FanFiction City Hunter | Il mistero del Majesty di Naco_chan | FanFiction Zone

 

  Il mistero del Majesty

         

 

  

  

  

  

Il mistero del Majesty   (Letta 1798 volte)

di Naco_chan 

8 capitoli (conclusa) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaCity Hunter

Genere:

Mistero - Romantico - Commedia

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Ryo Saeba - Kaori Makimura

Coppie:

Ryo Saeba/Kaori Makimura (Tipo di coppia «Het»)

 

 

              

  


  

 Un incarico da cento milioni di yen 

Sono passate due settimane dal matrimonio di Miki e Umibozu e la situazione tra Ryo e Kaori pare addirittura peggiorata. Perché? Cosa è successo? A complicare il tutto, ai nostri amici viene proposto un incarico che non possono assolutamente rifiutare…


  


V
Kumiko Sagara

Kaori spalancò con violenza la porta della stanza che condivideva con Ryo e si guardò intorno, furente.
Quel dannato cretino, dove aveva messo il materiale che Saeko gli aveva portato? Di sicuro non poteva averlo lasciato in bella vista: se qualcuno fosse entrato nella camera e avesse visto quelle carte avrebbe potuto farsi delle domande. Quindi, doveva averlo per forza nascosto da qualche parte.
Frugò sia nei propri bagagli che in quelli di Ryo, ma non trovò nulla; provò persino nella cassaforte che l’albergo metteva a disposizione, ma non ebbe fortuna.
«Dove diavolo è?» urlò a nessuno in particolare, la frustrazione che cresceva sempre di più dentro di lei.
«Si può sapere che hai da strillare così?»
Kaori sobbalzò e si voltò di scatto: Ryo se ne stava sulla soglia, la chiave con cui aveva aperto ancora nella mano destra. Quando era entrato? Non si era accorta di niente.
Si fissarono incerti per qualche minuto: tra quelle pareti, solo poche ore prima, si erano scontrati come non avevano mai fatto in tanti anni di convivenza. Le parole che si erano detti aleggiavano ancora nell’aria e rendevano l’atmosfera tesa ed elettrica. Sarebbe bastato pochissimo per far saltare il precario equilibrio su cui ormai il loro rapporto si reggeva e il volto di Kaori prometteva un’esplosione da cui difficilmente sarebbero sopravvissuti.
«Dov’è?» chiese infatti, senza tanti giri di parole.
Ryo la guardò perplesso. «Dov’è cosa?»
Se possibile, Kaori divenne ancora più truce e Ryo ebbe seriamente paura che questa volta l’avrebbe fatto fuori. «Il fascicolo. Quello che ti ha portato Saeko e di cui non mi hai parlato. Dov’è?»
Un lampo di consapevolezza attraversò lo sweeper e Kaori ebbe la certezza che, finalmente, avesse compreso di che cosa stava parlando. Tuttavia, la sua espressione non cambiò; con estrema lentezza, appoggiò la chiave sul comodino e solo dopo le dedicò la propria attenzione.
«È in reception. Saeko non poteva rischiare di farsi scoprire dandomelo direttamente, ti pare? Quindi l’ha fatto lasciare lì. Solo che, dopo tutto quello che è successo, ho scordato di recuperarlo», ammise.
«Perché non mi hai detto niente? Anche io ho diritto di accedere alle stesse informazioni che hai tu, o mi sbaglio? Che c’è, hai paura che risolva questo caso prima di te?»
«Non c’è bisogno di scaldarsi tanto. Me ne sono dimenticato, tutto qui».
«Ti sei dimenticato anche di questo?» il suo tono era ironico e tagliente. «Complimenti per il tuo atteggiamento professionale!»
«Il mio? E tu, allora? Non riesci neanche a parlare con un sospettato senza rivelargli tutto! Anche tu sei stata molto professionale, noto».
«Stai diventando noioso, lo sai? Non fai altro che mettere in mezzo Moriyama. Se non ti conoscessi, penserei quasi che sei geloso».
Kaori si pentì di quello che aveva detto ancor prima che tutta la frase fosse uscita dalle sue labbra. Perché, se fino ad allora avevano litigato solo per questioni riguardanti il caso, con quelle ultime parole si era spostata sul terreno, molto più spinoso, della loro vita privata. E quello era un tema che era meglio non affrontare. Non ancora. E, di sicuro, non in quel momento.
Non aspettò neanche che Ryo le rispondesse - anche se poteva immaginare benissimo cosa le avrebbe detto, e non aveva proprio voglia di sentirsi offendere per l´ennesima volta - e, senza guardarlo in faccia, lo scartò, recuperò la chiave che lui aveva appena posato sul comodino e «Vado a prendere il fascicolo» lo informò.
Come aveva immaginato, lui non replicò né provò a seguirla.


