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  Aliens vs Boyka 2: Gynoid

         

 

  

  

  

  

Aliens vs Boyka 2: Gynoid   (Letta 299 volte)

di Lucius_Etruscus 

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Sezione:

FilmAlien

Genere:

Fantascienza - Azione - Avventura - Horror

Annotazioni:

Crossover

Protagonisti:

Boyka - Aliens

Coppie:

Boyka/Aliens (Tipo di coppia «Generic»)

 

 

              

  


  

 Capitolo 4 

 


  

Quando le porte si aprirono si ripresentò la puzza di stantio, ma stavolta Boyka non si coprì il naso: il giorno prima l’aveva fatto solo assecondare Dunja. Quella puzza gli era più che familiare.


Con la coda dell’occhio vide un’ombra guizzare nell’oscurità e saltare verso l’alto. Evidentemente Eloise dormiva a terra e, sentendolo entrare, si era andata a riparare sulla sua solita postazione elevata.


«Eloise, mi senti?» chiese ad alta volta il lottatore. «Mi chiamo Yurj Boyka e sono il tuo istruttore di combattimento. Il dottor Lichtner dice che capisci perfettamente quello che ti si dice ed io parlerò chiaro: da questo momento finisce il tuo vittimismo e ogni capriccio da ragazzina.» Boyka raggiunse lentamente il centro della ampia sala vuota, lasciando la porta aperta per far entrare un po’ di luce ma soprattutto di aria.


«Per prima cosa inizierai a lavarti, ma non perché sia un dovere o perché lo voglia qualcuno. Lo farai perché il primo dovere di un lottatore è prendersi cura del proprio corpo. Ma anche perché se puzzi come un animale sarà facile sentirti arrivare anche da lontano, quando invece un lottatore non si deve sentire né vedere se non quando vuole lui.»


Iniziò lentamente a togliersi la divisa, uno straccio inutile che gli impediva i movimenti. «A quanto vedo vivi nuda, e questo va bene se però lo fai di tua volontà: se è un dispetto che fai al dottore, allora smettila. Un lottatore è superiore ai dispetti, e scoprirai che lottare completamente nudi non è confortevole.» L’uomo finì di spogliarsi e rimase solo con i suoi boxer neri.


Guardò in alto e come il giorno prima vide gli occhi della ginoide. «Dal tuo sguardo è chiaro che sei una combattente, ed io sono qua per migliorarti e per renderti anche una lottatrice. Ma non posso importi uno stile: deve essere lo stile di combattimento a sceglierti.»


Boyka agitò le braccia e le gambe a mo’ di breve riscaldamento, poi divaricò i piedi, piegò leggermente le ginocchia e cominciò a muovere le mani e le braccia creando lentamente cerchi nell’aria. «Gli antichi maestri sulla Terra dicevano che esiste in noi una forza circolare e che solo imparando a controllarla si può essere un maestro. Ognuno chiamava questa forza in modo diverso e a noi non importa farti diventare una maestra: per ora è importante che tu diventi consapevole di questa forza.»


Da rozzi, i movimenti di Boyka iniziarono a farsi più aggraziati, aumentando il diametro dei cerchi disegnati nell’aria. «Sono sicuro che tu senti dentro di te rabbia e furore, ma quella non è forza, anzi sono sentimenti che spezzano la forza. Devi essere superiore e convogliare tutto il tuo essere in un unico punto: non puoi affrontare l’intero universo, come vorrebbe la tua rabbia, ma un unico punto sì, ed è a quello che ti serve la forza interiore. A focalizzarti su un unico punto dimenticando tutto il resto.»


D’un tratto il lottatore iniziò a velocizzare i movimenti, rendendoli più a scatti. «Un giorno gli antichi maestri che dicevano tutte queste cazzate vennero pestati di brutto, e i poveracci – che non erano maestri – si resero conto che serviva qualcosa di più immediato. La forza andava frammentata perché dieci schiaffi valgono più di un pugno.» Boyka cominciò a tirare rapidi pugni in aria, avanzando ed indietreggiando con mosse rapide e precise dei piedi. «Fu una donna, una combattente come te, a codificare un modo di lottare che aiutasse le altre donne a difendersi dagli assalitori, e molti uomini sono diventati famosi sviluppando quello stile.»


