FanFiction Sailor Moon | Il vento della liberta' di Arwen297 | FanFiction Zone

 

  Il vento della liberta'

         

 

  

  

  

  

Il vento della liberta'   (Letta 565 volte)

di Arwen297 

2 capitoli (in corso) - 0 commenti - 1 seguace - Vietata ai minori di 16 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaSailor Moon

Genere:

Romantico

Annotazioni:

AU

Protagonisti:

Haruka Tenoh - Michiru Kaioh - Seiya Kou

Coppie:

Haruka Tenoh/Michiru Kaioh (Tipo di coppia «Yuri»)

 

 

              

  


  

 Figlia dell'alta societa' 

Una ragazza dell'alta società alle prese con un ambiente soffocante e di cui non si sente parte. Un ragazzo come tanti che per guadagnarsi da vivere corre in corse clandestine e non. Cosa riserverà loro il destino? Niente...o forse tutto.


  

1^Capitolo: Figlia dell’Alta Società
La scuola era ormai finita da qualche giorno, e la stagione estiva si era affacciata prepotente alle porte del cielo che in quei giorni era di un bel colore azzurro turchino. L’anno scolastico come sempre era stato molto proficuo e non vi erano state delusioni. Non dal punto del rendimento per lo meno. Per quanto riguarda le amicizie invece era tutta un’altra storia, come al solito lei era arrivata al termine di un altro anno scolastico senza avere un’amica con cui condividere le giornate.
Questo era uno dei tanti prezzi che doveva pagare in cambio di un cognome importante, a cui si aggiungevano un grande talento e una discreta bellezza. Così il destino aveva decretato la sua condanna, privandola del piacere che un'amicizia sincera poteva darle nei momenti più. Crescendo aveva imparato che dalle sue coetanee non poteva aspettarsi altro che invidia per il suo successo scolastico unito al fatto che ovunque ella stesse attirava l’attenzione dei ragazzi come una calamita le scaglie di ferro, appena faceva la sua comparsa nei corridoi della scuola tutta l’attenzione era catalizzata su di lei: le sue coetanee commentavano velenose, i ragazzi facevano apprezzamenti fin troppo pesanti a volte. E lei aveva dovuto imparare a ignorare tutto ciò, rifugiandosi ben presto nella pittura e nella musica, unici strumenti con cui riusciva a esprimersi senza aver paura di essere in qualche modo evitata,lasciata da parte o cadere vittima di attenzioni a volte eccessive. Quando si immergeva nell'arte niente di tutto ciò a cui era abituata tornava a galla, al contrario le si apriva un mondo dove era si al centro delle attenzioni di tutti, ma questa volta per le sue eccelse qualità artistiche e musicali.
“Michiru sei pronta?” la voce autoritaria di sua madre risuonò nella stanza.
“Si mamma sono pronta” rispose lei sospirando tristemente. Come sempre i suoi genitori le avevano decisamente imposto di andare alla festa che vedeva la partecipazione delle famiglie più benestanti di Kyoto. E purtroppo i Kaioh facevano parte di questo gruppo. Aveva chiesto senza neanche troppa convinzione qualche ora prima di poter partecipare ad una festa sulla spiaggia organizzata da una discoteca che d’estate era anche un Lido, ma loro niente, l’avevano quasi ignorata, dicendo che sicuramente durante tutto l’arco dell’estate di feste così ce ne sarebbero state altre. Mentre di quelle che interessavano la sua famiglia ne erano state programmate “solamente” una trentina. Si preannunciava un estate noiosa al pari di tutte le sedici estati che avevano fatto parte della sua vita. Non poteva a questo punto biasimare le poche persone che si erano avvicinate a lei nel tentativo di stringere un rapporto di conoscenza: ogni qual volta che era invitata da qualche parte, ad una festa fuori dall'alta società la risposta dei suoi genitori era sempre e soltanto una. No.
“Dai sbrigati o faremo tardi sei la solita tartaruga” la riprese sua madre seriamente. La signora Kaioh era una donna austera di quarantasei anni dallo sguardo molto severo che non ammetteva repliche. Compieva ogni gesto con estrema eleganza e naturalezza, quella stessa grazia che caratterizzava la figlia.
“Si Mamma” Sarebbe stata una lunga serata quella che le si parava davanti, anche nell’alta società non aveva amiche, la maggior parte erano invidiose del suo talento e della sua bellezza, in una piccola parte erano solamente delle grandissime oche e quelle due o tre che rimanevano le erano amiche solamente per il cognome che secondo molti aveva la fortuna di portare. Per quanto la riguardava era solamente una grandissima fregatura.
Per quella serata indossava un abito blu elettrico piuttosto aderente e senza spalline, valorizzato da un filo argentato che decorava il corpino donandogli mille riflessi. Sul collo faceva bella mostra un cristallo del medesimo colore dell’abito e la borsa era bianca così come i sandali che però presentavano dei brillantini qui e la e un tacco alto ben dodici centimetri. Suo padre era elegantissimo come sempre, anche quando si recava al lavoro indossava sempre giacca e cravatta, qualsiasi clima ci fosse o in qualsiasi stagione erano.