Al suo ritorno, la stanza era vuota. Non che si fosse aspettata di trovare Ryo pronto a chiarirsi, ma lo stesso la sua assenza le fece male.
Ci aveva messo un sacco di tempo a ritrovare quel che cercava. Il receptionist - Takeshi Tomoaki, secondo la documentazione che Kataoka aveva fornito loro, un ragazzo sui venticinque anni che lavorava lì da qualche mese - si ricordava del tizio che aveva portato il pacco per il signor Kamiya da parte di “un amico che augurava alla coppia un piacevole soggiorno”, come annunciava il biglietto che accompagnava la confezione - scritto di sicuro da Mick, almeno tenendo conto della faccina ammiccante che vi era disegnata sopra -, tuttavia non era riuscito a trovarlo subito.
Nonostante fosse sicuro di averlo messo da parte in modo da consegnarlo ai coniugi il prima possibile, il ragazzo fu costretto a spiegare a Kaori, non senza una dose di imbarazzo, che la consegna era stata inserita per errore tra i pacchi che non erano stati ritirati e, quindi, portati in deposito; per questo motivo, avrebbe dovuto attendere qualche minuto prima di entrare in possesso del plico.
Quando finalmente gliel’aveva consegnato, il poveretto si era prodigato in mille scuse che Kaori aveva sentito senza ascoltarle davvero, ancora troppo sconvolta per l’ennesimo scontro avuto con Ryo.
Tuttavia, l’attesa le era servita per calmarsi un po’ perciò, quando si trovò ancora una volta sola in quella camera che avrebbe dovuto essere testimone di un amore, ma che forse stava assistendo alla fine del loro rapporto, scosse soltanto la testa e si concentrò subito sul lavoro.
A parte il biglietto allusivo che serviva da depistaggio, il pacco non conteneva altre sorprese, ma solo una serie di documenti dedicati agli incidenti avvenuti e a chi ne era stato vittima.
In un primo momento, Kaori si chiese perché quelle carte non fossero giunte nelle loro mani prima che si imbarcassero in quell’avventura, come era accaduto con il dossier dei dipendenti; man mano che leggeva, però, si rese conto che erano dati assolutamente inutili: la foto del serpente che aveva spaventato Hondo-san - una piccola biscia che pareva più terrorizzata della donna -; il rapporto dei danni causati da un guasto a uno dei generatori, che aveva tenuto al buio l’hotel per un paio di giorni, con conseguenti disservizi; il referto del pronto soccorso di uno dei camerieri che si era tagliato con un coltello molto appuntito trovato tra la biancheria, e altri reperti di poco conto. Le lettere ricevute dal direttore, invece, non c’erano: secondo una nota scritta dalla stessa Reika, pareva che l’uomo le avesse distrutte tutte ma, a quanto le aveva detto, erano per lo più commenti negativi sul resort con alcune velate minacce che però non avevano mai fatto presagire nulla di estremo.
Più interessanti per Kaori risultarono invece i profili degli ospiti del resort che avevano subito gli incidenti: a quanto pareva, oltre a Yukie Hondo, altre due persone avevano avuto dei problemi nei giorni che avevano preceduto il loro arrivo: un tale Yusuke Matsumoto, che aveva trovato una ciocca di capelli nella propria zuppa e Tomoaki Hirata che aveva denunciato il furto dei gioielli della moglie, ritrovati poi abbandonati nei pressi del laghetto artificiale.
L’attenzione di Kaori si focalizzò su due fattori: innanzi tutto, notò subito che Yusuke Matsumoto era scapolo, elemento che faceva crollare la teoria secondo cui il sabotatore colpisse solo persone sposate; la seconda cosa che attirò la sua attenzione - e che le strappò un gridolino di soddisfazione - fu che, come aveva sospettato, tutte le vittime erano clienti abituali del Majesty.
Quindi, il sabotatore era davvero una persona che, per un motivo ancora da chiarire, voleva screditare il resort - o qualcuno legato ad esso - colpendo i suoi clienti migliori! Kaori dubitava che la vittima designata fosse il signor Kataoka: l’uomo aveva così tanti alberghi, perché intestardirsi proprio con quello? Che lo fosse il signor Hisashi? Ma allora perché prendersela con l’intera struttura e non colpire solo lui?
No, si corresse. Non con tutta la struttura. Gli incidenti erano avvenuti tutti nell’hotel o nelle immediate vicinanze. Perché? C’era una ragione precisa oppure era solo un caso? Forse il colpevole era un dipendente che non poteva allontanarsi dal posto di lavoro o forse non conosceva abbastanza bene l’intero resort e per questo aveva colpito nei luoghi a lui più familiari. O forse, voleva mandare un messaggio a cui nessuno aveva prestato ascolto. E se fosse successo qualcosa proprio in quell’hotel, qualcosa che aveva aizzato il sabotatore?
La mente di Kaori corse rapida verso quello che le aveva raccontato Ryo il giorno precedente, a proposito dell’ex segretaria che era stata licenziata un anno prima e su cui aveva chiesto a Saeko di indagare. E se Ryo avesse avuto ragione? Sì, ma perché la donna o chi per lei avrebbe dovuto attendere così tanto tempo per vendicarsi? Per non far ricadere la colpa su di sé?
Scorse in fretta il resto del materiale e trovò il documento che Ryo aveva richiesto: la ragazza si chiamava Kumiko Sagara, aveva ventitré anni ed era rimasta orfana di madre quando aveva poco più di sette anni; cinque anni prima, anche suo padre era morto in un incidente d’auto ed era rimasta completamente sola. Secondo il rapporto, aveva iniziato a lavorare nella struttura poco più che diciannovenne, ma si era improvvisamente licenziata il 21 maggio dell’anno precedente. Il foglio era corredato da un altro, scritto di proprio pugno da Saeko nel quale la donna specificava che, secondo lei, c’era qualcosa di strano in quella storia: pareva infatti che Kumiko fosse andata alla polizia per sporgere una denuncia proprio quel giorno, ma che alla fine avesse cambiato idea. A quanto aveva raccontato l’uomo che avrebbe dovuto accogliere la deposizione della donna, la ragazza gli era parsa piuttosto scossa e si era subito offerto di procurarle un bicchiere d’acqua. Tuttavia quando era tornato, l’aveva vista allontanarsi in un’auto scura.
Kaori guardò la foto della ragazza e capì all’istante perché era rimasta tanto impressa al poliziotto. Kumiko Sagara era una di quelle bellezze eteree, che ti fanno credere negli angeli anche se non hai mai messo piede in una chiesa: aveva il volto pulito di una bambina, gli occhi grandi e fiduciosi verso il mondo e una bocca piccola e piena; una bambola di porcella bella, ma tanto fragile, che potrebbe rompersi al solo toccarla.
Secondo alcune voci che circolavano nell’hotel, era stato il signor Hisashi a provarci in modo insistente con lei e, dall’immagine acqua e sapone che trapelava dalla foto, Kaori ci credeva: non le sembrava assolutamente il tipo che cerca di portarsi a letto il proprio capo pur di far carriera. Tra l’altro, questa ipotesi avrebbe spiegato il fatto che fosse corsa dalla polizia in stato di shock; quello che non riusciva a spiegarsi, invece, era il perché alla fine avesse deciso di non denunciare più Hisashi. Vergogna? Paura?
Le sarebbe davvero piaciuto parlare con lei per saperne di più ma, a quanto pareva, il suo appartamento era stato già affittato a qualcun altro e la donna era irreperibile.
Però…
Anche se non aveva la possibilità di incontrare Kumiko Sagara, c’era comunque un’altra strada che poteva percorrere per ottenere ulteriori altre informazioni sulla donna. Certo, poteva essere un buco nell’acqua, ma doveva provarci lo stesso.