Il lottatore cominciò a restringere i pugni e ad incassare il petto: a colpire l’aria non erano più solo i pugni ma anche i gomiti e le ginocchia. «A sud di quelle terre invece si notò che parti dure del corpo sono molto efficaci nel combattimento, e una volta rassodate si poteva affrontare avversari più grandi.»


Sempre con tecniche strette e contratte iniziò ad aumentare vistosamente la velocità. «In altre terre pensarono che difendersi da criminali in spazi angusti richiedesse uno stile più nervoso ma sempre preciso, contraendo la forza interiore solo per lasciarla andare a piccole dosi.»


Di nuovo tornò ad allungare le tecniche, aggiungendo una forte dose di ritmo nei movimenti, alternando colpi a capriole in aria e a terra. «Intanto gli schiavi non potevano lottare così decisero che il loro stile sarebbe stato mascherato da danza, perché combattere non è altro che muoversi a ritmo.»


Eseguì una doppia capriola prima di atterrare saldamente... e rendersi conto che nel frattempo la donna era scesa e lo fissava in piedi, a pochi passi da lui.


Boyka restituì lo sguardo. «Infine un maestro meno antico si rese conto che tutti gli esseri umani sono uguali, che hanno due braccia e due gambe, e si fece la domanda a cui nessuno aveva mai pensato.» La donna lo fissava e lo studiava. «Perché perdere tempo a studiare solo uno stile... quando si può prendere il meglio da tutti?»


La donna nuda si avvicinò e fissò Boyka scuotendo la testa: visti da vicino i suoi occhi avevano una luce ancora più forte. E crudele. «Sapresti insegnarmi queste mosse?» disse la donna. A quanto pareva Lichtner aveva fatto davvero un buon lavoro: Boyka infatti pensava che la ginoide non sapesse parlare.


«Non è questa la domanda», rispose il lottatore. «La domanda è: tu vuoi impararle?»


~


«Stia tranquillo, la sua Eloise è in buone mani.»


Dunja si stava gustando la colazione che il dottor Lichtner gli aveva offerto. L’uomo pingue sedeva al tavolo con lei sempre sul suo trabiccolo a rotelle, da cui sembrava non alzarsi mai. «Spero solamente che lei sia disposta ad imparare così da arginare la sua anima ribelle. Geneticamente è un esemplare perfetto, ma temo che il comportamento sia il suo punto debole.»


Con la bocca piena del dolce locale che le era stato offerto – anche le ginoidi cucinano “dolci locali”?, si era chiesto – Dunja cercava di tranquillizzare il dottore. «Boyka è l’ultima persona che può migliorare il comportamento di qualcuno, ma dal punto di vista marziale è un maestro: se non ci riesce lui ad insegnare l’arte di combattere, non ci riuscirà nessun altro.»


Dopo qualche altra chiacchiera di circostanza Lichtner fece un gesto alle sue ragazze, e già Dunja iniziò a rabbrividire: sapeva che questi “gesti” poi finivano con l’entrata in scena di xenomorfi. E questo timore fu confermato da un crepitio di artigli che si fece sempre più vicino.


«Ecco le armi pattuite, maggiore», disse amabilmente Lichtner indicando le casse che le creature stavano posando davanti al loro tavolo.


La donna rimaneva immobile. «Mi scusi, dottore, ma ancora non riesco ad abituarmi ad avere quegli alieni così vicino...»


Lichtner sorrise e con un gesto mandò via le creature. «È lei che deve perdonarmi, maggiore, sono così abituato alla loro presenza che mi dimentico della loro natura e dell’effetto che giustamente provocano in chi non vi sia entrato in confidenza.»


Dunja annuì ma era seccata: quell’uomo non corrispondeva alla fama che aveva, e questo era un pessimo segno. C’era il rischio che tutta quella gentilezza e cortesia fosse solo una facciata per qualche subdolo inganno, ma ormai era invischiata fino al collo e non poteva fare nulla.


Seguendo un gesto del dottore, il maggiore si alzò ed aprì una delle casse. «Che mi venga un colpo...»


Lichtner rise di gusto. «Sapevo che avrebbe gradito.»


