FanFiction Fabri Fibra | Litigavamo Ridicoli di MyFluffyCrazyWorld | FanFiction Zone

 

  Litigavamo Ridicoli

         

 

  

  

  

  

Litigavamo Ridicoli   (Letta 720 volte)

di MyFluffyCrazyWorld 

12 capitoli (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Artisti musicaliFabri Fibra

Genere:

Commedia - Romantico - Introspettivo

Annotazioni:

RPF

Protagonisti:

Nesli - Nuovo Personaggio - Fabri Fbra

Coppie:

Nesli/Nuovo Personaggio (Tipo di coppia «Het»)

 

 

              

  


  

 Capitolo I: Bisogna Scrivere 

Evviva le fanfiction, perché è come usare una macchina del tempo che ti riporta a periodi felici in cui 'sti fratelli si volevano bene... o almeno ho provato a immaginarmi tutto questo ;)


  



Disclaimer: nulla di
questo è mai successo, Fabri Fibra e Nesli appartengono soltanto a loro stessi
(purtroppo, altrimenti li costringerei a fare pace!) e non scrivo a scopo di
lucro.



Il titolo del racconto invece è tratto da ´Nessun Aiuto´ sempre di Fabri Fibra
(i lacrimoni ogni volta che la ascolto!)



Il titolo del capitolo
è anche il titolo di una canzone di Fabri Fibra (così sembro troppo di parte,
ma poi citerò anche testi di Nesli, promesso ^^ )





Se vi va di intraprendere
con me questo viaggio (mai scritta mezza fic su di loro, sono agitatissima,
spero di non combinare disastri!) , siete i benvenuti ^^

Capitolo I: Bisogna Scrivere



“…E serenate! Ah-Ah-Ah … Ora che, ora che, ora che… siamo

pronti per venirvi a prendere!” cantava Fabrizio, sul ritornello già

preregistrato dal fratello, con un ottimo senso del ritmo e la giusta

incisività nel tono di voce.


Praticamente, tutte queste cose a Fabrizio Tarducci

riuscivano più naturali che respirare; per non parlare della sua abilità nel

creare rime, giochi di parole e particolari incastri.


E Francesco, il suo fratello minore, non era certo da meno.


“Direi che così è perfetta!” confermò Francesco, mentre riascoltavano

insieme il ritornello così ottenuto.


“Però mi è venuta un’idea per l’inizio, per darle un po’ più

di colore, farla spiccare.” lo avvertì Fabrizio. “Rimandami la base

dall’inizio!”


Francesco obbedì, Fabrizio si infilò le cuffie per sentire

meglio e afferrò il microfono.


“Silenzio, prego.” cominciò, camuffando un po’ la voce in

modo nasale, come si divertiva a fare in molte delle sue skit. “Se avete

comprato questo CD significa che non lo avete masterizzato e quindi non sapete

come cazzo spendere i soldi!” continuò, strappando un risolino al fratello. “Se

avete la copertina originale, leggerete che fra le partecipazioni ci sta anche

il nome di Fabri Fibra!” concluse, con un urletto di esultanza, per poi

togliersi le cuffie e posare il microfono sulla console.


“Il solito megalomane!” alzò gli occhi Francesco. “Era anche

simpatica come cosa, ma poi alla fine devi sempre rovinare tutto!”


“Ma rovinare tutto cosa? Come minimo, se lo lasci, la gente

che lo sente poi andrà a comprarsi il cd fisico… e quindi sono tutte vendite in

più che ti regalo, coglione!” ribatté il più grande.


“Io lo vedo più come un ‘Fermi tutti, questa roba ha un

senso perché ci sono io, Mr. Tutte-le-luci-dei-riflettori-su-di-me!” borbottò

il più piccolo, per nulla convinto dall’arringa dell’altro.


Conosceva molto bene Fabrizio e la sua abilità di intortare

la gente con le sue parole; ma grazie alla sua buona stella, un po’ da lui

questa stessa capacità l’aveva ereditata.


“Pivellino, anzi… *Pannolino*,” scoccò la sua frecciatina

Fabrizio, alludendo a episodi della loro infanzia. “Ti ricordo che se non fosse

per il sottoscritto, tu non saresti qui e la scena sarebbe ancora lì a ignorare

il tuo nome!” asserì, con aria da spaccone, tipica di lui.


Francesco sbuffò. Un po’ a volte gli pesava sentirsi come se

vivesse nell’ombra del fratello; ma al contempo gli era grato per avergli

aperto quel mondo proprio quando lui ne aveva avuto più bisogno.


“E va bene, va bene, rompiscatole, hai vinto tu, la skit la

teniamo, magari te la faccio registrare un po’ meglio.” si arrese. “E comunque,

chiamarmi Pannolino è stato da infami!” gli rinfacciò, offeso nel suo amor

proprio.