**

Il ristorante era ancora vuoto quando Ryo decise di mangiare un boccone. Non che avesse davvero fame: il pomeriggio era stato psicologicamente distruttivo, ma sapeva che per ragionare in modo lucido aveva bisogno di carburante. E anche di una bella dormita, visto che la notte precedente non aveva quasi chiuso occhio.
Il ricordo delle ore trascorse abbracciato a Kaori gli stuzzicò qualcosa che avrebbe preferito rimanesse dormiente, perciò decise di concentrarsi sul cibo piuttosto che pensare a ciò che non doveva. Non che questo riuscì a distrarlo, ovviamente: in quel posto, ovunque girasse lo sguardo, c’erano coppie. Alcune, giovani e innamorate, si coccolavano e si sussurravano parole dolci, mentre altre, più mature e meno disposte a mostrare a tutti l’affetto che li legava, parlottavano semplicemente tra loro, ma l’amore che provavano l’uno per l’altro si avvertiva lo stesso dal modo in cui si guardavano o toccavano, anche solo per caso.
Reika e Saeko non avevano voluto soltanto prenderli in giro, quando li avevano costretti a far finta di essere una coppia sposata: era vero che quel posto pullulava di dolci sposini.
Provò a immaginare lui e Kaori nei panni di una di quelle coppie felici e il solo pensiero gli fece male.
Eppure, era così facile trovarsi dall’altra parte della barricata, e Umi e Miki gliel’avevano dimostrato. Bastava solo un piccolo sforzo da parte sua. E, invece, non ce la faceva proprio. Perché? Cosa c’era di sbagliato in lui?
Provò a ripetere la scusa che lo facesse per lei, ma si rendeva conto che ormai non reggeva più. Se davvero non l’avesse più voluta nel suo mondo, avrebbe trovato il modo di allontanarla già da tempo: modalità per sparire ce n’erano a bizzeffe, e lui le conosceva tutte; del resto, era arrivato in Giappone senza il passaporto o qualsiasi altro documento.
E adesso si presentava quel Moriyama: un medico - senza soldi, ma non è che lui le avesse mai offerto chissà che ricchezze - che andava in Africa a salvare i bambini. Una persona buona, che si dedicava al prossimo, l’uomo che forse ci voleva per una donna generosa come Kaori.
Se non fosse stato per il piccolo dettaglio che era il primo sospettato di un omicidio. Ma se fosse stato davvero innocente? Sarebbe davvero riuscito a lasciarla andare se lei avesse scelto Moriyama? Come aveva detto all’uomo, Kaori era una donna adulta e lui non avrebbe mai cercato di condizionare le sue decisioni. E allora perché non riusciva a fare a meno di trattarla male e di rinfacciarle la sua amicizia con quel tizio?
«Se non ti conoscessi, penserei quasi che sei geloso», gli aveva detto.
E invece lo era, maledizione. Sapeva che non aveva alcun diritto di esserlo. Eppure lo era.
«Kamiya-san?»
Ryo sollevò di scatto la testa e si ritrovò il signor Hisashi di fronte. Era così perso nei propri pensieri che non si era accorto dell’uomo che gli si avvicinava. Maledizione. Doveva ritrovare la sua concentrazione e il suo sangue freddo: dopotutto, c’era qualcuno che se ne andava in giro a far del male alle persone, che si trattasse di Moriyama o meno.
«Solo? E sua moglie?»
«Ha preferito restare in camera a riposare, scenderà più tardi» inventò. Non aveva idea di dove fosse ma, se la conosceva bene, era sicuramente nella loro stanza a dare un’occhiata ai documenti che aveva inviato Reika.
«Bene, bene. Prima l’ho incrociata e mi era parsa un po’ giù».
«Non si preoccupi, è solo un po’ di stanchezza», tagliò corto Ryo, irritato.
Quell’uomo non gli piaceva, come non gli piacevano quelle domande. Non aveva dimenticato le voci che aveva sentito su di lui, e se c’era una cosa che non poteva tollerare erano quelli che erano violenti con le donne e i bambini.
«Posso farle compagnia? Avrei dovuto cenare con Otome-san, ma pare che abbia avuto un impegno urgente».
Ryo sbuffò, ma lo stesso indicò ad Hisashi la sedia di fronte alla propria. Avrebbe preferito di gran lunga passare del tempo con la bella e algida segretaria per cercare di farla aprire un po’ piuttosto che con quel tizio, ma almeno poteva cercare di ricavare qualcosa di interessante da quella cena.
Dopo aver fatto cenno al cameriere e aver ordinato, il direttore si voltò verso di lui con fare sornione.
«Allora, come procedono le indagini? Sua moglie mi ha detto che avete accettato di indagare sulla morte di Fukuoka. Pensa davvero che si sia trattato di omicidio?»
Lui non era affatto convinto che lo fosse, lo poteva capire dalla sua espressione divertita.
«Beh», Ryo si versò un generoso bicchiere di vino e sorseggiò con calma la bevanda «come le avrà detto anche Kaori, siamo solo agli inizi: non abbiamo ancora molti indizi a nostra disposizione…»
«Indizi? Quindi, secondo lei, Keiko-san potrebbe avere ragione?» domandò stupito.
«Non possiamo escluderlo a priori. D’altronde, potrebbe essersi trattato di un semplice malessere o di un incidente. Sapeva che il signor Fukuoka assumeva stimolanti?»
L’uomo parve sinceramene stupito da quella notizia. «No», rispose infatti «anche se, lo ammetto, la notizia non mi stupisce più di tanto: anche quando era in vacanza, Fukuoka-san non faceva altro che lavorare e più di una volta gli ho detto in modo bonario che non sapeva rilassarsi. Non mi stupisce che facesse uso di sostanze che, diciamo, lo aiutavano a mantenere quei ritmi. Pensa che possa aver abusato di medicinali?»
A quanto pare, la piccola abitudine di Fukuoka era un mistero per tutti. Chissà se sua moglie ne era a conoscenza.
«Potrebbe essere,» concesse «se non abbiamo i risultati dell’autopsia, non possiamo escludere nulla. Da quel poco che ho notato, chiacchierando con lui a cena ieri sera, mi è parso un uomo dal carattere un po’ particolare. Che lei sappia, aveva degli amici?»
Hisashi scoppiò a ridere: «Fukuoka? Oh no. Come penso avrà avuto modo di vedere anche lei, Fukuoka non era tipo da avere amici. Nemici molti, ma amici nessuno. Ma chi non ne ha, soprattutto col suo lavoro? Si dice in giro che l’unica persona che gli stesse a cuore era il Signor Denaro. Neanche sua moglie».
«Quindi il loro non era un’unione felice?» indagò. In quel momento gli tornò in mente la teoria di Kaori sui matrimoni di convenienza e non poté fare a meno di porgli quella domanda.