La macchina di famiglia era già stata condotta dal loro maggiordomo appena fuori il portone della grande villa immersa in un giardino delle medesime dimensioni. Era in stile moderno quello era vero, ma lasciava a bocca aperta tutti i loro ospiti.
“Buonasera signori” era l’autista che sorrise loro attraverso lo specchietto prima di mettere in moto l’automobile.
Appena l’auto uscì dal giardino della villa immettendosi così nella trafficata via principale passò proprio davanti alla spiaggia dove ci sarebbe stata la festa a cui Michiru avrebbe dovuto partecipare, al loro passaggio molti ragazzi si voltarono a guardare la loro lussuosa macchina nera con l’interno in pelle color ghiaccio che era conosciuta in ogni angolo della città, e tra quei ragazzi la violinista scorse alcuni dei suoi compagni di classe che, beati loro, avrebbero trascorso una serata all’insegna della musica e del divertimento.
La festa a cui avrebbe dovuto partecipare era stata organizzata dal sindaco di Kyoto nella sua villa privata poco fuori la città. L’abitazione era in puro stile tradizionale giapponese e possedeva un ampio giardino con un laghetto al di sopra del quale si estendeva un bel ponte, nel centro del giardino il sindaco aveva fatto costruire un bel gazebo in legno di ciliegio; non era la prima volta che partecipava a feste di quel tipo presso l’abitazione del primo cittadino e conosceva quindi a memoria ogni singolo angolo di quella dimora che ai tempi in cui era bambina le sembrava enorme e soprattutto speciale. Quando aveva all’incirca sei anni aveva definito pazzo il sindaco, che allora era solamente un ottimo amico del padre, perché le sue case erano strane e “cartose”. Questo perché oltre ad essere una dimora tradizionale era costruita anche secondo i canoni definiti ormai secoli primi e inseriti nel piano regolatore cittadino per divenire così una guida per tutti coloro che avrebbero voluto costruirsi una dimora di quel tipo.
Il tetto dell’abitazione era costruito rispettando il modulo – di nome Ken– nato nel 1467 a seguito di un incendio che colpì Tokyo e che non era nient’altro che la spaziatura tra i montanti ligneii che reggevano il tetto vero e proprio formando una specie di telaio. Al di sopra di questo telaio poi erano posizionati pannelli intelaiati e rivestiti di carta traslucida all’interno con un graticcio di legno nella parte interna. La metratura dell’abitazione era invece calcolata in base al tatami, grande quanto un letto occidentale.
Al loro arrivo presso l’abitazione Michiru scoprì che era proprio come se la ricordava, non era cambiata proprio per niente e fu decisamente rincuorata di trovarsi in un luogo in cui infondo era cresciuta. Il giardino era già pieno di ospiti e anche di ragazze e ragazzi della sua età che parlavano animatamente tra loro, molto probabilmente perché si conoscevano ancor prima della festa oppure erano parenti. Si guardò intorno alla ricerca di qualcuno che potesse risultarle simpatico a pelle, ma come si aspettava l’impresa fu tutt’altro che semplice. Molto di quegli adolescenti presenti quella sera li conosceva già perché in fondo le famiglie benestanti sono sempre le stesse e quindi ci si conosce un po’ tutti, e le persone mai viste poteva contarle seriamente sulla punta delle dita. Dopo un breve giro del giardino senza genitori a seguito decise che la cosa migliore fosse quella di farsi servire da mangiare dai camerieri che servivano al boufet e prendere anche un bicchiere di acqua minerale per poi sedersi in un angolo e aspettare come al solito che la serata passasse cercando di ignorare i commenti più o meno malevoli nei suoi confronti da parte delle altre ragazze della festa, come sempre del resto. A pensare che i coniugi Kaioh avevano il coraggio di dire che lei aveva una folta schiera di amici. Ma dove? Se quelli erano amici, ci vedevano proprio male i suoi genitori. O forse vedevano solo ciò che gli faceva più comodo. Prese il piatto in porcellana finemente ricamata dalla sommità della tavolata e si diresse verso l’area delle pietanze salate, si riempì il piatto di tramezzini di ogni tipo e di coktail di gamberetti in salsa rosa, dopodiché in un angolo mise qualche oliva e una manciata di patatine prima di dirigersi verso i camerieri per farsi versare un bicchiere d’acqua.
Il tempo scorreva lento, come tutte le volte che ci si annoia lo si sa. Michiru osservò i suoi genitori che a differenza sua parlavano con gli altri invitati perfettamente a loro agio, in quel preciso istante sua madre stava ridendo apertamente come di rado l’aveva vista fare. Perché non aveva ereditato la passione per queste feste e per quell’ambiente dai suoi genitori? Si sentiva un’estranea tra tutte quelle persone anche se erano le componenti della società in cui era vissuta fin da piccola. Tutta quell'ipocrisia e quei finti sorrisi cordiali le davano il volta stomaco, non c'era ambiente più falso di quello che aveva intorno a lei in quel momento.
