FanFiction Ranma 1/2 | Mr e Mrs Saotome di Tiger_eyes | FanFiction Zone

 

  Mr e Mrs Saotome

         

 

  

  

  

  

Mr e Mrs Saotome   (Letta 79 volte)

di Tiger_eyes 

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Sezione:

Anime e MangaRanma 1/2

Genere:

Commedia

Annotazioni:

What If

Protagonisti:

Akane - Ranma

Coppie:

Akane/Ranma (Tipo di coppia «Het»)

 

 

              

  


  

 Doppia vita 

Studenti di giorno, apprendisti agenti segreti di notte, l'uno all'insaputa dell'altra. Cosa accadrà quando scopriranno le rispettive doppie vite? Sulla falsariga di "Mr e Mrs Smith", penso l'abbiate già intuito...


  

I

DOPPIA VITA





Il suono della campanella annunciò la fine di quella noia di lezione e della scuola. Finalmente il pranzo che il giorno prima Kasumi aveva annunciato di portare a casa Tendo non era più un miraggio: al suo rientro avrebbe trovato un oden fumante ad aspettarlo e lo stomaco mandava vibrati apprezzamenti al solo pensiero. Niente zuppe istantanee, una volta tanto.
Si voltò a guardare Akane nella speranza avesse già la cartella in mano, invece era in piedi a chiacchierare con Yuka e Sayuri. E sorrideva allegra, come poche volte l’aveva vista fare nei suoi confronti. Da quando Kasumi si era sposata, poi, le cose tra loro erano di colpo peggiorate.
L’ennesima stretta al cuore anticipò le sue falcate verso di lei.
“Ehi, ci vogliamo muovere? Sto morendo di fame”.
Akane gli scoccò un’occhiataccia interrogativa.
“Corri a casa, allora, o hai paura di perderti se non ti accompagno?”.
Quelle galline delle amiche nascosero le risatine dietro pugni chiusi e ridicoli tentativi di tossire.
“Lo dicevo anche per te, visto che corri il rischio di non trovare nulla quando arrivi, ma evidentemente ti sei messa a dieta, brava, magari è la volta buona che perdi peso”.
Per un soffio schivò la sua cartella, che passò rasente sopra la propria testa. A volte la sua velocità lo stupiva. Ok, raramente, in realtà, ma accadeva.
“Ti conviene correre, idiota, se non vuoi che tuo padre lasci te senza nulla da mangiare quando arrivi!”.
Ranma maledì la propria stupidità e si precipitò verso l’uscita, fermandosi solo davanti al proprio armadietto delle scarpe. Allungò una mano, ma si fermò in tempo: qualcuno lo aveva aperto e richiuso a chiave. Non l’avrebbe mai notato se il capello che aveva lasciato incastrato nello sportello non fosse sparito.
“Ehi, Ranma, che hai deciso di fare, alla fine? Aspetti Akane?”, sghignazzò Hiroshi alle sue spalle.
“Sì…”, mentì sovrappensiero senza nemmeno voltarsi, indeciso se aprire o meno quel dannato sportellino.
“Perché fissi l’armadietto? Ti senti bene?”, chiese Daisuke avvicinandosi a sua volta.
“Certo, ci vediamo domani”.
“Che hai tutt’a un tratto?”, lo incalzò Hiroshi. “Sei sicuro che…”.
“Ho detto di sì, andate pure!”.
“Ok, ok, a domani, allora!”, lo salutò l’amico allontanandosi.
“Certo che a volte è proprio strano…”, commentò Daisuke sottovoce, come se non fosse ancora troppo vicino per non udirlo.
Solo quando fu sicuro di essere solo, Ranma si decise ad aprire l’armadietto. Inserì la chiave e la girò, ponendosi con le spalle contro la fila di armadietti adiacente e spalancò di slancio lo sportellino. Nulla. Si affacciò a guardare dentro e all’interno trovò una busta sigillata. Niente mittente, né destinatario.
Si guardò ancora una volta intorno prima di afferrarla e aprirla: dentro, solo un foglio bianco, un accendino e qualche spicciolo. Ranma disse mentalmente addio al pranzo a casa Tendo con un sospiro rassegnato.
Fece in tempo a infilarsela nella casacca, prima che alle voci di Akane e delle sue amiche facessero seguito loro tre in persona, che sbucarono da dietro l’angolo del muro di armadietti.
“Sei ancora qui?”, gli chiese Akane perplessa aprendo il proprio armadietto.
“Sì, oggi non vengo a pranzo”, annunciò richiudendo il proprio.
“Come sarebbe? Stamattina hai fatto i salti di gioia all’idea del pranzo che Kasumi avrebbe portato e poco fa mi hai messo fretta per tornare a casa!”.
“Lo so, ma non posso: ho preso un impegno con Daisuke e Hiroshi, mangerò un panino”, buttò là mettendosi la chiave in tasca.
“E dove li hai trovati i soldi?”.
“Me li sono fatti prestare da loro… ma poi a te che importa?”, le chiese voltandosi a guardarla. “Ti preoccupi per me, forse?”, azzardò con un sorrisetto sghembo.
“Perché, ti piacerebbe?”, rispose ironica di rimando. “La mia era solo curiosità, se resti a digiuno sono affari tuoi”, aggiunse piccata superandolo senza più degnarlo di uno sguardo, tallonata da Yuka e Sayuri che invece non osavano proprio sollevare gli occhi su di lui.
Bene, ora doveva solo procurarsi qualcosa con cui sfamarsi prima di leggere la lettera, o avrebbe mangiato direttamente la missiva dalla fame.