«Oh, al contrario: Keiko-san lo amava davvero molto, anche se non ho mai capito che cosa ci trovasse di interessante in uno come lui».
«Magari, anche lei è attratta dal signor Denaro…» buttò lì, ma Hisashi non abboccò. «Nah, è fuori strada: ha visto la sua reazione quando ha saputo del marito? No, Keiko-san è sempre stata innamoratissima di lui. Secondo me, è la tipica donna che riesce a trovare del buono in chiunque».
«E di suo fratello cosa mi dice?»
«Moriyama-san? Un bravo giovane, almeno da quel poco che so di lui. Certo, amante delle belle donne, ma a quanto ho sentito anche lei non le disdegna, eh?» L’uomo scoppiò di nuovo a ridere e si versò un bicchiere di vino. Ryo a stento si trattenne dal tirar fuori la pistola dalla fondina: non gli andava proprio di essere paragonato al bel dottorino. «Ma perché tutte queste domande su Moriyama e Keiko-san? Sospetta di uno di loro?»
L’uomo parve terrorizzato dalla possibilità.
«Beh, nel 90% degli omicidi il colpevole è sempre una persona vicina alla vittima…»
Ryo non poté fare a meno di gongolare vedendolo impallidire: così imparava a fare stupidi paragoni di dubbio gusto.
«Ma… ma… ci sono prove che la portano a pensare che…?»
Ancora qualche altro minuto e a quell’idiota sarebbe venuto un colpo. Decise che si era divertito abbastanza con lui. «No», ammise «stavamo sempre parlando in linea teorica, del resto».
«Ah. Sì, sì». A Hisashi scappò un sospiro di sollievo che non gli sfuggì e versò tutto il contenuto del bicchiere nella propria gola; Ryo sogghignò e si premiò con un altro po’ di vino.
«Lei sa davvero molte cose sui Fukuoka», notò.
«Beh, come stavo dicendo a sua moglie prima, i Fukuoka sono… erano clienti fissi della nostra struttura».
Oh. Quindi Kaori lo sapeva. E poi si lamentava che lui non condividesse le proprie informazioni. Non che avessero avuto molto tempo di parlare, quel giorno. E quando lo avevano fatto, le cose non erano finite molto bene. Forse quella cena non sarebbe stata una completa perdita di tempo, dopotutto. «Davvero?»
«Certo. E da qualche anno ormai» spiegò fiero.
«Quindi, visto che lo conosceva così bene» Ryo si spostò verso l’uomo, serio, «secondo lei, tra le persone che frequentano il resort chi avrebbe potuto volere la sua morte? Sempre nel caso si sia trattato di omicidio, s’intende».
Hisashi mise una mano sotto il mento, pensieroso. «Non saprei che dirle, davvero. Qui al Majesty era una persona molto rispettata. Solo una volta…»
«Sì?»
Hisashi si mosse sulla sedia piuttosto a disagio. «Beh, una volta ebbe uno scontro piuttosto violento con una nostra addetta alle pulizie perché, quel giorno, quando arrivò, la suite non era ancora pronta. Come lei penso abbia capito, Fukuoka era un uomo molto metodico e questo inconveniente lo infastidì parecchio. Minacciò di non mettere più piede al Majesty se non avessi fatto licenziare la cameriera, era fuori di sé dalla rabbia. Per fortuna, intervenne prontamente Sagara-san che riuscì a calmarlo. Ma questo incidente è accaduto oltre un anno fa, e da allora quella donna ha cambiato mansioni, non è possibile che…».
«Sagara-san? Chi sarebbe?» lo interruppe. Non ricordava di aver mai sentito quel nome prima di allora.
Hisashi, questa volta, sbuffò. «È stata la mia segretaria. Prima di Otome-san, intendo».
L’attenzione di Ryo, adesso, era tutta per l’uomo. Dunque era così che si chiamava la misteriosa segretaria di cui gli aveva parlato Saori.
«E come mai non lavora più qui?» domandò fingendosi sorpreso e al contempo curioso.
Un’espressione di autentico disgusto si dipinse sul suo volto. «Quella era solo un’arrivista, ecco cos’era. Pensi che mi accusò di aver tentato di metterle le mani addosso. Ovviamente era una sporca menzogna, fu lei che ci provò con me. Ma le pare? Io che metto le mani addosso a una ragazza che potrebbe essere mia figlia?»
«Certo che no», accondiscese Ryo.
Hisashi annuì con convinzione. «Per questo, fui costretto a licenziarla. Mi dispiacque, certo, ma non potevo fare altrimenti. Lei mi capisce, vero?»
«Certo», convenne, ormai perso nei propri pensieri.
L’idea che quello che era accaduto con l’ex assistente potesse essere in qualche modo legato agli incidenti che avevano avuto luogo nell’hotel gli era subito balenata in mente, tant’è che aveva richiesto a Saeko informazioni sulla ragazza. Solo che, dopo la morte del signor Fukuoka, si era concentrato a cercare le prove che incolpassero Moriyama del suo omicidio e aveva lasciato perdere la storia del sabotatore, lasciando che fosse la propria partner ad occuparsene. Come aveva potuto essere così poco professionale? Aveva ragione Kaori: era lui che aveva mischiato la vita privata con il lavoro.
Hisashi, intanto, ormai sicuro di aver convinto Ryo della propria buona fede, era partito per la tangente e stava elencando i numerosi vantaggi che, nonostante tutto, quella storia gli aveva portato: «Detto tra noi, Kamiya-san, quella Sagara era solo stupida arrivista; carina, su questo non posso dire nulla. Ma niente a che fare con Otome-san. Certo, a volte fa un po’ paura, con quell’aria così severa, ma è un’ottima assistente».
«E poi che è successo?» lo interruppe Ryo in modo brusco.
Hisashi lo guardò senza capire: «Successo quando?»
«Mi stavo chiedendo com’è finita con la sua ex segretaria. Non ha avuto più problemi con lei?»
«Ah. Oh no. A quanto pare ha lasciato la sua abitazione ed è letteralmente scomparsa nel nulla. Nessuno sa dove sia andata».
«Magari si è trasferita. Non so, da qualche parente o dal fidanzato…» provò lui, ma Hisashi alzò le spalle.
«Uhm, forse se ne è andata in America. Una volta mi disse che lì c’era l’unica persona che considerasse la sua famiglia».
«La sua famiglia? Intende un fratello, una sorella…?»
«Non ne ho idea. Non parlava molto della sua vita privata. Ma perché tutte queste domande su quella sciacquetta?», ma Ryo non l’ascoltava più.
Una persona che era tutta la sua famiglia.
Una persona che magari provava dell’astio verso l’uomo che aveva tentato di molestarla e che voleva vendicarsi su di lui e, probabilmente, sulla stessa struttura in cui lavorava.
Improvvisamente un’idea balenò nella sua testa.
«Mi scusi, devo andare», disse senza neanche dargli il tempo di replicare e si diresse di corsa verso la suite che divideva con Kaori.