“Mi scusi sa per caso che ora è?” una voce maschile la riportò alla realtà mentre si portava alla bocca un oliva conficcata nello stuzzicadenti. Arrossì violentemente per la pessima figura che aveva appena fatto a causa del modo molto poco elegante con il quale stava mangiando.
“Non ho capito può ripetere?” rispose lei focalizzando meglio il punto dal quale proveniva la domanda alla sua destra, il suo sguardo si posò su un ragazzo che aveva circa vent’anni dai capelli neri come la pece tenuti legati in un codino dietro le spalle, era piuttosto alto rispetto a lei.
“O si sono le nove e dieci” rispose dopo aver guardato sull’orologio che aveva al polso con il cinturino impreziosito di zirconi luccicanti.
“Grazie” rispose il ragazzo senza però far cenno di andarsene, l’attenzione di tutto il genere femminile si catalizzò su loro due come sempre quando a lei si avvicinava qualche ragazzo bramato dalle donne presenti. Il perché non riusciva ancora a capirlo, lei non faceva niente per essere notata, anzi faceva il massimo che le era possibile per passare inosservata in quegli ambienti eppure non passava festa durante la quale non venisse avvicinata da qualche ragazzo. Sospirò puntando le sue pupille in quelle del ragazzo con sguardo interrogativo.
“Oh che stupido non mi sono neanche presentato” esordì lui sedendosi su una sedia poco lontano da quella dove era seduta la ragazza.
Sai cosa mi interessa a me del tuo nome.
Pensò Michiru. “Seiya Kou piacere” continuò poi porgendole la mano in segno di saluto.
“Michiru Kaioh” si limitò a mormorare lei volgendo la sua attenzione da un’altra parte senza poter far a meno di notare che sua madre stava osservando, purtroppo per lei, tutta la scena insieme alle due persone con le quali poco prima stava ridendo.
“Che scuola frequenti?” le chiese dopo pochi minuti di silenzio lui.
“Non vedo cosa possa interessarti Kou” rispose gelida lei in modo tale da non conferire nessun appiglio al baldo giovane per intavolare il discorso. Prima o poi l’avrebbe lasciata in pace.
“E invece mi interessa…e anche molto”
Si so fin troppo bene cosa ti interessa e con cosa ragioni.Pensò, forse troppo prevenuta nei confronti del ragazzo, ma d’altronde aveva già fatto alcune brutte esperienze in campo amoroso e voleva evitare di stare ancora male. Voleva evitare di innamorarsi nuovamente di qualcuno perdutamente. Perché tanto ai ragazzi interessava solamente una cosa, data o non data quella, tutto finiva.“Leggiti i giornali e ci sarà scritto almeno una volta a settimana!” Che tentativo idiota di iniziare a fare il filo ad una ragazza.Lui sembrò risentirsene molto della risposta che ricevette, e non passarono molti minuti che tornò all’attacco, questa volta con il tentativo di ferire volutamente la persona che aveva davanti.
“Ora non mi meraviglio del perché sei sempre sola in un angolo acida come sei sfido chiunque a intrattenere un discorso come si deve con te”. Senza sapere che quelle parole avrebbero colpito la violinista nel profondo, ferendola più di quanto lui non avesse voluto.
“O ma posso sapere cosa vuoi tu dalla mia vita? Ma chi ti conosce non ti permettere di giudicarmi in questo modo senza neanche sapere chi sono e cosa faccio!” ribattè Michiru cercando di mascherare il tremore che le parole del ragazzo avevano provocato nella sua voce.  Erano terribilmente vere quelle poche affermazioni del suo interlocutore, ma in fondo lui di lei cosa ne sapeva? Niente! Non conosceva ne poteva immaginare il motivo del suo essere così acida e insofferente nei confronti di ciò che la circondava. Dopo aver pronunciato quelle parole con gli occhi di tutti i presenti puntati addosso si diresse a passo spedito verso la loro macchina ben consapevole che l’autista era ancora li.
“Michiru dove hai intenzione di andare?” era sua madre che stava procedendo poco più indietro di lei nella sua stessa direzione. Sicuramente per sgridarla per l’errato comportamento tenuto in pubblico. Il fatto che forse Kou non era stato gentile nei suoi confronti non sarebbe passato minimamente nella mente dei suoi genitori. Questo mai. Sentiva le risate provenire dal giardino della villa, molto probabilmente qualcuno aveva commentato ciò che era appena successo causando l’ilarità generale dei presenti. Sentì le lacrime salirle agli occhi, era solo un motivo di divertimento e nient’altro. E molto probabilmente Seiya era andato da lei proprio per farla prendere in giro in seguito dai ragazzi e dalle ragazze suoi amici. Sentì la presa ferrea della signora Kaioh sul suo polso che uno strattone la costrinse a voltarsi. Erano a pochi metri dalla macchina.
“Michiru sei pregata di rispondermi dove pensi di andare?” tuonò la madre mentre l’autista aveva tolto la sicura dalla macchina.
“A casa, non sono dell’umore adatto per continuare ad essere presente a questa festa” rispose la ragazza sostenendo lo sguardo della donna.
