FanFiction Once Upon a Time | E se c'era di Moony | FanFiction Zone

 

  E se c'era

         

 

  

  

  

  

E se c'era   (Letta 44 volte)

di Moony 

6 capitoli (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 16 anni

    

 

Sezione:

Serie TVOnce Upon a Time

Genere:

Romantico - Drammatico

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Emma Swan - Regina Mills - Personaggi nuovi

Coppie:

Emma Swan/Regina Mills (Tipo di coppia «FemSlash»)

 

 

              

  


  

 Capitolo I 

 


  

***piccola premessa; alcuni elementi saranno differenti dalla serie TV per rendere migliore la trama!***

Alexis non riusciva proprio a prendere sonno quella notte, continuava a girarsi e rigirarsi nel letto nella speranza di assopirsi. La sua mente era piena di pensieri, di dubbi, di domande e soprattutto di paure. Non sapeva cosa sarebbe accaduto l’indomani e nemmeno era sicura di volerlo sapere, quando si era proposta per quel compito non aveva di certo ben chiaro cosa avrebbe dovuto affrontare. Ripensò al termine proporsi, come se avesse avuto scelta tutto sommato. Spettava a lei e lo sapeva, era solo colpa sua, ma non aveva fatto i conti con i suoi demoni. Forse era ancora in tempo per avvertire che non voleva partire da sola, che sarebbe stato meglio farsi accompagnare da qualcuno di più competente, come i suoi genitori. Ma poi chi avrebbe tenuto a bada le cose a casa? Sbuffò mentre si metteva sul fianco, gli occhi verdi si incatenarono a quelli scuri della fotografia che dominava il comodino. Un sorriso malinconico si impossessò della sua labbra, una sola lacrima silenziosa scese sulla sua guancia andando a morire sul tessuto della federa. Non poteva permettersi quella debolezza, non quella notte. Non prima dell’enorme salto nel vuoto che stava per compiere. Le sue paure avevano preso il sopravvento su di lei già troppe altre volte, quella sera aveva bisogno di lucidità. Si costrinse quindi a voltarsi dall’altra parte e a cercare di chiudere gli occhi per dormire. Ci provò sul serio, ma il cervello non voleva saperne di spegnersi, neanche per un solo istante. E se anche lo avesse fatto, avrebbe rivissuto gli stessi incubi di tutte le altre notti. Rinunciò a quell’ormai impossibile missione e abbandonò le coperte saltando giù dal letto. Si avvicinò alla scrivania e ricontrollò di aver preso tutto ciò che le sarebbe potuto servire, fece mente locale alla ricerca di qualcosa che aveva omesso di portare ma convenne poi che era tutto pronto. Si affacciò alla finestra, sperando quasi di trovare nel suo giardino qualcosa di interessante, qualcosa che la distraesse da sé stessa. Ma non c’era nulla al di fuori dell’ordinario. Sbuffò ancora contro la luna maledicendo il suo nervosismo. In un’altra notte come quella, in un’altra notte in cui non riusciva ad addormentarsi, avrebbe saputo cosa fare. In un’altra notte avrebbe preso il cellulare dal suo comodino, quello opposto a dove risiedeva la foto, avrebbe mandato un messaggio e si sarebbe sentita subito meglio perché sapeva che anche se non avesse ricevuto risposta, qualcuno era sempre con lei. Sempre, ma non in quel momento, perché non aveva idea di dove fosse. Lo stomaco prese ad attorcigliarsi, il cuore accelerò i battiti troppo velocemente e quell’ormai comune senso di nausea la investì come un treno lanciato in piena corsa. Aveva bisogno di aria o avrebbe di sicuro vomitato. Ancora.  Aprì la finestra e lasciò che il freddo la prendesse a schiaffi, si insinuasse tra i suoi capelli castano chiaro, le gelasse le ossa. La canotta che era solita usare per dormire, vecchia e decrepita ma insostituibile, sembrava essere sparita sotto il vento. Il tessuto ormai consumato e scolorito, una volta era di un azzurro brillante mentre ora ricordava un grigio smorto, non riusciva a proteggere il suo fisico da nulla ormai. Eppure si sentì meglio, tanto da farle richiude la finestra.  Il freddo e il vento avevano attenuato quell’orribile senso di subbuglio nel suo stomaco. Era rimasto solo il vuoto, il vuoto e tutto lo spazio che occupava. Il vuoto e tutto ciò che comportava averlo dentro, come un piccolo mostro aggrappato alle proprie pareti interne. L’unica cosa che le impediva di aprire ancora la finestra a gettarsi fuori era la speranza di mettere presto un punto a tutta quell’agonia che era diventata la sua vita da circa sei mesi ormai. Poggiò i palmi contro i bordi della finestra e prese un ultimo pieno respiro prima di tornarsene a letto. Dedicò un’ultima fugace occhiata al cielo stellato prima di dargli le spalle e rinfilarsi sotto le coperte. Strinse forte tra le mani la sua collana e si decise a chiudere gli occhi. 
“Sto venendo a riprenderti, Lay. Aspettami.” 
Furono le ultime parole che la sua mente produsse prima di sprofondare, finalmente o purtroppo, in un sonno pieno di incubi. Ma ormai ci era abituata, non la spaventavano più. Non temeva più alcunché provenisse dai meandri della sua mente, non mostri, non ombre, non assenze, non vuoti, non dolore. Tutto quello era all’ordine del giorno in quella nuova vita che si era ritrovata costretta a vivere. Perché era colpa sua. Era consapevole sarebbe durata ancora poco, lei l’avrebbe ritrovata. L’avrebbe ritrovata sempre.
 