**

«Kaori-san, sono contenta di vederla!»
Keiko Fukuoka appariva ancora più bella di quanto ricordasse, nonostante la brutta esperienza che aveva vissuto. I capelli scuri, che ricadevano scomposti sul cuscino su cui era appoggiata, la facevano sembrare quasi una bambina e Kaori sentì un improvviso moto di tenerezza verso quella donna che, in pochi minuti, aveva visto il suo mondo crollare e, ciononostante, le sorrideva calorosa.
«Come si sente, Keiko-san? Mi dispiace moltissimo per suo marito…» Kaori si sentiva in imbarazzo: si era precipitata lì per farle alcune domande, ma adesso non era molto convinta di aver fatto la scelta giusta. Era ancora pallida e aveva gli occhi rossi, segno inequivocabile che avesse pianto.
«Meglio, grazie. Mio fratello si è preso cura di me» strinse la mano dell’uomo che si era seduto accanto a lei sul letto e gli rivolse uno sguardo grato. Per un attimo Kaori fu colpita da una fitta di invidia: anche lei avrebbe voluto suo fratello accanto a sé. «E lei, ha qualche novità? Avete scoperto chi ha fatto del male a mio marito? Avete ricevuto i risultati dell’autopsia?» domandò accalorandosi.
«Keiko», cercò di calmarla Moriyama «sai bene che queste cose richiedono tempo: quando saprà qualcosa, Kaori-san verrà subito ad informarci. Non è vero?»
La sweeper annuì. Forse avrebbe dovuto lasciar perdere e parlarne prima con Ryo. Avrebbe tanto voluto rivelargli i propri dubbi, ma poi si era detta che lui l’avrebbe guardata ancora con quello sguardo sprezzante e avrebbe bollato le sue teorie come delle assurdità, tipiche di una persona che tentava di arrampicarsi sugli specchi pur di non guardare in faccia la realtà. E lei non sarebbe riuscita a reggere un’altra conversazione come quelle che avevano avuto nell’ultima giornata. Le viscere le si torsero al solo ricordo. No, si disse, doveva contare solo sulle proprie supposizioni e andare avanti. In fondo, anche lei era City Hunter.
D’un tratto, Moriyama si alzò. «Stasera è meglio se resti a letto a riposare, perciò scendo a prenderti qualcosa da mangiare, così potete chiacchierare un po’ tra voi. Posso portare qualcosa anche per lei, Kaori-san?»
Kaori lo ringraziò, ma scosse la testa: aveva lo stomaco chiuso per la tensione e l’ultima cosa che voleva era essere costretta a mettere qualcosa sotto i denti.
Non ebbe neanche bisogno di trovare le parole adatte per introdurre la questione che le stava a cuore perché, appena la porta si chiuse dietro Moriyama, Keiko si voltò verso di lei, inquieta.
«Kaori-san, la vedo preoccupata. C’è qualcosa che non va? Mi sembra pensierosa».
Avrebbe potuto mentire. Avrebbe potuto dire che non era niente e risparmiare altre preoccupazioni e dolori a quella donna, almeno per quella giornata; ma, cocciutamente, chiuse gli occhi e trasse un profondo respiro. «In realtà, avrei bisogno di farle alcune domande. So che il momento non è dei migliori…»
«No», la interruppe subito lei. «mi chieda quello che vuole. Farei qualsiasi cosa per scoprire chi ha ucciso mio marito».
A dire il vero, non era proprio di quello che voleva parlare, ma non importava.
«Ecco… Hisashi-san mi ha detto che lei e suo marito siete dei clienti abituali di questo resort».
Lei annuì. «Sì, ci veniamo… venivamo qui spesso. Beh, in realtà ero più io a insistere perché lui si prendesse una pausa dal lavoro ogni tanto».
«E durante i vostri soggiorni vi è capitato di incontrare una certa Kumiko Sagara, l’ex segretaria del signor Hisashi?»
«Sagara-san? Oh, certo!».
Il cuore di Kaori iniziò a battere all’impazzata. Quindi aveva visto giusto.
«Eravate buone amiche?»
«Oh no. Lei era una ragazza molto riservata che non stringeva amicizia facilmente. Non so se dipendesse dal suo carattere o se, semplicemente, non volesse mischiare il lavoro con la vita privata. Tuttavia, qualche volta ci siamo incrociate e abbiamo parlato un po’. Era una ragazza davvero gentile, mi spiace che si sia licenziata».
«Lei sa il motivo per cui ha lasciato il lavoro?»