“Non dire idiozie, ti sembra il comportamento corretto da tenere in pubblico questo?”
“No mamma scusa però” le parole della ragazza furono interrotte da quelle della madre. “Ecco quindi per evitare brutte figure ora smettila di piangere e torna indietro e chiedi scusa per il tuo comportamento siamo intese? Non possiamo dare scandalo in questo modo per una scemata come una litigata tra ragazzini”. Ovvio le sue erano solamente e solo scemate.
“Si mamma” rispose lei abbassando il capo incrociando così le sue scarpe con i suoi occhi umidi. Prima di seguire la madre nuovamente nel giardino mentre l’autista scuoteva il capo. Non aveva mai approvato i metodi educativi dei Kaioh e non sarebbe mai riuscito a farlo. Si sentiva come un padre per quella ragazzina dai capelli verde acqua, ed era stato tale quando la pittrice era bambina e i suoi genitori partivano per tour che duravano anche quindici o venti giorni. L’aveva vista crescere giorno dopo giorno e oltre alla cameriera che le aveva fatto da tata era quello che la conosceva maggiormente e che soprattutto apprezzava quella fragile stella marina. Vederla trattata così gli provocava una stretta al cuore.
Intanto Michiru era giunta nuovamente il luogo da cui era scappata poco prima e trovò Seiya esattamente dove lo aveva lasciato gli si avvicinò mentre la madre tornava dal signor Kaioh e dalla coppia cui avevano trascorso tutta la sera, e che notò solamente in quel momento avere due bambini, il più piccolo sfoggiava una capigliatura argentea e dei bei occhi verdi e avrà avuto circa dieci o undici anni, mentre l’altro aveva i capelli castani e dei profondi occhi neri super giù dimostrava avere gli stessi suoi anni.
“Scusa per prima non so cosa mi sia preso, non ti meritavi una reazione simile da parte sottoscritta” mentii Michiru davanti al bel bruno.
“Non importa” rispose lui non curante, mentre ascoltava distratto.
Michiru si sedette nuovamente nel posto lasciato pochi minuti prima in preda al moto di nervoso mosso da quelle poche parole di quel ragazzo di cui non sapeva niente oltre il nome. Non voleva tutta via dimostrarsi in qualche modo interessata a lui, in fin dei conti l’aveva sempre ferita e si trattava pur sempre di un ragazzo. Anche se sembrava appartenere ad una famiglia ricca almeno quanto la sua e quindi molto probabilmente poteva escludere l’ipotesi che fosse interessato solamente al nome, anzi al suo cognome che invece lei odiava tanto.
“Sei figlia unica giusto?” chiese lui sinceramente incuriosito.
“Si esattamente tu?” rispose lei, alla fine poteva benissimo trattarsi di una normale chiacchierata tra conoscenti la loro, non necessariamente lui doveva puntare a quel qualcosa che volevano tutti.
“Io no ho due fratelli, vedi? Sono quelli li” rispose lui indicando con un dito la coppia che parlava con i genitori della ragazza, in effetti ad osservarli bene quei due ragazzini che aveva notato poco prima gli assomigliavano parecchio.
“Quello con i capelli argentei si chiama Yaten ed ha quasi undici anni, l’altro invece e Taiki e ne ha sedici siete coetanei” gli illustrò lui. Mentre Michiru si incupiva visibilmente: se i suoi genitori parlavano tutta la sera con i genitori del ragazzo che aveva di fronte non prometteva nulla di buono, conoscendoli avrebbero fatto si che la loro conoscenza divenisse sempre più profonda. E al solo pensiero di vedersi imporre un’amicizia dai suoi le salivano nuovamente i nervi, nervi che si trasformarono in breve in un groppo alla gola.  Non potevano giungere addirittura a programmarle la vita quello era troppo, già la costringevano nonostante il suo indiscutibile talento nella musica a seguire lezioni private anche se non le servivano più, ora dovevano anche scegliere per lei chi doveva frequentare. Era passata un’ora e doveva stringere i denti ancora fino a mezzanotte e poi avrebbe potuto andarsene a casa e rifugiarsi nel piccolo nido che era la sua camera, l’unico luogo in quell’abitazione che la faceva sentire in qualche modo protetta. L’unico in cui si sentiva se stessa senza aver paura di essere ripresa o in qualche modo giudicata.
“Ho detto qualcosa che non dovevo?” la voce di Seiya si fece lentamente strada tra i suoi tristi pensieri, nel suo sguardo un espressione sinceramente preoccupata.
“No figurati pensavo solamente” mormorò lei facendolo annuire. La restante ora che li divideva dal tornare a casa la passarono quasi in assoluto silenzio, interrotto solamente da qualche tentativo di far conversazione da parte del ragazzo che però non andò a buon fine; nonostante ciò però lui si rese conto che il silenzio della ragazza che aveva davanti non era decretato solamente dalla noia che ne derivava dalla circostanza, ma da qualcosa molto probabilmente di più profondo, i suoi occhi erano molto profondi e soprattutto tristi. Non erano sicuramente gli occhi di una ragazza di sedici anni. Si perse nelle ipotesi che avrebbero potuto causare un sguardo di quel tipo in Michiru senza trovare però una causa plausibile, chi stava meglio di lei? Poteva permettersi qualsiasi cosa volesse, abiti firmati, i migliori parrucchieri. Aveva ormai una carriera già delineata a sedici anni, mentre lui a venti aveva appena iniziato gli studi per divenire avvocato e il suo futuro non era certo: ok che avrebbe ereditato lo studio del padre ma questo non significava niente, riuscire a guadagnare sarebbe dipeso solamente dalla sua bravura nelle cause, e avendo l’intenzione di laurearsi nel penale sarebbe stato tutto molto impegnativo.
