Segezia

         

 

  

  

  

   

  

  

             

Segezia   (Letta 80 volte)

di ilmarecalmissimo

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Sezione:

Storie originaliSoprannaturale

Genere:

Mistero - Dark - Soprannaturale - Thriller - Angst

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

               

  


  

Il sogno di Maria

 


  

3.
Il sogno di Maria.

Contea di Segezia 1644 – Giardini del castello dei Conti Varesi

“- Ti prendo, ti prendooo!” - urlò Lorenzo e afferrò Maria per un braccio. La bambina si aggrappò con forza al grosso melo del giardino, già carico di frutti.
“- No, non vale! Questa è casa, non puoi prendermi qui!” – esclamò e gli fece la linguaccia. Lorenzo ricambiò con una smorfia. Maria riuscì a liberarsi della stretta e scappò scalza a gambe levate nel giardino e Lorenzo partì al suo inseguimento, sotto gli occhi dei due padri che li osservavano dalla finestra del castello. Messer Gerardo Parlangeli sorrise.
“- Lorenzo è una vera peste.” – disse sconfortato. Alfonso, il padre di Maria, gli diede una pacca sulla spalla.
“- Su, su Gerardo. Non hanno che sette anni… Ti assicuro che saranno decisamente più calmi il giorno del loro matrimonio.”
“- Lo spero per loro.” – commentò Gerardo, dubbioso. – “Conosco mio figlio… E’ una testa di legno.”
Alfonso lo spinse delicatamente verso la finestra, dove i due bambini continuavano a rincorrersi.
“- Certo che sì. Sono fatti l’uno per l’altro, sono cresciuti come se fossero fratello e sorella e si vogliono bene. Ci ringrazieranno per questa unione. E io non potrei essere più felice che avere il mio migliore amico come suocero!” – Alfonso rise e gli aprì le braccia: i due uomini si abbracciarono.

Contea di Segezia 1654 – dieci anni dopo.

Il caos nella taverna del villaggio era già assordante, nonostante fossero soltanto le dieci del mattino: le fisarmoniche suonavano all’impazzata e coprivano il chiasso degli uomini e dei bicchieri di birra che cozzavano violentemente gli uni contro gli altri in brindisi improvvisati e ubriachi. L’ostessa, più forzuta e imponente del marito, urlava ordini agli sguatteri e cacciava fuori gli ubriaconi a suon di bastoni e pedate. Lorenzo e il suo Michele entrarono proprio nel momento in cui la donna-omone buttava fuori quello che restava di un contadino avvinazzato e traballante.
“- Fuori da qui! Non voglio risse nel mio locale!” – disse, lanciando letteralmente il poveraccio in mezzo alla strada. Lorenzo si lanciò di lato per evitare di essere travolto in pieno e Michele rise.
“- Hai un tavolo per noi, Agata?” – chiese Michele.
“- Certo, ragazzoni!”- rispose la donna – “Accomodatevi pure. Betta!” – urlò e una ragazza magra, scialba con dei lunghi capelli rossi legati in una treccia e un largo grembiule, si presentò davanti ad Agata.
“- Libera un tavolo per questi ragazzi, subito!” – le ordinò e la ragazza fece un cenno di assenso, allontanandosi mentre Lorenzo la seguiva con lo sguardo.
“- Andate con lei!” – disse Agata e i due ragazzi si avviarono mentre la donna andava a preparare dell’altro vino.
La ragazza indicò loro un tavolo piccolo per due, in fondo alla sala e i due ragazzi sedettero l’uno di fronte all’altro.
“- Posso portarvi qualcosa?” - chiese timidamente la giovane, lanciando uno sguardo timido a Lorenzo che la fissava.
“- Solo un po’ di sidro, grazie.” – disse Michele, posando alcune monete d’argento sul tavolo. La ragazza li prese e si allontanò, voltandosi di tanto in tanto per guardare Lorenzo. Michele se ne accorse e rise.
“- Credo che tu abbia fatto colpo, amico!” - sghignazzò provocatorio, gli occhi giocosi e furbi come sempre.
Lorenzo scosse la testa.
“- Quanto sei idiota, amico mio!”
“- Perché? E’ carina! Magari ci provasse con me!”
“- Non ho intenzione di impegnarmi, Michele.”
“- Non devi farlo per forza, Lorenzo.”
Lorenzo alzò gli occhi al cielo: se c’era una cosa che non avrebbe mai capito del suo amico, era la sua avversione ad innamorarsi. Elisabetta ritornò con i due boccali di sidro e fece per allontanarsi ma Michele la bloccò stringendole il polso.
“- Che cosa volete?!” – chiese la ragazza allarmata, cercando di divincolarsi.
Lorenzo intervenne.
“- Eddai Michele… Lasciala stare.”
“- Ma guarda che non voglio farle niente, sto lavorando per te! Come ti chiami, bellezza?”
La ragazza, spaventata, guardò alternativamente Michele e Lorenzo. Poi parve rassicurarsi guardando quest’ultimo e balbettò:
“- E… Elisabetta. Ma mi chiamano tutti Betta.”
“- Bel nome, Elisabetta! Senti… Che ne pensi del mio amico, eh? Non è proprio un bel ragazzone?!”
“- Michele!” – lo rimproverò Lorenzo.
La ragazza diventò scarlatta per la vergogna e provò di nuovo a divincolarsi. Lorenzo la rassicurò:
“- Tranquilla, non ti farà del male… E’ soltanto un po’ troppo espansivo!”
Betta si liberò dalla presa e si allontanò di corsa dal loro tavolo.
“- Uffa!”- borbottò Michele, mentre Lorenzo vuotava tutto d’un sorso il boccale del sidro e si alzava dal tavolo.
“- Ehi, che fai?” – gli chiese Michele sorpreso.
“- Me ne vado.”
“- Così presto? Guarda che con Betta scherzavo, eh…Lo sai che io sono fatto così.”
Lorenzo rise.
“- Lo so che sei un idiota, Michele. Vado a salutare Maria…”
Gli occhi di Michele ritornarono di nuovo maliziosi.
“- Sì, sì, salutare…”
Lorenzo si voltò di scatto e gli prese la testa fra le braccia, dandogli dei pugni leggeri.
“- Ahia, smettila… Ahia!” - esagerò Michele, ma rideva. Lorenzo lo lasciò mentre ancora rideva, scappò fuori dalla locanda e salì sul suo cavallo, spronandolo verso il castello dei Varesi.