Lo sguardo di Keiko saettò da una parte all’altra, incerto. «Sì, in realtà mi è stato raccontato qualcosa. Ma non ci ho creduto neanche per un secondo».
«In che senso? Potrebbe spiegarsi meglio?»
«Vede... so che le persone non dovrebbero essere giudicate in base al loro aspetto fisico, ma Sagara-san era un piccolo angelo sceso dal cielo: sempre dolce, buona e con il sorriso sulle labbra. Aveva una parola gentile per tutti e riusciva a risolvere i i piccoli problemi con professionalità e discrezione».
Kaori si ritrovò ad annuire senza rendersene conto. Sì, lei non conosceva Kumiko Sagara però, guardando la sua foto, le era sembrata proprio il tipo di persona che Keiko le aveva appena descritto.
«Per questo non posso credere che ci abbia provato Hisashi-san e che lui per questo l’abbia licenziata. Non era il tipo da fare una cosa del genere».
«A me invece è giunta una voce diversa. Che lui abbia tentato di molestarla e che lei se ne sia andata per questo motivo».
«Cosa?» esclamò la donna «Se fosse andata così, sarebbe davvero terribile!»
«Pensa che Hisashi potrebbe essere fare una cosa del genere?»
Keiko sembrava provata da questa rivelazione e questo le dispiacque, non voleva affaticarla ancora di più.
«In realtà non lo so. Non conosco bene il signor Hisashi, era mio marito quello che aveva rapporti con lui, essendo stato il suo avvocato».
Kaori spalancò gli occhi. «Come?»
Keiko le sorrise. «Beh, forse è esagerato dire che sia stato il suo avvocato. In realtà era il signor Kataoka ad essere cliente di mio marito, ma lui una volta mi disse che si era occupato di alcune questioni che riguardavano Hisashi per fare un favore a Kataoka-san».
«E che genere di questioni?» Kaori sentì l’urgenza nella propria voce, ma sperò che la donna non l’avvertisse; tuttavia, lei era troppo concentrata nel cercare di fare mente locale per rendersene conto.
«Mi spiace, non ne ho idea. Mio marito non mi parlava mai del suo lavoro. Diceva che erano cose troppe complicate per me. Ma perché? Pensa che questo potrebbe c’entrare con la sua morte?»
Kaori non lo sapeva, ma non poteva escluderlo. E se Hisashi fosse stato immischiato in qualcosa di compromettente, Fukuoka avesse iniziato a ricattarlo e il direttore alla fine avesse deciso di non voler stare più alle sue regole? Avrebbe potuto sfruttare la storia degli incidenti per crearsi un alibi e ucciderlo, come aveva ipotizzato Ryo. Del resto, era il direttore del resort, avrebbe potuto muoversi in totale libertà nella struttura, e non sarebbe sembrato strano a nessuno se si fosse avvicinato all’uomo per parlare con lui. Certo, da quanto aveva capito, Fukuoka era ricchissimo e non aveva bisogno di denaro, ma avere in pugno una persona poteva sempre rivelarsi molto utile, e lui doveva saperlo molto bene.
«Kaori-san?»
Kaori guardò la donna: se aveva ragione, avrebbe potuto scagionare Moriyama, vincendo così la sua sfida con Ryo, e al contempo portare a termine l’incarico che lei aveva affidato loro.
«Keiko-san, suo marito conservava tutti i documenti delle sue cause, non è vero?»
«Certo, li teneva nel suo studio, a casa nostra. Ma perché? Pensa che tra quelle carte potrebbe esserci qualcosa?».
«Non è da escludere. Non sappiamo ancora se suo marito sia stato davvero ucciso o se si sia trattato di un incidente, ma forse sarebbe il caso di dare un’occhiata».
«Ma la polizia…»
«La polizia è convinta che abbia semplicemente avuto un infarto e finché non verrà dimostrato il contrario dall’autopsia, loro si occuperanno di altri casi più importanti e urgenti».
«Ho capito». Keiko si alzò dal letto e iniziò a prepararsi; Kaori le fu immediatamente accanto. «Ma cosa fa?»
«Voglio aiutarvi anche io a trovare il colpevole, quindi è meglio che ci muoviamo. Casa nostra è a circa un’ora da qui, ma a quest’ora ci impiegheremo anche meno tempo».
«Ma, Keiko-san…» cercò di fermarla Kaori. Tuttavia la donna non l’ascoltò: si vestì in tutta fretta e prese le chiavi che erano su un tavolino. «Sono certa che mio fratello non se la prenderà se usiamo la sua auto. Allora, andiamo?»

