FanFiction Steven Universe | L'ultima videocassetta di meg9 | FanFiction Zone

 

  L'ultima videocassetta

         

 

  

  

  

  

L'ultima videocassetta   (Letta 36 volte)

di meg9 

1 capitolo (conclusa) - 0 commenti - 0 seguaci - Per tutti

    

 

Sezione:

Comics e CartoonsSteven Universe

Genere:

Fantascienza - Fantasy - Introspettivo - Soprannaturale

Annotazioni:

Missing Moment

Protagonisti:

Rose Quartz - Steven

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 L'ultima videocassetta 

L'ultimo messaggio di Rose a suo figlio, che ricapitola un po' tutta la serie... con la mia interpretazione al riguardo!


  

L’Ultima Videocassetta


Così ora lo sai.

Hai scoperto il mio ultimo segreto. Quello di cui mi vergogno di più.

Speravo -spero- che non succedesse mai. Che tu potessi vivere tutta la tua vita come un normale essere umano, provando semplicemente gioia e affetto, scoprendo cose nuove, vivendo incredibili, normalissime avventure quotidiane. Essere solamente felice.

Non avrei potuto viverle davvero con te. Ma ero certa che coloro a cui ti avrei affidato -la mia e la tua famiglia- avrebbero fatto tutto il possibile perché fosse così. E che ti avrebbero amato con tutto il cuore. Certo, ti sarei mancata… ma non potevo evitarlo. E in un certo senso sarei comunque rimasta sempre con te.

Ma se stai guardando questo… allora significa che sei venuto a sapere tutto. Che sei entrato in contatto con la mia famiglia di prima, che hai dovuto combattere e superare difficoltà per salvare te stesso, coloro a cui vuoi bene e forse il tuo intero pianeta. E che hai vinto.

Non mi sarei aspettata altro da te. E non potrei essere più orgogliosa!

Ma adesso devo chiederti scusa.

Ho fatto in modo che il mio cucciolo sentisse la tua presenza e venisse ad incontrarti, quando fosse stato il momento, riconoscendo la parte di me che sopravvive in te. Che ti consegnasse i miei messaggi e ti guidasse ai luoghi e alle cose che ho lasciato su questo mondo, come e quando fosse stato opportuno e ne avessi avuto bisogno. E che ti guidasse anche a ciò che avevo lasciato in sospeso… sperando che tu facessi la scelta giusta, là dove io non avevo potuto. Bel peso da lasciare sulle spalle di un bambino, vero? E senza spiegarti niente. Senza darti nessuna indicazione.

Ma questo messaggio… gli ho dato ordine di consegnartelo solo alla tua maggiore età, e solo se tu fossi mai venuto a conoscenza della mia vera identità. Perché… che motivo avrei avuto di caricarti di un peso ancora più grande, a meno che non fosse assolutamente necessario?

Ma ora… sai ogni cosa.

Compreso quanto io sia sempre stata egoista. E come tutti, anche quelli che più mi amavano, si siano sempre sbagliati su di me.

Ti avranno senz’altro detto quanto io fossi straordinaria. Quanto fossi saggia, amorevole, lungimirante. Una vera leader capace di prendere sempre la decisione giusta, da non mettere mai in dubbio nonostante non sempre capissero i miei motivi. Un’eroina infallibile, quasi una dea misericordiosa.

Probabilmente, almeno fino a un certo punto, ci hai creduto anche tu. Mi verrebbe da sorridere, se non pensassi che sicuramente è stato un duro colpo per te renderti conto che non era vero.

Già, perché la tua divina, ineffabile mamma… in realtà è sempre stata soltanto una bambina.


Ero la piccolina della famiglia. Quella capricciosa, sventatella, che aveva solo voglia di scherzare. Quella da lasciare nella stanza dei giochi, lontana delle faccende degli adulti. Con le sue bambole, i suoi balocchi per tenerla occupata, per darle tutto ciò che potesse desiderare, in modo che non infastidisse i grandi quando avevano da fare. In modo che non stesse tra i piedi. Comunque cosa avrei potuto capire dei loro affari? Mi lasciavano tenere le mie piccole feste per divertirmi. Sostituivano i miei giocattoli, quando ne rompevo uno o me ne stufavo. Giocavano con me quando avevano un attimo libero. E nient’altro.

Io… avrei voluto che stessero sempre con me. Che mi volessero bene sempre. Forse lo conosci anche tu, questo sentimento. Forse lo hai ereditato da me.

E mi volevano bene… ma non mi prendevano sul serio. Mi adoravano, mi viziavano in tutti i modi possibili, ma non mi avrebbero mai considerato una loro pari. Non avrebbero mai chiesto il mio parere sulle questioni importanti, non mi avrebbero mai affidato delle responsabilità. Non potevo ricevere da loro rispetto e fiducia.

Hai idea di quanto sia frustrante essere trattata come una bambina piccola per milioni di anni?

E così cominciai ad atteggiarmi a grande. A mettere da parte i miei… pupazzi e cuccioli. Nascosi l’angolo della stanza dove tenevo le cose più infantili. Volevo essere come loro. Volevo condividere con loro occupazioni e problemi, perché avessimo più cose di cui parlare insieme, perché potessimo stare sempre insieme come eguali. Insistetti caparbiamente finché non si decisero ad affidarmi un piccolo incarico solo per farmi star buona… con l’avvertimento che se me l’avrebbero tolto subito di nuovo se ne avessi fatta un’altra delle mie.

Questo era già il mio primo errore.

Volevo cambiare le cose.

Ma noi non cambiamo.


E presi anche quello come un gioco.

Trasformare un mondo. Creare nuovi esseri dalla polvere del suolo, che avrebbero gioito e lavorato e vissuto quest’incredibile meraviglia che è l’universo, insieme a me… e sarebbero stati miei. Come lo erano… i giocattoli che avevo prima. Avrebbero dovuto a me la loro fedeltà. Sarei stata un capo, proprio come le altre! Oh, un capo amorevole. Le avrei abbracciate. Trattate come amiche! Ci saremmo divertite un sacco! Avremmo giocato insieme!

Oh, se mi vergognavo di non essere perfetta come mi avrebbero voluto le più grandi. E allo stesso tempo non potevo farne a meno.

Mi perdonavano solo perché ero così piccola. Non lo facevo apposta e perciò le divertivo. Altrimenti si sarebbero scandalizzate. Ma nessuna di noi può essere diversa da quella che è… giusto?

Sbagliato.

Si aspettavano che combinassi un pasticcio, e lo combinai. Ma fu un pasticcio più grosso di quello che loro o io avevamo immaginato.

E alla fine, questo pasticcio ha portato a te.


Non fu un capriccio il mio, devi credermi. Anche se, ovviamente, non avevo previsto le conseguenze.

Avevo sempre amato toccare le cose, vivere le cose. Mi stavano stretti i nostri compassati cerimoniali fin da prima di conoscere altro. Non potevo non cedere alla tentazione di incontrare i miei soldati di persona, di camminare sul mio mondo. Essere realmente incoraggiata a farlo dalla mia ancella sfondò solo una porta aperta.

Se fossi rimasta tranquillamente chiusa nella mia sala di comando da brava bambina, a seguire soltanto il protocollo, non avrei visto nulla. E non sarebbe successo nulla.

E invece…

Di tutti i mondi su cui potevano mandarmi per la mia prima esperienza… caso aveva voluto che scegliessero proprio questo. Pieno di piante e di animali. Con splendide albe e tramonti, meravigliosi oceani e maestose montagne, pioggia e neve e il mutare inarrestabile delle stagioni. Tutte cose che dovevano esserci state anche a casa nostra forse, un tempo, prima che la sfruttassimo fino all’osso riplasmandola a nostra immagine, ma che io non potevo ricordare. E che nessuna delle altre ricordava più.

Io, una rappresentante del mondo minerale, incontravo per la prima volta vegetali e animali. Creature che avevano un inizio e una fine, che mutavano in continuazione senza dover fare uno sforzo cosciente… le une diverse dalle altre, al punto che ognuna si poteva considerare unica. Come possono sopportarlo, mi chiedevo? Avere una sola forma? Non poterla recuperare se la si perde? E perderla così presto? Come fai a sapere chi sei se nessuno è come te? Chi ti dice cosa devi fare? Come possono vivere con la consapevolezza della loro fragilità e piccolezza?

Venendo da un luogo dove niente cambiava mai, avevo scoperto l’idea del cambiamento. E non lo comprendevo. Ma desideravo saperne di più… sentivo che, in un certo senso, era ciò che avevo sempre atteso.

Tutti questi esseri organici… pur nella loro limitatezza… sembravano così felici di esistere. Una gioia che a casa non avevo mai trovato in nessuno.

E mi resi conto con orrore che avremmo finito per portargli via proprio questa esistenza che era l’unica cosa che avessero. Prosciugando le risorse anche di questo pianeta, avremmo finito per distruggere tutta la bellezza di cui avevo appena incominciato a stupirmi e inebriarmi.

Non mi ero solo stufata per l’ennesima volta del mio giocattolo nuovo. Né, al contrario, avevo paura che mi fosse portato via. Io… volevo veramente fare qualcosa per qualcun altro, adesso. Per tutti questi esseri così sorprendenti e divertenti. Anche prima di iniziare a sospettare che alcuni di loro potessero avere una forma d’intelligenza.