Dopo salti acrobatici, calci agli stinchi e svenimenti indotti, era riuscito ad arrivare al rivenditore di panini in tempo per prendere l’ultimo alle polpette, correre via, saltare di tetto in tetto e arrivare fino a un piccolo e isolato parco pubblico. Si sedette sotto un albero, ingurgitò il panino con una foga tale che suo padre sarebbe stato fiero di lui fino alle lacrime e finalmente aprì il foglio immacolato. L’avvicinò al naso e immediatamente un aroma inconfondibile invase le narici.
Succo di limone…
Prese l’accendino e pose la fiammella poco sotto al foglio affinché lo illuminasse senza bruciarlo. Magicamente, hiraganakatakana e kanji comparvero come formiche nere sulla superficie bianca.
Ranma lesse con attenzione più volte, ripetendo mentalmente nome e luogo, prima di incenerire il foglio e disperdere le ceneri al vento.


- § -


Akane si gustò l’oden di Kasumi in santa pace, una volta tanto. Raramente Ranma saltava un pranzo o una cena preparata dalla sorella maggiore, a maggior ragione dopo il recente matrimonio col dott. Tofu, ma quando accadeva, l’intera casa sembrava tirare un sospiro di sollievo: niente litigi tra padre e figlio per l’ultimo fungo, uovo sodo o fetta di carota che fosse, niente Shampoo che sfondava il muro di cinta e si abbarbicava a Ranma neanche le fossero spuntati dei tentacoli, niente Mousse che la seguiva a ruota abbarbicandosi però immancabilmente alla sottoscritta, niente Kodachi che svolazzava per il giardino strozzando il suo fidanzato con un nastro, pur di indurlo ad assaggiare un nuovo intruglio soporifero e niente Ukyo che, unica sana di mente, suonava alla porta ogni santo giorno con un okonomiyaki diverso.
“Quasi dimenticavo”, disse suo padre sorseggiando il brodo, “ha chiamato Nabiki, stamattina”.
“Come mai? Tutto bene all’università?”, chiese Akane addentando una fetta di daikon.
“Oh, sì, sì, in realtà ha chiamato per sincerarsi che fossimo viv… che andasse tutto bene qui”.
Akane prese un respiro molto, molto profondo, nello sforzo di non spezzare le bacchette in due.
“Ce la stiamo cavando, no? Le hai detto che sto frequentando una scuola di cucina e che Kasumi viene spesso a portarci da mangiare?”.
“Certo che l’ho fatto! Anche se già nel momento in cui ho risposto al telefono, ho sentito un sospiro di sollievo”.
Il crack delle hashi spezzate di netto riecheggiò nella sala da pranzo.
“Teme che rimaniamo senza ramen istantanei e io vi mandi tutti al pronto soccorso?”.
“Ma cosa dici, ci sono sempre le okonomiyaki di Ukyo, i ramen di Shampoo o le squisite pietanze di Kodachi!”, s’intromise il signor Genma, guadagnandosi un’occhiata omicida da suo padre.
“Lo so che mangereste a sazietà ogni giorno e gratis, grazie a loro, ma si erano praticamente installate in casa nostra, dopo che Kasumi si è sposata, sembravo io l’intrusa!”, sbottò lei ricordando amaramente come fosse dovuto intervenire suo padre per riportare l’ordine e far capire a quelle tre di non presentarsi più in casa loro senza permesso. Si alzò furibonda e andò in cucina a passo di marcia a prendere un altro paio di bacchette. “Di certo Nabiki avrà scommesso che prima o poi vi manderò tutti a fare una lavanda gastrica, me l’immagino il conflitto in atto nel suo cervello perché non sa cosa sperare: se vincere la scommessa o evitare di rimanere orfana anche del padre”, affermò acida sedendosi di nuovo per infilzare un quadratino di tofu.
“Suvvia, si preoccupa solo per la nostra salute, non puoi darle del tutto torto…”, tentò il genitore.
“È troppo chiedere che abbiate solo un po’ di fiducia in me, per una volta?”, sbraitò a zuppa finita e filando di corsa in camera sua.
Chiuse la porta a chiave e aprì un’anta della finestra, quel tanto per lasciar entrare un po’ d’aria. L’attendeva un pomeriggio china sui libri e non voleva perdere altro tempo, ma appena si sedette alla scrivania, un piccione si posò sul davanzale. Akane lo studiò per qualche secondo prima di spalancare l’anta, rassegnata all’inevitabile e notare che aveva qualcosa legato a una zampetta.
Lo prese con delicatezza tra le mani e sfilò il messaggio dalla custodia, prima di lasciarlo volare via.
Srotolò il piccolo pezzo di carta e lesse il contenuto che mandava in fumo i suoi propositi di studio fino a tarda sera. Con un sospiro spazientito accese un incenso e lo bruciò.