**

La casa dei Fukuoka era una di quelle ville enormi circondate da un giardino grande quanto un parco cittadino. Kaori non ne rimase colpita in modo particolare: tra tutti i casi che avevano affrontato in quegli anni, avevano avuto a che fare anche con persone che vivevano in simili regge. Ciò che davvero la impressionò fu il quasi totale silenzio che regnava nella dimora: a parte il latrano lontano di un cane e qualcuno che aveva aperto loro il cancello, la casa era immersa nella quiete. Kaori era sicura che una struttura di quel calibro avesse bisogno di manutenzione costante e di almeno qualche cameriere, oltre che di un paio di cuochi; tuttavia, se anche quelle figure fossero state presenti, non avevano dato segno di vita: che la padrona fosse rientrata o meno, per loro non faceva differenza; eppure, avrebbe dovuto, visto che la signora tornava con un fardello tutt’altro che indifferente.
«Che silenzio!» commentò Kaori, cercando di nascondere un brivido: quell’atmosfera non le piaceva per niente.
«Non c’è nessuno, in realtà: mio fratello mi ha consigliato di stare da lui per qualche tempo, così ho dato al personale qualche giorno di ferie. Meglio, avremo modo di cercare con calma senza essere disturbate».
Se possibile, questa rivelazione spaventò Kaori ancora di più. «Ma… e il cancello?»
Keiko scoppiò a ridere: «C’è una telecamera che riconosce le targhe registrate nel proprio database e si apre automaticamente».
«Ca… capisco». Kaori era senza parole.
Entrarono - Kaori avrebbe voluto chiedere se anche il portone si apriva con un sistema simile, ma la donna usò un comunissimo mazzo di chiavi - e Keiko la guidò sicura verso lo studio di suo marito.
La stanza era grande e ben organizzata: oltre alla scrivania, che era posizionata proprio sotto la finestra e dava le spalle al grande giardino posteriore, c’era una libreria piena di testi giuridici, un piccolo angolo bar e una comoda poltrona da lettura. Era il luogo in cui Fukuoka lavorava e le dava una sgradevole impressione, come se tutto fosse costruito e freddo.
«Tutto qui?» domandò «Non c’è altro?»
La donna scosse la testa. «Mio marito passava ore qui dentro. Se quello che cerchiamo è in questa casa, dev’essere per forza in questa camera».
Kaori si guardò intorno: da quanto aveva appreso, Fukuoka si occupava di casi importanti ed era improbabile che lasciasse documentazione che avrebbe potuto essere scottante in giro senza alcuna protezione. No, di sicuro conservava tutto in una cassaforte o, comunque, in un luogo sicuro. Ma dove poteva essere?
Innanzi tutto, provò a guardare nella libreria: tra i volumi esposti non c’era niente di compromettente e, persino spostando il mobile, non trovò nessuna cassaforte nascosta né strani libri che aprissero passaggi segreti. Non che ci avesse davvero sperato: non erano mica in un film.
Kaori continuò ad esaminare la stanza, mentre Keiko provava a darle una mano studiando la scrivania del marito: i cassetti erano tutti chiusi a chiave e sul ripiano c’erano solo articoli di cancelleria.
La sweeper sorrise suo malgrado: quella donna doveva davvero amare molto suo marito per decidere accompagnarla fin lì, proprio nel giorno in cui aveva perso la persona a lei tanto cara. Poteva solo immaginare quanto dolore provasse nel mettere le mani tra gli oggetti che gli erano appartenuti. Keiko, nonostante le apparenze, era una donna davvero forte, ma dubitava che sia suo marito che suo fratello se ne fossero davvero resi conto.
«Kaori-san, lei è in grado di aprire questi cassetti? Forse c’è qualcosa di importante al loro interno…».
Kaori si avvicinò alla scrivania: non era una scassinatrice, ma sapeva che avrebbe potuto tentare utilizzando semplici attrezzi di uso comune come una limetta per le unghie o una forcina.
«Ha una forcina per capelli, per caso?»
La donna annuì, corse via e dopo qualche secondo tornò con quello che aveva chiesto.
Kaori prese un grosso respiro e si dedicò al compito che si era assunta: non aveva mai provato a forzare neanche un salvadanaio - era Ryo l’esperto - ma le aveva spiegato come fare. Mentre armeggiava con la serratura, tese l’orecchio e aspettò di sentirla scattare. Ed eccolo lì, il suono secco che indicava che adesso il cassetto poteva essere aperto. Kaori sorrise di soddisfazione: a quanto pare era stata una brava allieva.