Maria era totalmente assorta nel tagliare un grande disco di legno con la sega; era nel suo amato laboratorio sulla cima torre da più di quattro ore e nonostante il sudore che le imperlava il viso e le vesciche sulle mani, non aveva intenzione di demordere nel suo intento di costruire una meridiana. Era piena estate e faceva molto caldo: la ragazza aveva il volto accaldato e rosso quando finì di tagliare il grande disco ma sorrise soddisfatta poggiando a terra la sega. Sarà bellissima, pensò e subito si tuffò con la testa in un grande baule, da cui ne estrasse una lastra piana e dei sacchetti di polvere colorata. Prese un sacchetto e dispose sulla una lastra piana un pigmento color ocra da un sacchetto: con le mani creò un piccolo buco al centro del mucchietto di polvere e ci versò una piccola quantità di olio di lino. Proprio in quel momento un paio di mani le si posarono sul viso, impedendole di continuare.
“- Indovina chi sono?” – chiese Lorenzo.
“- Ehii! Ciao!” – rispose la ragazza, stringendolo forte. Lorenzo sorrise: era bello andare a trovare Maria. Era sempre così felice di vederlo, a differenza di suo padre che storceva il naso ogni volta che lo vedeva insieme a Michele. Maria intanto cominciò a miscelare l'olio con il pigmento.
“- Cosa stai facendo?” - chiese Lorenzo, sedendosi sul grande tavolone di legno al centro della stanza, proprio accanto all’enorme disco di legno. Maria sbuffò e lo spinse giù, mettendo il broncio come una bambina.
“- Oh, togliti da qui, mi serve spazio! Sto costruendo una meridiana.”
“- Una meridiana? E che te ne fai di una meridiana?” – chiese Lorenzo: era abituato alle sue stramberie, ma questa gli era proprio nuova. Maria sollevò le spalle, continuando ad impastare con una spatola fin quando il colore non assunse la consistenza di una pasta grezza.
“- Cosa si fa con una meridiana, Lorenzo?” – chiese sarcastica, mentre iniziava a macinare l'impasto con un macinello di pietra.
“- Non puoi permetterti di comprare un orologio?”
Maria alzò gli occhi al cielo. Lorenzo certe volte proprio non capiva.
“- Certo che sì. Ma vuoi mettere l’emozione di crearlo con le tue mani?! Guarda il colore, dici che sarà bello color ocra?”
Lorenzo sorrise e annuì. Non riusciva proprio a capirne il fascino in realtà, ma capiva lei. Sin da quando piccola creava di tutto: giocattoli di legno, vasi di ceramica: una volta aveva perfino persuaso il fabbro a insegnarle a lavorare il ferro. Aveva una manualità in grado di suscitare l’invidia dei migliori artigiani della contea di suo padre; osservò divertito come un ciuffo di ricci biondi ribelle e dispettoso le cadeva sul viso, mentre lei allargava gradualmente l'impasto fino a spalmarlo sull'intera superficie della lastra. Lorenzo si sporse e lentamente le riaggiustò la ciocca di capelli dietro l’orecchio.
“- Grazie.” – disse lei sorridente, poi prese tutto il colore e lo sottopose ad un'ultima sommaria macinatura.
“- Ecco qua” – disse orgogliosa, mostrandogli un colore estremamente fine e fluido. “- E adesso vieni qui, aiutami a dipingere.”
Gli porse un pennello e insieme si misero al lavoro: rimasero per un bel po’ in silenzio, poi Maria scosse la testa.
“- No, così non va!” – esclamò – “Non dipingi bene, Lorenzo. Guarda, si fa così.” – gli tolse il pennello dalle mani e lo usò per mostrargli come doveva fare “- Si dipinge sempre in un unico verso, va bene? Così il colore è uniforme.”
Lui annuì in modo solenne.
“- Perfetto, dammi qua. Ho capito.” – disse e stavolta fu lui a toglierle il pennello. Lei lo guardò confusa e lui, a sorpresa, le regalò una bella pennellata di colore sulla mano. Ma non aveva fatto i conti con i riflessi pronti di Maria: dopo nemmeno un secondo si ritrovò anche lui con il viso dipinto di giallo, mentre lei rideva come una pazza.
“- Questo non dovevi farlo.” – la minacciò Lorenzo; lei emise un piccolo strillo e iniziò a correre per la stanza fino a quando non furono ai capi opposti del tavolo; Maria fece un paio di finte, ma Lorenzo era veloce: la bloccò mentre tentava di guadagnare l’uscita.
“- No, Lorenzo, no lasciami!” – urlava e rideva – “Hai iniziato tu, lasciami!”