- § -


Doveva ammettere che la dimora della famiglia Miyakoji era una favola. Non schifosamente lussuosa come quella dei Kuno, ma non meno estesa e dall’eleganza sobria, soprattutto l’incantevole giardino. Ma più ancora, era sorvegliata da un tale numero di guardie che difficilmente un spillo sarebbe riuscito a passare.
Ranma cambiò posizione sul ramo per spostare la visuale del mirino telescopico verso il basso, in cerca dell’ingresso principale. Eccolo là, fiancheggiato da due energumeni armati con una lista in mano lunga quanto un papiro. Osservavano un furgoncino in avvicinamento che rallentò sino a fermarsi proprio davanti a loro, sulla fiancata l’insegna di un fioraio. Ne scesero due uomini che aprirono gli sportelli posteriori e ne tirarono fuori ceste di gigli e orchidee, ma appena si presentarono alle guardie, queste pretesero dapprima i documenti, poi uno dei due li perquisì fin quasi a lasciarli in mutande, mentre l’altro li teneva sotto tiro.
Quando finalmente li lasciarono passare, altre guardie li scortarono fino al giardino principale, dove altri addetti stavano sistemando gazebo, tavoli, sedie, fontane, lanterne di carta oleata e naturalmente altri addobbi floreali. Tutti rigorosamente sorvegliati da altre guardie armate. Non riusciva a capire per quale motivo la Tigre Nera lo avesse incaricato di mandare a monte le nozze di Miyakoji Satsuki, ma due cose erano certe: primo, i Miyakoji si aspettavano che qualcuno avrebbe cercato di impedire la cerimonia, secondo, era impensabile per lui intrufolarsi fra gli addetti ai lavori, non c’era tempo per fabbricare documenti falsi, visto che il matrimonio sarebbe stato celebrato la mattina dopo. Doveva tornare a casa e prepararsi a guastare loro la festa quella notte stessa.
Si ritirò ancor di più all’ombra delle fronde e spiccò un salto sul tetto più vicino, poi su quello successivo e quello dopo ancora. Quasi gli dispiaceva rovinare quel bell’allestimento, ma il matrimonio di Miyakoji Satsuki di sicuro era combinato, visto che il futuro marito aveva due volte i suoi anni, un vecchio in pratica, per cui in un certo senso la stava salvando: da quel che era riuscito a scoprire, questa Satsuki era una ragazza timida e riservata, il classico tipo che avrebbe obbedito alla sua famiglia pure se le avesse chiesto di buttarsi tra le fiamme di un rogo, quindi pure con la morte nel cuore si sarebbe sacrificata per il bene dei Miyakoji.
Meglio così, allora, si disse atterrando nel giardino di casa Tendo, anche se non era per impicciarsi degli affari altrui che lui e suo padre venivano pagati. Ma se fosse filato tutto liscio, il suo periodo di prova sarebbe finalmente finito e lui sarebbe stato ingaggiato a tempo pieno dall’organizzazione.
Prima di entrare in casa, si guardò intorno, si sdraiò sul prato e ruotò sulla schiena fino a ritrovarsi sotto il portico che conduceva alla palestra. Sotto poche dita di terra c’era l’attrezzatura di cui aveva bisogno.
Rientrò in casa ben attento a non incrociare nessuno, buttò l’involucro nell’armadio del futon della sua stanza e salì le scale.