Il contenuto del primo tiretto, però, risultò abbastanza deludente: si trattava di una serie di fatture che riguardavano della semplice economia domestica. Ciò che invece attirò le due donne fu il terzo cassetto, il secondo sulla destra: all’interno, infatti, vi trovarono un piccolo telecomando.
Istintivamente, Kaori premette il bottone al centro e, dopo pochi secondi, uno strano rumore riempì la stanza: con somma sorpresa delle due, la parte centrale del pavimento si aprì in due e davanti ai loro occhi comparve una piccola scala che portava nello scantinato.
Forse, dopo tutto, la vita poteva riservare davvero le stesse sorprese di un film, non poté fare a meno di pensare Kaori.
«Non riesco a crederci, non avrei mai pensato che Satoshi avesse costruito una cosa del genere! Ma… perché?» chiese Keiko a se stessa più che all’altra mentre insieme percorrevano le scale che conducevano dabbasso.
Kaori si stava domandando la stesa cosa: non era normale, neanche per un avvocato coma Fukuoka, avere un luogo così segreto nella propria casa. Cosa stava nascondendo?
Ci misero pochi minuti a raggiungere l’ambiente che si trovava sotto lo studio: la stanza era grande più o meno quanto quella superiore, con la differenza che questa era occupata quasi totalmente da schedari e armadi contenenti centinaia di faldoni. Keiko e Kaori si guardarono l’un l’altra: ci avrebbero impiegato settimane ad esaminare tutti quei documenti!
Kaori s’impose la calma e iniziò ad analizzare la situazione. Che Fukuoka fosse una persona ordinata e metodica lo si poteva capire anche da come aveva organizzato la documentazione: tutti i faldoni erano divisi per argomento e, a loro volta, questi erano disposti in ordine alfabetico.
«Cosa stiamo cercando, esattamente?» domandò Keiko, ma stavolta Kaori non le rispose. Adesso che aveva scoperto cosa c’era lì sotto si era fatta un’idea più precisa della tipologia di affari di cui si occupava Fukuoka e preferiva che Keiko rimanesse il più a lungo possibile estranea ai fatti: ci avrebbe pensato dopo, e con calma, a spiegarle che Satoshi Fukuoka non era l’uomo che lei pensava che fosse.
Con una sicurezza che non avrebbe mai creduto possibile, Kaori si diresse verso uno schedario su cui troneggiava la lettera S. Anche se era stata un’intuizione del momento, capì che non si era sbagliata ancor prima di trovare il fascicolo che le interessava.
Con mani tremanti, Kaori lo aprì e iniziò a leggere. Non riuscì ad andare oltre il secondo foglio, perché, per un attimo, sentì le forze venirle meno e dovette appoggiarsi alla scaffalatura per non cadere.
«Kaori-san, che succede? Si sente bene? È impallidita! Cosa c’è scritto?»
La sweeper le sorrise rassicurante, cercando di tenerla lontana da quelle carte che, lo sapeva, avrebbero cambiato la sua vita per sempre, ma Keiko aveva capito che c’era qualcosa di strano e con una mossa fulminea si impossessò del fascicolo. Le bastò un’occhiata per capire di cosa si trattasse.
«Kaori-san… oddio, non ci posso credere, Satoshi… Satoshi ha fatto una cosa del genere? Dobbiamo andare dalla polizia, subito!» urlò lei e, sconvolta, si diresse verso le scale che conducevano verso lo studio di Fukuoka.
«Mi dispiace, ma voi non andrete proprio da nessuna parte» intimò loro una voce ben nota.



Nota dell’autrice
Ok, finalmente siamo arrivati al capitolo delle grandi domande e dei veri indizi. Vi confesso che scriverlo è stato particolarmente faticoso (e non per colpa di Ryo, stavolta XD) e sono a dir poco terrorizzata, perché è la prima volta che provo a buttar giù una cosa del genere e non so che cosa posso aver combinato. Rileggendolo, mi sono detta che forse avrei potuto togliere qualcosa, aggiungere altro, modificare qui e cancellare là, ma alla fine ho capito che ormai la storia è questa, gli indizi pure… quindi tanto vale buttarsi.
Come sempre, critiche e commenti sono sempre ben accetti!

     


                     





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