Sua madre era salita in camera sua per dirle che era ora di partire troppo presto. Alexis aveva racimolato all’incirca qualche ora di sonno, giusto quanto bastava per vivere uno dei suoi incubi e tornare in quello più grande di tutti, la realtà. Si era fatta trovare già pronta, almeno all’apparenza. Per quanto si sforzasse di mantenere la calma, per non spaventare i suoi genitori e nemmeno sé stessa, non riusciva a nascondere il tremolio che aveva preso pieno possesso delle sue mani. Le infilò nelle tasche della giacca più a fondo che poté, tirandole poi fuori solo quando sua madre si chiuse la porta alle spalle. Preselo zaino e mandò ai suoi piedi il comando di muoversi, di mettersi uno avanti all’altro e portarla in salotto, ma questi non volevano saperne. Parevano incollati al suolo. 
-Avanti Lex, puoi farcela. -
Provò ad incoraggiarsi, a darsi forza e sostegno da sola stringendo forte la collana. Stringendo forte tra le dita il ciondolo raffigurante l’arpa celtica, simbolo di immortalità dell’anima. Prese un profondo respiro e si decise a scendere. Le scale non le erano mai sembrate tanto brevi e con così pochi gradini, il salotto di casa sua mai tanto affollato. A quanto pareva erano arrivati proprio tutti a farle un grosso in bocca al lupo, a supplicarla silenziosamente di aver successo nella sua missione e di tornare a casa sana e salva. Poteva chiaramente vedere sul volto della sua famiglia la preoccupazione, in particolare negli occhi di sua madre. Anche se non voleva dimostrarlo, anche se avrebbe tenuto su la sua corazza di fronte a tutti, Alexis poteva vedere quanto fosse spaventata.  Aveva imparato a leggere al suo interno e a capirla fino in fondo. Dopotutto erano estremamente simili. 
-Sei sicura? Lo siamo tutti?- Le chiese proprio la donna, il panico nella sua voce.
Si limitò ad annuire, se avesse parlato probabilmente avrebbe mostrato tutto il nervosismo che l’aveva presa quella notte. 
I suoi familiari si disposero in cerchio per permettere a sua madre di poter creare il portale, per permetterle di usare la magia in sicurezza. La donna agitò le mani e dal suo movimento si creò un cerchio di fuoco nel quale vi gettò ciò che avrebbe dovuto guidarla. Un forte vento nacque dal cerchio magico che spaventò Alexis più che mai. Fece un solo passo indietro, uno solo, ma quando notò lo sguardo terrorizzato di sua madre riprese la sua posizione. Non avrebbe fatto preoccupare nessuno, non avrebbe mostrato le sue paure, sarebbe stata forte come lo erano i suoi genitori e tutti i membri della sua famiglia. Sua nonna le passò il piccolo flaconcino contenente un liquido color oro invitandola a bere. Sapeva di cosa si trattava, sua madre aveva preparato una pozione di protezione contro qualsiasi cosa si sarebbe ritrovata ad affrontare. Maledizioni, incantesimi, intrugli vari, non avrebbero avuto alcun effetto su di lei. Anche il suo ciondolo era stato incantato, avrebbe risposto alla presenza di Laya qualora si fosse trovata nei paraggi. Non aveva alcuna idea di dove stesse andando o in quale assurdo mondo si sarebbe ritrovata, era sempre meglio essere prudenti. Per quanto ne sapevano e per assurdo, avrebbe potuto ritrovarsi all’Inferno. Quindi buttò giù la pozione che riconobbe avere un saporaccio e che la costrinse a fare una smorfia.
-Adesso devi andare, Lex-
La voce di sua madre tremava, così come gli occhi di tutti i presenti. Anche lei tremava ed era per questo che aveva di nuovo nascosto le mani. Non voleva sciogliersi in abbracci o saluti, non voleva guardare negli occhi di nessuno, diede le spalle a tutti e si preparò a saltare nel cerchio che accennava già a richiudersi. Prese una piccola rincorsa, un ultimo profondo respiro e vi si gettò. L’ultima cosa che sentì fu un “sii prudente” ma non sapeva chi avesse pronunciato quelle parole, era ormai lontana dal suo mondo e dalla sua casa.
