e proficua collaborazione…"



Più parla più sento il sangue ribollirmi nelle vene: quando giungo al limite lo interrompo: "In parole povere, devi farmi prigioniero così che la tua padrona possa interrogarmi, magari sotto tortura, e se ciò che dirò le piacerà mi risparmierà la vita a patto di diventare suo schiavo per il resto dei miei giorni."



Il sorriso di Xelloss diviene così largo da arrivargli alle orecchie: "Hai una straordinaria capacità di sintesi, sai?!"



"Te ne do un esempio ancora migliore: NO." Le sue sopracciglia s’inarcano. Esplicito: "Non ti seguirò. Combatterò fino alla morte, piuttosto, ma non mi arrenderò mai a voi."



Xelloss sorride con divertita esasperazione: "Cercherò di non farti troppo male… ti staccherò solo un arto o due!"



Mi metto in posizione da combattimento, ma dentro di me so di non avere speranze: il mio avversario è un demone molto pericoloso, mentre io sono completamente inerme… e lui lo sa. Muove un passo verso di me, tranquillamente. Mi sento invadere da una rabbia impotente… se avessi almeno una parte dei miei poteri! Almeno potrei oppormi a lui, e morire lottando… come mio padre! Mio padre… il potere dei Draghi Ancestrali… assopito dentro di me… mi sarebbe possibile ritrovare l’antica potenza del mio sangue? Vedendo Xelloss avanzare, capisco che non ho molta scelta: scaccio i dubbi e mi concentro, invocando dentro di me lo spirito del mio popolo affinché aiuti il suo ultimo figlio. Ed ottengo risposta.



Dimentico Xelloss, dimentico la paura. Ascolto. Il mio battito cardiaco cambia: più intenso, più potente; il sangue fluisce nelle nove cavità del cuore di un Drago e si riversa prorompente in ogni fibra della mia non più fragile forma umana. L’energia che sprigiono continua a crescere, sembra non avere mai fine, tanto che io stesso temo di esserne sopraffatto. Quando giungo all’apice, provo un dolore lancinante e la pelle della mia schiena si lacera, facendo scaturire come dal nulla due enormi ali dalle piume nere che m’innalzano nell’aria di qualche metro.



Riesco a riaprire gli occhi e tra le lacrime vedo che di Xelloss non c’è più traccia. Li richiudo e ricado a terra, mentre la forza che mi anima defluisce lentamente, lasciandomi privo di sensi nel lago di sangue che sgorga dalla mia schiena dilaniata.

     


                     





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