Ma sarebbe stato facile. Non dovevo far altro che spiegare la situazione. Mi avrebbero capito e accontentato. Mi accontentavano sempre. No?

Sbagliato di nuovo.

Cerca di comprendere… per quanto ormai l’avrai già compreso… quando dei costruttori terrestri prosciugano una palude per costruire un villaggio, pensano forse al benessere degli insetti che ci abitano? Casomai si rallegrano di liberarsene. Ecco, anche per noi era sempre stato così. Non c’era dubbio che fossimo la forma di vita suprema, e quindi perché avremmo dovuto rinunciare ad espanderci nell’universo… a produrre altre di noi… per il bene di esseri primitivi, effimeri in confronto alla nostra stupenda immortalità, così rozzi, così palesemente inferiori?

Se avessi avuto il loro rispetto, forse mi avrebbero ascoltato. Ma pensarono solo che fosse un altro mio sciocco ghiribizzo. Una lamentela infantile come tante. Mi ero accorta che gestire da sola un’operazione era al di sopra delle mie forze, e ora volevo tornare a casa. Be’, non sarebbe andata così stavolta. Dovevo imparare a comportarmi da adulta. Non si potevano sprecare a quel modo tutte le risorse già investite per trasformare un mondo. Sarei rimasta e avrei portato a termine il mio compito, così magari finalmente sarei cresciuta un po’. Una ramanzina proprio da genitori a figlia… se noi avessimo avuto un simile concetto.

Io ero già cresciuta. Almeno un po’. Ma loro non se ne rendevano conto.

Lo capii io, alla fine. Erano loro a non riuscire a considerare le cose da un altro punto di vista. Né questo pianeta… né me.

Noi non cambiamo. A meno che non lo vogliamo, e anche così si tratta solo di un cambiamento temporaneo e comunque superficiale. E perché dovremmo, se siamo perfette così come siamo? Non avrebbe senso, no? E come i nostri corpi, anche le nostre menti restano immutate. Nel bene e nel male, attraverso i millenni. E questo vuol dire anche… non essere in grado di cambiare in meglio. Non riuscire mai a crescere. Loro stesse erano del tutto incapaci di ciò che si aspettavano da me.

Non avrebbero mai cambiato idea su di me. Non si accorgevano di cosa mi era successo, e se anche se ne fossero accorte non mi avrebbero presa sul serio. Sarei sempre stata la sorellina minore capricciosa da tenere a freno, da coccolare e adorare ma a cui non si può dare retta. Qualunque cosa facessi, qualunque cosa dicessi, non mi avrebbero ascoltata.

E allora mi arrabbiai.


Avrei potuto sacrificarmi. Assecondare la loro idea di me, piagnucolare finché non avessero ceduto e farmi rinchiudere in camera per un migliaio di anni. Sarebbe stato un piccolo prezzo da pagare, se avesse funzionato. Ma probabilmente così non avrei salvato la Terra. Un’altra di loro avrebbe preso il mio posto e finito il lavoro, senza darsi alcuna pena per le creature del pianeta.

E poi… io… volevo restare!

Così feci l’unica altra cosa che mi venne in mente. Divenni una ribelle. Contro le più grandi, certo. Come fanno anche i ragazzi umani contro i loro genitori quando cominciano a crescere, vero? Ma soprattutto mi ribellai… a me stessa e a tutto quello che rappresentavo. Per la prima volta realizzavo quanto la nostra società fosse egoista… noiosa… bloccata… rinchiusa in se stessa e incapace di provare empatia per chiunque. Avevano cercato di bloccare anche i miei maldestri tentativi di creatività, in passato. Perché ognuna doveva essere solo quello che ci si aspettava da lei, e nient’altro. Mai. Essere diverse era peggio che sconveniente, era praticamente un crimine.

Be’, chi l’aveva detto?

Non volevo che nessuno si facesse male. Speravo soltanto che se le avessi spaventate abbastanza, se avessi reso proseguire l’operazione più difficile e costoso che abbandonarla, alla fine avrebbero deciso di arrendersi e lasciare in pace la Terra. La mia… cara, cara compagna… non capiva del tutto le mie ragioni, perché non provava la mia stessa simpatia per questo mondo e i suoi abitanti… ma decise lo stesso di mettersi nei guai a sua volta. Per me.

E poi ne trovai altre… che non erano d’accordo con i capi, che condividevano il mio punto di vista, che si sentivano troppo diverse per rimanere, per un motivo o per l’altro… e prima che me ne accorgessi, avevo messo insieme un esercito. Oh, quante eravamo! E tutte guardavano a me come a un capo. Si fidavano di me incondizionatamente, perché io ero stata la prima a credere in loro. Ero diventata quel che avevo sempre sognato, e combattere contro l’ordine costituito era così… elettrizzante! Se avessi saputo allora che cos’era un romanzo, avrei detto che mi sentivo proprio come la protagonista di uno di quelli. Alla fine ce l’avremmo fatta. Avremmo vinto. La Terra sarebbe stata libera. Ancor meglio, avrei fatto capire alle altre dove avevamo sempre sbagliato! Mi avrebbero dato ragione, avremmo cambiato modo di vivere e tutti sarebbero stati felici. Non poteva finire male in alcun modo, giusto?

Be’, la risposta la sai già. E hai già capito anche perché andò tutto storto, vero?

Ancora una volta, avevo pensato che fosse tutto un gioco. Avevo sottovalutato la testardaggine… l’orgoglio… delle altre. Non potevano accettare assolutamente di essere sconfitte da delle semplici sottoposte insubordinate, macchiando indelebilmente il loro onore. Più noi sabotavamo gli impianti, più forze inviavano a ripararli e a darci la caccia… con sempre maggior violenza. Non ci misero molto a dare ordine di distruggerci definitivamente. Non mi ero mai resa conto che per loro le vite dei propri soldati contassero tanto poco. Fu terribile scoprirlo. E anche dalla mia parte… qualcuna cominciava a dire che sarebbe stato giusto, per difenderci, distruggere definitivamente loro…

E quindi anche me… che, in fondo, ero ancora una di loro…

Che avevo fatto? La situazione mi stava sfuggendo di mano. Era diventata più grande di me. In tante si stavano facendo del male, stavano morendo… a causa mia. E comunque le nostre battaglie alteravano e danneggiavano pesantemente lo stesso pianeta che stavo cercando di salvare. Se fosse continuata ancora per molto, avremmo perso tutti. Capi, ribelli e terrestri. Dovevo farla finire.

E lo feci con un gesto ancora una volta infantile e teatrale, senza rendermi conto delle conseguenze. Inscenai la mia morte.

Pensai che… se le altre avessero pensato di poter essere uccise… si sarebbero spaventate abbastanza da andarsene una volta per tutte. E in questo modo io avrei potuto smetterla con la mia doppia vita ed essere soltanto quella che desideravo essere, e rimanere qui per sempre. In fin dei conti non mi avevano mai voluto veramente bene, altrimenti non mi avrebbero trattata così. Non volevo più avere niente a che fare con loro. Mi sarei lasciata tutto alle spalle definitivamente.

Feci in modo che avvenisse davanti a tutti, in modo che nessuno potesse dubitarne. Congedai tutte le guardie, perché nessuno potesse ostacolare la mia “assassina” quando fosse arrivata e poi fuggita. Creai schegge di pietra inanimate che potessero essere scambiate per i miei resti. E mi assicurai anche di lanciare un bell’urlo al momento cruciale. Dopodiché… la libertà. E senza colpo ferire. Un piano perfetto.

Sì… certo.

Tutto quel che mi era successo… non mi aveva insegnato proprio niente. Continuavo a non capire niente, come la bambina che ero.

A parte il dolore che avevo causato… alla mia amica… che aveva dovuto uccidermi seppure per finta…

…non avevo pensato… che le mie sorelle potessero amarmi davvero… al punto da perdere completamente la ragione. E punirci scatenando la propria ira come mai prima. Distruggendo ogni cosa. Riuscii a proteggere solo le mie due luogotenenti, che per puro caso erano accanto a me in quel momento. Tutte le altre… sia le alleate, sia le nemiche che non erano riuscite ad evacuare in tempo… subirono qualcosa di forse peggio della morte. E anche il pianeta subì danni permanenti.

Non so perché non riuscirono ad annientarlo completamente, com’era loro intenzione. Forse perché c’ero io, e in qualche modo il mio scudo aveva filtrato i raggi annichilatori. O forse perché in quel momento non si controllavano. Ma questo non rendeva meno grave l’accaduto.

Fu colpa mia. Solo colpa mia. E ho portato addosso il peso di questa colpa fino ad oggi.

Capisci perché non te ne avevo parlato? Non volevo scaricarlo su di te.

Col risultato… che poi hai dovuto sobbarcartelo lo stesso… e senza essere preparato.

Bella perfezione la mia, vero?


E così eravamo rimaste sole. Noi tre… in un mondo sfigurato… a cercare di raccoglierne i pezzi.