Le sembrò di cadere, cadere e cadere per un tempo infinito. Le sembrò di roteare a vuoto e senza una meta fissa in un tunnel buio con uniche finestre sprazzi di altri mondi, nulla che riconoscesse, ma aveva intuito di cosa si trattasse. Iniziò a chiedersi come avrebbe fatto a fermarsi, come avrebbe fatto a sapere come scendere da quella giostra che girava troppo veloce. Dopotutto quello era un portale del tutto anomalo, di sicuro con i fagioli sarebbe stato molto meglio e meno scombussolante per il suo stomaco già messo sotto pressione. Ma quell’incubo era iniziato proprio a causa loro. Si impose calma, almeno mentale. Si era preparata a quello, più o meno. Sapeva come doveva muoversi, più o meno. No, in realtà non sapeva niente, non aveva la più pallida idea di cosa fare o non fare. Si stava lentamente lasciando prendere dal panico quando l’arpa attaccata alla sua collana prese a brillare e a bruciare. Non aveva idea se lo stesse solo sognando o se fosse realtà ma le avvolse i nervi e lo stomaco come un balsamo delicato. Il calore che ne scaturiva era travolgente e bellissimo, di certo non poteva essere nulla di negativo o nocivo. Se aveva imparato qualcosa della magia, sapeva che la magia nera non era balsamica e accogliente, semmai intossicante e prepotente. Decise che in quel momento la cosa migliore che potesse fare era fidarsi del suo istinto e seguire il ciondolo, l’attimo dopo si sentì una perfetta idiota a star a sentire una collana. Fu questione, però, di pochi secondi. Nel preciso istante in cui la sua mente e il suo cuore si fidarono ciecamente di quella nuova magia, il ciondolo la trascinò verso una di quelle finestre facendogliene attraversare una. Si ritrovò sbalzata in aria e la sensazione fu quella di cadere da un albero davvero alto, anche il dolore per la caduta fu lo stesso. Rotolò a pancia in sù mentre cercava di riempire di nuovo i polmoni di ossigeno e acquietasse il dolore per i lividi che le sarebbero sicuramente usciti. Respirare non fu esattamente la cosa più semplice del mondo, il tunnel era stata un’esperienza quasi claustrofobica mentre ora tutto quello spazio le risultava doloroso. Dopo qualche minuto si mise seduta per cercare di analizzare la situazione, o quantomeno capire dove diavolo fosse finita. Si guardò attorno, ma a primo impatto non vedeva altro che alberi. Che fosse caduta da uno di quelli? Erano quasi familiari ma dopo tutto erano alberi. Tronco marrone, foglie verdi, alberi. Si alzò e la sua schiena non fu d’accordo con la sua scelta, avrebbe di gran lunga preferito restare ancora un po’ stesa sul fogliame. Emise qualche lamento sommesso mentre compieva i primi passi verso … dove esattamente? Prese il ciondolo tra le mani sperando che replicasse il miracolo di poco prima, ma questo rimase freddo e senza alcuna luce. Probabilmente lo aveva davvero sognato. Si impose calma, ancora. Il suo stomaco non era esattamente della stessa opinione, minacciava di vuotare tutto il suo contenuto da un momento all’altro, ma non sapeva se per il nervosismo o semplicemente per il giro sulle montagne russe magiche che aveva appena fatto. Entrambe le cose era forse la risposta più logica. Si appoggiò ad uno degli alberi ed aspettò che lo stomaco si riassestasse implorandolo mentalmente di sbrigarsi anche. Guardò in aria, cercando quantomeno di capire che ora del giorno fosse. Il sole era abbastanza alto nel cielo, ipotizzò fosse mattino inoltrato. La temperatura era abbastanza simile a quella di casa quindi non era finita all’Inferno, era già qualcosa di rincuorante. Avanzò qualche passo tra gli alberi identificando quello che sembrava essere un piccolo sentiero, l’idea che fosse sempre frutto della sua immaginazione era forte, ma in qualcosa doveva pur sperare. Seguì la stradina fino ad arrivare ad un piccolo ponte ricoperto di muschio e fogliame. E lì sgranò gli occhi.