“Certo, lo sopporti così poco che il suo anagramma te lo sei

scelto come nome d’arte!” gli fece notare Fabrizio, con aria di vittoria.


“E’ solo perché ha un bel suono, non ti fare strane idee,

bulletto!” cercò di avere l’ultima parola in quella disputa Francesco e,

stranamente, l’altro gliela concesse.


“Bene, dai, questo pezzo è a buon punto, lavoriamo un po’

sul mio album, ora?” domandò Fabrizio, andando a recuperare nel suo zaino la

sua master tape.


“Non credo proprio, frate, io ora devo andare. Federica mi

sta aspettando in centro, la devo aiutare con delle commissioni.” lo avvertì

Francesco, raccogliendo tutte le sue cose.


“Ma come, scusa? E perché non lo ha chiesto a me?” aggrottò

le sopracciglia Fabrizio.


“Fosse scema! Lei cerca sempre il suo fratello affidabile!”

ridacchiò il più piccolo, passandogli davanti con aria altezzosa.


“Spiritoso!” digrignò i denti il maggiore.


“Ci pensi tu a chiudere qui?” si accertò l’altro, prima di

andarsene.


“Sì, sì, va’ che è meglio!” rispose Fabrizio, con un gesto

scocciato della mano, cominciando a riordinare quella specie di studio che si

erano tirati su da soli.


Francesco per lo più, era lui quello col pallino per le

produzioni. Anche se era da poco che aveva cominciato, la cosa sembrava

riuscirgli parecchio bene.


Fabrizio si ritrovava solo e in stand-by con le tracce da

portare avanti, due condizioni che odiava.


Era così nervoso che nemmeno fumare lo avrebbe aiutato.


Decise quindi di recarsi al bar che era solito frequentare,

per tirare un po’ l’orario.


Era vicino alla stazione e dalla vetrata spesso si dilettava

a osservare l’andirivieni di turisti di passaggio o abitanti del posto che

decidevano di lasciare la città, magari una volta per tutte.


Del resto, anche Fabrizio sognava di andarsene via quanto

più prima possibile da quella cittadina che sembrava soffocarlo ogni giorno di

più.


Sentiva che il suo posto era altrove, che in una grossa

città, meglio ancora una metropolitana, si sarebbe forse sentito più

realizzato.



Perso in quei pensieri, sorseggiava la sua Guinness media, seduto

a uno sgabello, felice che nessuno gli rivolgesse la parola, perché non si

sentiva granché socievole in quel momento.


Fu divertito da un siparietto che gli si presentò sul piazzale

della stazione, dove c’era un gruppo di ragazzi, forse nemmeno maggiorenni, che

correvano verso il binario con una tale foga da continuare a perdere parte dei

loro bagagli, condizione che li costringeva a fermarsi a raccoglierli, per poi

ripartire più isterici di prima.


Essere di fretta. Fabrizio quella sensazione la conosceva

fin troppo bene, tanto da averne anche scritto un pezzo nel suo precedente

album, il primo da solista.


Ecco, ora oltre al calore dell’alcool, era stato pervaso

anche da qualcos’altro che adorava: l’ispirazione.


Aveva un flusso di idee precise che andavano incanalate in

un testo il più presto possibile, prima di correre il rischio di dimenticarsi

anche solo un dettaglio.


Avrebbe anche potuto mettersi a scrivere sopra uno dei tovaglioli,

accanto all’aperitivo, ma per concentrarsi al massimo lui necessitava del

silenzio più assoluto, che solo camera sua avrebbe potuto concedergli, magari

anche con un po’ d’erba.


Senza nemmeno finire la birra, Fabrizio si alzò, pagò il

conto e uscì dal bar, diretto alla sua macchina, o meglio, la macchina che sua

madre gli aveva prestato.


Tuttavia, lo attendeva una brutta sorpresa: l’auto non era

più nelle stesse condizioni in cui l’aveva lasciata.


Quando aveva parcheggiato, quel tratto era completamente

sgombro, adesso invece si ritrovava con una macchina dietro, dalla quale si era

almeno mantenuta una distanza di sicurezza; peccato che però ci fosse una

macchina davanti troppo vicina per lasciargli il giusto spazio di manovra.


- Se poi le rigo la sua Punto chi la sente quella pazza

isterica di mia madre! – si impensierì il ragazzo, ma lo sconforto stava per

cedere il posto alla rabbia.


“Ma cazzo, adesso come faccio? Chi è sto figlio di puttana

che non sa parcheggiare?” urlò, cercando di combattere l’impulso di prendere a

calci la ruota di quell’auto ostile.


“Si dà il caso che sia io il suddetto figlio di puttana!”

esclamò una voce femminile alle sue spalle.


Girandosi, Fabrizio si trovò di fronte una giovane ragazza.