Quando udì bussare alla porta, Akane pensò potesse essere Kasumi o magari Nabiki in visita e aprì di slancio. Non si aspettava di ritrovarsi invece Ranma davanti, ne era passato di tempo dall’ultima volta che si era presentato alla sua porta.
“Da quando ti chiudi dentro a chiave? Di cosa hai paura?”, le chiese sornione con un braccio sollevato poggiato contro lo stipite a tenere un quaderno penzoloni, l’altra mano poggiata sull’anca e le caviglie incrociate.
Del tutto spiazzata, Akane indietreggiò di un passo, sbattendo più volte le ciglia come se davanti al naso si fosse parato uno sconosciuto: da quando Ranma era diventato così alto? Come aveva fatto a non accorgersi che mentre lei era rimasta minuta, lui si era fatto ancora più prestante nei due anni e mezzo trascorsi sotto lo stesso tetto? Dove aveva gli occhi e la testa?
Alle varie missioni, forse?
“Allora? Niente risposte sferzanti?”.
E cosa ti rispondo?, avrebbe voluto ribattergli. Che sì, ho paura, ma di me, non di te? Perché quando mi guardi con quella faccia da schiaffi non mi viene più voglia di prenderti a calci come una volta, ma di allungare una mano verso il tuo viso e accarezzarlo per immergermi nell’oceano dei tuoi occhi? Come il sole che tramonta sta facendo in questo momento rendendoli abbaglianti, accidenti?
Distolse lo sguardo concentrandolo sulla parete alla sua sinistra che di colpo divenne molto interessante.
“Spalancare la finestra e farti volare in giardino ti basterebbe come risposta? Cosa vuoi?”, chiese ostentando una noia che non provava per celare l’impennata che aveva preso il cuore.
“Una mano coi compiti”.
“Sul serio? Ancora? Ti do ripetizioni da due anni e mezzo, possibile che ancora hai bisogno del mio aiuto?”.
“Lo sai che sono carente in matematica e domani abbiamo l’ultima verifica, se non mi aiuti, non la passerò. Non vorrai che ripeta l’anno…”.
Akane chiuse gli occhi e sbuffò.
“D’accordo”, si arrese lasciandolo entrare. “Ma stasera vado al cinema con Yuka e Sayuri, quindi posso dedicarti solo due ore, poi devo prepararmi”.
“Basteranno”, disse accomodandosi sul letto. “Hai una penna?”.
Anche la sua voce era cambiata, più profonda, più adulta. Quando la canzonava diventava perfino roca e a lei provocava dei brividi dalla nuca fino alle natiche. Sempre più spesso non sapeva cosa inventarsi per rispondergli a tono e mascherare così il proprio imbarazzo.
Se lui avesse anche solo intuito che lei era… era… no, si sarebbe sotterrata viva con le sue stesse mani, piuttosto.


