Shiver

         

 

  

  

  

   

  

  

Shiver ●●●●● (Letta 163 volte)

di 5AM_

7 capitoli (in corso) - 2 commenti - 4 seguaci - Vietata ai minori di 16 anni

    

 

Sezione:

Storie originaliRomantico F/F

Genere:

Introspettivo - Fluff - Romantico

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Chiara - Sara

Coppie:

Chiara/Sara (Tipo di coppia «FemSlash»)

 

 

               

  


  

Fuorigioco?

Se volete sentire la canzone che canta Sara in questo capitolo, vi lascio il link https://www.youtube.com/watch?v=VDCvU4ef6qk . E' una canzone bellissima e piena di emozioni, fate questo piacere alle vostre orecchie e producete un po' di sana dopamina.


  

“Aspetto giorno, ora e parco”. Quella frase mi risuonava nelle orecchie da giorni interi, continua ad aleggiare nella mia mente e a bussare continuamente come se volesse dirmi: “sbrigati, cosa aspetti?”
In effetti non so neanche io cosa stia aspettando.
Ho il suo numero, è lei che mi ha chiesto di uscire… eppure non le ho ancora scritto.
Ormai sono passati quattro giorni dal Pride e dalla consecutiva scampagnata a casa di Sara.
Giustamente Eleonora mi aveva detto di non scriverle subito il giorno dopo, ma di farla stare un po’ in ansia e di aspettare. Era un ragionamento corretto, non volevo pensasse che sono una tra le tante che cade ai suoi piedi con facilità.
Così mi sto trattenendo da quattro lunghi giorni. Ho cercato di riempire le mie giornate con maratone di serie tv e, ogni tanto, qualche suono di chitarra. Diciamolo: erano stati quattro giorni di relax.
Però ora è tempo di agire, devo raccogliere il mio coraggio e scriverle.
Guardo la sveglia appoggiata sul mio comodino. Sono le nove. Stranamente i miei pensieri mi hanno fatta svegliare presto. Sarà già sveglia oppure è come me, ovvero una dormigliona senza precedenti? Beh non resta che scoprirlo.
Scrivo velocemente il messaggio e lo rileggo per controllare di non aver fatto nessun errore madornale vista l’ora. Invio.
Okay Chiara, ormai è fatta. O questo è uno sbaglio madornale, oppure questa ragazza si rivelerà il tuo più grande punto debole.
Sbuffo sonoramente sentendo i miei pensieri.
Mi rigiro nel letto e aspetto pazientemente la risposta.
Improvvisamente mi ricordo che Eleonora ieri sera era tornata a casa, al suo quartier generale, per passare un po’ di queste vacanze con i suoi. Compongo il suo numero e la chiamo. Sicuramente è già sveglia e sarà anche già tornata dalla sua corsa mattutina.
-Qual buon vento!- mi risponde dopo pochi squilli.
-Oddio la tua capacità di essere felice alle nove del mattino mi dà i brividi- rispondo.
-La mattina in cui verrai a correre con me sarò ancora più felice- dice apposta per farmi innervosire.
-Volevo sapere come ci si sente ad essere di nuovo a casa-
-Bene, mi coccolano! Quindi sono molto contenta di essere tornata. Da una parte è bello rivedere facce conosciute- mi risponde seria.
-Beh goditi tutto finché puoi!- le dico sincera. -Quando torni?-
-Oh, ti manco già stellina?- dice ridendo.
-Ogni giorno tiri fuori un nuovo nome orribile. Comunque no, non mi manchi. Volevo solo sapere quanto dura quest’ora d’aria- dico ironicamente.
-Due settimane. Vedi di usare queste due settimane di liberà per farti sta rossa o quando torno sono guai seri!- mi dice con tono minaccioso.
Rido. Questa storia non finirà mai.
Poi continua. -Tu invece quand’è che torni a casa?-
Uffa, argomento delicato e difficile.
-Non so sinceramente. Per ora i miei sono in vacanza, quindi se ne riparla tra tre settimane- dico molto distrattamente.
-Capisco, allora hai tempo per fare baldoria con la tua bella! Ci sentiamo presto Chiara-
-A presto Ele e divertiti!-
Stacco la comunicazione e mi ritrovo a fissare il soffitto.
Magari una doccia fresca può far partire questa giornata con il piede giusto? Nel dubbio mi infilo sotto il getto fresco e mi abbandono al relax più totale.
Una volta uscita lascio i miei capelli bagnati. Se c’è una cosa che mi piace dell’estate è il fatto di non essere obbligata a dover passare un’ora sotto il getto bollente del phon, per asciugarmi i capelli. Anzi, questo fatto era una vera e propria benedizione.
Prendo il telefono per controllare l’ora e decidere il da farsi.
Noto che c’è un messaggio da parte di Sara.