Non era possibile, qualcosa doveva essere andato storto. Qualcosa era di sicuro andato storto. Da quel punto in poi conosceva la strada, sapeva perfettamente dove portasse e dove si trovasse. La percorse al ritroso di corsa, ignorando i dolori a gambe e schiena, svoltando agli alberi giusti e saltando i giusti buchi nel terreno. Corse fino a quando non vide la strada asfaltata presentarsi avanti ai suoi occhi. E l’incredulità aumentò sempre di più insieme alla convinzione che il portale non avesse funzionato correttamente. Le toccava anche tornare in città a piedi, mai che potesse usare la magia per futili motivi. Sua madre l’avrebbe appesa a testa in giù . Sbuffò sconsolata e delusa mentre si incamminò, aveva sperato che finalmente quel tentativo sarebbe andato a buon fine. Perché quello non era il primo, ce ne erano stati tanti altri tutti miseramente falliti. Era stato sulla base di quei fallimenti che era nata l’idea del portale, una forma di magia avanzata e complessa che avrebbe dovuto catapultarla dove si trovava Laya e non a casa. Di nuovo e senza risultati positivi. La frustrazione si stava pian piano impossessando di lei e il suo autocontrollo stava affogando al suo interno, se ne accorse da come il terreno restava segnato sotto i suoi passi pesanti. Scrollò le spalle e cercò di ritrovarlo, ci mancava solo che avesse una profonda crisi di nervi.
Arrivò in città circa venti minuti di cammino dopo, non aveva mai fatto caso a quanta strada ci fosse da fare dai confini fino al centro. Era solita percorrere il tragitto in auto. Non era esattamente una persona atletica a differenza di quanto il suo fisico asciutto potesse far pensare, per quello doveva ringraziare sua madre e l’ereditarietà del suo metabolismo. Si accorse che qualcosa di diverso c’era quando arrivò alla piazza centrale, la biblioteca era chiusa. O meglio, la biblioteca era completamente sbarrata da assi di legno inchiodate contro ogni porta e finestra. A quella vista, Alexis corrugò le sopracciglia confusa. Non era possibile, era stata in quella stessa biblioteca solo il giorno prima per accertarsi che non avesse dimenticato nessun passaggio. Aveva letteralmente svuotato ogni singolo scaffale e gettato tutto alla rinfusa sul tavolo principale. Ci si avvicinò, cercando di guardarci all’interno ma era praticamente impossibile.
-Ma che…-
Voltò lo sguardo verso l’alto e sgranò gli occhi quando lesse l’ora che segnava l’orologio del campanile, le 8:20. Controllò il suo di orologio che al contrario segnava le 12:35 e la sua confusione crebbe ancor di più. Non era possibile che l’orologio fosse fermo, aveva ripreso a scorrere dopo che la maledizione era stata spezzata e non si era più fermato. Erano circa venticinque anni ormai che ticchettava. Si guardò confusa intorno, tutto il resto sembrava normale. Tutto il resto sembrava essere al suo posto. Aveva bisogno di risposte, forse l’incantesimo aveva funzionato in modo sbagliato o solo per metà. Vide arrivare nella sua direzione un uomo vestito in abiti sportivi e l’espressione allegra.
-Mi scusi-chiese all’uomo- saprebbe dirmi come mai l’orologio non funziona? -
Il suo interlocutore la guardò stranito per un solo istante, come se stesse tentando di capire se quella ragazza gli avesse davvero posto una domanda tanto sciocca, poi si decise a rispondere.
-Non ha mai funzionato da che ne ho memoria-.
Gli occhi di Alexis si sgranarono ancor di più, se possibile, mettendo in bella mostra il verde delle iridi. Vide l’uomo andar via di spalle incapace di staccargli lo sguardo di dosso sempre più convinta che fosse matto. Come poteva non scorrere da che ne aveva memoria! Fu quella sua stessa affermazione a metterle la pulce nell’orecchio. Si trovava di certo a casa sua, quella piccola cittadina era Storybrooke, su questo non poteva sbagliare. Era cresciuta per quelle strade, aveva passato interi pomeriggi in quella biblioteca ora stranamente sbarrata, caduta con la bici e successivamente con lo skate nella