Cercammo di ricostruire. Di rimediare a ciò che noi e le nostre avversarie avevamo causato, come meglio potevamo. Gli interventi subiti dal suolo avevano lasciato dei depositi residui di materiale cristallino inanimato… quelle che poi i terrestri trovarono e chiamarono miniere di pietre preziose. A noi faceva ribrezzo vedervi adornati con esse, perché erano come parti del corpo di quelle che sarebbero potute essere altre come noi…

I campi di battaglia dove ci eravamo scontrate erano in molti casi troppo alterati o rovinati per recuperarli. Ci assicurammo di isolarli perché nessun indigeno ne venisse danneggiato, e di ispezionarli ogni tanto in caso di guai. Controllavamo periodicamente se ci fossero piattaforme di teletrasporto ancora in funzione, e in quel caso le tenevamo sotto controllo per non avere brutte sorprese. Avremmo dovuto distruggerle tutte per sicurezza, ma erano il nostro unico mezzo di viaggiare per il mondo rapidamente… e almeno una di noi aveva un’inconfessata nostalgia di casa che glielo avrebbe comunque impedito.

Rinvenimmo una trovatella emersa nel modo sbagliato in uno dei luoghi di nascita abbandonati, e la adottammo felici che ci fosse almeno un’altra di noi ancora integra su questo pianeta. Le mie vecchie cose… cioè, la nave stellare e il mezzo di trasporto dell’antica tiranna… rimasero abbandonati. Li visitavo di rado, all’insaputa delle altre, e solo per usarli come magazzini, lasciandoci roba troppo privata o troppo pericolosa perché loro la vedessero.

Ormai l’avrai capito da un pezzo: i nascondigli segreti sono un altro mio pessimo vizio.

E poi c’erano… le nostre vecchie amiche e nemiche ferite in battaglia. Irriconoscibili, ridotte a uno stato pietoso, bestiale, senza più altro che l’istinto di combattere e distruggere. E un’indicibile sofferenza.

Non potevamo lasciarle così. Anche loro erano una nostra… una mia responsabilità. Cominciammo a catturarle sistematicamente per poi ibernarle, in modo che non facessero del male a se stesse o ad altri… e almeno così non soffrivano più. Provai diverse volte in segreto a curarle, ma senza grandi risultati. I danni erano troppo estesi. I miei poteri non erano sufficienti. Forse, se fossimo state tutte e quattro insieme…

Avrei potuto chiamare la mia famiglia. Dir loro la verità e pregarle di aiutarmi a disfare ciò che avevo causato. Lasciare che mi riportassero indietro in cambio della salvezza di tutte quelle povere creature. Ma non lo feci. In parte perché non volevo che le mie compagne ignare sapessero chi ero veramente… vedere la delusione e lo sdegno nei loro occhi. In parte, ormai amavo troppo la Terra per pensare di andarmene, e non avevo abbandonato la speranza di riuscire un giorno a guarire le malate da sola. Ma soprattutto… non credevo che avrei mai potuto far cambiare idea alle mie sorelle. Sicuramente non mi avrebbero ascoltato, ancora una volta. Non si sarebbero prese il fastidio di occuparsi di una cosa tanto insignificante come poche migliaia di servitrici difettose, neanche per me.

Se le hai conosciute, sai di cosa parlo. E se hai provato a discutere con loro… e se sei riuscito a convincerle, là dove io certamente non ce l’avrei fatta… allora tutto questo dolore, tutti i miei sforzi e le mie lacrime hanno avuto un senso. Ed è la miglior prova che farti nascere è stata l’unica decisione veramente giusta che ho preso in vita mia.

Perché tu sei migliore di me. Tu sei quello che io avrei sempre desiderato essere e non ho potuto. E sei anche… ciò che le mie amiche vedevano in me, ma io non sono mai stata davvero.


E così passammo i millenni seguenti ad esplorare il mondo. Riparando I danni dove serviva, stando in guardia contro un eventuale ritorno delle nostre simili, e aiutando gli umani ad evolversi ed espandersi senza farsi troppo male. Per fare ammenda dell’accaduto, giurammo che avremmo sempre difeso questo pianeta ad ogni costo. Anche perché ormai era casa nostra. E l’unico posto in cui potessimo essere libere. Essere noi stesse.

Buffo da dire, per una che nascondeva continuamente chi era.

Ci voleva tempo per sistemare le cose… almeno una buona parte… visto che eravamo solo noi quattro. Poco prima che arrivassi tu, eravamo ancora in alto mare. Ma lavorammo con buona volontà. Ci prendevamo cura degli umani ogni volta che potevamo, guidandoli lontano dai pericoli, proteggendoli, insegnando loro cose. O anche imparando qualcosa da loro, a volte.

E nei ritagli di tempo… vivevamo. Ci godevamo la pace e la libertà che seppur a così caro prezzo ci eravamo conquistate. Alla fine, era ciò che le nostre compagne cadute avrebbero voluto. E ci sembrava il modo più giusto per onorare la loro memoria e ciò che avevano fatto per noi. Ci costruimmo una casa in un posto che ci era piaciuto più degli altri, dove era andato a vivere uno degli umani che avevamo aiutato. A volte ci restavamo tutte insieme, altre volte ci separavamo, esplorando ognuna per conto proprio le meraviglie del pianeta. Che sembravano non avere fine. Albe, tramonti. Il mare che va e viene. Esseri che devono alimentarsi con materiali esterni per sopravvivere, rinnovando periodicamente la materia di cui sono fatti. Che hanno una riserva limitata di energie e rischiano di morire se non si ricaricano dopo averle consumate. Che cominciano la loro vita piccoli e poi diventano grandi, cambiando personalità e aspetto in modi imprevedibili… Non riuscivo a venire a capo di una cosa tanto straordinaria.

Facemmo anche diversi esperimenti. E così finii per scoprire casualmente che i miei poteri funzionavano anche sulle creature organiche. Forse noi e queste forme di vita eravamo più simili di quanto avessi pensato (e per fortuna, altrimenti tu non saresti qui oggi). Riuscii ad ottenere molti risultati sorprendenti, utilizzandoli in modi che non avrei creduto possibili prima. Col tempo, sia io che le altre ritrovammo la serenità. Direi quasi che giungemmo ad essere veramente felici qui, con la possibilità di fare le nostre scelte, di prendere la direzione che più ci piaceva e diventare tutto ciò che volevamo.

E il mondo, rapidamente, ci cambiava intorno. Incredibile come i terrestri variavano il loro modo di parlare, di pensare, le fogge dei loro abiti, in quello che per noi era un battito di ciglia. Prima ancora che ce ne accorgessimo, avevano creato una specie di rozza civiltà… certo, lontana anni luce dalla nostra tecnologia e sofisticazione, ma più che notevole considerato il poco tempo che ci avevano messo. Certo, avevano commesso diversi errori, ma ogni volta prima o poi erano riusciti a superarli. La cosa mi faceva pensare di aver avuto ragione a difenderli. A volte restavamo indietro nelle nostre interazioni con loro… almeno, quelle di noi che vi erano interessate. Qualcun’altra non riusciva a capirci niente ed era contenta così, almeno per il momento.

Io, naturalmente, ero la più curiosa di tutte. Avrei potuto passare decenni di seguito a studiarli. A far loro domande ed entusiasmarmi per le risposte, ad osservare il loro comportamento e restare perplessa di fronte a tutto ciò che non riuscivo a spiegarmi. A cercare di capire come fossero fatti… e a sorprendermi e divertirmi con loro. Sapevano fare delle cose così strane per divertirsi. Oh, sì, a volte m’incapricciavo anche di qualcuno. Dopotutto erano così carini. Per qualche motivo preferivo quelli che venivano definiti come “maschi”.

Mi spiace se questo ti turba. Ma trovavo tutto nuovo, allora, e mi sembrava naturale esplorare… anche questo aspetto della vita. Non mi passava neanche per la testa, allora, di provocare la gelosia di chi mi era più vicina. Perché avrei dovuto? Non facevo male a nessuno. Me ne portavo uno a casa e me lo tenevo per un po’... poi, di solito, lui o io ci stancavamo e ognuno andava per la sua strada. In fondo, eravamo troppo diversi e le loro vite erano così brevi. Era solo bello…

giocare insieme. Per me era solo l’ennesimo gioco.

Te ne sarai accorto senz’altro. Credevamo di conoscere ormai tanto bene il modo in cui funzionavano le cose qui. Pensavamo di sapere tutto sugli umani, di essere diventate delle esperte. Ma c’erano ancora tante di quelle cose che non sapevamo. Perché alla fine le nostre interazioni col mondo erano… soltanto superficiali. Dare una mano. Scambiare qualche parola. Compiere qualche attività che serviva, dopotutto, più che altro a gratificarci. Ma fondamentalmente, restavamo isolate. Separate da loro. Bastavamo a noi stesse. Non riuscivamo a comprendere davvero. Eravamo ancora troppo prigioniere della nostra mentalità di prima, senza neanche rendercene conto…

Finché non incontrai tuo padre.


Una persona comune, un tipo come tanti. Forse quello che alcuni di voi definirebbero un “fallito”, non è vero? Una volta lui ha usato questa parola per riferirsi a se stesso e io mi sono fatta spiegare cosa volesse dire. Mi ha stupito. Per noi distinzioni del genere tra umani non avevano mai avuto alcun senso. Anche se, a pensarci, non sono così diverse da quelle che avevamo noi sul nostro mondo, vero?