Sara: “Oggi? Sì sono libera, ma alle sei purtroppo ho un impegno. Che avevi in mente di fare? (:”
“Sei ancora disponibile per il famoso parco?”

Magari aveva cambiato idea, anzi era molto probabile l’avesse fatto.
Invece dopo pochi minuti mi arriva un altro messaggio.
Apro.

Sara: “Certo! Avevo quasi perso le speranze! Verso le 14? Dimmi solo dove”

Ci penso un attimo.
“I giardini reali?”
Sara: “Andata. Ci vediamo lì? Ti passo a prendere volentieri se hai bisogno”
“Tranquilla, mi faccio volentieri una camminata”
Sara: “Come preferisci. Allora, ci vediamo là! (:”
“A dopo!”
Guardo l’ora. Okay, ho esattamente quattro ore per prepararmi a quello che avverrà.

In quelle quattro ora ho mangiato, ho cercato di aggiustarmi i capelli ribelli e soprattutto ho sparato la musica a mille cercando di sovrastare il volume dei miei pensieri. È così frustrante avere un cervello perfettamente funzionante! Si fa mille domande, mille pensieri, costruisce castelli di carta che poi fa crollare apposta con un soffio… in poche parole? Ti fa impazzire e non ti molla mai. Picchia come un martello su un chiodo e non ti da pace.
Decido di non abbandonare la tecnica della musica neanche durante il breve tragitto che mi separa da casa ai giardini. Magari continuerà a fare l’effetto sperato ed evitare che i miei pensieri prendano il sopravvento.
Una volta arrivata davanti al grande arco, che segna l’entrata ai Giardini Reali, mi fermo e aspetto pazientemente. Sono le due spaccate, quindi Sara non dovrebbe arrivare tra molto.
Infatti dopo pochi minuti intravedo i suoi capelli rossi in mezzo alla folla. Porta una semplicissima maglietta a maniche corte nera con qualche riga bianca, con un taschino proprio sul lato destro del suo petto, inutile dire che le sta benissimo. Le gambe sono fasciate da dei pantaloncini corti, decisamente corti, ma che porta con disinvoltura. Sul suo naso si appoggiano i solidi Ray-Ban dalla forma quadrata che le danno un’aria di mistero. Dietro di lei, appoggiata sulla sua schiena, scorgo una custodia della chitarra. Questa ragazza non riesce a vivere senza la sua “donna” neanche per qualche ora, eh?
Il suo sorriso mi abbaglia a distanza da quanto è perfetto.
-Ma ciao- esordisce abbracciandomi forte.
Ricambio l’abbraccio ancora un po’ intontita da quella visione di perfezione umana.
-Ciao- dico con un sorriso.
-Che dici, andiamo?- dice, iniziando a camminare sotto il grande e imponente parco.
Annuisco e la seguo.
I Giardini Reali probabilmente sono l’angolo più bello di questa immensa città. Sono un respiro fresco e tranquillo in mezzo alla frenesia del centro. Entrando in questo groviglio di stradine, alberi, gazebo in legno, non diresti mai di essere in pieno centro della città. Per fortuna durante la settimana non c’è mai troppa gente: la maggior parte delle persone sono a lavoro, gli studenti sono in vacanza oppure sono tornati alle loro case in provincia e il parco è popolato solo dai pochi fortunati che vogliono farsi una corsa o leggere un libro in santa pace.
-Vuoi andare in un angolo particolare?- mi chiede spezzando la catena di osservazioni che la mia testa stava facendo.
-Non saprei, basta che sia all’ombra- le dico.
Mi sorride e annuisce, penso che abbia già idea di dove dirigersi.
Dopo aver camminato ancora pochi minuti, si dirige verso un grosso albero e appoggia la chitarra al tronco. -Direi che qui va bene- dice tirando fuori una coperta dalla tasca della custodia e stendendola.
Wow, è preparatissima. Io neanche ci avevo pensato.
-Bell’idea- le dico sincera.
-Grazie, almeno stiamo più comode-
Tira su gli occhiali tra i capelli, e si lega i capelli in modo disordinato scoprendo il suo collo magro.
Mentre si mette a posto mi perdo con gli occhi su di lei. Le sue braccia alzate mi danno l’occasione di cogliere un particolare che neanche le mie foto avevano catturato. All’interno della parte superiore del suo braccio, c’è un altro tatuaggio. Un piccolo triangolo, tre linee e niente di più.
-È il primo tatuaggio che ho fatto- mi dice cogliendomi impreparata. Quasi mi spavento.
Mi ha beccato in pieno.
-Semplice ma bello- le dico imbarazzata.
-Grazie. Tu ne hai?-
-No, ma vorrei farmelo un giorno. Ma in realtà sono un po’ spaventata dal dolore-
Mi sorride dolce.
-Se ci tieni non dovresti pensare al dolore-
Mi dice come se non si riferisse soltanto ad un tatuaggio, lo dice come se avesse un significato quasi universale.
Annuisco.
-Bhe dimmi… come ti sono andati questi giorni? Cosa hai fatto di bello?- mi chiede prendendosi le ginocchia tra le gambe.
-Bene, ti ringrazio. Non ho fatto molto, ho messo un po’ apposto il casino che avevo lasciato durante la sessione esami- le dico semplicemente.
-Devi ancora fare qualche esame o sei in vacanza?-
-No, fino a settembre sono in ferie. Niente studio!- dico tutta felice. -Invece tu come stai? Che hai fatto?-
-Tutto normale, io mi sono annoiata. Ho suonato un po’, ho incontrato qualche vecchio amico, ma niente di più-
Sorrido.
La conversazione si è già fermata. Il silenzio cade sui nostri corpi, cerco disperatamente qualcosa da dire senza riuscirci.
Se c’è una cosa che non va in me è la mia capacità di comunicazione.
-Hai avuto una bella scelta- dice di colpo.
-Cosa?- non ho capito a cosa si riferisse.
-Il parco. È una bella idea, non ci venivo da tempo-
Mi sorride.
-Ehhh, vedi? Ci volevo io per farti venire fin qua- dico scherzosamente.
Ridacchiamo insieme.
-Hai proprio ragione- dice con una serietà inaudita.
Si mette più comoda sulla coperta, si allunga e distende. Incrocia le mani dietro la testa e sospira sonoramente.
Ecco, si sta già annoiando.
Dannata Chiara, neanche una semplice uscita riesci a reggere.
-Allora, che impegno hai oggi?- chiedo. Dio ma una cosa migliore da chiedere non l’avevi? Devi farti gli affari di Sara? Fai sul serio? Il mio cervello scuote la testa internamente.
-Ah, grande! Mi hai ricordato che dovevo chiederti una cosa. Io alle 18 devo andare a vedere la partita di quella rompiballe di Alessandra o mi spezza le gambe. Mi ha detto di dirti che, sia tu che Eleonora, siete invitate se vi fa piacere-
-Ringraziala tanto per l’invito, ma mi sentirei di troppo. Tra l’altro Eleonora non è più in città. È tornata a casa dai suoi per due settimane- dico gentilmente.
-Ah, studentessa fuori sede?- mi chiede.
-Esattamente-
-Beh, già lei non può venire, non vorrai mica mancare anche tu? Potrebbe prenderla sul personale- mi dice giocherellando con l’erba al suo fianco.
-Davvero, mi sentirei fuori posto- le dico con tutta la gentilezza possibile.
-Dai non mi vorrai abbandonare ad una partita di 11 ragazze che corrono dietro ad un pallone?!-
Rido sonoramente.
-Mica ti mangiano Sara!-
-Daiii ti prego- dice unendo le mani in segno di preghiera.
-Solo se mi suoni qualcosa con quella- le dico indicando la chitarra appoggiata all’albero.
-Uhh, siamo già allo step “ti faccio una serenata”? Non lo sapevo- dice facendomi arrossire visibilmente. Sento addirittura le punte delle orecchie andare a fuoco.
Ride alla vista della mia reazione.
Prende la custodia e sfila delicatamente una chitarra acustica di un legno scuro elegantissimo.
Quante chitarre possiede questa ragazza?
Muove le dita sulla tastiera e suona una melodia dolce e rilassante. Perdo lo sguardo sulle sue dita affusolate, magre e lunghe. Si muovono sapientemente tra le corde della chitarra, penso addirittura Sara neanche le comandi più. Saranno così abituate a muoversi in quel modo, che lo faranno in automatico.
Prende un sospiro e inizia a cantare con la sua voce cristallina e perfetta.