Era alta, con lunghi capelli rossi che le ricadevano fin sotto le spalle, in

morbidi boccoli. E i suoi grandi occhi color verde mare lo stavano fissando con

un astio non indifferente, accentuato dalla sua postura con le braccia conserte

e la scarpa destra che batteva nervosamente sull’asfalto, a rischio di romperne

il tacco.


La ragazza non capiva cosa potesse aver fatto di tanto

sbagliato e perché quel bell’imbusto ce l’avesse tanto con lei. Aveva trovato

fortunatamente la strada semi sgombra, aveva parcheggiato e ed era corsa a fare

la spesa nel market vicino alla stazione.


Aveva momentaneamente posato le borse a terra per assumere

una posa più minacciosa nei confronti di quell’individuo, aspettando che si

girasse. E quando lo aveva fatto, un po’ il disappunto iniziale era scomparso.

Era davvero un bel ragazzo, alto, col cappellino storto che le impediva di

capire come potessero essere i suoi capelli, ma se non altro non nascondeva del

tutto quei suoi occhi scuri, ridotti a due fessure, che la fissavano con tanta

intensità da farle quasi perdere l’equilibrio. E tutti quei tatuaggi che poteva

intravvedere dalla T-shirt a maniche corte che indossava gli conferivano una

tale aria da duro.


Ma all’improvviso, qualcosa nel suo sguardo si addolcì.


“Oh beh, sai… io non volevo...” incespicò lui.


Voleva correre ai ripari, perché quella ragazza era davvero

carina e lui non se la voleva lasciar sfuggire.


“Non volevi dire quel che hai detto? Però l’hai fatto. E,

sentiamo, quale sarebbe esattamente la mia colpa? Ho visto che c’era posto e ho

parcheggiato.” si mise sulla difensiva lei.


“Oh, certo, non hai colpe, vero? Mi hai praticamente

bloccato in questo cazzo di parcheggio!” sbottò lui, indicandole la situazione.


Poteva anche essere carina, ma gli stava già dando sui

nervi.


“Ma quella macchina quando sono arrivata io non c’era, se

non fosse arrivata saresti stato libero di andartene!”


“Hey, begli occhioni, se, come l’altra macchina, tu avessi

parcheggiato la tua un po’ più decentemente, me ne sarei potuto andare in ogni

caso!” rimbrottò il ragazzo.


“Quanto la fai lunga! E poi stavo arrivando, lo vedi? Ci ho

messo meno tempo possibile. Se fossi arrivata un solo minuto prima, me ne sarei

già andata, non avresti trovato la mia macchina e ora non starei faccia a

faccia con il tuo brutto muso!” si stizzì lei, cercando le chiavi della

macchina.


- Beh, proprio così brutto non direi! – rifletté fra sé e sé

la ragazza, soggiogata da quello sguardo.


“E comunque ora, Mr. Non-posso-aspettare-nemmeno-un-minuto,

ti libero la strada così sarai contento!”


Fece per andare verso la portiera della sua auto, ma

inciampò in una delle borse della spesa, che inevitabilmente finì per

rovesciare sull’asfalto il contenuto.


“Aspetta, ti do una mano!” si offrì lui, chinandosi a

raccogliere pesche, mele, un pacchetto di patatine e un paio di bibite in

lattina.


“Eh no, caro mio, non funziona così!” gli andò incontro lei,

strappandogli le cose di mano in malo modo e rimettendole nella borsa. “Se

parti cafone, poi non puoi fare retromarcia e diventare gentleman! Resta

coerente, almeno!”


Fabrizio le sfoderò un parodistico sorrisone cordiale.


“E va bene, cara, vuoi la coerenza? Allora resto coerente:

muoviti a caricare le tue cose e sposta il tuo cesso d’auto così finalmente me

ne posso tornare a casa!” inveì.


“Non me lo faccio ripetere di certo!” si affrettò a caricare

tutto nel baule lei, per poi salire in macchina. “A mai più rivederci, cafone

egocentrico!”


Mise in moto e nel giro di una manciata di secondi di lei

sparì ogni traccia.


“Ma tu guarda ‘sta stronza!” brontolò Fabrizio, mettendosi

al volante, cercando di non pensare a quanto fossero slanciate e ben tornite le

lunghe gambe che quel vestitino verde le metteva in mostra, né a quanto

adorabile fosse il modo in cui lei arricciava il naso quando si arrabbiava.


TBC



Ovviamente il carattere
di Fibra e Nesli non lo posso conoscere, mi baso solo su una vaga idea che mi
son fatta ascoltando la loro musica, guardando/ leggendo le loro interviste e
coi loro libri.



Ah, dimenticavo, la
canzone su cui lavorano all’inizio è ‘Sono un prodotto’ di Nesli feat. Fabri
Fibra … ma immagino la conosciate ;)



Non so quanto spesso
aggiornerò, non so nemmeno se vale la pena proseguire o proprio non ci sono
portata per scrivere su di loro, diciamo che ho voluto fare un tentativo.



Bye bye!



     


                     





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