Seduta alla scrivania davanti a lui, Akane cercava con tutta la pazienza del mondo di spiegargli nozioni che a lui entravano da un orecchio e uscivano dall’altro. E non perché la matematica la detestasse davvero, visto che in realtà la capiva perfettamente, ma perché non sarebbe riuscito a concentrarsi nemmeno se gli avesse illustrato l’ultima pubblicazione sulle arti marziali: la sua voce dolce e pacata e i suoi gesti – dal modo in cui portava le ciocche dei capelli dietro l’orecchio, al modo in cui tratteneva la matita tra naso e labbro – lo incantavano. Far finta di essere un somaro in quella materia non era più solo una copertura: era diventata l’unica scusa che aveva per andare a trovarla nella sua camera e starle accanto anche solo un po’, senza essere disturbati. Poter ammirare da vicino i suoi occhi splendenti e inebriarsi del suo profumo senza essere frainteso.
Di colpo la immaginò vestita di bianco nel giardino addobbato a festa della famiglia Miyakoji, che sollevava il volto arrossato e gli sorrideva raggiante all’idea di sposarlo. Si diede dell’imbecille e abbassò lo sguardo sul proprio quaderno scarabocchiato affinché lei non si accorgesse che la faccia del grande Saotome Ranma aveva preso fuoco fin alla punta delle orecchie. Che accidenti di pensieri erano quelli? Come gli era venuto in mente?
“Hai capito quello che ho detto? Ranma, hai ascoltato?”.
“Come?”, ribatté lui alzando gli occhi sul suo viso dubbioso. “Ma sì, certo”.
“Allora risolvi questa equazione”, disse scrivendo in fretta sul suo quaderno una serie di incognite.
Non era difficile, ma lui finse di metterci più tempo di quanto fosse necessario e sbagliò volutamente una parentesi.
“No, guarda, qui avresti dovuto scrivere questo…”, gli spiegò piegandosi in avanti e lui, colpito in pieno dal profumo dei suoi capelli, vacillò neanche gli avesse assestato un pugno.
Akane alzò il viso di slancio e se la ritrovò a poche dita dal suo naso. Non così vicina, ma neanche così lontana da non poter annullare la distanza dalle sue labbra, che si schiudevano piene e invitanti. Solo che, con ogni probabilità, non sarebbe riuscito a baciarla nemmeno se la Tigre Nera gliel’avesse ordinato per iscritto come prova suprema di ammissione finale.
Eppure… eppure l’aveva immaginato così tante volte, cosa lo bloccava dopotutto?
E se mi rifiutasse?
Poteva accettare tutto da Akane, insulti, pestaggi, tutto, ma un rifiuto… no, un rifiuto lo avrebbe ucciso.
“Che ore sono?!”.
Fu come essere colpito allo stomaco da un altro pugno, di quelli però che lasciano a terra tramortiti e senza aria nei polmoni.
“Che… cosa?”.
Lei si voltò verso la scrivania e prese in mano la sveglia.
“È tardi, devo andare a prepararmi!”.
“Ma… ma non abbiamo ancora finito!”, protestò, riferendosi a tutt’altro che a una materia scolastica.
“Mi spiace, ma non posso tardare, ti lascio i miei appunti, leggili con attenzione, hai tutta la notte!”, disse via correndo.
L’unica cosa che gli aveva lasciato era l’amaro in bocca, ma la colpa era solo sua, che come al solito si lasciava sfuggire le occasioni. E sul fatto che avesse l’intera notte, beh… per fortuna l’avrebbe passata a fare qualcosa di più interessante.
Si alzò dal letto di Akane e scese in palestra, deciso ad allenarsi un po’, prima di fare uno spuntino e coricarsi con largo anticipo, visto che avrebbe dovuto impostare la sveglia alle due di notte.
Alla fine delle scale incontrò suo padre, appena entrato con le buste della spesa in mano. Gli propose uno scontro nel dojo per ‘scaldarsi’ e il genitore afferrò al volo.
“Intanto va’ avanti, Ranma, ti raggiungo appena ho riempito il frigo”.
In palestra, tra un calcio rotante e un affondo che avrebbe potuto spezzare le assi delle pareti, Ranma mise il padre al corrente della sua prossima missione, ma lui non parve stupito.
“Ho chiesto io alla Tigre Nera di affidarti questo incarico, quando mi è stato sottoposto. So che la dimora dei Miyakoji è sorvegliata giorno e notte da parecchie guardie armate, ma proprio per questo, se riesci nell’impresa, è fatta, ragazzo: passerai alle missioni serie e ai soldi veri".
“È l’unica cosa che t’importa, vero?”.
“Affatto: voglio anche vederti sistemato”.
“Siamo già sistemati”.
“Non ancora, non definitivamente, ma di questo ne riparleremo dopo la missione”.
Improvvisamente non aveva più voglia di allenarsi e decise di andare a farsi un bagno per lavare via il sudore e i pensieri molesti che avevano fatto di nuovo capolino per tormentarlo. Sapeva di cosa voleva parlargli suo padre, ma lui non era pronto. Non a un rifiuto, perché il problema era sempre lo stesso: un rifiuto da parte di Akane. Scoprire, dopo tutto quel che avevano passato, che lei non lo voleva e non lo avrebbe mai voluto. Il che era altamente probabile, visto come avevano impostato il loro rapporto sin dall’inizio. Come lui, soprattutto, non smetteva di comportarsi con lei: chi avrebbe potuto biasimarla?
Stava per svoltare l’angolo per andare dritto alla stanza da bagno, quando udì un insolito picchiettio di tacchi che scendevano rapidamente le scale. Si volse verso l’ingresso e il sangue nelle vene divenne ghiaccio.
“Dove stai andando?!”, gli scappò squadrandola da capo a piedi prima che Akane potesse aprire la porta. Non era riuscito a impedirselo, appena si era accorto che sotto un corto trench nero spiccavano le gambe quasi nude, se si volevano considerare calze quel velo nero così leggero. Ma soprattutto, da dove spuntavano quegli stivali aderenti, alti fin sopra al ginocchio e con quei tacchi così alti?
“Te l’ho detto, vado al cinema: è una prima visione”.
“Al cinema o a cena fuori? Ti sei perfino truccata! Chi devi incontrare?”.
“Il mio amante segreto!”, lo canzonò lei facendogli una linguaccia mentre tirava giù una palpebra con l’indice premuto sulla guancia.
“Bene, se esiste davvero uno disposto a prendere una bisbetica come te, sarò ben felice di mollarti a lui!”.
“Sai quanti ne trovo meglio di te? Idiota!”, lo insultò subito prima di far scorrere l’anta della porta e uscire di corsa.
Ranma rimase lì impalato a masticare il boccone amaro della gelosia e della frustrazione: se solo non ci fosse stata di mezzo quella dannata missione, l’avrebbe seguita ovunque fosse andata e avrebbe demolito a suon di sberle la faccia di chiunque si fosse avvicinato a lei, fosse anche solo per chiedere l’ora.