So we come to a place of no return
yours is the face, that makes my body burn
So when you're weak

Prende un respiro, come se volesse assaporare totalmente le parole che sta per dire.

When you are on your knees
I'll do my best, with the time, that's left
I'll turn into a monster for you, If you pay me enough

La musica continua ancora per qualche minuto, dolce e lenta. Poi si spegne così com’è iniziata.
-Wow- dico soltanto.
Scuote la testa e ride un poco.
-Davvero… complimenti. Bellissima-
-Troppo buona, come sempre- mi dice evitando di guardami negli occhi.
-È tua?-
-Sì, potrebbe finire nel prossimo album della band se me l’accettano- dice speranzosa.
-Beh, spero non facciano la cazzata di bocciartela. È bellissima!- dico incrociando le braccia.
Mi sorride amaramente.
-Non è tutto rose e fiori con loro, non è come uno si immagina- mi rivolge uno sguardo quasi deluso.
-Beh, sono comunque contenta perché ho sentito una canzone in anteprima. Potrei vantarmi per mesi- dico cercando di togliere dal suo viso quello sguardo deluso e triste. Chissà cosa la rende così nel suo lavoro. Chissà cosa succede dietro la facciata della band, chissà cosa deve affrontare per vivere la sua passione.
-Non fare spoiler a nessuno, mi raccomando- mi dice ridacchiando.
Annuisco seria. -Non lo farei mai!- dico con una mano sul cuore come se stessi giurando.
Tra qualche nota e l’altra, qualche parola, qualche racconto di avventure durante il suo tour si fa l’ora di andare.
-Allora, io ho mantenuto la mia parte della promessa- mi dice rimettendosi gli occhiali da sole e ritirando la sua chitarra. -Ora tocca a te!- dice facendomi un cenno del capo come per dire “seguimi”.
La seguo fuori dal parco silenziosamente.
-Ho la macchina da questa parte-