Ma lui non è un fallito. Né una persona comune. Nessuno lo è. E lui, per me, è il più speciale, il più incredibile di tutti gli umani che abbia mai incontrato. Se un giorno entrambi i nostri pianeti si salveranno, sarà stato soltanto per merito suo.

Perché grazie a lui tu sei venuto al mondo. E perché ti ha cresciuto come sapevo che avrebbe fatto.


Tutto dovrebbe crescere, tutto dovrebbe cambiare. E agli umani viene naturale… a noi no. Non riuscivamo ad essere come loro, ad entrare davvero in contatto con loro. Nonostante i millenni che avevamo passato qui, non eravamo mai davvero maturate. Soprattutto io. Era la cosa che desideravo di più, ma conoscere lui mi fece capire che non era così.

La sua vita era così breve. Ogni momento di essa era prezioso. Aveva deciso di spenderla perseguendo con tutto se stesso i propri sogni. E a prescindere dal risultato, fu proprio questo ad attrarmi tanto di lui all’inizio.

Ma non c’era solo ridere insieme. Non c’era solo giocare insieme, stavolta. Né solo imparare una o due cose nuove, come cantare o suonare uno strumento. Stavolta era tutto diverso. Sarebbe stato tutto diverso.

Perché lui… era stato disposto a entrare nel nostro mondo. Si era impegnato caparbiamente a comprendere quello che eravamo, il modo in cui pensavamo, malgrado le nostre differenze. Voleva davvero colmare l’abisso che c’era fra noi… di anni luce, di esperienze indescrivibili, perfino di regno naturale. Fino a tentare di diventare tutt’uno con me… e a riuscirci… in un modo completamente diverso dal nostro, ma migliore. Perché avrebbe dovuto cimentarsi in un’impresa simile?

Era ovvio, per lui. Perché mi amava.

Me lo disse con una semplicità che mi sbalordì una volta di più. Io… per la prima volta… mi chiesi se avessi mai veramente capito che cosa fosse l’amore, in precedenza.

Probabilmente, visto ciò che ho combinato a tutti quelli che mi hanno voluto bene, no.

Lui rinunciò al suo sogno. Smise di andare in giro a cantare per conquistarsi la fama un pezzetto alla volta. Smise di vedere se stesso come una cometa e rimase con me nell’angolo di mondo che mi ero scelta. Accettò un lavoro normale, che qualcuno avrebbe definito perfino umiliante. Perché doveva limitare se stesso in quel modo? E ancora una volta la sua risposta mi aprì gli occhi.

Bisogna fare una scelta prima o poi, disse. Per avere quello che si desidera davvero, a volte bisogna rinunciare a qualcos’altro. Ma non vuol dire limitarsi. Vuol dire solo prendere liberamente una decisione. Prima o poi bisogna decidere se crescere… o rimanere bambini tutta  la vita.

Lui aveva deciso di cambiare per me.

E io… io cos’avevo fatto?

Io… ero mai cambiata veramente? Ero mai cresciuta? Alla fine, non avevo sempre seguito solo i miei impulsi, fatto quello che mi piaceva? E non eravamo tutte finite nei guai per questo?

E le altre? Avevo forse permesso loro di crescere? Non parlavamo d’altro all’inizio, ma in che modo eravamo davvero cambiate in tutta quell’avventura?

Forse era proprio la mia presenza a tenerle bloccate. Il modo in cui continuavano ad appoggiarsi a me, a seguirmi ciecamente senza contare sulle proprie capacità. Senza superare gli ostacoli da sole. Le avevo trattate… come bambole… come la mia vecchia bambola di un tempo.

E io… in tutti quei secoli… ero rimasta sempre la stessa bambina.

Non era questo che volevo. Finalmente lo avevo capito. Non era questione di combattere una guerra, essere rispettata, fare il capo. Si diventa adulti… superando i propri limiti. Affrontando i problemi. Soffrendo anche se serve, ma andando avanti.

Ma… ero in grado di farlo?

E dovetti accettare che, quasi sicuramente, la risposta era no.

Non importava quanto puntassi i piedi e quante soluzioni drammatiche trovassi.

Finalmente… finalmente, per la prima volta nella mia lunghissima vita, cominciavo a mettermi in discussione. Ad avere dei dubbi sulle mie scelte. Cominciavo a cambiare il mio punto di vista. Faceva male. Ed ero grata che facesse male.

Quanto tempo… quanto tempo avevo perso, proprio mentre credevo di compiere grandi imprese.

Ma ero esistita troppo a lungo. Avevo troppi ricordi. Ero riuscita a fare qualche piccolo, timido passo avanti, ma era un nulla. Soltanto un inizio. Non potevo ricominciare da capo, lasciarmi tutto alle spalle solo cambiando nome e volto, come avevo creduto decidendo di restare qui. Cambiare dentro è molto, molto più difficile. Le altre, più giovani e flessibili di me… forse avrebbero potuto. Ma non senza qualcuno che indicasse loro la via. E non finché io continuavo a tenerle nella mia ombra.

Se avessi capito tutto questo prima… se avessi affrontato le cose in modo diverso… forse avrei potuto evitare la strage, la distruzione. Avrei potuto… salvare veramente tutti. Sia i terrestri che le mie simili… salvarle da se stesse, dalla loro immutabile perfezione e superiorità. Avrei potuto aiutare anche gli abitanti dei tanti mondi che erano già stati schiavizzati da loro. Saremmo potuti davvero essere… tutti felici, tutti amici… come in una favola.

Se io fossi riuscita a crescere. Ma crescere… è una cosa che fanno gli umani.

E io non potevo diventare umana.

Almeno non… restando me stessa…


Già. E così eccoci qui.

Ora starai pensando che questo è il motivo per cui ti ho messo al mondo. Per fare di te l’anello di congiunzione tra due specie che io non potevo essere. Perché tu diventassi la guida delle mie compagne, e la chiave della loro maturazione. E perché, infine, compissi ciò che avevo lasciato in sospeso, e fossi il salvatore di migliaia di mondi.

Ma non è così. Te lo giuro. Io… volevo semplicemente che tu avessi l’occasione di fare la cosa più importante che io non ero riuscita a fare.

Imparare.

Sbagliare.

Scegliere la tua strada. Diventare grande, a modo tuo.

Amare. Per davvero. Come io non ho mai potuto. Se non, forse, nei miei ultimi anni…

Perché una di noi… una parte almeno di me… potesse essere umana. E sperimentare tutto ciò che provano di tragico e di stupendo gli esseri umani. La loro sofferenza, la loro lotta, la loro nobiltà.

Volevo… che tu vivessi.

Forse questo è stato il mio unico atto del tutto altruistico.

O forse no. Perché so che ancora una volta, la mia decisione ha fatto soffrire coloro che mi amavano, e che saranno a lungo stati smarriti senza di me. Tuo padre per primo… gli ho scaricato addosso tutta la responsabilità di allevarti subito dopo avermi perso… bel modo di ringraziarlo dopo ciò che ha fatto per me.

E lei… le altre…

Chiedi loro perdono da parte mia. Abbi cura di loro. Io non volevo fare del male…

Eh eh… ecco che ti sto chiedendo di fare un’altra cosa per me. E dopo averti buttato allo sbaraglio nel mondo senza spiegarti nulla, senza lasciarti nulla che potesse esserti di aiuto in ciò che avresti dovuto scoprire ed affrontare.

Dopotutto sono rimasta una bambina fino alla fine, vero?

Non sono neanche la metà di quello che pensavate di me.

Ma tu… tu potrai esserlo. Se vorrai. E potrai essere anche molto di più. Essere qualunque cosa. Potrai crearti da solo il tuo destino. Perché il tuo potere più importante non l’hai ereditato da me.

In fondo, è quello che vuole ogni genitore. Che i propri figli… siano meglio di ciò che è.

E io sarò sempre lì con te. A partecipare delle tue vittorie grandi e piccole. Delle tue decisioni. Delle tue peripezie. Delle tue meravigliose scoperte. Dell’amore che tu porterai nel mondo. Potrò crescere, finalmente… nell’unico modo che per me è possibile. Attraverso di te.

Ma tu sii sempre te stesso. Fai le tue scelte pensando a ciò che tu desideri. Diventa adulto nel modo che preferisci, mettendoci tutto il tempo che vuoi. Sbaglia. Esplora. Fatti degli amici. Ama. Cerca. Scopri. Piangi. Ridi.

Vivi.

Questo è ciò che più di tutto mi renderà felice.

E se puoi, perdonami per il pasticcio in cui ti ho cacciato… o se non puoi, non farlo. Superami e vai avanti. La decisione è solo tua, e questa è la cosa più bella.

Addio, amore mio.


(E sì… ho fatto un’altra versione anche di questa videocassetta nel caso tu sia una femminuccia!)