- § -


Akane Tendo arrivò puntuale davanti all’ingresso del grattacielo, presentandosi al concierge dell’esclusivissimo hotel come una delle invitate al ricevimento. L’uomo controllò i nomi degli invitati al fidanzamento di Daimonji Sentaro, la cui famiglia aveva affittato per quella sera l’intero ristorante stellato all’ultimo piano. Akane sperò solo che la Fenice Bianca fosse riuscita a inserire in tempo nel computer dell’hotel il falso nome che le avevano affibbiato e fu non senza sforzo che mantenne intatto il sorriso man mano che i secondi passavano senza che una mosca volasse.
“Eccovi qui, signorina Kaneshiro, il vostro nome risulta nell’elenco. Prego, Serge vi accompagnerà fino al ristorante, se volete seguirlo…”.
“Molte grazie”, rispose Akane camminando spedita sui tacchi dietro il porter, finché non incespicò e quasi si storse una caviglia poco prima di mettere piede nell’ascensore. E dire che si era allenata tanto…
Per tutta l’ascesa, Akane inclinò la testa da un lato e dall’altro facendo scrocchiare il collo e attirando l’attenzione di Serge, per quanto il giovane cercasse di non voltarsi a guardarla. Il fatto era che Akane odiava quella parte del suo lavoro, ma dalle informazioni stringate che le avevano fornito, questo Sentaro era stato costretto a fidanzarsi con una donna molto più vecchia di lui, per cui in sostanza gli avrebbe fatto un favore. E poi, se fosse andato tutto liscio, lei sarebbe stata promossa finalmente ad agente operativo. E allora sì che avrebbe potuto mantenere la sua famiglia, vista la sempre maggiore scarsità di allievi.
L’altoparlante annunciò che era arrivata al piano attico e Akane uscì dall’ascensore sfilando il trench per mettere in vista un aderente tubino nero da cui sporgeva il rigonfiamento di un cuscino all’altezza della pancia.
Si diresse a passo spedito verso la tavolata degli invitati che stavano brindando a una coppia male assortita come non ne aveva mai viste: lui, giovane ventenne dallo sguardo spento che sembrava in attesa di essere avviato al patibolo, lei dall’età indefinita che rideva sguaiata con due sigarette in bocca. Forse per quello la pelle sembrava incartapecorita e aveva una ragnatela di rughe intorno alla bocca e agli occhi.
“Sentaro!”, gridò nel mezzo del brindisi gelando i presenti che si erano voltati all’unisono verso di lei. “Come hai potuto farmi questo!”.
Il ragazzo la guardò con tanto d’occhi, chiaramente brancolando nel buio.
“Avevi promesso che mi avresti sposata, dopo quello che c’è stato fra noi!”, urlò mostrando la finta gravidanza a chiunque avesse un paio d’occhi. “Come hai potuto?!”, lo schiaffeggiò platealmente.
“Ma io… io…”, balbettò lui portandosi una mano alla guancia offesa, mentre la fidanzata dapprima prese fuoco, poi virò verso il viola melanzana.
“Sentaro! Chi è questa donna?!”, urlarono insieme lei e una vecchia, di certo la nonna.
“Io non… non…”.
“Ti costringerò a prenderti le tue responsabilità, sappilo! Ci rivedremo in tribunale!”, minacciò Akane girando i tacchi e allontanandosi per lasciare dietro di lei un caos inverosimile, in cui a dominare erano le urla sgraziate della fidanzata di Sentaro che annunciava che il matrimonio era annullato.
Akane riprese l’ascensore con la massima calma, uscì dal grattacielo e si avviò verso la metropolitana, ma non prima di gettare in un vicolo la maschera di lattice che le soffocava il viso.
Missione compiuta.