◦●◦ ◦●◦

Arriviamo al campo sportivo dopo una ventina di minuti, che passiamo ad ascoltare la musica.
-A cosa gioca Alessandra?- mi chiede con un sorriso Chiara.
-Calcio!- rispondo scendendo dalla macchina. -Un consiglio: non iniziare mai una discussione sul calcio con lei. Non ti mollerebbe più per giorni!-
Ride genuinamente.
-Non c’è pericolo, io odio il calcio!- mi dice grattandosi la testa.
-Chi è che odia il calcio?!- ecco che una voce familiare urla alle mie spalle.
Alzo gli occhi al cielo.
Se c’è una cosa che non doveva accadere era decisamente questa.
Mi giro e incrocio lo sguardo di Alessandra, visibilmente furiosa. -Stai tranquilla, nessuno odia il calcio qui. Chiara stava scherzando. Vero Chiara?- le dico rigirandomi verso di lei e guardandola con occhi spaventati. Lei è più spaventata di me.
-Ma ovvio scherzavo! Era una battuta, davvero!- dice cercando di essere credibile.
-Umh, ti controllo ragazzina- le dice tutta seria e minacciosa.
Chiara dall’altra parte sorride nervosa.
Noto che Alessandra è già vestita con la divisa da gioco rossa e arancione tipica della squadra della città. Scarpette da calcio, calze che le fasciano i suoi polpacci muscolosi, maglietta larga per lasciare più libero il movimento. È indubbiamente una ragazza sexy in divisa. Questo per chiunque, etero o no che sia. Infatti Alessandra ha una sfilza di ammiratrici ed ammiratori che fa invidia a chiunque. Però lei non ha mai amato parlare della sua vita sentimentale, neanche io -la sua migliore amica- sapevo i particolari o con chi uscisse. Neanche in tutti gli anni di liceo mi ha mai confidato mezza parola su qualche cotta o qualche notte di fuoco. Infatti, per questo motivo, tutti noi la stuzzicavamo con continue battute sull’argomento ma con scarsi risultati. L’unico particolare che avevo conosciuto era che aveva delle relazioni da una notte e basta. L’avevo scoperto facendo due più due quando, per emergenza, era vissuta a casa mia per un mese. Usciva senza dire dove andava e tornava la mattina dopo. Beh, sicuramente aveva qualcuno con cui passare la notte. Non ho mai fatto domande e penso non lo farò mai. Capisco la sua intenzione di mantenere tutto privato e intimo, vorrei poterlo fare anche io. Ma la posizione in cui sono, non sempre mi permette questo lusso. Istintivamente i miei pensieri ritornano a Chiara che ora mi sta seguendo tra gli spalti.
Se mai si creerà un rapporto tra di noi e di qualunque tipo sarà, per lei non sarà facile dover sopportare quello che io sopporto ogni giorno. Sospiro sonoramente.
-Non hai voglia di vedere la partita?- mi chiede sentendo il mio sbuffo.
Pensavo di aver sospirato solo nella mia testa, invece l’ho fatto davvero e mi ha sentito.
-Eh? No, figurati. Anzi con la tua compagnia è tutto più sopportabile- dico sorridendo.
-Shh, non dirlo troppo forte che se ti sente…- mi dice mettendosi l’indice sulle labbra.
Alzo le mani in segno di difesa.
La partita finalmente inizia. Intanto sono arrivati a fare il tifo con noi tutti i miei colleghi musicisti e qualche amico di Alessandra. Tutti salutano cordialmente Chiara e dopo si siedono vicino a me.
Alessandra sta giocando bene come al solito. Se c’è una cosa in cui è brava è proprio giocare a calcio. Ha questa passione fin da quando era piccola. In casa sua ci sono solo premi calcistici sopra i ripiani, foto di Alessandra con il pallone da calcio tra i piedi, perfino quando ancora il pallone sembrava più grande di lei.
Durante il liceo la sua più grande preoccupazione era riuscire a combinare studio ed allenamenti, perché non voleva saltare nessuna partita e nessun allenamento. Tante volte è andata con la febbre ad allenarsi pur di non perdere il posto da titolare.
Sicuramente tutti gli forzi fatti in questi anni la stavano ripagando. Ovviamente il calcio femminile non è una miniera d’oro come quello maschile, ma giocare in serie A per la sua città è tutto quello che ha sempre sognato. Lo stipendio non è alto, anzi… per niente alto, però ha sempre cercato di farselo bastare. Per arrotondare lavora anche in uno dei miei bar preferiti e credetemi, come barista ci sa decisamente fare.
Finalmente dopo molti tentativi la nostra squadra incassa il primo gol. Pietro e Andrea si mettono in piedi insieme agli altri tifosi ed esultano. Io mi limito ad applaudire felice e con la coda dell’occhio noto che Chiara sta facendo lo stesso.
Dopo che il momento di euforia è passato si ritorna al gioco. Quando l’arbitro fischia un fuorigioco inesistente la folla si scalda.
-Dai non c’è sto fuorigioco!- urla arrabbiato Pietro.
Chiara mi picchietta la spalla.
-Odio doverlo chiedere, ma cos’è un fuorigioco?- mi chiede quasi sottovoce.
Istantaneamente mi metto a ridere. Allora è vero che non ne sa nulla di calcio!
La mia risata ha catturato l’attenzione di Pietro che capisce immediatamente quale sia il problema. Così, mentre ancora rido, Pietro spiega con precisione la regola.
Tra le varie spiegazioni e domande di Chiara il gioco si conclude.
Dopo il primo goal, Alessandra ne ha fatto un altro conducendo così la sua squadra alla vittoria.
Scendiamo velocemente gli spalti per andare a salutare Ale.
Appena mi vede mi stringe in un abbraccio affettuoso e sincero. -Complimenti- le dico sussurrando.
-Mi faccio una doccia veloce e poi sono tutta vostra- dice sparendo negli spogliatoi.
Mentre aspettiamo che esca la mia attenzione si rivolge a Chiara che ancora parla con Pietro di regole del calcio. -Bah, io comunque non capisco il senso del gioco. Cioè, odio i calciatori! E odio come viene trattato il calcio qua in Italia- dice sincera verso Pietro.
-Hai ragione Chiara, però per fortuna il calcio femminile è molto diverso e spero tu venga qua abbastanza da rendertene conto! Cioè sempre se questa musona ti porta con sé!- dice scompigliandomi i capelli.
Gli faccio una linguaccia in risposta. Sempre a chiamarmi con quel nomignolo!
-Davvero è una musona?- chiede Chiara ridacchiando.
Pietro in risposta sussurra qualcosa nell’orecchio di Chiara e la fa scoppiare a ridere.
Sbuffo arrabbiata e porto gli occhi al cielo.
-Pietro, parla un po’ con Andrea che io devo parlare con Chiara- gli dico prendendo per il polso Chiara e portandola un po’ lontana dal gruppo.
-Ehy senti…- esordisco. -Di solito dopo una vittoria di Alessandra andiamo tutti nel nostro pub preferito e festeggiamo. Sappi che non sei tenuta a farlo, nel senso… so che loro possono essere pesanti soprattutto dopo una sana bevuta. Se ti fa piacere sei invitata ma ecco, non sentirti obbligata. So anche che magari sei fuori da parecchio tempo e puoi essere stanca, magari i tuoi si stan- mi blocca.
-Calmati Sara. Prendi un respiro- mi dice ridendo appena. -A me fa piacere, ma non voglio essere di troppo. Soprattutto… non voglio essere un peso per te- dice guardandosi le scarpe.
Con due dita le tiro su il mento. -Ma figurati a me fa solo piacere se vieni-
-Allora vengo volentieri- ammette finalmente.

