FanFiction City Hunter | Doi Watanabe, un caso strano! Parte 2 di annadif | FanFiction Zone

 

  Doi Watanabe, un caso strano! Parte 2

         

 

  

  

  

  

Doi Watanabe, un caso strano! Parte 2 ●●●●● (Letta 1068 volte)

di annadif 

11 capitoli (conclusa) - 1 commento - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaCity Hunter

Genere:

Introspettivo - Thriller - Romantico - Umoristico

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Dov'è finito mio marito 

Eri Watanabe è una donna pavida e misantropa, sposata ad un uomo che ama dal profondo del cuore, e con il quale condivide l’affetto per il piccolo Jou, il loro figlioletto intelligente e pieno di risorse. Nella loro casa trascorrono ore serene, tutte volt...


  

Ore 2:00 dopo mezzanotte quartiere Shinjuku, da una finestra di un diroccato palazzo traspare una timida e fioca luce, a tratti coperta dall’ombra di un’esile donna dai passi trafelati avvolti da un altalenante andirivieni.
La donna dal passo concitato indossa una vestaglia color carne, e delle vistose calzamaglie di colore rosso, immerse in pantofole di stoffa blu dal leggero tacchetto in gomma. La casa è piccola e ordinata, dal pavimento coperto da una sdrucita moquette di colore marroncino scuro e dai muri rivestiti da una vecchia e lacera carta da parati turchese dalla fantasia floreale. La donna con sguardo corrucciato, e braccia conserte, prosegue il suo concitato andirivieni, passando da un lembo della vecchia poltrona beige, alla sbilenca stufetta a gas, posti entrambi in prossimità della piccola finestra, e ad ogni passaggio, scruta il cortile, come in attesa che qualcuno arrivi.
Dall’angolo cottura, composto da un fornello a quattro fuochi , e un lavello d’acciaio ad una sola vasca collegato ad un vecchio e gocciolante rubinetto invaso dal calcare, si diffonde il delicato e caldo profumo del Nikujaga ( stufato di manzo e patate), avanzato dalla cena, serbato in un vecchio tegame di alluminio ancora tiepido, coperto da un lustro coperchio sul quale si riflette la tenue luce dell’unta e mal funzionante cappa.
In quell’ambiente caldo e familiare, a scandire il tempo, insiste un orologio a muro dalle consumate lancette nere che puntano verso numeri scuri e grossi. Un ticchettio che induce al riposo placido, di chi consuma aria madida del buon odore del giusto e del sano.
D’ un tratto il cigolio di vecchi cardini incrostati irrompono in quell’assorta e placida calma, destando nella donna un immediato soprassalto. Voltandosi concitatamente verso il fragoroso rumore nota il piccolo Jou, di appena quattro anni, aggrappato alla maniglia della porta della stanzetta che fino a poco prima serbava quegli incubi di figlio spaventato dall’assurda assenza del padre. Imbacuccato in un pigiama di flanella color bluette più grande di almeno due taglie, volge lo sguardo alla madre, e passeggiando leziosamente verso di lei, porta la manina sinistra sul capo coperto da una folta chioma scura tutta scompigliata dal sonno irregolare e recente.
Mamma ( si volta stringendo la mano sinistra al petto, voce palesemente irritata e accorata ) :”Cosa ci fai all’in piedi Jou, va a nanna !!!”
Jou ( strofinandosi un occhio con il pugno della mano e con voce assonnata):” Mamma ma papà non è ancora tornato? … “
Mamma (sguardo spaventato e rigonfio di lacrime, voce tremula e materna ):” Va a dormire tesoro … vedrai che tra poco tuo padre tornerà (accenna un timido sorriso che spinge le palpebre degli occhi a stringersi lievemente tanto da far scivolare una timida lacrima, carezzandosi il volto si rivolge nuovamente al figlio) vieni qui piccolo mio (inginocchiandosi lo stringe a sé).”
Il bambino ancora stordito si dirige verso la sua stanzetta lasciando dietro di sé lo sguardo contrito della madre.
La donna devastata dalla preoccupazione, teme che suo marito possa aver commesso una sciocchezza per uscire dalle ristrettezze economiche nelle quali versavano, lo aveva capito dal modo in cui si erano salutati la mattina, dalla risolutezza vitrea che possedevano i suoi occhi scuri. Porgendo le mani al capo e sciogliendo la fluente chioma nera legata in maniera disordinata, da un fermaglio in plastica, abbandona le membra sulla poltrona e distende i polpacci allargando i lembi della vestaglia, i quali scivolando lentamente ai lati delle cosce, lasciano intravedere uno scorcio della candida camicia da notte di flanella. Congiunge le mani, e incomincia un lungo flusso di pensieri ammantati di profonda ansia. Nei suoi trentasei anni di vita non aveva mai vissuto una tale frustrazione, non aveva mai assaporato questo profondo senso di impotenza. Dove si era cacciato il suo adorato Doi ? Quali strade perverse l’avevano fagocitato? A chi poteva rivolgersi una donna senza il becco di un quattrino, se non alla polizia, e se questa non fosse bastata a ritrovare suo marito?