Lei lottò energicamente con tutte le sue forze per divincolarsi, ma Lorenzo la teneva stretta e si ritrovarono tutti e due per terra, sul freddo pavimento di pietra della torre cosparso da trucioli di legno, rossi in viso ed ansanti. Lui si ritrovò sopra di lei e osservò per un attimo rapito i capelli biondi sparsi sul pavimento, e i grandi occhi azzurro cielo che lo fissavano, contenti e divertiti. Poi si sollevò, leggermente imbarazzato, e le tese la mano per aiutarla a rialzarsi.
“- Facciamo una bella cavalcata nei boschi? Fino alla pineta?” – propose Lorenzo e Maria assentì con entusiasmo; poco dopo si lanciarono in una lunga galoppata tra le verdi campagne della contea, allontanandosi sempre di più dal villaggio e dal castello. Maria sorrideva di eccitazione alla sensazione del vento fresco che le scompigliava i capelli, alle carezze leggere dei rami degli alberi che le sfioravano le spalle. Il rumore degli zoccoli dei cavalli sul terreno era come musica per lei. Giunsero a quello che, in un certo senso, era il loro posto: una grande pineta, spaziosa e ariosa. Maria e Lorenzo rallentarono la corsa, portando i cavalli al passo; poi, giunti al centro di una grandissimi radura circolare, si fermarono, scesero dai cavalli e li attaccarono per le briglie ad un abete lì vicino. La radura era ricoperta di fiori: margherite, primule e violette si confondevano tra i fili d’erba verde e fresca. Dei grossi massi e delle rovine sbucavano al centro della radura, aumentando il disincanto del paesaggio. Maria aveva la sensazione che quel posto fosse magico: era così pacifico, così silenzioso e solitario… Veniva lì ogni volta che aveva bisogno di pensare. Si stese sull’erba morbida, ammaliata dalla bellezza del cielo color acquamarina e senza nuvole e Lorenzo fece la stessa cosa, stendendosi accanto a lei, con le braccia dietro la testa. Maria lo guardò: adorava quei capelli ricci e scuri, la sua fronte alta, il morbidi lineamenti del suo viso. I suoi occhi erano castani e leggermente a mandorla, il suo naso finemente disegnato. Anche il mento non era affatto male, di un ovale perfetto.
“- E’ bellissimo.” – mormorò Lorenzo, rapito come lei da quella calma silenziosa.
“- Sì.” – rispose lei.
Lui parve improvvisamente colto da un dubbio.
“- Ci pensi mai? A cosa sarà di noi, tra quarant’anni? Chissà come sarà, invecchiare… Chissà se saremo ancora noi, con la nostra mente, con i nostri pensieri.”
Maria scosse la testa.
“- Non so come sarai tu, Lorenzo…. Anzi forse sì… Un vecchietto noioso, pignolo e rompiscatole. Ah, e sarai anche sordo.”
Lorenzo rise e le diede una gomitata sul braccio; entrambi si voltarono a guardare l’altro e risero.
“- Vorrei proprio vedere te, tra quarant’anni!” – ribatté Lorenzo, mentre Maria si voltava a guardare di nuovo il cielo.
“- Io vorrei vedermi con tutti i miei sogni realizzati…” – mormorò Maria, gli occhi persi nell’immensità della sua immaginazione.
“- E quali sono i tuoi sogni?” – le chiese Lorenzo, piano.
“- Essere libera… Essere amata… Per prima cosa. E poi vorrei mi piacerebbe tantissimo poter vivere qui, in questo posto… Ricostruire le rovine di questo antico castello e svegliarmi tutte le mattine guardando la luce che illumina gli alberi e i fiori, circondata da chi amo. E magari anche con un immenso laboratorio dove poter continuare le mie creazioni, dove poter inventare qualcosa di utile per tutta la collettività… Sì, sarebbe fantastico.”
Lorenzo rimase in silenzio ad ascoltarla. Lui, invece? Quali erano i suoi sogni? Probabilmente sarebbe finito a gestire la banca di famiglia, come suo padre e suo nonno prima di lui. Tutto sommato era un lavoro che gli piaceva: finanziare artisti, la costruzione di chiese e ospedali, concedere prestiti agli artigiani per avviare le loro attività. Suo padre credeva che fossero le opere a rendere gli uomini immortali, e dopotutto forse aveva ragione: quale altro metro di giudizio possiamo usare per valutare la nostra vita, se non vedere quanto di bello, giusto, buono e utile abbiamo lasciato agli altri?
Rimasero in silenzio per un tempo che nessuno dei due seppe definire, assaporando la sensazione del sole tiepido sulla pelle, il cinguettio degli uccelli, il mormorare delle foglie scosse dal vento. Poi si rialzarono e ripresero la via di casa.