Poco dopo ci ritroviamo nel nostro pub preferito, con la nostra musica preferita in sottofondo e circondati da persone splendide.
Tutti con le nostre birre davanti, un enorme piatto di nachos e tante risate. L’unica che non ha voluto la birra è stata Chiara, ovviamente. Ognuno chiacchiera con il proprio vicino degli argomenti più disparati, ogni tanto interpella il tavolo per sapere opinioni o per avere consensi. Per esempio: -Vero che il portiere dell’altra squadra era una figa strepitosa?-, oppure -Vi ricordate di quella volta che Pietro era talmente ubriaco da scambiare il lavandino della cucina per il cesso?-, ecco queste erano le conversazioni che giravano tra noi regolarmente.
Eppure, ora che mi ritrovo in mezzo a loro dopo esser stata lontana da casa per mesi, mi sento finalmente arrivata. Arrivata di nuovo tra chi mi conosce, di nuovo tra chi mi considera una parte importante della sua vita di nuovo… a casa.
Chiara parla animatamente con Alessandra di… calcio. Le avevo detto di evitare l’argomento ma a quanto pare è curiosa.
-Quindi com’è vedere i giocatori maschi avere un certo successo e voi ragazze invece niente o quasi?- le chiede sorseggiando la sua bibita.
-Ragazzina, vai subito al punto eh! Mi piaci!- le dice dandole un’amichevole pugno sulla spalla. -Beh, lo ammetto… non è semplice. Io mi faccio il culo come loro, o forse ancora di più essendo donna, eppure visto che non ho un pene tra le gambe ma, appunto, una vagina non devono darmi il giusto merito che mi spetta. Sai mi sono incazzata tantissimo per questo aspetto per tanti anni della mia vita, forse ancora adesso mi sale un po’ di rabbia su per lo stomaco ogni tanto, ma ho anche imparato che è solo un perdita di tempo. Arrabbiarsi ed insultare un sistema non lo cambierà mai e sono sicura che la visione del calcio femminile non cambierà con uno schiocco di dita. Quindi mi sono detta: Alessandra fai del tuo meglio per arrivare in alto, suda, bestemmia, prenditi i crampi alle gambe e tutto ciò che ne consegue. Perché l’unico modo per far rosicare il sistema è che ti voglia una squadra estera e che tu te ne vada da questo cazzo di paese- conclude con amarezza.
-Questo cazzo di paese maschilista- aggiunge Chiara con serietà.
Alessandra alza il bicchiere di birra e dice: -Non potevo dire di meglio- dice andando a brindare con il bicchiere di Chiara. -Sei forte ragazzina- le dice poi Alessandra.
-Spero tu riesca a vivere della tua passione Alessandra, te lo meriti!- le dice poi genuinamente.
-Cavolo Sara, non hai mai portato una ragazza così gentile, simpatica e soprattutto femminista. Finalmente te le stai scegliendo bene?- si rivolge a me ironica.
Chiara si gira verso di me imbarazzatissima e intimidita dalla situazione.
In risposta do uno spintone giocoso ad Alessandra e un po’ di birra si rovescia sul grande tavolo in legno.
-Sara, sei una sprecona! Guarda che casino hai fatto! Hai sprecato la cosa più bella della mia vita!- dice guardandomi con sdegno. Tutti al tavolo ridiamo in coro.
-Tieni te ne offro un’altra- le dico lasciando i soldi sul tavolo.
Poi sottovoce mi rivolgo a Chiara: -Che dici se ci facciamo una passeggiata?- Annuisce seria.
-Noi andiamo ragazzi. È stato un piacere- dico alzandomi da tavolo e prendendo la mia borsa.
-Buona continuazione- esordisce Chiara salutando con la mano.
Sicuramente Alessandra saprà di che parlare ora.