“Michiru” era suo padre “Vieni dobbiamo farti conoscere delle persone” continuò l’uomo sui quarantacinque inoltrati, con qualche capello grigio, e uno sguardo dolce che tradiva la sua natura severa forse il doppio di quella della moglie.
“Che palle…” si lasciò sfuggire in un mormorio che non fu abbastanza basso da non arrivare all’orecchio del bruno al suo fianco.
“Se vuoi ti accompagno tanto ho la sensazione che debbano presentarti i miei genitori” disse Seiya. Ci manca solo che ci vedano insieme.
“No davvero non è necessario grazie comunque” rispose la violinista prima di alzarsi per andare a conoscere i genitori di lui.  Raggiunse i suoi genitori in meno di cinque minuti, trovandosi davanti una donna dai capelli bruni e dai grandi occhi blu e un uomo dai capelli castani simili a Taiki.
“Michiru volevamo presentarti i coniugi Kou” le disse il padre “ E loro sono Taiki e Yaten, Seiya credo che lo conosci già visto ciò che è successo poco fa” continuò l’uomo.
“Piacere di conoscervi” rispose sfoderando un sorriso di cortesia insieme a un lieve in chino. Nella sua testa invece continuava a chiedersi che cosa stavano architettando i suoi, il solo fatto che loro avessero anche minimamente intenzione di programmarle anche le amicizie o peggio ancora i suoi fidanzamenti le dava la nausea. Ma come potevano essere così? Come poteva essere uscita lei che era così sensibile da due esseri che erano fatti tutti al contrario.
“Così abbiamo l’onore di conoscere la giovane promessa della musica classica giapponese” le disse la madre di Seiya.
“Si” rispose timidamente. Quella coppia le metteva una strana soggezione, una sensazione diversa da quella che imprimevano i suoi genitori con un solo sguardo.
“Be se posso io potrei andare allora?” mormorò mentre teneva lo sguardo basso. 
“Si cara puoi andare” il permesso di congedarsi le arrivò dalla madre. Appena si allontanò dal quartetto decise che era meglio se rimaneva da sola con se stessa fino alla fine della festa, così decise di raggiungere cercando di essere il più discreta possibile la macchina per fare quattro chiacchiere con l’autista. Mancava ormai poco alla fine della festa ed era certa che sua madre la stava osservando per vedere dove si stava dirigendo, ma che a differenza di prima non sarebbe intervenuta a fermarla per farla tornare indietro. Raggiunse la macchina allontanandosi dal frastuono della musica che permeava l’area del giardino, quando giunse nei pressi della loro automobile non dovette neanche bussare. Il loro autista aveva già aperto lo sportello posteriore della macchina per farla salire, senza scendere. Perchè alla signorina piaceva cavarsela da sola, e quando i suoi genitori erano assenti a lui piaceva assecondare quel fragile fiore.
Una quarantina di minuti più tardi erano in viaggio verso villa Kaioh, con il gomito appoggiato alla base del finestrino sopra alla portiera Michiru osservava come ipnotizzata la moltitudine di luci che sfilavano davanti ai suoi occhi. Non vedeva l’ora di rientrare a casa per raggiungere la sua camera, cambiarsi e perdersi nella morbidezza delle sue lenzuola, lasciando leggermente socchiusa la finestra scorrevole che la separava dal giardino per dar modo al rumore ritmico delle onde di raggiungerla ovattato dalla spiaggia al di la della strada. La rilassava molto, da piccola la cameriera la portava spesso sulla spiaggia quando i suoi genitori erano assenti da casa, e da quel giorno si era innamorata di quel bellissimo elemento che iniziò a considerare poco dopo come un fratello. O meglio un amico con il quale non aver paura di confidarsi e farsi vedere più fragile di quanto non sembrava.
“Michiru abbiamo invitato i Kou a pranzo domani, era da molto tempo che non ci si vedeva più e abbiamo approfittato di questa loro visita a Kyoto per invitarli alla villa. Ergo domani alle undici massimo dovrai essere già sveglia e vestita per la giornata” era sua madre, la ragazza riuscì a trattenere a stento un sospiro rassegnato: anche la giornata successiva sarebbe stata una noia mortale.