Di certo, pensava mestamente la donna scrutando lo scarno seno chiuso in un indumento di biancheria intima a basso costo, non avrebbe potuto rivolgersi al grande Ryo Saeba senza quattrini e senza bellezza! Non era mai stata una bella donna, né tanto meno desiderabile, era un “tipo”, una che non si fa notare, né per avvenenza né per eloquenza, ma della quale ci si è sempre potuti fidare.
Come sapeva di Saeba? Era uno famoso, un tipo d’uomo che nei quartieri come il suo hanno una lunga eco. Un nome che difficilmente non passa di bocca in bocca, uno del quale percepisci il suono celato, in un soffio, nei bisbigli, uno del quale percepisci l’imponenza, negli occhi della gente, nelle loro espressioni di stupore.
Come avrebbe potuto fare?
Nel mentre i suoi pensieri fluiscono come un fiume in piena l’orologio segna le 3:00 dopo mezzanotte. La donna pensa a quanto fossero misere le loro speranze e quanto faticavano per portare avanti quell’unico figlio avuto per caso dopo una relazione di appena quattro mesi.
Lei e Doi erano stati, per molti anni, amici e colleghi di lavoro, entrambi commessi di un centro commerciale poco distante dal quartiere nel quale risedevano, lei addetta al reparto profumi, lui al reparto salumi.
Uno sguardo, un caffè, una cena, e come spesso avviene ad adulti provati da troppe delusioni, si lasciarono andare ai piaceri della carne senza alcuna inibizione, scevri di qualsivoglia convenzione sociale.
La loro passione fu talmente travolgente da spingerli ad aversi anche durante le ore di lavoro, fino a quando un responsabile, allertato da una cliente impicciona, non li sorprese in un bagno di servizio. Furono licenziati seduta stante. Sospirando, e accennando ad un sorrisetto, la donna ricordò che Doi, all’atto del furibondo licenziamento, le sorrise, le strinse la mano, e scimmiottando il vagabondo di Chaplin, la trascinò lungo il corridoio d’uscita, a gambe divaricate, sporgendo la punta dei piedi verso l’esterno. Carezzandosi la chioma ricordò che con quel contegno, in un attimo, svanì l’ombra di quella vergogna, sostituita com’era da un senso di libertà fuori dal comune, era come se innanzi avessero un orizzonte sconfinato di opportunità. Doi era un ottimista, un uomo pieno di risorse, uno che sorride alla vita. Per contro lei era pavida, e spesso pessimista, si accontentava di piccole cose sicure, e odiava tuffarsi in avventure dalle quali temeva un non ritorno. Tutto sommato però, lo stare con Doi, le aveva trasmesso una sicurezza della quale non credeva essere capace, e fu proprio grazie a quell’ottimismo insperato che poco dopo furono entrambi assunti nuovamente come commessi, in attività commerciali nella città nella quale avevano deciso d’abitare. Lei assunta in qualità di commessa presso un rivenditore di cose per la casa, lui presso uno di strumenti elettronici d’uso comune.
Erano felici, la casa che avevano scelto era ammobiliata, il fitto era economico, le loro famiglie erano felici di sbarazzarsi di figli che destavano preoccupazione e per questo acconsentirono immediatamente al loro furtivo ed economico matrimonio civile, e quando per caso lei s’accorse d’essere incinta già di due mesi, rimase impassibile, tant’era naturale colmare il loro sentimento con la presenza di una creatura.
Fu tutto fugace, e repentino, come quella loro passione nata dopo anni di profonda amicizia e di confidenze fin troppo private. Si carezzò le guance, sulle quali fluivano lente calde lacrime di dolore. Avevano perso i miseri risparmi di una vita, quelli destinati agli studi di Jou, investendo in borsa, così come aveva consigliato un cugino di suo marito, broker di professione presso una banca che fu data per fallita poco dopo, assieme a tante altre , in quegli anni novanta tanto tormentati per il Giappone.