If I could begin to be

Half of what you think of me

I could do about anything

I could even learn how to love


When I see the way you act

Wondering when I´m coming back

I could do about anything

I could even learn how to love like you

Love like you


I always thought I might be bad

Now I´m sure that it´s true

´Cause I think you´re so good

And I´m nothing like you


Look at you go

I just adore you

I wish that I knew

What makes you think I´m so special


If I could begin to do

Something that does right by you

I would do about anything

I would even learn how to love


When I see the way you look

Shaken by how long it took

I could do about anything

I could even learn how to love like you


Love like you

Love me like you

L’Ultima Videocassetta


Così ora lo sai.

Hai scoperto il mio ultimo segreto. Quello di cui mi vergogno di più.

Speravo -spero- che non succedesse mai. Che tu potessi vivere tutta la tua vita come un normale essere umano, provando semplicemente gioia e affetto, scoprendo cose nuove, vivendo incredibili, normalissime avventure quotidiane. Essere solamente felice.

Non avrei potuto viverle davvero con te. Ma ero certa che coloro a cui ti avrei affidato -la mia e la tua famiglia- avrebbero fatto tutto il possibile perché fosse così. E che ti avrebbero amato con tutto il cuore. Certo, ti sarei mancata… ma non potevo evitarlo. E in un certo senso sarei comunque rimasta sempre con te.

Ma se stai guardando questo… allora significa che sei venuto a sapere tutto. Che sei entrato in contatto con la mia famiglia di prima, che hai dovuto combattere e superare difficoltà per salvare te stesso, coloro a cui vuoi bene e forse il tuo intero pianeta. E che hai vinto.

Non mi sarei aspettata altro da te. E non potrei essere più orgogliosa!

Ma adesso devo chiederti scusa.

Ho fatto in modo che il mio cucciolo sentisse la tua presenza e venisse ad incontrarti, quando fosse stato il momento, riconoscendo la parte di me che sopravvive in te. Che ti consegnasse i miei messaggi e ti guidasse ai luoghi e alle cose che ho lasciato su questo mondo, come e quando fosse stato opportuno e ne avessi avuto bisogno. E che ti guidasse anche a ciò che avevo lasciato in sospeso… sperando che tu facessi la scelta giusta, là dove io non avevo potuto. Bel peso da lasciare sulle spalle di un bambino, vero? E senza spiegarti niente. Senza darti nessuna indicazione.

Ma questo messaggio… gli ho dato ordine di consegnartelo solo alla tua maggiore età, e solo se tu fossi mai venuto a conoscenza della mia vera identità. Perché… che motivo avrei avuto di caricarti di un peso ancora più grande, a meno che non fosse assolutamente necessario?

Ma ora… sai ogni cosa.

Compreso quanto io sia sempre stata egoista. E come tutti, anche quelli che più mi amavano, si siano sempre sbagliati su di me.

Ti avranno senz’altro detto quanto io fossi straordinaria. Quanto fossi saggia, amorevole, lungimirante. Una vera leader capace di prendere sempre la decisione giusta, da non mettere mai in dubbio nonostante non sempre capissero i miei motivi. Un’eroina infallibile, quasi una dea misericordiosa.

Probabilmente, almeno fino a un certo punto, ci hai creduto anche tu. Mi verrebbe da sorridere, se non pensassi che sicuramente è stato un duro colpo per te renderti conto che non era vero.

Già, perché la tua divina, ineffabile mamma… in realtà è sempre stata soltanto una bambina.


Ero la piccolina della famiglia. Quella capricciosa, sventatella, che aveva solo voglia di scherzare. Quella da lasciare nella stanza dei giochi, lontana delle faccende degli adulti. Con le sue bambole, i suoi balocchi per tenerla occupata, per darle tutto ciò che potesse desiderare, in modo che non infastidisse i grandi quando avevano da fare. In modo che non stesse tra i piedi. Comunque cosa avrei potuto capire dei loro affari? Mi lasciavano tenere le mie piccole feste per divertirmi. Sostituivano i miei giocattoli, quando ne rompevo uno o me ne stufavo. Giocavano con me quando avevano un attimo libero. E nient’altro.

Io… avrei voluto che stessero sempre con me. Che mi volessero bene sempre. Forse lo conosci anche tu, questo sentimento. Forse lo hai ereditato da me.

E mi volevano bene… ma non mi prendevano sul serio. Mi adoravano, mi viziavano in tutti i modi possibili, ma non mi avrebbero mai considerato una loro pari. Non avrebbero mai chiesto il mio parere sulle questioni importanti, non mi avrebbero mai affidato delle responsabilità. Non potevo ricevere da loro rispetto e fiducia.

Hai idea di quanto sia frustrante essere trattata come una bambina piccola per milioni di anni?

E così cominciai ad atteggiarmi a grande. A mettere da parte i miei… pupazzi e cuccioli. Nascosi l’angolo della stanza dove tenevo le cose più infantili. Volevo essere come loro. Volevo condividere con loro occupazioni e problemi, perché avessimo più cose di cui parlare insieme, perché potessimo stare sempre insieme come eguali. Insistetti caparbiamente finché non si decisero ad affidarmi un piccolo incarico solo per farmi star buona… con l’avvertimento che se me l’avrebbero tolto subito di nuovo se ne avessi fatta un’altra delle mie.

Questo era già il mio primo errore.

Volevo cambiare le cose.

Ma noi non cambiamo.


E presi anche quello come un gioco.

Trasformare un mondo. Creare nuovi esseri dalla polvere del suolo, che avrebbero gioito e lavorato e vissuto quest’incredibile meraviglia che è l’universo, insieme a me… e sarebbero stati miei. Come lo erano… i giocattoli che avevo prima. Avrebbero dovuto a me la loro fedeltà. Sarei stata un capo, proprio come le altre! Oh, un capo amorevole. Le avrei abbracciate. Trattate come amiche! Ci saremmo divertite un sacco! Avremmo giocato insieme!

Oh, se mi vergognavo di non essere perfetta come mi avrebbero voluto le più grandi. E allo stesso tempo non potevo farne a meno.

Mi perdonavano solo perché ero così piccola. Non lo facevo apposta e perciò le divertivo. Altrimenti si sarebbero scandalizzate. Ma nessuna di noi può essere diversa da quella che è… giusto?

Sbagliato.

Si aspettavano che combinassi un pasticcio, e lo combinai. Ma fu un pasticcio più grosso di quello che loro o io avevamo immaginato.

E alla fine, questo pasticcio ha portato a te.


Non fu un capriccio il mio, devi credermi. Anche se, ovviamente, non avevo previsto le conseguenze.

Avevo sempre amato toccare le cose, vivere le cose. Mi stavano stretti i nostri compassati cerimoniali fin da prima di conoscere altro. Non potevo non cedere alla tentazione di incontrare i miei soldati di persona, di camminare sul mio mondo. Essere realmente incoraggiata a farlo dalla mia ancella sfondò solo una porta aperta.

Se fossi rimasta tranquillamente chiusa nella mia sala di comando da brava bambina, a seguire soltanto il protocollo, non avrei visto nulla. E non sarebbe successo nulla.

E invece…

Di tutti i mondi su cui potevano mandarmi per la mia prima esperienza… caso aveva voluto che scegliessero proprio questo. Pieno di piante e di animali. Con splendide albe e tramonti, meravigliosi oceani e maestose montagne, pioggia e neve e il mutare inarrestabile delle stagioni. Tutte cose che dovevano esserci state anche a casa nostra forse, un tempo, prima che la sfruttassimo fino all’osso riplasmandola a nostra immagine, ma che io non potevo ricordare. E che nessuna delle altre ricordava più.

Io, una rappresentante del mondo minerale, incontravo per la prima volta vegetali e animali. Creature che avevano un inizio e una fine, che mutavano in continuazione senza dover fare uno sforzo cosciente… le une diverse dalle altre, al punto che ognuna si poteva considerare unica. Come possono sopportarlo, mi chiedevo? Avere una sola forma? Non poterla recuperare se la si perde? E perderla così presto? Come fai a sapere chi sei se nessuno è come te? Chi ti dice cosa devi fare? Come possono vivere con la consapevolezza della loro fragilità e piccolezza?

Venendo da un luogo dove niente cambiava mai, avevo scoperto l’idea del cambiamento. E non lo comprendevo. Ma desideravo saperne di più… sentivo che, in un certo senso, era ciò che avevo sempre atteso.

Tutti questi esseri organici… pur nella loro limitatezza… sembravano così felici di esistere. Una gioia che a casa non avevo mai trovato in nessuno.

E mi resi conto con orrore che avremmo finito per portargli via proprio questa esistenza che era l’unica cosa che avessero. Prosciugando le risorse anche di questo pianeta, avremmo finito per distruggere tutta la bellezza di cui avevo appena incominciato a stupirmi e inebriarmi.

Non mi ero solo stufata per l’ennesima volta del mio giocattolo nuovo. Né, al contrario, avevo paura che mi fosse portato via. Io… volevo veramente fare qualcosa per qualcun altro, adesso. Per tutti questi esseri così sorprendenti e divertenti. Anche prima di iniziare a sospettare che alcuni di loro potessero avere una forma d’intelligenza.

Ma sarebbe stato facile. Non dovevo far altro che spiegare la situazione. Mi avrebbero capito e accontentato. Mi accontentavano sempre. No?

Sbagliato di nuovo.