◦●◦ ◦●◦

Una volta uscite dal pub iniziamo a passeggiare per le vie della città.
Vivo solo da un anno qua, ma so già orientarmi discretamente bene. So che questa è una zona abbastanza vicino a casa mia, ma di solito non vengo mai da queste parti.
Parliamo del più e del meno, di com’è simpatica e forte Alessandra, di come gli altri siano molto uniti.
Questo fino a quando un tuono forte non ci fa immediatamente guardare in alto preoccupate.
-Io ho paura dei temporali- dice spaventata Sara.
Immediatamente mi metto a ridere. Sara spaventata dai temporali? Lei che fa tutta la rocker dura e forte?
-Cosa ridi?- mi dice spaventata. -È veroo!-
Incrocia le braccia. Sbuffa.
Continuo a ridere vedendo questa buffa scena.
-Okay okay allora direi di correre a ripararci il più presto possibile-
-Andiamo alla macchina-
Si mette a correre sotto la pioggia battente, verso la macchina che è poche traverse più in là.
-Ti muovi o cosa? È il diluvio universale-
Che esagerata!
Una volta in macchina mi dice seria: -Ti porto a casa-
-Abito solo a solo due isolati da qua, posso andare anche a piedi- le dico. Non voglio di certo crearle disturbo.
-Ma sei pazza?!- mi guarda preoccupatissima. -Ti bagneresti tutta e scusa se magari ti cade un fulmine in testa? Nono io non voglio questo senso di colpa- mette in modo la macchina e parte alla velocità della luce.
-Qua a destra e poi sempre dritto- le dico.
Dopo qualche minuto di silenzio un ticchettio sul tettuccio ci risveglia dai nostri pensieri.
Rivolgo gli occhi sopra di me.
-No ma che cazzo stiamo scherzando?!- dice Sara accelerando.
-Direi che è grandine- dico guardando fuori.
-L’ho capito! È proprio quello il problema! Cavolo la mia macchina, povera macchina- dice quasi in panico.
-Senti siamo arrivate, dietro casa mia c’è il parcheggio. È coperto, metti la macchina lì e ti vieni a prendere una camomilla in casa- le metto istintivamente una mano sulla spalla.
-No ma sei fuori? Non posso venire a casa tua, così… bagnata fradicia- mi dice.
-Rallenta qua è l’entrata. Parcheggia lì, che in teoria è del mio appartamento- le dico facendole segno.
Una volta parcheggiate faccio per uscire dalla macchina.
Noto che Sara è ancora paralizzata all’interno.
Vado dalla sua parte e le busso al finestrino. Mimo con la bocca un “forza”. Lei in risposta tira giù il finestrino e mi dice: -Si è fatta tanto male?- chiede indicando il tettuccio.
Mi alzo in punta di piedi e controllo. -Neanche un graffio, ti è andata bene- le dico rassicurandola.
Apre la portiera subito dopo e ci dirigiamo verso la portina.
Saliamo silenziosamente sull’ascensore.
-Sei sicura che non sia un problema?- chiede ancora quasi in panico.
-Sono sicura, credimi-
-Io non vorrei disturbare, dai poi sono anche bagnata e sporco tutto.. e poi- la blocco.
-Basta, stai tranquilla-
-Ma se ci sono i tuoi cosa devo dire? Tipo aiutami a prepararmi qualche risposta-
Scoppio a ridere in una fragorosa risata.
Sara non sa che non vivo con i miei genitori e di conseguenza è in panico perché pensa di incontrarli.
Rido ancora quando le porte si aprono e infilo le chiavi. -Ma cosa ridi Chiara!-
Apro la porta e accendo le luci.
-Puoi stare tranquilla, vivo da sola- dico mettendo a tacere le sue continue domande e la sua ansia.
Mi guarda paralizzata.
-Potevi dirmelo prima!- mi dice facendo la finta arrabbiata.
-Non me l’hai mai chiesto- ribatto pronta.
Non dice niente altro.
L’ho zittita io questa volta.
-Comunque come puoi vedere non è come la tua reggia- dico proseguendo nel salotto. -È piccola, poco moderna e soprattutto la tv non è grande come la tua, però mi accontento- dico.
-È molto carina-
Sorrido riconoscendo la gentilezza che dimostra.
Restiamo impalate al centro del salotto.
-Okay che ne dici se ti trovo qualcosa in cui cambiarti e mettiamo i tuoi vestiti ad asciugare sul termosifone?- le dico con un sorriso rassicurante.
-Oh… sì, forse è meglio- mi dice con un velo di imbarazzo.
-Vado in camera così cerco qualcosa che possa andarti bene-
Per fortuna Sara non ha occasione di vedere la mia camera da letto, perché è molto spartana in confronto alla sua. La mia è composta solo da un letto matrimoniale e un armadio neanche troppo moderno. Tra l’altro non ho ancora avuto tempo e voglia di personalizzarla un po’ da quando sono arrivata qua.
Dopo aver scavato nel mio armadio, finalmente trovo qualcosa di adatto a Sara.
-Il bagno è di qua, così ti puoi cambiare tranquillamente- dico indirizzandola verso il bagno.