- § -


Di nuovo sullo stesso ramo da cui quel pomeriggio aveva spiato la dimora dei Miyakoji, Ranma studiava interno ed esterno della proprietà col binocolo a infrarossi incorporato nella divisa nera: di notte le guardie che pattugliavano il perimetro erano non meno numerose di quelle che lo sorvegliavano di giorno, c’erano solo degli esseri zannuti che non aveva calcolato: i dobermann.
Ranma si concentrò per mettere in atto la tecnica dell’Umisen-Ken fino a confondersi con l’ambiente circostante e annullare la sua presenza. Solo allora saltò dal ramo per atterrare alle spalle degli energumeni di guardia all’ingresso e colpirli alla base della nuca per farli svenire. Ora non restavano che il resto dei beoti e quelle bestiacce a quattro zampe. Scavalcò il muro di cinta ed entrò nell’edificio, dove il silenzio regnava sovrano. Fece aderire a naso e bocca il respiratore e lanciò il gas soporifero in vari punti della casa, prima di uscire di nuovo in giardino. Aspettando di volta in volta l’occasione giusta, si sbarazzò prima degli uomini-ombra appostati nei cespugli o sugli alberi, quindi delle guardie armate che giravano isolate con un singolo quadrupede a testa. Gli ci volle un po’ di tempo per addormentarli tutti, ma alla fine non rimase nessuno che potesse assistere allo scempio che stava per mettere in atto: per prima cosa, fece a pezzi e accatastò tutto ciò che, dell’allestimento per il ricevimento di nozze, era in legno e potesse prendere fuoco, ma lo fece in modo da creare un’installazione artistica che ricordasse una piramide conica. Chi l’aveva detto che non poteva divertirsi, in missione? Passò quindi a sbriciolare diligentemente una per una tutte le sculture in pietra a bordo del laghetto e disseminate nel giardino, ammucchiando i frammenti attorno alla catasta di legno. Dopodiché sradicò anche i cespugli, che sparpagliò insieme agli addobbi floreali sulla piramide. Mancavano solo le lanterne di carta, a quel punto. Le dispose con cura avvolgendole attorno alla piramide che sembrava diventata, in tutto e per tutto, un albero di Natale di cui lui adesso avrebbe acceso le luci. Peccato che nessuno avrebbe mai ammirato quel capolavoro.
Ranma tirò fuori dalla tasca l’accendino e diede fuoco alla lanterna ai piedi della piramide. Da lì le fiamme si propagarono rapide verso le lanterne successive risalendo la catasta, come se un serpente di fuoco l’avesse avvolta tra le sue spire. In men che non si dica, un gigantesco falò illuminava la notte. Altro che allestimento, non esisteva più nemmeno il giardino: i Miyakoji non sarebbero mai riusciti a mettere tutto in ordine per l’indomani e il matrimonio sarebbe saltato.
Solo quando al suo orecchio giunsero le sirene dei vigili del fuoco in avvicinamento, decise che era ora di tagliare la corda.
Missione compiuta.


- § -


“Come sarebbe a dire? Non puoi parlare sul serio!”.
Akane era indignata e non solo col genitore, perché anche Kasumi si era prestata a quell’inganno e lei stentava a credere che ne fosse capace. Si aspettava certi sotterfugi da Nabiki, non da colei che le aveva fatto praticamente da madre e di cui si fidava ciecamente.
La sorella maggiore entrò in salotto con un vassoio e s’inginocchiò fra loro due col suo solito sorriso rassicurante, porgendo a ognuno una tazza di tè fumante e un piattino con dei dolcetti.
“Mi dispiace, figliola, ma non saresti mai venuta a trovare tua sorella, se avessi saputo il vero motivo di questa visita”.
“Questo è sicuro!”.
“Suvvia, sorellina, è tanto grave? Dopotutto a te piace Ranma, quindi in fondo qual è il problema? Forse reputi sia troppo presto fare questo passo?”.
“No, io reputo non sia affatto il caso! Al di là del fatto che non sono ancora maggiorenne, ma chi vi ha detto che a me Ranma piace? Non mi sembra di aver mai dato quest’impressione! Anzi, non l’ho mai sopportato!”.
“Sorellina…”, sospirò Kasumi prendendole le mani fra le sue. “Sono vissuta in quella casa fino a due mesi fa e ho visto come sia cresciuto e diventato forte il vostro legame, non puoi negare che vi siete dapprima affezionati l’uno all’altra e poi…”.
“E poi niente!”.
“Akane! Non pensavo fossi così ostinata, dopo tutto questo tempo! Pensavo fossi maturata e diventata responsabile!”, la rimproverò suo padre incrociando le braccia al petto. “Sai bene che da sola non puoi mandare avanti la palestra, io ormai ho troppi acciacchi per addestrare gli adulti, ma se Ranma entrerà ufficialmente a far parte della famiglia, potrà prendere il mio posto”.
“Ma perché non posso farlo io?!”.
“Perché tu penserai ai giovani: hai più pazienza e tatto. Ranma è più irruento, ma è un combattente eccezionale che darà lustro alla nostra scuola”.
“Mi stai dicendo che non sono alla sua altezza?!”.
“Papà vuole solo dire che avete due stili di combattimento differenti e due modi di approcciarvi diversi, ma insieme vi completate a vicenda”.
“Forse potremmo completarci a vicenda da un punto di vista marziale, ma i nostri sentimenti? Non li avete messi in conto!”.
“Sì, che l’abbiamo fatto, altrimenti non ti avremmo mai proposto di sposare Ranma”, affermò serena la sorella. “Per quanto tu e lui lo neghiate, abbiamo notato l’attrazione fra voi due e smentirla sarebbe solo sciocco da parte tua, soprattutto nei miei confronti, visto che ti conosco più di chiunque altro. Se non fossi certa che Ranma ti piacesse, sarei la prima a impedire questo matrimonio”.
“Ma… ma… non mi sento pronta! È troppo presto! Perché non aspettare ancora? In questo momento…”.
“Figliola, in questo momento la mia salute sta peggiorando sempre di più: vorrei saperti sistemata al più presto e magari con un erede in cantiere”.
“Papà!”, lo richiamò lei scandalizzata. Non tanto per l’allusione, quanto perché lei e Ranma in due anni e mezzo di fidanzamento non si erano nemmeno mai baciati e pensare di farci addirittura un figlio era semplicemente inconcepibile. Che poi, a pensarci bene, era incredibile che non avesse provato alcuna vergogna a inscenare la recita della sera prima, com’era possibile allora che ancora ne provasse tanta nei confronti del suo fidanzato?
“È inutile, ho deciso: le nozze verranno celebrate al più presto, voglio vederti sposata prima del diploma”.