traversa appena lì accanto. Quella era Storybrooke non vi era alcun margine di errore. Corse via dalla biblioteca, aveva bisogno di esplorare ancora quella città e di essere certa che fosse la sua. Ma dopotutto, quante città costruite con la magia esistevano al mondo? Passò per il convento, fuori lo studio di Archie, e perfino avanti la vetrina del negozio di antiquariato del Signor Gold. Era tutto perfettamente come doveva essere, almeno a livello architettonico. Anche la scuola era la stessa, con le casette per gli uccelli fissate sugli alberi e il grande giardino dove i bambini erano soliti giocare. Mancava la parte del liceo, quella costruita circa vent’anni prima. Proprio non riusciva a capire, in nessun modo. Quella era casa sua eppure mancava qualcosa, come se ci fosse un tassello di un puzzle mancante che non riusciva in nessun modo a trovare nonostante lo cercasse disperatamente. Forse avrebbe dovuto cercare la sua famiglia, magari loro avrebbero potuto aiutarla e darle qualche risposta. Strinse l’arpa al suo collo, quel gesto aveva imparato a trasmetterle forza e a tranquillizzarla nei momenti di panico. Non se ne accorgeva ormai nemmeno di quanto spesso lo facesse. Aveva sperato di sentire il ciondolo caldo al tatto e di rivedere la luce brillante . Ma non era accaduto più da quanto era atterrata in quella falsa Storybrooke. Era rimasto un semplice pezzo d’acciaio attaccato ad una catena al suo collo. Aveva bisogno di risposte, restare lì ferma era del tutto inutile. Si voltò di scatto, pronta a correre verso casa sua.
Andare a sbattere contro qualcuno non era previsto nel suo piano.
-Ahi! – Esclamarono due voci allo stesso momento.
Alexis alzò lo sguardo verso la persona contro cui aveva sbattuto e rimase a bocca aperta nel riconoscere la donna di fronte a lei. Corti capelli neri e brillanti occhi verdi, dolci da fare invidia ad una zuccheriera.
-Mi scusi, non l’avevo vista. È tutto okay? –
La ragazza non ebbe la forza di rispondere, aveva appena avuto una risposta che non aveva cercato. La sua famiglia non aveva idea di chi fosse, la sua famiglia non aveva memoria di lei. E in quel momento le balenò in mente un’idea tanto assurda quanto possibile, qualcosa a cui non aveva pensato perché sarebbe stato troppo anche solo prenderla in considerazione.
-Si… tutto… okay, credo-.
La donna la guardava preoccupata e con un viso che esprimeva tutto il suo senso di colpa per quanto appena accaduto.
-Io sono Mary Margaret Blanchard- Si presentò tendendo la mano.
-Lo so- sussurrò la ragazza stringendola, ma poi si rese conto delle parole che aveva appena detto e tentò di risolvere quella situazione. Anche perché la donna la guardava con un misto di confusione e dubbio.
-Cioè, voglio dire, sei l’insegnate di questa scuola. È normale che io ti conosca-.
-Certo, giusto. Tu sei nuova? Non ti ho mai vista qui a Storybrooke-
-Ehm, non esattamente. -
Era il tentativo di salvataggio peggiore della storia, ma non si sarebbe mai aspettata di ritrovarsi in una situazione del genere. Non avrebbe mai pensato che sarebbe finita nel passato, e, a giudicare da quanto giovane Mary Margaret appariva, parecchi anni prima.
-Due arrivi in poche settimane, è al quanto strano per una piccola città come la nostra-. Asserì sistemandosi meglio la borsa sulla spalla destra.
-Due? - Domandò curiosa.
-Già, anche una mia amica è arrivata poco tempo fa. Adesso scusami ma devo proprio andare. È stato un piacere…-
-Alexis- ebbe appena il tempo di dire.
Corse via con quel suo passo principesco e leggero lasciandola con ancor più domande di prima. Aveva cercato nuove informazioni e a quanto pareva qualcosa lo aveva saputo. Le rotelle del suo cervello presero a girare furiose dando un gran da fare a tutti i meccanismi. Rifletté sulle parole di Mary Margaret, sul fatto che lei non fosse l’unica ad essere arrivata in quella città dove era strano vedere visitatori e purtroppo capì. Aveva bisogno solo di un’ultima conferma. Corse dunque verso l’unico posto dove avrebbe trovato qualcuno informato su tutto ciò che accadeva in città, qualcuno che non avrebbe mai potuto dirle un “non lo so”. Corse veloce verso il Granny’s alla ricerca di Ruby.