Cerca di comprendere… per quanto ormai l’avrai già compreso… quando dei costruttori terrestri prosciugano una palude per costruire un villaggio, pensano forse al benessere degli insetti che ci abitano? Casomai si rallegrano di liberarsene. Ecco, anche per noi era sempre stato così. Non c’era dubbio che fossimo la forma di vita suprema, e quindi perché avremmo dovuto rinunciare ad espanderci nell’universo… a produrre altre di noi… per il bene di esseri primitivi, effimeri in confronto alla nostra stupenda immortalità, così rozzi, così palesemente inferiori?

Se avessi avuto il loro rispetto, forse mi avrebbero ascoltato. Ma pensarono solo che fosse un altro mio sciocco ghiribizzo. Una lamentela infantile come tante. Mi ero accorta che gestire da sola un’operazione era al di sopra delle mie forze, e ora volevo tornare a casa. Be’, non sarebbe andata così stavolta. Dovevo imparare a comportarmi da adulta. Non si potevano sprecare a quel modo tutte le risorse già investite per trasformare un mondo. Sarei rimasta e avrei portato a termine il mio compito, così magari finalmente sarei cresciuta un po’. Una ramanzina proprio da genitori a figlia… se noi avessimo avuto un simile concetto.

Io ero già cresciuta. Almeno un po’. Ma loro non se ne rendevano conto.

Lo capii io, alla fine. Erano loro a non riuscire a considerare le cose da un altro punto di vista. Né questo pianeta… né me.

Noi non cambiamo. A meno che non lo vogliamo, e anche così si tratta solo di un cambiamento temporaneo e comunque superficiale. E perché dovremmo, se siamo perfette così come siamo? Non avrebbe senso, no? E come i nostri corpi, anche le nostre menti restano immutate. Nel bene e nel male, attraverso i millenni. E questo vuol dire anche… non essere in grado di cambiare in meglio. Non riuscire mai a crescere. Loro stesse erano del tutto incapaci di ciò che si aspettavano da me.

Non avrebbero mai cambiato idea su di me. Non si accorgevano di cosa mi era successo, e se anche se ne fossero accorte non mi avrebbero presa sul serio. Sarei sempre stata la sorellina minore capricciosa da tenere a freno, da coccolare e adorare ma a cui non si può dare retta. Qualunque cosa facessi, qualunque cosa dicessi, non mi avrebbero ascoltata.

E allora mi arrabbiai.


Avrei potuto sacrificarmi. Assecondare la loro idea di me, piagnucolare finché non avessero ceduto e farmi rinchiudere in camera per un migliaio di anni. Sarebbe stato un piccolo prezzo da pagare, se avesse funzionato. Ma probabilmente così non avrei salvato la Terra. Un’altra di loro avrebbe preso il mio posto e finito il lavoro, senza darsi alcuna pena per le creature del pianeta.

E poi… io… volevo restare!

Così feci l’unica altra cosa che mi venne in mente. Divenni una ribelle. Contro le più grandi, certo. Come fanno anche i ragazzi umani contro i loro genitori quando cominciano a crescere, vero? Ma soprattutto mi ribellai… a me stessa e a tutto quello che rappresentavo. Per la prima volta realizzavo quanto la nostra società fosse egoista… noiosa… bloccata… rinchiusa in se stessa e incapace di provare empatia per chiunque. Avevano cercato di bloccare anche i miei maldestri tentativi di creatività, in passato. Perché ognuna doveva essere solo quello che ci si aspettava da lei, e nient’altro. Mai. Essere diverse era peggio che sconveniente, era praticamente un crimine.

Be’, chi l’aveva detto?

Non volevo che nessuno si facesse male. Speravo soltanto che se le avessi spaventate abbastanza, se avessi reso proseguire l’operazione più difficile e costoso che abbandonarla, alla fine avrebbero deciso di arrendersi e lasciare in pace la Terra. La mia… cara, cara compagna… non capiva del tutto le mie ragioni, perché non provava la mia stessa simpatia per questo mondo e i suoi abitanti… ma decise lo stesso di mettersi nei guai a sua volta. Per me.

E poi ne trovai altre… che non erano d’accordo con i capi, che condividevano il mio punto di vista, che si sentivano troppo diverse per rimanere, per un motivo o per l’altro… e prima che me ne accorgessi, avevo messo insieme un esercito. Oh, quante eravamo! E tutte guardavano a me come a un capo. Si fidavano di me incondizionatamente, perché io ero stata la prima a credere in loro. Ero diventata quel che avevo sempre sognato, e combattere contro l’ordine costituito era così… elettrizzante! Se avessi saputo allora che cos’era un romanzo, avrei detto che mi sentivo proprio come la protagonista di uno di quelli. Alla fine ce l’avremmo fatta. Avremmo vinto. La Terra sarebbe stata libera. Ancor meglio, avrei fatto capire alle altre dove avevamo sempre sbagliato! Mi avrebbero dato ragione, avremmo cambiato modo di vivere e tutti sarebbero stati felici. Non poteva finire male in alcun modo, giusto?

Be’, la risposta la sai già. E hai già capito anche perché andò tutto storto, vero?

Ancora una volta, avevo pensato che fosse tutto un gioco. Avevo sottovalutato la testardaggine… l’orgoglio… delle altre. Non potevano accettare assolutamente di essere sconfitte da delle semplici sottoposte insubordinate, macchiando indelebilmente il loro onore. Più noi sabotavamo gli impianti, più forze inviavano a ripararli e a darci la caccia… con sempre maggior violenza. Non ci misero molto a dare ordine di distruggerci definitivamente. Non mi ero mai resa conto che per loro le vite dei propri soldati contassero tanto poco. Fu terribile scoprirlo. E anche dalla mia parte… qualcuna cominciava a dire che sarebbe stato giusto, per difenderci, distruggere definitivamente loro…

E quindi anche me… che, in fondo, ero ancora una di loro…

Che avevo fatto? La situazione mi stava sfuggendo di mano. Era diventata più grande di me. In tante si stavano facendo del male, stavano morendo… a causa mia. E comunque le nostre battaglie alteravano e danneggiavano pesantemente lo stesso pianeta che stavo cercando di salvare. Se fosse continuata ancora per molto, avremmo perso tutti. Capi, ribelli e terrestri. Dovevo farla finire.

E lo feci con un gesto ancora una volta infantile e teatrale, senza rendermi conto delle conseguenze. Inscenai la mia morte.

Pensai che… se le altre avessero pensato di poter essere uccise… si sarebbero spaventate abbastanza da andarsene una volta per tutte. E in questo modo io avrei potuto smetterla con la mia doppia vita ed essere soltanto quella che desideravo essere, e rimanere qui per sempre. In fin dei conti non mi avevano mai voluto veramente bene, altrimenti non mi avrebbero trattata così. Non volevo più avere niente a che fare con loro. Mi sarei lasciata tutto alle spalle definitivamente.

Feci in modo che avvenisse davanti a tutti, in modo che nessuno potesse dubitarne. Congedai tutte le guardie, perché nessuno potesse ostacolare la mia “assassina” quando fosse arrivata e poi fuggita. Creai schegge di pietra inanimate che potessero essere scambiate per i miei resti. E mi assicurai anche di lanciare un bell’urlo al momento cruciale. Dopodiché… la libertà. E senza colpo ferire. Un piano perfetto.

Sì… certo.

Tutto quel che mi era successo… non mi aveva insegnato proprio niente. Continuavo a non capire niente, come la bambina che ero.

A parte il dolore che avevo causato… alla mia amica… che aveva dovuto uccidermi seppure per finta…

…non avevo pensato… che le mie sorelle potessero amarmi davvero… al punto da perdere completamente la ragione. E punirci scatenando la propria ira come mai prima. Distruggendo ogni cosa. Riuscii a proteggere solo le mie due luogotenenti, che per puro caso erano accanto a me in quel momento. Tutte le altre… sia le alleate, sia le nemiche che non erano riuscite ad evacuare in tempo… subirono qualcosa di forse peggio della morte. E anche il pianeta subì danni permanenti.

Non so perché non riuscirono ad annientarlo completamente, com’era loro intenzione. Forse perché c’ero io, e in qualche modo il mio scudo aveva filtrato i raggi annichilatori. O forse perché in quel momento non si controllavano. Ma questo non rendeva meno grave l’accaduto.

Fu colpa mia. Solo colpa mia. E ho portato addosso il peso di questa colpa fino ad oggi.

Capisci perché non te ne avevo parlato? Non volevo scaricarlo su di te.

Col risultato… che poi hai dovuto sobbarcartelo lo stesso… e senza essere preparato.

Bella perfezione la mia, vero?


E così eravamo rimaste sole. Noi tre… in un mondo sfigurato… a cercare di raccoglierne i pezzi.