Da quel giorno Doi, che aveva dato ascolto al cugino e non alle giustissime preoccupazioni di sua moglie, perse sorriso e ottimismo, avvertendo il peso della colpa per quella loro situazione tanto disastrosa. Pensare agli stenti che avevano accompagnato l’accumulo di quegli scarni proventi, lo ferivano, soprattutto se innanzi gli si presentava il futuro del piccolo Jou.
Doveva fare in modo di ripristinare la situazione danneggiata dalla sua smania di grandezza, e per farlo, sua moglie temeva, che sarebbe stato in grado di commettere una qualsiasi follia. Amava Doi, il loro era stato un matrimonio d’amore, tutto sommato l’impeto di quella passione, con gli anni sfumato, si era trasformato in un sentimento intenso, in un legame profondo ed inestimabile.
Si specchiavano negli occhi del loro piccolo Jou, e impettivano il loro orgoglio, tronfi per aver compiuto un’impresa della quale non credevano d’essere capaci. Jou era intelligente, spiritoso, allegro. Un bambino curioso e felice. Di certo non erano sufficientemente ricchi da potersi permettere scuole costose, ma confidavano nelle grandi capacità del loro gioiello prezioso, e dunque nella possibilità di quest’ultimo, di poter concorrere ad una ricca borsa di studio che gli avrebbe permesso di entrare in una scuola d’alto livello. Le maestre ne lodavano le intuitive capacità, lodavano la curiosità intellettuale del piccolo, già in grado di leggere e scrivere. Aveva molti amici, era socievole, giocherellone, e sensibile. Jou era un piccolo dono prezioso, uno di quelli per i quali sarebbero stati capaci di compiere qualsiasi cosa pur di veder sbocciare in lui un barlume di gioia, ma Jou capiva bene di non poter pretendere nulla da quei genitori costretti a lavorare per ore, e per questo non chiedeva niente, non faceva capricci, non invidiava gli amichetti, era un ottimista, proprio come il padre.
Il padre, Jou adorava giocare con il padre, adorava gli abbracci e il profumo della madre, gli odori semplici della piccola e povera abitazione che li ospitava. Adorava le sue piccole cose, i suoi libri per bambini grazie ai quali , tutte le sere il padre, con dedizione, gli insegnava a riconoscere quei segni dell’alfabeto, che alla stregua di codici segreti, gli avevano aperto le porte degli immensi mondi della fantasia e non solo. Grazie a quelle letture, era in grado di distinguere ciò che era buono, da ciò che non lo era. Non aveva bisogno del supporto delle maestre per riconoscere determinate cose, sapeva leggere, sapeva scrivere, era piccolo, ma sapeva difendersi dal mondo che lo circondava.
Aveva imparato a tornare a casa proprio grazie a quei magici segni. Un giorno infatti, allorquando i genitori noncuranti dell’improvviso malanno che aveva colpito la signora Emi, vicina di casa pagata profumatamente per recuperare il piccolo a scuola e accompagnarlo a casa, Jou fu costretto a portarsi a casa da solo, rassicurando la maestra dell’arrivo della signora che quotidianamente lo aspettava fuori i cancelli della scuola. Una volta in strada, il piccolo, riconobbe i cartelli, le scritte che li caratterizzavano, grazie alla lettura era diventato accorto nell’individuare i particolari. Riconosceva i segni precisi che circondavano casa sua, e una volta sull’uscio, aiutato da un vecchio inquilino del palazzo, riuscì ad entrare in casa. Telefonò i genitori e si mise a giocare con la sua macchinina.
I due seppero com’era andata solo quando, la signora, in seguito sollevata dall’incarico, avvertì con molto ritardo, che non sarebbe andata a prelevare il piccolo, intimando di provvedere tempestivamente.
In quell’occasione non seppero se redarguirlo o lodarlo, quel figlio tanto piccolo, e tanto autosufficiente. Preferirono spiegargli che erano fieri delle sue grandi capacità, ma che se fosse successo ancora, avrebbe dovuto avvertirli.
Ma dov’era finito Doi, dov’era finito il padre tanto amato da Jou? Dov’era finito quell’uomo di bell’aspetto, dal sorriso caldo e gli occhi grandi? Dov’era finito quel marito, quel compagno, quell’anima mite che riempiva le giornate di Eri Nakamura ?
D’improvviso qualcuno bussò alla porta. Eri e Jou allertarono i loro sensi, per non lasciarsi sopraffare da questi ultimi. Il piccolo nascosto sotto il piumone, sgranò gli occhi, e affinò l’udito intento a catturare i passi spediti e concitati di sua madre.
La porta si aprì, e ...










     


                     





E' possibile inserire un nuovo commento solo dopo aver effettuato il Login al sito.