Due mesi dopo.


Lorenzo e Maria erano di nuovo nel suo laboratorio in cima alla torre e ammiravano la grande meridiana, ormai completata.
“- Non è fantastico? Ci ho messo un secolo a completarla, sai mia madre insisteva con le lezioni di ricamo…”
Lorenzo rise. Maria sapeva fare tante cose, ma paradossalmente non era in grado di tenere un ago in mano senza pungersi, e nemmeno di infilare il filo dentro la cruna. Era piuttosto nervoso; voleva raccontarle di lui e di Elisabetta, di come la sera prima si fossero scambiati un lungo e appassionato bacio, ma era stranamente reticente a farlo e non capiva il perché: con Maria era sempre stato facile parlare di tutto, mentre ora aveva stranamente paura della sua reazione.
“- Io gliel’ho detto che è inutile, ma lei si ostina… Sono stata costretta a farla contenta.”- la ragazza continuava a chiacchierare, ciarliera e contenta come sempre.
Proprio in quel momento Gerardo ed Alfonso irruppero nella stanza senza bussare. Maria apparve sorpresa: suo padre si era sempre rifiutato di mettere piede nel suo laboratorio, dichiarando che doveva smetterla di comportarsi come un maschiaccio e diventare una brava donna di casa.
“- Dobbiamo parlarvi, ragazzi… Scendete di sotto con noi.” – ordinò asciutto Gerardo e fece per uscire.
“- Va tutto bene?” - chiese Maria, preoccupata.
“- Certo che sì.” – disse suo padre, sorridente – “Forza, venite con noi di sotto…”