Cercammo di ricostruire. Di rimediare a ciò che noi e le nostre avversarie avevamo causato, come meglio potevamo. Gli interventi subiti dal suolo avevano lasciato dei depositi residui di materiale cristallino inanimato… quelle che poi i terrestri trovarono e chiamarono miniere di pietre preziose. A noi faceva ribrezzo vedervi adornati con esse, perché erano come parti del corpo di quelle che sarebbero potute essere altre come noi…

I campi di battaglia dove ci eravamo scontrate erano in molti casi troppo alterati o rovinati per recuperarli. Ci assicurammo di isolarli perché nessun indigeno ne venisse danneggiato, e di ispezionarli ogni tanto in caso di guai. Controllavamo periodicamente se ci fossero piattaforme di teletrasporto ancora in funzione, e in quel caso le tenevamo sotto controllo per non avere brutte sorprese. Avremmo dovuto distruggerle tutte per sicurezza, ma erano il nostro unico mezzo di viaggiare per il mondo rapidamente… e almeno una di noi aveva un’inconfessata nostalgia di casa che glielo avrebbe comunque impedito.

Rinvenimmo una trovatella emersa nel modo sbagliato in uno dei luoghi di nascita abbandonati, e la adottammo felici che ci fosse almeno un’altra di noi ancora integra su questo pianeta. Le mie vecchie cose… cioè, la nave stellare e il mezzo di trasporto dell’antica tiranna… rimasero abbandonati. Li visitavo di rado, all’insaputa delle altre, e solo per usarli come magazzini, lasciandoci roba troppo privata o troppo pericolosa perché loro la vedessero.

Ormai l’avrai capito da un pezzo: i nascondigli segreti sono un altro mio pessimo vizio.

E poi c’erano… le nostre vecchie amiche e nemiche ferite in battaglia. Irriconoscibili, ridotte a uno stato pietoso, bestiale, senza più altro che l’istinto di combattere e distruggere. E un’indicibile sofferenza.

Non potevamo lasciarle così. Anche loro erano una nostra… una mia responsabilità. Cominciammo a catturarle sistematicamente per poi ibernarle, in modo che non facessero del male a se stesse o ad altri… e almeno così non soffrivano più. Provai diverse volte in segreto a curarle, ma senza grandi risultati. I danni erano troppo estesi. I miei poteri non erano sufficienti. Forse, se fossimo state tutte e quattro insieme…

Avrei potuto chiamare la mia famiglia. Dir loro la verità e pregarle di aiutarmi a disfare ciò che avevo causato. Lasciare che mi riportassero indietro in cambio della salvezza di tutte quelle povere creature. Ma non lo feci. In parte perché non volevo che le mie compagne ignare sapessero chi ero veramente… vedere la delusione e lo sdegno nei loro occhi. In parte, ormai amavo troppo la Terra per pensare di andarmene, e non avevo abbandonato la speranza di riuscire un giorno a guarire le malate da sola. Ma soprattutto… non credevo che avrei mai potuto far cambiare idea alle mie sorelle. Sicuramente non mi avrebbero ascoltato, ancora una volta. Non si sarebbero prese il fastidio di occuparsi di una cosa tanto insignificante come poche migliaia di servitrici difettose, neanche per me.

Se le hai conosciute, sai di cosa parlo. E se hai provato a discutere con loro… e se sei riuscito a convincerle, là dove io certamente non ce l’avrei fatta… allora tutto questo dolore, tutti i miei sforzi e le mie lacrime hanno avuto un senso. Ed è la miglior prova che farti nascere è stata l’unica decisione veramente giusta che ho preso in vita mia.

Perché tu sei migliore di me. Tu sei quello che io avrei sempre desiderato essere e non ho potuto. E sei anche… ciò che le mie amiche vedevano in me, ma io non sono mai stata davvero.


E così passammo i millenni seguenti ad esplorare il mondo. Riparando I danni dove serviva, stando in guardia contro un eventuale ritorno delle nostre simili, e aiutando gli umani ad evolversi ed espandersi senza farsi troppo male. Per fare ammenda dell’accaduto, giurammo che avremmo sempre difeso questo pianeta ad ogni costo. Anche perché ormai era casa nostra. E l’unico posto in cui potessimo essere libere. Essere noi stesse.

Buffo da dire, per una che nascondeva continuamente chi era.

Ci voleva tempo per sistemare le cose… almeno una buona parte… visto che eravamo solo noi quattro. Poco prima che arrivassi tu, eravamo ancora in alto mare. Ma lavorammo con buona volontà. Ci prendevamo cura degli umani ogni volta che potevamo, guidandoli lontano dai pericoli, proteggendoli, insegnando loro cose. O anche imparando qualcosa da loro, a volte.

E nei ritagli di tempo… vivevamo. Ci godevamo la pace e la libertà che seppur a così caro prezzo ci eravamo conquistate. Alla fine, era ciò che le nostre compagne cadute avrebbero voluto. E ci sembrava il modo più giusto per onorare la loro memoria e ciò che avevano fatto per noi. Ci costruimmo una casa in un posto che ci era piaciuto più degli altri, dove era andato a vivere uno degli umani che avevamo aiutato. A volte ci restavamo tutte insieme, altre volte ci separavamo, esplorando ognuna per conto proprio le meraviglie del pianeta. Che sembravano non avere fine. Albe, tramonti. Il mare che va e viene. Esseri che devono alimentarsi con materiali esterni per sopravvivere, rinnovando periodicamente la materia di cui sono fatti. Che hanno una riserva limitata di energie e rischiano di morire se non si ricaricano dopo averle consumate. Che cominciano la loro vita piccoli e poi diventano grandi, cambiando personalità e aspetto in modi imprevedibili… Non riuscivo a venire a capo di una cosa tanto straordinaria.

Facemmo anche diversi esperimenti. E così finii per scoprire casualmente che i miei poteri funzionavano anche sulle creature organiche. Forse noi e queste forme di vita eravamo più simili di quanto avessi pensato (e per fortuna, altrimenti tu non saresti qui oggi). Riuscii ad ottenere molti risultati sorprendenti, utilizzandoli in modi che non avrei creduto possibili prima. Col tempo, sia io che le altre ritrovammo la serenità. Direi quasi che giungemmo ad essere veramente felici qui, con la possibilità di fare le nostre scelte, di prendere la direzione che più ci piaceva e diventare tutto ciò che volevamo.

E il mondo, rapidamente, ci cambiava intorno. Incredibile come i terrestri variavano il loro modo di parlare, di pensare, le fogge dei loro abiti, in quello che per noi era un battito di ciglia. Prima ancora che ce ne accorgessimo, avevano creato una specie di rozza civiltà… certo, lontana anni luce dalla nostra tecnologia e sofisticazione, ma più che notevole considerato il poco tempo che ci avevano messo. Certo, avevano commesso diversi errori, ma ogni volta prima o poi erano riusciti a superarli. La cosa mi faceva pensare di aver avuto ragione a difenderli. A volte restavamo indietro nelle nostre interazioni con loro… almeno, quelle di noi che vi erano interessate. Qualcun’altra non riusciva a capirci niente ed era contenta così, almeno per il momento.

Io, naturalmente, ero la più curiosa di tutte. Avrei potuto passare decenni di seguito a studiarli. A far loro domande ed entusiasmarmi per le risposte, ad osservare il loro comportamento e restare perplessa di fronte a tutto ciò che non riuscivo a spiegarmi. A cercare di capire come fossero fatti… e a sorprendermi e divertirmi con loro. Sapevano fare delle cose così strane per divertirsi. Oh, sì, a volte m’incapricciavo anche di qualcuno. Dopotutto erano così carini. Per qualche motivo preferivo quelli che venivano definiti come “maschi”.

Mi spiace se questo ti turba. Ma trovavo tutto nuovo, allora, e mi sembrava naturale esplorare… anche questo aspetto della vita. Non mi passava neanche per la testa, allora, di provocare la gelosia di chi mi era più vicina. Perché avrei dovuto? Non facevo male a nessuno. Me ne portavo uno a casa e me lo tenevo per un po’... poi, di solito, lui o io ci stancavamo e ognuno andava per la sua strada. In fondo, eravamo troppo diversi e le loro vite erano così brevi. Era solo bello…

giocare insieme. Per me era solo l’ennesimo gioco.

Te ne sarai accorto senz’altro. Credevamo di conoscere ormai tanto bene il modo in cui funzionavano le cose qui. Pensavamo di sapere tutto sugli umani, di essere diventate delle esperte. Ma c’erano ancora tante di quelle cose che non sapevamo. Perché alla fine le nostre interazioni col mondo erano… soltanto superficiali. Dare una mano. Scambiare qualche parola. Compiere qualche attività che serviva, dopotutto, più che altro a gratificarci. Ma fondamentalmente, restavamo isolate. Separate da loro. Bastavamo a noi stesse. Non riuscivamo a comprendere davvero. Eravamo ancora troppo prigioniere della nostra mentalità di prima, senza neanche rendercene conto…

Finché non incontrai tuo padre.


Una persona comune, un tipo come tanti. Forse quello che alcuni di voi definirebbero un “fallito”, non è vero? Una volta lui ha usato questa parola per riferirsi a se stesso e io mi sono fatta spiegare cosa volesse dire. Mi ha stupito. Per noi distinzioni del genere tra umani non avevano mai avuto alcun senso. Anche se, a pensarci, non sono così diverse da quelle che avevamo noi sul nostro mondo, vero?

Ma lui non è un fallito. Né una persona comune. Nessuno lo è. E lui, per me, è il più speciale, il più incredibile di tutti gli umani che abbia mai incontrato. Se un giorno entrambi i nostri pianeti si salveranno, sarà stato soltanto per merito suo.