La donna estrasse delicatamente un fucile dalla cassa, maneggiandolo con la cura che avrebbe riservato ad una porcellana. «Ma dove ha trovato questa bellezza? Ho visto un modello simile solamente nei manuali di storia delle armi.»


Il dottore gongolò. «Infatti l’FN F2000 è un modello che appartiene agli archeologi, ma è questa la sua forza: essendo un fucile ormai dimenticato chi lo usa è come se usasse un’arma futuristica. Li ho costruiti io, o meglio l’hanno fatto i miei ingegneri e costruttori, partendo da antichi progetti dimenticati. Come potrà notare, il materiale ultra leggero lo rende un’arma comodissima senza per questo rinunciare alla sua forza letale.»


Dunja imbracciò il fucile prima lentamente, poi iniziò a manovrarlo sempre più con vigore. «Lei è un genio, dottore, è come se questo fucile non avesse peso: sento che potrei tenerlo con una mano sola...»


«Proprio per questo ho voluto modificarne il materiale: è un’arma di alto livello ma dall’uso comodo. E l’essere scomparsa da secoli la rende unica.»


La donna roteava il busto puntando punti immaginari in varie direzioni, provando la maneggevolezza dell’arma: la sua espressione tradiva un’estasi inaspettata.


«Non dimentichi i proiettili speciali “ammazzalieni”: il nome dovrebbe già far capire la loro particolarità.» Il dottore estrasse da una tasca una cartuccia e lo offrì a Dunja. «Prego, maggiore, lo provi.»


La donna lo guardò interdetta. «Sta cercando di dirmi che un solo proiettile basterebbe ad uccidere uno xenomorfo?»


Il dottore sorrise. «Non le chiedo di credermi, glielo dimostrerò.» Fece un cenno ad una delle ragazze e in pochi secondi un alieno fu al loro cospetto. Lichtner tornò ad offrire la cartuccia a Dunja. «Prenda, lo carichi e spari: saranno i fatti a parlare.»


La donna faceva scattare gli occhi dal dottore all’alieno e alle ragazze. «Ma... mi sta chiedendo di sparare ad un suo servo... o quello che è quell’alieno?»


Il dottore rise. «Ho una Regina Aliena a disposizione: posso mettere al mondo tutti gli xenomorfi che voglio, ucciderne uno è come schiacciare una mosca fastidiosa.»


Dunja prese lentamente la cartuccia e la montò nel fucile. Fissò poi la creatura che stava immobile di fronte a lei, ad una decina di metri di distanza. «Se lo colpisco da qui il sangue acido farà danni tutto intorno.»


Lichtner sorrise. «Spari, maggiore, non abbia paura.»


Inutile aspettare oltre. Con rapidità Dunja alzò il fucile, tenuto saldamente a due mani, e sparò con mira sicura. Un sibilo appena udibile scaturì dall’arma e un attimo dopo l’alieno implose. Non ci fu alcuno schizzo di sangue, semplicemente le carni chitinose della creatura si accartocciarono su se stesse. Un solo proiettile per trasformare una macchina di morte in un ammasso di carne fumante.


«Dio santo...» bisbigliò Dunja.


«Proiettili speciali pensati per gli alieni: con una cassa di munizioni può distruggere un nido intero.»


«Lei supera la sua fama, dottore», disse la donna sinceramente colpita. «Ma a questo punto devo farle una domanda.»


«La prego», la invitò Lichtner.


Dunja posò il fucile nella cassa e tornò a sedersi di fronte all’uomo. «Lei è un mago della genetica, ha creato il proprio esercito di super-soldatesse e schiavi alieni di enorme potenza, senza contare le armi incredibili che è capace di creare... Perché ha bisogno di un torneo di combattimento per prendere il potere?»


Il dottore annuì sorridendo. «È una domanda giustissima, maggiore, e le rispondo subito: il potere conquistato con la forza è troppo effimero. Pensi a tutti quegli uomini che, nella storia dell’umanità, hanno conquistato il potere mediante la violenza e l’hanno mantenuto con le armi e la crudeltà. Quanto sono durati? Anni? Decenni? Pensi invece alle imprese commerciali: loro detengono il potere da secoli, se non da millenni.» Scosse la testa. «Già domattina potrei partire da questo pianetino e conquistare tutti i mondi umani, ma poi? Come manterrei il potere su intere galassie quando uomini più grandi di me in passato non sono riusciti a mantenerlo sui piccoli territori terrestri? No, maggiore, io non conquisterò l’universo con le armi... ma con i soldi. Il commerciò è alla base della vita umana, e qualsiasi suo appartenente compra e vende. Io mi sostituirò alla Weyland-Yutani vincendo onestamente il DOA e avvierò la mia compagnia commerciale: solo così sarà vero potere che non avrà bisogno di essere mantenuto. Si manterrà da solo!»