“Ok mamma” si limitò a rispondere, cercando di sembrare il più contenta possibile. Ben conscia che ciò che stavano facendo i suoi era imporle la presenza di Seiya. All’improvviso si pentì di avergli rivolto anche solo per due minuti la parola quella sera. Era bastato quello per portare i suoi genitori a false conclusioni. Lei non voleva fidanzarsi, l’amore non la interessava, non quello falso e materiale dal quale era circondata fin da quando era nata. Lei cercava un altro tipo di amore. E chissà se mai lo avrebbe trovato in qualcuno. Sospirò tristemente constatando che per fortuna erano molto vicini a casa, non avrebbe sopportato ancora per molto la presenza dei suoi genitori così vicini a lei eppure così distanti con la testa. Poco dopo il rumore familiare delle ruote che avanzavano sulla ghiaia del vialetto destinato alle macchine in giardino raggiunse le sue orecchie, dandole nuovamente il benvenuto a casa. L’auto attraversò l’ampio giardino con il prato all’inglese attraversato dalla strada in ghiaia bianca che risaltava nel verde acceso dell’erba, ai lati della strada vi erano delle siepi che in primavera fiorivano e che per il resto dell’anno formavano dei muretti naturali intorno al viottolo, viottolo che poco dopo il cancello d’ingresso alla tenuta si divideva in un ramo più piccolo ove vi erano sempre le siepi che però si congiungevano in alto a formare un arco, questo portava al piccolo giardino sul quale si affacciava la vetrata della camera della ragazza. La villa era in stile piuttosto moderno ed era molto ampia, suddivisa in due piani di cui il piano terra era leggermente allungato a formare una penisola, penisola all’interno della quale vi erano le camere di Michiru e dei suoi genitori, al primo piano invece vi erano i locali della servitù e per gli ospiti. Era tutto sommato un’abitazione carina. Appena entrata in casa salutò i suoi genitori augurando loro la buona notte, e girò a sinistra per immettersi nel corridoio che portava alle loro camere, il pavimento era di marmo bianco così come nel grande salone su cui si apriva l’ingresso dell’edificio, i muri invece erano tutti intonacati in stucco veneziano e riempiti con foto dei suoi genitori ai più svariati concerti da un lato, mentre dall’altro c’erano le sue foto sempre a qualche concerto fin da quando aveva nove o dieci anni. Chiunque avrebbe accusato i suoi genitori di costringere la figlia a studiare anziché fare una vita come qualsiasi bambina di nove anni, e forse avevano ragione.
Appena arrivò in camera si mise una baby-doll in seta azzurra che le arrivava poco sopra il ginocchio e poi si diresse verso il bagno interno alla sua camera, era piccolo ma accogliente, in tinta con il resto della camera con le piastrelle bianche con venature simili a quelle del marmo ma di colore verde acqua che riprendevano il muro della sua camera anch’esso in stucco veneziano verde acqua. Si lavò i denti velocemente perché era veramente molto stanca e dopo una decina di minuti circa aveva messo sotto carica il suo iPhone 4 per poi infilarsi sotto le lenzuola candide e profumate. Cercando di non farsi rovinare la nottata dai mille pensieri che iniziavano già a farsi strada nella sua mente riguardo le intenzioni dei suoi genitori con Kou. Non che fosse un brutto ragazzo Seiya, ma tuttavia non riusciva a fidarsi di lui, aveva in qualche modo paura di soffrire come già le era successo in passato ergo non riusciva ad aprirsi come avrebbe dovuto. Era anche vero che lo aveva conosciuto solamente da tre, massimo quattro ore e quindi era veramente difficile aprirsi con lui così come con ogni estraneo, ma era sicura che per il solo fatto che fosse un ragazzo non sarebbe stato semplice.
Michiru ma cosa stai dicendo? Vi conoscete solamente per quattro parole, non sai neanche se ha la ragazza.
Una vocina ai lati della sua coscienza si intromise nei suoi pensieri. E aveva proprio ragione.
Un ronzio causato dalla vibrazione del telefono sul legno del comodino attirò la sua attenzione. Riceveva messaggi veramente di rado. Sicuramente era la sua compagnia telefonica che l’avvisava del rinnovo della promozione di internet associata al suo numero. Con sua sorpresa però toccando il tasto home del telefonino vide sullo schermo: Seiya. Poco sotto le righe del messaggio.
Ma come diavolo faceva a sapere il suo numero?.
Aprì comunque il messaggio del ragazzo per rispondergli, le aveva scritto un semplice “Che fai?”, al quale lei rispose piuttosto freddamente con: “Si dal caso che la sottoscritta stava per addormentarsi e che il tuo messaggio abbia provocato il suo risveglio. Notte” cliccò invio e posò nuovamente il telefono sul comodino girandosi poi di schiena ben decisa a ignorare qualsiasi altro messaggio da parte del ragazzo che avrebbe ricevuto in seguito. Respirò profondamente a pieni polmoni il profumo di pulito del cuscino prima di stringerlo mentre si girava a pancia in giù per poi lasciarsi cullare dalla presenza di Morfeo nella sua stanza.
Il mattino fu svegliata dalla cameriera che fin da quando era piccola si era occupata di lei, e che ormai a distanza di quindici anni iniziava a manifestare i primi segni dell’età. Kaori aveva quasi cinquant’anni e i suoi capelli castani iniziavano ad avere qualche filo più grigio, mentre lievi rughe di espressione decoravano graziosamente il suo viso quando sorrideva.