Perché grazie a lui tu sei venuto al mondo. E perché ti ha cresciuto come sapevo che avrebbe fatto.


Tutto dovrebbe crescere, tutto dovrebbe cambiare. E agli umani viene naturale… a noi no. Non riuscivamo ad essere come loro, ad entrare davvero in contatto con loro. Nonostante i millenni che avevamo passato qui, non eravamo mai davvero maturate. Soprattutto io. Era la cosa che desideravo di più, ma conoscere lui mi fece capire che non era così.

La sua vita era così breve. Ogni momento di essa era prezioso. Aveva deciso di spenderla perseguendo con tutto se stesso i propri sogni. E a prescindere dal risultato, fu proprio questo ad attrarmi tanto di lui all’inizio.

Ma non c’era solo ridere insieme. Non c’era solo giocare insieme, stavolta. Né solo imparare una o due cose nuove, come cantare o suonare uno strumento. Stavolta era tutto diverso. Sarebbe stato tutto diverso.

Perché lui… era stato disposto a entrare nel nostro mondo. Si era impegnato caparbiamente a comprendere quello che eravamo, il modo in cui pensavamo, malgrado le nostre differenze. Voleva davvero colmare l’abisso che c’era fra noi… di anni luce, di esperienze indescrivibili, perfino di regno naturale. Fino a tentare di diventare tutt’uno con me… e a riuscirci… in un modo completamente diverso dal nostro, ma migliore. Perché avrebbe dovuto cimentarsi in un’impresa simile?

Era ovvio, per lui. Perché mi amava.

Me lo disse con una semplicità che mi sbalordì una volta di più. Io… per la prima volta… mi chiesi se avessi mai veramente capito che cosa fosse l’amore, in precedenza.

Probabilmente, visto ciò che ho combinato a tutti quelli che mi hanno voluto bene, no.

Lui rinunciò al suo sogno. Smise di andare in giro a cantare per conquistarsi la fama un pezzetto alla volta. Smise di vedere se stesso come una cometa e rimase con me nell’angolo di mondo che mi ero scelta. Accettò un lavoro normale, che qualcuno avrebbe definito perfino umiliante. Perché doveva limitare se stesso in quel modo? E ancora una volta la sua risposta mi aprì gli occhi.

Bisogna fare una scelta prima o poi, disse. Per avere quello che si desidera davvero, a volte bisogna rinunciare a qualcos’altro. Ma non vuol dire limitarsi. Vuol dire solo prendere liberamente una decisione. Prima o poi bisogna decidere se crescere… o rimanere bambini tutta  la vita.

Lui aveva deciso di cambiare per me.

E io… io cos’avevo fatto?

Io… ero mai cambiata veramente? Ero mai cresciuta? Alla fine, non avevo sempre seguito solo i miei impulsi, fatto quello che mi piaceva? E non eravamo tutte finite nei guai per questo?

E le altre? Avevo forse permesso loro di crescere? Non parlavamo d’altro all’inizio, ma in che modo eravamo davvero cambiate in tutta quell’avventura?

Forse era proprio la mia presenza a tenerle bloccate. Il modo in cui continuavano ad appoggiarsi a me, a seguirmi ciecamente senza contare sulle proprie capacità. Senza superare gli ostacoli da sole. Le avevo trattate… come bambole… come la mia vecchia bambola di un tempo.

E io… in tutti quei secoli… ero rimasta sempre la stessa bambina.

Non era questo che volevo. Finalmente lo avevo capito. Non era questione di combattere una guerra, essere rispettata, fare il capo. Si diventa adulti… superando i propri limiti. Affrontando i problemi. Soffrendo anche se serve, ma andando avanti.

Ma… ero in grado di farlo?

E dovetti accettare che, quasi sicuramente, la risposta era no.

Non importava quanto puntassi i piedi e quante soluzioni drammatiche trovassi.

Finalmente… finalmente, per la prima volta nella mia lunghissima vita, cominciavo a mettermi in discussione. Ad avere dei dubbi sulle mie scelte. Cominciavo a cambiare il mio punto di vista. Faceva male. Ed ero grata che facesse male.

Quanto tempo… quanto tempo avevo perso, proprio mentre credevo di compiere grandi imprese.

Ma ero esistita troppo a lungo. Avevo troppi ricordi. Ero riuscita a fare qualche piccolo, timido passo avanti, ma era un nulla. Soltanto un inizio. Non potevo ricominciare da capo, lasciarmi tutto alle spalle solo cambiando nome e volto, come avevo creduto decidendo di restare qui. Cambiare dentro è molto, molto più difficile. Le altre, più giovani e flessibili di me… forse avrebbero potuto. Ma non senza qualcuno che indicasse loro la via. E non finché io continuavo a tenerle nella mia ombra.

Se avessi capito tutto questo prima… se avessi affrontato le cose in modo diverso… forse avrei potuto evitare la strage, la distruzione. Avrei potuto… salvare veramente tutti. Sia i terrestri che le mie simili… salvarle da se stesse, dalla loro immutabile perfezione e superiorità. Avrei potuto aiutare anche gli abitanti dei tanti mondi che erano già stati schiavizzati da loro. Saremmo potuti davvero essere… tutti felici, tutti amici… come in una favola.

Se io fossi riuscita a crescere. Ma crescere… è una cosa che fanno gli umani.

E io non potevo diventare umana.

Almeno non… restando me stessa…


Già. E così eccoci qui.

Ora starai pensando che questo è il motivo per cui ti ho messo al mondo. Per fare di te l’anello di congiunzione tra due specie che io non potevo essere. Perché tu diventassi la guida delle mie compagne, e la chiave della loro maturazione. E perché, infine, compissi ciò che avevo lasciato in sospeso, e fossi il salvatore di migliaia di mondi.

Ma non è così. Te lo giuro. Io… volevo semplicemente che tu avessi l’occasione di fare la cosa più importante che io non ero riuscita a fare.

Imparare.

Sbagliare.

Scegliere la tua strada. Diventare grande, a modo tuo.

Amare. Per davvero. Come io non ho mai potuto. Se non, forse, nei miei ultimi anni…

Perché una di noi… una parte almeno di me… potesse essere umana. E sperimentare tutto ciò che provano di tragico e di stupendo gli esseri umani. La loro sofferenza, la loro lotta, la loro nobiltà.

Volevo… che tu vivessi.

Forse questo è stato il mio unico atto del tutto altruistico.

O forse no. Perché so che ancora una volta, la mia decisione ha fatto soffrire coloro che mi amavano, e che saranno a lungo stati smarriti senza di me. Tuo padre per primo… gli ho scaricato addosso tutta la responsabilità di allevarti subito dopo avermi perso… bel modo di ringraziarlo dopo ciò che ha fatto per me.

E lei… le altre…

Chiedi loro perdono da parte mia. Abbi cura di loro. Io non volevo fare del male…

Eh eh… ecco che ti sto chiedendo di fare un’altra cosa per me. E dopo averti buttato allo sbaraglio nel mondo senza spiegarti nulla, senza lasciarti nulla che potesse esserti di aiuto in ciò che avresti dovuto scoprire ed affrontare.

Dopotutto sono rimasta una bambina fino alla fine, vero?

Non sono neanche la metà di quello che pensavate di me.

Ma tu… tu potrai esserlo. Se vorrai. E potrai essere anche molto di più. Essere qualunque cosa. Potrai crearti da solo il tuo destino. Perché il tuo potere più importante non l’hai ereditato da me.

In fondo, è quello che vuole ogni genitore. Che i propri figli… siano meglio di ciò che è.

E io sarò sempre lì con te. A partecipare delle tue vittorie grandi e piccole. Delle tue decisioni. Delle tue peripezie. Delle tue meravigliose scoperte. Dell’amore che tu porterai nel mondo. Potrò crescere, finalmente… nell’unico modo che per me è possibile. Attraverso di te.

Ma tu sii sempre te stesso. Fai le tue scelte pensando a ciò che tu desideri. Diventa adulto nel modo che preferisci, mettendoci tutto il tempo che vuoi. Sbaglia. Esplora. Fatti degli amici. Ama. Cerca. Scopri. Piangi. Ridi.

Vivi.

Questo è ciò che più di tutto mi renderà felice.

E se puoi, perdonami per il pasticcio in cui ti ho cacciato… o se non puoi, non farlo. Superami e vai avanti. La decisione è solo tua, e questa è la cosa più bella.

Addio, amore mio.


(E sì… ho fatto un’altra versione anche di questa videocassetta nel caso tu sia una femminuccia!)


If I could begin to be

Half of what you think of me

I could do about anything

I could even learn how to love


When I see the way you act

Wondering when I´m coming back

I could do about anything

I could even learn how to love like you

Love like you


I always thought I might be bad

Now I´m sure that it´s true

´Cause I think you´re so good

And I´m nothing like you


Look at you go

I just adore you

I wish that I knew

What makes you think I´m so special


If I could begin to do

Something that does right by you

I would do about anything

I would even learn how to love


When I see the way you look

Shaken by how long it took

I could do about anything

I could even learn how to love like you


Love like you

Love me like you

     


                     





E' possibile inserire un nuovo commento solo dopo aver effettuato il Login al sito.