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“Allora, vuoi spiegarmi perché mi hai portato in mezzo a questo delirio? Ho capito che non vuoi che i Tendo ci ascoltino, però così faccio fatica a sentirti pure io”, considerò Ranma passando accanto a una bancarella di zucchero filato presa d’assalto da un’orda di mocciosi urlanti.
“È arrivato il momento, figliolo”, annunciò greve suo padre, braccia conserte e sguardo assorto.
Ranma si fermò nel mezzo del viavai di famiglie con bambini che mandavano gridolini entusiasti davanti alla gabbia dei panda giganti, tutti immancabilmente con un gelato in una mano, un palloncino nell’altra e una vocetta spaccatimpani come dotazione standard.
“Il momento per fare cosa?”, chiese perplesso.
“Il tuo tirocinio è finito, ti promuoveranno a esecutore professionista, quindi è meglio che ci sistemiamo definitivamente”.
“Siamo già sistemati, mi pare, da ben due anni”, osservò riprendendo a camminare con la speranza di raggiungere un luogo meno affollato che non gli urtasse i nervi.
“Appunto. La palestra dei Tendo è una copertura perfetta, ma solo se sposi Akane. Non potete fare i fidanzati in eterno, lo capisci da te: avete diciotto anni, ormai”.
“Sbaglio o hai vissuto anche tu in quella casa, negli ultimi due anni? Non ti sei accorto che non andiamo affatto d’accordo, io e quel tronco d’acero? Se non abbiamo legato fino adesso, un matrimonio è impensabile”.
“A me sembra che abbiate legato molto, invece, e comunque devi sistemarti e al più presto: ormai avete finito il liceo e l’organizzazione vuole che tu diventi operativo il prima possibile”.
“Ma perché, con tutte le ragazze che ci sono, proprio con quella dovevi fidanzarmi?”.
“Ne abbiamo già parlato, siete promessi l’uno all’altra praticamente dalla nascita. E poi conosci un’altra della tua età, disponibile, che riceverà in eredità una palestra di arti marziali dove puoi allenarti gratis e nascondere ogni ben di dèi in fatto di armi e attrezzatura?”.
Stava per fare il nome di Kodachi Kuno, ma si morse la lingua: quella al massimo poteva candidarsi al Guinness dei primati dei pazzi furiosi. Senza tralasciare il piccolo dettaglio che, pure se fosse stata vagamente normale, non gli avrebbe suscitato alcun interesse. Troppo appiccicosa, troppo adorante. Troppo nauseante. Una ragazza che gli tenesse testa ci voleva a uno come lui, non che svenisse ai suoi piedi. Una come…
“No”.
“Lo vedi che non c’è soluzione? E dire che il tempo per conoscervi bene ve l’abbiamo dato, infatti non ci credo che Akane non ti piaccia nemmeno un po’, guarda che non mi è sfuggito il modo in cui la fissi di nascosto, certe volte…”.
“Fatti sostituire le lenti, allora, ci vedi male”.
“Smettila di fare lo schizzinoso, che qui dobbiamo concludere in fretta la faccenda. A quest’ora Soun avrà già parlato con Akane, quindi non resta che fissare la data del matrimonio e che sia nel giro di poche settimane, sei d’accordo?”.
Ranma si fermò a osservare la ruota panoramica, riflettendo sul proprio karma e chiedendosi cosa accidenti avesse fatto di male per meritare un castigo simile.
Akane Tendo. Bisbetica. Lunatica. Acida. Insofferente. Sempre pronta ad accusarlo di qualunque torto le capitasse a tiro. Sempre sul piede di guerra. Sempre pronta a sfidarlo pur sapendo che non avrebbe mai potuto farcela contro di lui.
Akane Tendo che non si arrendeva mai. Combattiva e altruista come pochi.
Che sorrideva radiosa come solo lei sapeva fare.
Solo, non a lui.
Non sempre, almeno.
Ranma rilasciò un sospiro e chiuse gli occhi.
“E sia”.

     


                     





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