Poco dopo erano tutti nel grande studio di suo padre, circondati da grandi arazzi appesi alle pareti e con i tappeti morbidissimi sul pavimento, che Maria adorava.
“- Dobbiamo farvi un grande annuncio, ragazzi” - esordì Gerardo, con un grande sorriso – “Un annuncio di nozze.”
Il volto di Lorenzo, da sereno che era, divenne circospetto.
“- Quali nozze?”
“- Le vostre!” – rise Alfonso.
Maria spalancò la bocca, sorpresa, mentre Lorenzo sembrava impietrito, totalmente incapace di parlare. Gerardo colse la palla al balzo.
“-E’ da tanto tempo che desideriamo unire le nostre famiglie…” – iniziò – “E Alfonso è più di un amico per me, è un fratello… Per questo ho chiesto la mano di Maria per te, Lorenzo… E’ tempo di unire ufficialmente le nostre famiglie.”
Né Lorenzo né Maria sapevano cosa replicare. Alfonso posò una mano sulla spalla dell’amico:
“- Lasciamoli soli, Gerardo. Avranno molte cose da dirsi… Congratulazioni, ragazzi.” – fece una breve carezza a sua figlia, poi uscirono.
Maria e Lorenzo si ritrovarono a faccia a faccia, da soli. La ragazza fece un respiro profondo, tentando di recepire l’enormità della notizia. Lei, sposata? Lorenzo, suo marito? Il concetto di Lorenzo e di “marito” era semplicemente ridicolo. Lorenzo non poteva rientrare in un ruolo così lontano per lei, così noioso e barboso. Lui era molto di più: era il suo unico vero amico, suo fratello... Era lei. Sì, proprio così. Era una parte di lei, la metà perfetta che faceva combaciare i pezzi. Mentre la sua mente si perdeva nei meandri di questi pensieri, si rendeva improvvisamente conto di essere felice. Perché amava quel ragazzo come mai aveva amato nessun altro al mondo, eccetto i suoi genitori. Lorenzo invece le appariva sconvolto: iniziò a camminare nervosamente avanti e indietro, mentre Maria si appoggiava di schiena contro il vano della grande finestra.
“- Non può essere” – balbettò – “Non può essere vero… Come hanno potuto, io non ci credo…”
Maria sorrise teneramente e lo rassicurò.
“- E’ una cosa grossa, lo so… Ma ne verremo a capo come sempre, vero?”
Lorenzo la fissò. Come poteva dire una cosa del genere? Credeva davvero che i loro genitori avrebbero desistito dal loro proposito così facilmente? Conosceva suo padre; una volta che si era messo in testa qualcosa era difficile, se non impossibile dissuaderlo: e più si provava a farlo, più si otteneva l’effetto opposto. Da banchiere incallito qual era, aveva stretto già chissà quale accordo commerciale e il titolo nobiliare di Maria gli faceva comodo, era sinonimo di rendite, terre e rispettabilità.
“- Non capisci? Non rinunceranno al loro proposito! Non si tratta di aggiustare una bilancia che non funziona, Maria… Questo è diverso. Non sarà facile farli ragionare...” – le parole faticavano ad uscirgli dalla bocca, tanta era la sua agitazione. Maria era confusa.
“- Tu … Vorresti impedirlo?” – chiese, incerta.
Lorenzo la guardò, sorpreso.
“- Perché, tu no?” – le chiese di getto.
Maria si sentì male dentro in quel momento. Un grosso nodo le strinse lo stomaco e improvvisamente aveva gli occhi lucidi.
“- E’ davvero così brutta la prospettiva di passare tutti i giorni della tua vita accanto a me?” - chiese, ferita – “Insomma, sono davvero così ripugnante?”
Lorenzo trasalì. Non aveva pensato a come lei potesse prenderla, era ovvio che potesse sentirsi ferita, anche se non avrebbe mai pensato che lei nascondesse tutta quella insicurezza.
“- No, certo che no… Maria tu sei bellissima, intelligente, geniale… E sei anche divertente, avventurosa e io ci tengo a te, tanto ma davvero tanto, ma…”
Maria non capiva. “- Ma?”
Lorenzo fu diretto e brutale: “– Ma io non ti amo. Non in quel senso, almeno. Tu… Sei come una sorella per me. Sei mia sorella…”
Maria lo fissò, stupefatta di sé stessa: per la prima volta nella sua vita aveva l’irrefrenabile voglia di prendere Lorenzo a schiaffi, di ferirlo così come lui stava ferendo lei; era il segno più evidente che qualcosa si era rotto nell’istante preciso in cui lui aveva pronunciato quelle parole. Impossibile descrivere cosa ci fosse dentro di lei al momento: rabbia, dolore, vergogna. Sì, vergogna perché per la prima volta nella sua vita si era sentita non voluta, non desiderata da qualcuno. E non da qualcuno qualsiasi, dalla persona che la conosceva meglio di chiunque altro. Lorenzo fece per avvicinarsi, preoccupato: aveva notato l’involontario tremito che la scuoteva tutta, ma Maria si ricompose immediatamente.
“- Va bene.” – disse – “So cosa fare.” - un improvviso senso di risoluzione le salì al petto.
Lorenzo la fissò, preoccupato. L’aveva ferita, e lo sapeva.
“- Maria, io…” – mormorò, incerto. Ma lei si avvicinò, e con deliberata lentezza gli diede un bacio in fronte.
“- Va tutto bene.” – si sforzò di sorridergli e lo lasciò da solo nella stanza.