“Signorina Kaioh è l’ora di svegliarsi, sua madre la vuole massimo per le undici e mezza in salotto, a mezzogiorno arrivano i Kou, sono già le dieci e quaranta” disse la donna.
“Mmm” furono la sola cosa che uscì dalla bocca della sedicenne. Aveva troppo sonno anche se aveva dormito ben dieci ore le pesava troppo alzarsi, nel suo letto ma soprattutto in quella stanza stava troppo bene. Ma purtroppo doveva farlo.Si alzò lentamente e si mise a sedere sul letto prima di stiracchiarsi volgendo le braccia all’indietro in un sonoro sbadiglio, i capelli spettinati che le incorniciavano il volto. Appena alzata si diresse in bagno e dopo essersi legata i capelli e averli coperti con una cuffia di plastica si fece una doccia rilassante sotto l’acqua tiepida cercando di non pensare troppo all’imminente secondo incontro che avrebbe visto Seiya invadere il suo terreno. Era innervosita al solo pensiero, e si promise di non farlo proprio entrare in camera sua, quelle quattro mura infatti costituivano il suo nido e un estraneo non doveva assolutamente metterci piede. Dopo la doccia veloce uscì dal bagno e si diresse in camera dove cosparse la sua pelle con una crema per il corpo prima di indossare l’intimo e sparire nella cabina armadio alla ricerca di un abbigliamento adatto. Era un pranzo tra amici quindi poteva vestirsi come meglio si sentiva comoda. Optò perciò per una gonna di jeans scuro a pieghe che le arrivava poco sopra il ginocchio di Abercrombie e una camicetta bianca di raso che era solita portare legata in un nodo sul davanti che lasciava intravedere l’ombelico, mentre dietro arrivava a coprire di circa tre centimetri la gonna, ai piedi dei sandali bianchi e sul viso un filo di trucco completato da un lucida labbra. Era pronta per andare di la dai suoi genitori, prese il telefono e lo mise dentro la tasca della gonna e si diresse nel grande salone.
Il salone era anch’esso in stile moderno con un grande divano ad angolo che terminava con una penisola a circa una trentina di centimetri dalla fine del corridoio sulla sinistra, nel muro di fronte vi era una parete in grigio piombo al contrario delle altre tre di colore bianco sulla quale faceva bella mostra una parete attrezzata con un televisore LCD di ben trentacinque pollici. Tra il divano e la parete attrezzata un tavolino di cristallo sotto il quale vi era un tappeto rosso. Sulla stessa parete della televisione vi era un arco che divideva più in basso per mezzo di un muretto la zona pranzo da quella giorno. La cucina era rossa e davanti ad essa vi era un tavolo dello stesso cristallo del piccolo tavolino davanti al divano intorno al quale vi erano sei sedie nel medesimo materiale. Quell’angolo cottura però non era quello utilizzato di regola in quella casa, no c’era un’altra cucina molto più modesta dove la cuoca cucinava al piano di sopra. Un autentico spreco per quella cucina che era nuova e mai utilizzata. I suoi genitori erano seduti in silenzio sul divano. Il tutto era completato da una grande vetrata che si apriva sul giardino retrostante l’abitazione.
“Buongiorno Mamma, Buongiorno Papà” disse immediatamente dopo averli visti.
“Michiru finalmente è tardissimo corri a fare colazione che poi Kaori deve pulire tutto” le disse sua madre. Si avviò sul grande tavolo dove c’erano già delle fettine di pane tostato con del cappuccino, divorò immediatamente tutto prima di alzarsi e dirigersi nel bagno vicino alla sala per andare a togliere gli eventuali baffi dovuti alla tazza. Poco dopo il suo rientro in sala si sentì suonare il campanello, i Kou erano arrivati. E per qualche strano motivo Michiru si sentiva agitata e quasi imbarazzata al solo pensiero di ritrovarsi davanti colui che le aveva scritto la sera prima poco prima che si addormentasse. La cameriera andò velocemente ad aprire e davanti a lei e ai suoi genitori comparvero Taiki e Yaten vestiti con un paio di jeans e una camicia lasciata fuori dai pantaloni a quadretti azzurri per il primo e grigi per il secondo. Poco dietro dei due bambini vide i coniugi Kou, lei con un completo nero di giacca e pantaloni sotto al quale emergeva un top beige, lui vestito come i figli.
“Buongiorno” dissero in coro i due fratelli del bruno.
“Buongiorno ragazzi” rispose cordialmente sua madre avvicinandosi per abbracciare la madre di Seiya.
“Buongiorno Michiru” rispose la madre di lui.
“Buongiorno Signora”
“Ciao” la voce del ragazzo era giunta all’improvviso, per qualche oscuro motivo non si era minimamente accorta della sua presenza quella mattina, o semplicemente non aveva voluto registrarla?
“Ciao” mormorò arrossendo voltandosi verso la parete per non far notare il rossore ai suoi genitori, si sentiva terribilmente in imbarazzo. Perché mai poi? Questo non lo avrebbe mai potuto sapere, forse perché era decisamente palese che quel ragazzo di fronte a lei non aveva intenzione di basare il loro rapporto alla pura amicizia.
“Hai dormito bene?” rispose lui sfoderando il suo migliore sorriso.