Non badò al resto della città ai suoi lati, ormai aveva appurato che quella era Storybrooke, aveva solo da capire qualeStorybrooke e se ciò che pensava era vero aveva un enorme problema. Si fiondò nella caffetteria, prese posto al suo solito posto, o quello che era il suo solito posto nella sua città, e attese. Ruby non ci mise molto.
-Ciao, che ti porto? –
Ad Alexis si fermò per un secondo l’aria nei polmoni. Ruby era sempre stata una bellissima donna, ma non aveva idea di quanto bella fosse con tutti quegli anni in meno. Ci mise un attimo di troppo ad ingoiare la saliva e a richiedere un caffè amaro. La ragazza appuntò l’ordinazione e si allontanò ancheggiando, depositò l’ordine nelle mani della vedova Lucas e lo preparò. Alexis perse qualche attimo in più ad osservare la donna. Nel suo mondo, era morta diversi anni prima.
“Santo cielo, lo credo bene che mezza città aveva una cotta per lei!” si ritrovò a pensare.
Sorrise di quel suo stesso pensiero, se Laya avesse seduto al suo fianco le avrebbe sicuramente tirato una sberla e le avrebbe ricordato che quella bellissima ragazza le aveva cambiato i pannolini da bambina. Chiuse gli occhi al suo pensiero, strinse le mascelle. E lo stomaco andò in subbuglio. Era riuscita a resistere fino a quel momento ma forse era stato troppo per lei. Portò una mano avanti la bocca e strinse l’arpa, cercando di controllare quel fastidioso senso di nausea. Prese un profondo respiro e a poco a poco sembrò tornare tutto tranquillo al suo interno. Si concesse un sorso di caffè e quando questo scese senza alcun problema giù per la gola, caldo e amaro come piaceva a lei, rilassò le spalle e si lasciò cadere sul divanetto del locale. Mantenere la calma era la cosa più importante in quel momento. Era sola in una Storybrooke straniera, non potava assolutamente concedersi il lusso di perdere la testa da un momento all’altro.
Il campanello vicino la porta tintinnò per la quarta volta da quando Alexis era entrata nel locale ma fino a quel momento nessuno di rilevante aveva fatto il suo ingresso. Decise di non voltarsi quella volta, sarebbe stato l’ennesimo cittadino arrivato al Dinner per consumare il suo pranzo.
-Smettila con questa storia, ragazzino-.
-Ma tu devi credermi! Sei mia madre, non ti mentirei mai! -.
Il caffè che stava bevendo rischiò di rovesciarsi sul tavolo. Aveva riconosciuto la voce della donna, non avrebbe potuto fare altrimenti. Era tutta la vita che la sentiva. Erano le parole del suo interlocutore che le avevano causato lo shock, ciò che quella voce da bambino aveva detto era del tutto insensato e stupido. Si voltò verso di loro, li vide sedersi al bancone e chiedere a Ruby due cheeseburger con patate e doppio formaggio. Sedevano accanto mentre continuavano a battibeccare circa una storia alla quale la donna non voleva credere. Si perse a guardarla, trovandola bellissima in quel suo giubbotto rosso e con i suoi stivali alti. Sfiorò appena con le dita la sua di giacca e un sorriso le increspò le labbra. Perse decisamente più tempo ad analizzare il bambino. Castano, occhi verde scuro, vestito elegante. Un grosso zaino sulle spalle e un libro di favole sotto il braccio che Alexis riconobbe; rettangolare, in pelle marrone e con vistose scritte dorate che componevano la frase “Once Upon a Time”. Conosceva benissimo quel libro, da bambina lo aveva sfogliato così tante volte che aveva finito con il consumarlo. E tra quelle pagine che raccontavano la storia di ogni persona presente in quella città, non ricordò di aver mai visto il volto di quel bambino. Ipotizzò avesse circa dodici anni o si aggirava intorno a quell’età. Più lo guardava più non aveva idea di chi fosse. Si sporse fin al limite del divanetto per cercare di origliare i loro discorsi e capirci qualcosa di quell’assurda Storybrooke nella quale si trovava. Finse naturalezza mentre beveva il suo caffè ma le mani le tremavano.