«Dice “onestamente”, però lei vuole vincere un torneo con un lottatore che sembra una donna ma che ha la forza di un alieno: questo non è proprio onesto.»


Lichtner sghignazzò. «Quand’è stata l’ultima volta che ha assistito ad un DOA?» La donna scosse le spalle. «Lì tutti i lottatori sono “potenziati”, in pratica non esistono semplici umani tra loro. Non sono incontri alla pari, non è mica una gara sportiva: vince il più forte, e non importa cosa lo renda più forte. L’unica regola è che non si usino armi, per il resto tutto è lecito.» Il dottore allargò le braccia. «Altre domande?»


Dunja lo guardò sorridendo. «No, dottore, e anzi mi scuso per la mia curiosità: lei è un ospite perfetto e sento che sarà un onore lavorare con lei.»


Lichtner gongolò a quelle parole, quindi Dunja si disse che aveva fatto bene ad essere così viscida.


«Che ne dice ora, maggiore, di pensare ai suoi uomini?» disse ad un tratto il dottore. «Farò consegnar loro queste casse così potranno portarle a bordo della vostra nave, e lì riposarsi: non dev’essere comodo passare tutto questo tempo chiusi in quell’angusta navetta.»


Dunja rabbrividì ma riuscì a nasconderlo. Di nuovo Lichtner si “preoccupava” dei suoi marine e questo voleva chiaramente dire che non li voleva nei paraggi. «Ha ragione, dottore, li manderò a sgranchirsi le gambe.» Non poteva fare altro.


«Benissimo, così noi avremo tutto il tempo di capire se il suo Boyka riuscirà ad ottenere risultati con la mia Eloise.»


«Già», rispose poco convinta Dunja: l’idea di rimanere da sola sul pianeta di un folle non le piaceva affatto.


~


«Da sola con Lichtner? Non esiste, maggiore!»


Dimitri non stava prendendo bene la notizia, e Dunja si disse che aveva fatto bene ad allontanarsi per parlare con lui per radio. «Sergente, non è bene che tu ti faccia sentire dagli uomini mentre contesti i miei ordini. Quando tornerò a bordo mi dirai in privato tutte le tue riserve.»


«Agli ordini, maggiore», disse Dimitri più che altro a favore degli altri soldati. «Ma faccio rispettosamente notare che la situazione è troppo pericolosa...»


«Ora ascoltami, Dimitri, e rispondi “sì, maggiore” così agli altri sembrerà che ti stia dando degli ordini.»


«Sì, maggiore», eseguì l’uomo.


«So che non ti sei goduto molto i nuovi gradi che subito sono arrivate le responsabilità, ma appena metterai piede a bordo della Verloc sarai tu il capitano, in mia assenza. Ti chiamerò ogni sei ore e se dovessi saltare anche solo un appuntamento... be’, vorrà dire che sei in tutto e per tutto il nuovo capitano della nave. Parti e cerca nuove missioni per i nostri uomini.»


«Ma io... cioè, , maggiore...»


«Non so come finirà, qui, forse ho sbagliato i calcoli o forse no, non posso ancora dirlo. L’altra sera m’è preso un infarto quando quelle bestiacce hanno recuperato la cassa con Rykov dalla navetta: se l’avessero aperta sarebbe stata la fine. Tutto però va come previsto sebbene le incognite siano tante e forse ho fatto il passo più lungo della gamba... Per questo voglio che ti tieni pronto a prendere il comando, se dovesse succedermi qualcosa.»


«Sì, maggiore», bisbigliò Dimitri, per nulla convinto.


«Tirati su, amico mio, non è facile farmi fuori e sai che ci hanno provato.» A sorpresa Dunja sorrise. «In fondo sono l’allieva del generale Rykov...»

     


                     





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