Il giorno dopo.

“- Non ti permetterò di mandare all’aria tutto!” –tuonò Alfonso – “Tu lo sposerai, Maria, che ti piaccia o no!”
Maria scosse la testa.
“- No.” – disse, fermamente.
Alfonso la guardò e Maria vide che non c’era amore nei suoi occhi. Sei mio padre, implorò silenziosamente con gli occhi. Amami per ciò che sono. Lasciami scegliere. Lasciami libera… Lascialo libero.
Ma Alfonso non la degnò di uno sguardo. Si schiarì la voce e scosse la testa.
“- E’ ora che tu cresca, Maria.” – disse e prese una torcia appesa alle pareti di pietra. Maria capì immediatamente le sue intenzioni e il terrore invase i suoi occhi.
“- Padre… No, padre…” – urlò, mentre le guardie la trattenevano.
“- E’ un male necessario, figlia mia. Un giorno mi ringrazierai.” – disse Alfonso e uscì dalla stanza: Maria riuscì a divincolarsi e gli corse dietro, affannata.
“- No! No!” – urlò, mentre suo padre accendeva con il tizzone ardente le tende della finestra del suo laboratorio: la stoffa prese fuoco immediatamente e in un attimo lingue di fuoco si levarono potentissime e micidiali, distruggendo la sua stanza. Distruggendo tutto ciò che più aveva caro. Distruggendo la sua più intima essenza. Maria cadde in ginocchio, piegata a metà, mentre la sua identità bruciava tra le fiamme di quel sogno che non si sarebbe mai più potuto realizzare.