Mentre la aspetto mi butto sul divano.
L’unico pensiero che ho in mente è: per fortuna ho pulito casa.
Poi dopo un lungo sospiro un altro pensiero mi passa per la testa. Sara che si sta svestendo nel mio bagno, Sara che si sta vestendo con i miei vestiti.
Scuoto violentemente la testa. Non devo pensare queste cose, non devo farmi illusioni e non devo fare i miei soliti viaggi mentali. Quelli, Chiara, li potrai fare quando sarai da sola.
Poco dopo Sara esce vestita con la mia maglietta dei Muse, dei pantaloncini corti e neri.
Mi incanto nel vederla con i miei vestiti addosso.
-Questi dove posso metterli?-
Mi dice risvegliandomi dal mio sogno ad occhi aperti.
-Emh, si quelli dammeli li vado a mettere sul termosifone-
Corro in camera da letto e cerco di darmi una calma.
Un respiro profondo e torno in salotto.
-Che ne dici se ci guardiamo qualcosa e intanto aspettiamo che la tempesta smetta?- dico ridendo un poco ricordandomi della reazione di Sara poco fa.
Annuisce con un sorriso.
Ci buttiamo sul divano quasi simultaneamente.
-Cosa vuoi vedere? Gira un po’ il catalogo di Netflix-
Prende il telecomando e gira tra i vari generi.
-Non ho mai visto Daredevil. Tu?- mi chiede.
-Io neanche, vogliamo iniziarlo?-
Annuisce contenta e fa play.
Stendo una leggera coperta sulle nostre gambe fredde per la pioggia e scoperte. Sembra gradire l’idea tanto da prendersela e tirarsela su fino al mento.
Mentre la sigla scorre sullo schermo Sara rompe l’atmosfera: -Quindi vivi sola?-
-Mi sono traferita qua per l’università. Fisica è molto più rinomata qua-
-Capisco, non lo sapevo. Hai fatto bene comunque. Tutti quelli che studiano qua sono molto contenti- mi dice.
-Anche io sono contenta- rispondo.
-Penso che i tuoi lo siano un po’ di meno- dice sorridendo dolce.
-Per certi versi sì, per altri no. Un po’ di distacco fa bene a volte- le rispondo sincera.
-È vero. Anche tu tornerai poi a casa?- chiede titubante.
-Più avanti e non per molto tempo- le rispondo sicura. -Ora guardiamo la puntata o no?-
Annuisce e ritorna con lo sguardo verso la tv.
A metà puntata si posiziona più comoda sul divano e le sue gambe finiscono per sfiorare le mie. Le nostre due pelli a contatto mi creano brividi lungo tutta la schiena. A malapena riesco a controllare il mio respiro.
Tento di riconcentrarmi sulla tv e le immagini ma mi è impossibile.
Diventa ancora più impossibile quando Sara decide di portare la sua mano sulla mia coscia scoperta. Le sue dita esplorano la mia carne creando cerchi concentrici e infiniti.
Tento di non farci caso, il mio corpo sembra quasi paralizzato da questo contatto. Anzi… lo è.
Sentendo che il contatto non smette, i miei occhi si posano sulla coperta e sulla sua mano che si muove al di sotto. Continuo a fissare la mano che si muove con quell’andamento circolatorio finché istintivamente i miei occhi non finiscono su di lei che mi stava già fissando da un po’.
Non so cosa dire, dalla mia bocca semi aperta non esce nessun suono.
Di colpo le sue iridi si fanno più vicine e il mio sguardo si alterna tra le sue labbra rosse e i suoi occhi quasi socchiusi.
Siamo troppo vicine. Troppo.
Quando le nostre labbra si scontrano è un tripudio di emozioni. Un misto tra paura, felicità, desiderio e timidezza. Tutto questo insieme mi crea un calore al petto che non riesco a gestire. L’unica cosa che mi riesce di fare e ricambiare il bacio, rispondere con quanto sentimento ho in corpo. Metto una mano tra i suoi capelli rossi ancorandomi a lei.
Intanto le sue dita delicate non smettono di toccare la mia pelle.
Mi stacco di colpo
-Se mi tocchi così non capisco più niente- dico quasi stupendomi di tanta intraprendenza.
Sorride dolce guardando mi negli occhi. Ritorna sulle mie labbra sorridendo ancora.
Ritorniamo in quel contatto magico. Non so quanto stia durando, non so come sia visto da fuori, ma l’unica cosa che riesco a percepire sono i suoi movimenti dolci e delicati.
Poi di colpo tutto si ferma.
-Io.. scusa- dice Sara di colpo. -Davvero scusa, io non volevo… scusa ho oltrepassato il limite-
Si alza, prende le sue cose e sempre balbettando esce fuori di casa prima che possa rendermene conto.
La ricorro istintivamente e apro la porta di scatto: -Sara dove vai? Diluvia fuori- nessuna risposta. La sento distintamente scendere le scale. -Sara!-
Tutto inutile.
Chiudo la porta dietro di me e mi appoggio ad essa.
Che cosa diamine è successo di così tanto sbagliato?