-Ascolta Henry, questa storia della maledizione è assurda. Ed io ho già abbastanza problemi con tua madre senza che pensi che ti dia corda con queste fantasie-.
Sua madre? Lo aveva sognato o aveva detto che era lei sua madre.
-Non è vero e lo proverò. Tu sei destinata a salvarci tutti dalla Regina Cattiva-.
-Che sarebbe tua madre-. Concluse lei.
Alexis quasi ci si strozzò con il suo caffè finendo col tossire così forte che molte teste nel locale si voltarono per controllare che non stesse effettivamente morendo soffocata dalla sua bevanda. Aveva decisamente bisogno di fare un riepilogo nella sua testa, che cominciava a farle un gran male, perché stava cominciando a perdersi. Ma non riuscì a staccare il corpo da quel divanetto, voleva continuare ad ascoltare le storie di quel bambino di nome Henry.
-Lo so che ora non mi credi ma vedrai che cambierai idea, io lo so! –
Aveva le lacrime agli occhi mentre guardava speranzoso la donna di fronte a lui, ma quando questa ricambiò in modo scettico il suo sguardo corse fuori dal Dinner con il suo libro sotto braccio. Lei, invece, rimase sul suo sgabello a finire il suo pranzo.
La fissò ancora per qualche secondo, prendendosi il tempo di studiarla e imprimerla nella mente. Una cosa era vedere delle sue foto, un’altra avercela avanti agli occhi in carne, ossa e giacca rossa. Attese fino a quando non andò via, salutando la cameriera con un sorriso e lasciando della banconote sul bancone. La sua esigenza di avere risposte cresceva sempre più.
-Scusami- disse diretta a Ruby- quando è arrivata qui Em… quella donna? –
-Circa un paio di settimane fa-.
-E il ragazzino? –
-E’ il figlio del Sindaco Mills e anche di Emma a quanto pare-.
Non poteva più restare lì, doveva assolutamente capirci qualcosa. Lasciò una banconota sul tavolo, senza nemmeno vedere da che taglio fosse, e lasciò il suo posto. Alle sue spalle riuscì solo a sentire la cameriera chiederle chi fosse, ma non se ne preoccupò, non aveva ancora pensato a cosa rispondere nel caso. In realtà non aveva pensato a nulla che potesse ritornarle utile per la situazione in cui si era trovata. Lasciò la tavola calda limitandosi a passeggiare per le vie della città e cercando un qualsiasi fattore che non avvalorasse la sua tesi. Ma più si guardava intorno più questa diventava pura realtà. Non solo era arrivata in un tempo in cui la maledizione non era ancora stata spezzata, ma a quanto pareva anche in una specie di universo parallelo. La sua missione si complicava, ma quando mai qualcosa era stato semplice. Sembrava che le difficoltà fossero parte integrante della sua famiglia. Prima di partire non si era di certo posta il problema di come convivere con la gente del posto, non sapeva nemmeno se ci sarebbe stata della gente. Figurarsi se avesse mai potuto immaginare che avrebbe dovuto inventare una sorta di identità segreta per le persone che l’avevano vista crescere, per Storybrooke. Poteva sempre dire la verità, e lasciare che la internassero etichettandola come pazza schizofrenica. Perché quella sarebbe stata la sua fine se avesse parlato.
Persa nei suoi pensieri non si rese conto di essere arrivata di fronte quella che nella sua realtà era casa sua, mentre qui era solo una grossa villa. Fece vagare lo sguardo lungo le finestre chiedendosi se all’interno fosse tutto uguale, se c’era ancora la sua stanza, se il salotto avesse ancora tutta la cristalleria al suo posto, se l’armadio della camera padronale fosse in ordine o meno. Le sarebbe piaciuto entrare a controllare, a dare solo una sbirciatina. Magari avrebbe potuto trovare anche la sua controparte in quel mondo assurdo. Per quanto aveva visto, le uniche cose fuori posto erano la biblioteca, l’orologio e quell’Henry. Strinse la collana, se non fosse stato per lei non si sarebbe di certo trovata in una situazione del genere, se ne sarebbe stata a casa sua e soprattutto nella sua realtà.