Poco dopo, Maria cavalcava velocemente verso l’unico posto al mondo dove desiderava essere, ignorando il freddo sulla sua pelle, i rami degli alberi che le frustavano con forza le spalle al suo passaggio. Lasciò alle sue spalle il castello paterno, il piccolo villaggio e in un attimo fu alla sua amata radura. Scese dal cavallo e attaccò le redini ad un albero, come in trance. Poi camminò lentamente al centro di tutte quelle pietre, tutto ciò che restava di quelle rovine usurate dal tempo. Eppure, nemmeno quel posto sembrava più lo stesso. Era fredda, arida, desolata, quasi come se fosse stata bistrattata e poi buttata via là, per finir dimenticata. Era come se la magia che pervadeva quel luogo si fosse spezzata, come d’incanto. Era lo specchio della sua anima. Maria alzò gli occhi al cielo verso il sole freddo e si strinse nelle spalle, sfregandosi le braccia con le mani. Anni di ricordi danzarono nella sua mente, come amici persi, ma mai dimenticati.
“- Posso aiutarti io, se vuoi.” – queste parole alle sue spalle la fecero sobbalzare. Si voltò verso chi aveva parlato, spaventata: credeva di essere la sola a conoscere quel posto, escluso Lorenzo. Le sue pupille si allargarono quando videro i lineamenti fini e pallidi di un uomo. Non avrebbe saputo dire che età avesse: probabilmente era senza tempo, come la radura stessa. Non sapeva dire cosa la inquietava di più: forse le mani lunghe e bianche, il volto pallido, i capelli fini di un biondo quasi bianco o gli occhi spaventosamente cerulei. O forse il vuoto che intravedeva dietro quelle orbite. Il dolore che aveva provato prima era niente. Era spaventosamente preferibile a quel senso di vuoto assoluto che si celava dietro quel volto che sembrava essere quello di un annegato. Un brivido le attraversò la schiena, ma non era per il freddo. Era l’ancestrale istinto di sopravvivenza, era paura. Eppure quell’uomo non aveva ancora parlato.
“- Chi sei?” – gli chiese cercando di mantenere un tono di voce neutro, ma non ci riuscì. Avvertì il sottile tremito delle sue corde vocali.
L’uomo si avvicinò lentamente, portandosi a pochi passi di distanza da lei. Maria voleva scappare, ma era come impietrita. Era come in uno di quegli incubi in cui vuoi svegliarti, vuoi muoverti, ma non ci riesci. All’improvviso avvertì la sensazione che fosse del tutto sbagliato essere lì. Del tutto fuori posto.
“- Io sono le tue paure, Maria Varesi. Le tue più profonde ambizioni, i tuoi sogni più segreti.” – la voce era infantile, sottile, delicata, strascinante. Come la voce di un bambino. Suadente e pericolosa come un sibilo di serpente.
“- Tu non sai nulla di me.” – rispose Maria, arretrando impercettibilmente. La figura di fronte a lei sorrise, scoprendo una fila di denti bianchi e perfetti.
“- Io so tutto di te. So cosa vuoi. E posso dartelo.”
“- Tu sei pazzo.” - rispose Maria, ormai incapace di nascondere il tremore e gli voltò le spalle, pronta a scappare, fermandosi però all’istante, terrorizzata: la figura era magicamente apparsa di fronte a lei.
“- Chi sei? Cosa vuoi?” - gli urlò di nuovo, spaventata.
“- Non c’è bisogno di aver paura di me, Maria. Io e te possiamo diventare grandi amici. Devi soltanto volerlo… Non ci siamo presentati: io sono Amon.”
Maria scosse la testa.
“- Non voglio conoscerti. Non voglio sapere chi sei.”
Amon passeggiò lentamente attorno a lei, girandole in cerchio.
“- Io posso renderti forte, Maria. Io posso renderti potente. Io posso fermare tutto questo. Lo sai che Lorenzo ama un’altra?”
Maria respirò a fatica. Era come se qualcuno le avesse dato un pugno nello stomaco.
“- No, non è vero.”
“- Certo che lo è. “
Maria deglutì.
“- Come fai a sapere tutte queste cose? Che razza di essere sei?”
Amon sedette su una pietra. Maria non riusciva a guardarlo negli occhi, eppure era come ipnotizzata: non riusciva a scappare da quel posto, era perversamente attratta e terrorizzata nello stesso tempo.
“- Fidati, ragazza mia. Non vuoi saperlo. Sai qual è l’origine del tuo nome, Maria? Significa signora, principessa. Significa anche mare. Io posso renderti una signora. Posso renderti forte e potente come il mare. Ma tu in cambio, dovrai onorare una promessa.”
Maria trovò finalmente il coraggio di guardarlo: adesso leggeva dietro le righe la bramosia prepotente, la sete insaziabile di qualcosa che lei non avrebbe potuto immaginare nemmeno nei suoi incubi più oscuri. Lottò interiormente per capire cosa volesse quel mostro da lei.
“- E qual è la promessa?” – chiese, a voce bassa.
L’essere sembrava perdere sempre di più i tratti umani ad ogni secondo che passava: i suoi tratti fini diventavano sempre più rozzi e bestiali, nonostante non cambiasse nulla nel suo viso, bianco e inespressivo.
“- Vedi, Maria i miei patti sono, come li potrei definire… Formativi. Insegnano che nella vita niente è regalato, nessuno dà niente per niente. Tutto ha un prezzo, mia dolce ragazza.”
Maria deglutì.
“- E quale sarebbe questo… Prezzo?”
La figura si alzò di nuovo in piedi: sembrava improvvisamente più alta, più imponente.
“- Un amore per un amore. Un sogno per un sogno. Il tuo amore per quello di Lorenzo. Uccidi la donna di cui è innamorato e io farò in modo che lui cada ai tuoi piedi. Costruirete il castello qui, nel luogo che hai sempre considerato tuo. Io vedo il futuro, Maria. Io so che quello che desideri ottenere è possibile. Ma nessun sogno, nessun desiderio è tale, se per esso non si è disposti a sacrificare qualcosa pur di ottenerlo.”
Ecco cosa voleva. Sangue, morte. Ecco spiegata la sua sete.
“- No.” – rispose, scuotendo la testa – “Il tuo non è un patto. E’ una maledizione. Il mio sogno finisce nel momento in cui distrugge i sogni degli altri. Altrimenti non è più desiderio. E’ bieco egoismo.”
Maria trovò finalmente il coraggio di guardarlo negli occhi. Amon si avvicinò sempre di più a lei, paralizzata dal terrore. L’essere alzò la mano e la posò sulla guancia di Maria, accarezzandole il profilo con un dito; la ragazza avvertì il tocco freddo, ghiacciato e rigido. Il tocco di una mano morta, di un cadavere. Vide il suo sguardo fisso nei suoi occhi: Amon non batteva le palpebre e sempre lentamente avvicinò le labbra al suo orecchio sinistro.
“- Sei più intelligente di quanto pensassi, mia dolce Maria. Eppure io vedo il futuro, te l’ho detto. Tu non mi sfuggirai per sempre. Un giorno tornerai da me strisciando. E io lo so.”
Le mise la mano sulla spalla nuda e il suo tocco ghiacciato si trasformò per un attimo in qualcosa di bruciante e doloroso: la ragazza urlò e urlò, incapace di muoversi, di reagire…
Maria si svegliò di scatto nella radura, con le guance rosse e il respiro affannato e mozzato. Doveva essersi addormentata; la luce rossastra del sole al tramonto le fece capire che aveva dormito un bel po’ e aveva anche freddo: si voltò, vide il suo cavallo che mangiava l’erba umida del terreno e provò uno strano senso di sollievo. Era soltanto un sogno, un brutto sogno. Fece per alzarsi, ma avvertì un dolore bruciante alla spalla; si voltò a guardare e vide che la spalla sanguinava: sulla sua pelle era impresso come un marchio a fuoco, un fiore dell’Apocalisse.