Silenzio radio per due intere settimane.
Due.
Intere.
Settimane.
Sara era sparita. Così com’era scappata da casa mia, era rimasta invisibile a tutti e su tutti i social network. Questo non è decisamente da lei.
Forse quello che era successo tra noi l’aveva scossa talmente tanto da voler chiudere ogni rapporto con il mondo. Era stato davvero così brutto e rivoltante? Avevo l’alito cattivo?
Erano domande che mi martellavano la testa da settimane intere.
Avevo cercato di evitare anche io ogni contatto, neanche Ele sapeva di ciò che era successo tra noi.
Per andare avanti in queste settimane, mi trascinavo sul divano e mi facevo delle intere maratone giorno e notte. Ogni tanto suonavo la mia fedele chitarra e poi tornavo a dormire. Mettevo piede fuori casa solo se strettamente necessario e per il resto restavo a fissare i suoi vestiti ancora sul termosifone.
Magari se ci tiene a loro li viene a riprendere.
O se non ci tiene, potrebbe aver paura di esser considerata una ladra visto che ha i miei vestiti addosso e verrà a riportarli.
Sbuffo sonoramente.
Inutile fare congetture Chiara. Non sei nella sua testa, non sai cosa le è preso quella sera e non sai cos’ha adesso.
Magari è solo occupata.
Magari ti odia.
Magari anche lei è a casa sua che aspetta un tuo messaggio.
Cazzo, stavo ricominciando con le congetture.
Scuoto la testa e accendo la musica.
Mentre sono persa nel meraviglioso pianoforte sento il campanello suonare.
Eleonora era già arrivata in città? Poteva essere.
Apro la porta distrattamente.
Di fronte a me dei capelli rossi e due occhi profondi come pozzi.


     


                      





E' possibile inserire un nuovo commento solo dopo aver effettuato il Login al sito.