-Ehi tu, che ci fai fuori casa del sindaco? –
Si voltò verso l’uomo che le aveva parlato. Era alto, capelli e barba castano chiaro, abiti abbastanza eleganti addosso. Ci mise troppo tempo, però, a notare il distintivo attaccato alla cintura dei suoi pantaloni e i suoi occhi sostarono troppo a lungo su quel dettaglio.
-Sto parlando con te- riprese l’uomo.
Staccò lo sguardo dal suo punto di interesse battendo più volte le palpebre, non aveva la più pallida idea di chi fosse quell’individuo. Il distintivo lo inquadrava come sceriffo ma lei la ricordava un po’ diversa la persona che ricopriva quel ruolo.
-Io… l’ammiravo. È una casa molto bella-.
E sperò vivamente che bastasse.
-Non ti ho mai vista in città, chi sei? –
Quella domanda era molto diversa da quella che le aveva posto Mary Margaret, doveva decisamente inventare qualcosa se non voleva passare la sua prima notte nelle celle del distretto di polizia di Storybrooke. Non che poi sarebbe stata un’idea tanto sbagliata, non si era ancora posta il problema di dove accamparsi.
-Si sbaglia di certo sceriffo, sono cresciuta proprio qui. Mi chiamo Alexis-. Si presentò porgendo la mano all’uomo.
Questi la strinse, ma senza mai toglierle gli occhi di dosso, erano carichi di dubbio e di sospetto. Eppure era abbastanza certa di averlo visto da qualche parte, forse era presente anche nella sua città e ora non riusciva ad identificarlo.
-Alexis…? - Chiese lui e la ragazza afferrò che voleva sapere il suo cognome.
-Agnès- rispose.
Avrebbe riso da sola se avesse potuto. La sua mente aveva scelto proprio un ottimo cognome falso, che tanto falso, in fondo, non era. Ma il suo stomaco non le perdonò quella debolezza, non le perdonò aver usato il cognome di Laya. Quello che altre volte, scherzando, aveva avvicinato al suo nome. Strinse ancora una volta l’arpa tra le dita cercando calma.
-Humbert Graham, sceriffo di Storybrooke-.
-Lo avevo intuito-.
Indicò con il capo il distintivo, non aveva ancora abbastanza forza da lasciar andare il ciondolo. Ci furono attimi di silenzio, momenti in cui Alexis avrebbe voluto che l’uomo la lasciasse libera di poter andar via. Ma poi il suo nome andò ad aprire un minuscolo cassettino dei suoi ricordi di bambina. Di quando passava i pomeriggi a sfogliare il libro delle favole e a cercare ogni singolo abitante di Storybrooke, curiosa di conoscere la loro storia nella Foresta Incantata. E lei quel nome, lo aveva già sentito.
-Io… vado, buona giornata sceriffo-.
-La tengo d’occhio Signorina Agnès-.
Alexis si allontanò sentendo alle sua spalle lo sguardo penetrante di Graham, uno sguardo di chi non ha creduto per un solo attimo alle parole appena ascoltate. Stava per voltare l’angolo quando nella sua direzione vide arrivare un Maggiolino giallo e vecchio. Conosceva fin troppo bene quell’auto, era una sorta di cimelio sacro a casa sua. Lo vide fermarsi di fronte casa del Sindaco e spegnere il motore. Un furente Henry ne venne fuori, la donna provò a prendergli un braccio ma Graham glielo impedì parandosi tra lei ed il bambino.
-E’ meglio che lei non si intrometta-. Aggiunse l’uomo.
-Henry! –
Alexis si voltò di scatto verso la porta della casa e rimase immobile mentre il Sindaco Mills raggiungeva il resto del gruppo a passo svelto. Abbracciò il bambino accarezzandogli i capelli e chiedendogli se stesse bene. Lui annuì, per poi correre dentro casa.
-Stia lontana da mio figlio, signorina Swan-.
E quella fu la conferma di tutti i suoi sospetti.
In quel mondo assurdo, la maledizione non era ancora stata spezzata e le sue mamme avevano un figlio.

     


                     





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