Nei giorni che seguirono Maria si chiuse in sé stessa. Non usciva più dalla sua stanza. Inerme, lasciava che le sarte si affaccendassero attorno a lei, prendendo le misure per l’abito nuziale. Era vuota, spenta. Lo stesso vuoto che aveva visto negli occhi di Amon, ora si era insinuato nei suoi. Aveva perso i suoi colori, la sua grinta, la sua motivazione. Era sprofondata in un torpore dell’anima così profondo che niente pareva capace di riuscire più a risvegliarla.
“- Maria.” – quella voce. La sua voce. Maria si voltò, mentre le sarte si inchinavano brevemente davanti a Lorenzo per salutarlo e uscivano frettolosamente dalla stanza. I due rimasero per un istante interminabile in silenzio, ad osservarsi.
“- Ti sta molto bene.” – le disse Lorenzo timidamente, accennando con il capo al suo vestito. Ed effettivamente era vero: Maria era splendida in quella delicata e intricata cascata di pizzi e ricami. Sembrava, anzi era una principessa.
“-Cosa vuoi, Lorenzo?” – dura, tagliente, diretta. Come non era mai stata, non con lui. Lorenzo rimase a bocca aperta, poi cercò le parole per iniziare.
“- So cosa hai fatto per me. So cosa ti ha fatto tuo padre. Mi dispiace, Maria. Non sai quanto mi dispiace.”
Maria lo fissò inerte, incapace di rispondere. Lorenzo si tormentava le mani, in evidente difficoltà.
“- Io ti renderò felice. Farò di tutto per renderti felice. Ho parlato con mio padre, sai? Ci concederà i fondi… E costruiremo quel castello, proprio dove hai sempre voluto… Sarà la nostra casa, e sarai libera di fare ciò che vuoi… Ricostruiremo il tuo laboratorio lì, insieme. E ti sarò fedele. Te lo giuro.” – la voce di Lorenzo si spezzò su quelle ultime parole. Ciononostante le si avvicinò e le prese le mani. Erano calde e morbide. Così diverse da quelle di Amon… Qualcosa in Maria parve finalmente risvegliarsi.
“- Si chiama Elisabetta, vero?” – gli chiese semplicemente. Ma non era una domanda che richiedeva risposta. Lorenzo alzò gli occhi, stupefatto e addolorato nello stesso tempo.
“- Maria, io…”
“- Vattene, Lorenzo.” - gli ordinò. In un istante pareva avesse ritrovato tutta la sua determinazione. Lorenzo annuì e usci in silenzio, senza nemmeno salutarla. Maria sbatté la porta con violenza alle sue spalle e si lasciò cadere lentamente con la schiena appoggiata contro il freddo legno. Non era gelosa, no. E che questa volta, in quel preciso momento, aveva un desiderio da esprimere. Potente, assoluto, disperato. Desiderò poter tornare indietro. Poter rinascere. Poter avere un’altra vita, per poter assaporare tutta la potenza di essere semplicemente sé stessa. Un’altra vita, un’altra consapevolezza. Un altro tempo, per poter inseguire i suoi sogni, per poter avere pace. Per poter rincontrare Lorenzo senza ferirsi. Non era un castello, quello che Lorenzo voleva costruire. Sarebbe stata solo una pallida parvenza di quello che sarebbe potuto essere e che non sarebbe stato mai tra loro. Un guscio vuoto, una splendida prigione dorata. E in quel momento, sopraffatta dall’amarezza, scoppiò in lacrime.

















     


                      





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