“Si grazie” rispose lei senza guardarlo in viso, concentrando lo sguardo sullo porta dell’ingresso come se non la conoscesse già abbastanza. “Tu?” aggiunse dopo qualche minuto di silenzio per non sembrare scortese, mentre si appoggiava con la vita sullo schienale del divano. Quella sarebbe stata una lunga giornata.
“Io abbastanza bene, ho ricevuto la buona notte da una persona speciale” aveva deciso di gettare un piccolo amo, per vedere l’effetto che faceva su quella ragazza che gli sembrava diversa da tutte le sue coetanee del loro ambiente. Era seria, non era affatto un’oca.
“Sono felice per te” rispose lei in tono piatto. Come aveva sospettato era il solito farfallone collezionista di ragazze che ne frequentava tre o quattro contemporaneamente senza troppi problemi. Almeno per lui. I tipi così le facevano un leggero schifo. Presa da un improvviso nervoso mosse i passi che la dividevano dal divano e si sedette vicino alla vetrata immensa della stanza intenta a guardare fuori. Kaori stava apparecchiando il tavolo il legno del gazebo in giardino, avrebbero quindi pranzato fuori, avrebbe voluto aiutarla ad apparecchiare come facevano sempre quando a casa rimaneva da sola, era una mansione così semplice, ma che la faceva sentire una ragazza normale. Mosse la mano in un timido ciao rivolto al loro autista che aiutava la donna a preparare la tavolata, l’uomo le rispose sorridente facendo l’occhiolino. Quelli in un certo senso erano i suoi genitori, coloro che le donavano tutto l’amore che quelli biologici non erano in grado di donarle.
“Chi saluti?” era nuovamente il bel bruno.Oddio ma è peggio di una cozza questo.Fu il pensiero nella testa della ragazza.
“La cameriera e il nostro autista, ma non vedo cosa possa interessarti” rispose seccata. Ma cosa cavolo aveva fatto di male per meritarsi un pesce bollito così a seguito?
“Capisco” rispose lui senza sapere bene come proseguire il discorso, Michiru era veramente molto chiusa in se stessa, e voleva in tutti i modi cercare di capire perché, invece della felicità e allegria nei suoi occhi si leggeva solamente una grande tristezza. “Guarda che non mangio sai, anche se dici qualche parola in più, non sono mica un lupo che ti sbrana” disse lui. Riuscendole così a strappare un sorriso.Quanto è dolce quando sorride.“Dovresti sorridere più spesso sai, sei più carina” Il commento del ragazzo la fece arrossire vistosamente. Un complimento. Le aveva fatto un complimento.
“Ragazzi è pronto in tavola” la voce della madre della violinista echeggiò dal giardino, togliendola da quella situazione a dir poco imbarazzante in cui si era cacciata. Non perse un secondo di più e si avviò a passo veloce verso il gazebo. Appena uscì la brezza estiva la colpì in pieno viso portando con se il profumo del mare. Notò con grande disappunto che gli unici due posti liberi erano purtroppo vicini uno accanto all’altro, si sedette con aria infastidita senza dare troppo a vedere che quella soluzione le stava al quanto stretta. Poco dopo la cameriera iniziò a portare le pietanze partendo dall’antipasto a base di pesce, molto simile al sushi che lei adorava, Yaten e Taiki erano fastidiosamente vivaci a tavola e facevano più baccano del dovuto. Decisa a non proferire una parola più del necessario iniziò a mangiare tenendo lo sguardo basso e intervenendo nei discorsi degli adulti solamente se interpellata. Domande che come in fondo si aspettava riguardavano dalla prima all’ultima la sua carriera musicale, che avrebbe visto un concerto durante l’estate ai primi di Agosto molto atteso dagli appassionati del genere.
Seiya al suo fianco cercava di guardarla ogni volta che gli era possibile cercando di non farsi troppo vedere: la ragazza gli appariva semplicemente perfetta nella sua ricercatezza, e non poteva non pensare che una creatura di simile bellezza sia l’ideale per l’ambiente in cui era nata. Pochi minuti più tardi i due ragazzi diressero la loro mano nello stesso esatto momento verso la caraffa dell’acqua, gesto che portò per la prima volta i loro corpi a sfiorarsi e che provocò un vistoso arrossamento sul viso della violinista.
Ci manca solo che ora arrossisco come un pomodoro. Michiru ma che cosa ti prende? Furono le uniche cose che attraversarono i pensieri di lei. Non aveva nessunissima intenzione di legarsi a qualcuno tanto meno a Kou.
Circa un’ora e mezza dopo erano ormai giunti al dolce, Kaori aveva portato in tavola un ampio piatto contenente i Dorayaki e dei Daifuku mochi i primi ripieni al cioccolato e i secondi con una crema di fragola al loro interno. Michiru prese letteralmente in assalto i Dorayaki ripieni al cioccolato che erano, fin da piccola, i suoi preferiti e non si sarebbe affatto sorpresa se la cameriera quella sera le avrebbe confidato che li aveva fatti proprio per questo motivo. Si perse nel sapore dolce del pancakes che si amalgamava con il cioccolato deliziando le sue papille gustative. Seiya invece al contrario sembrò prediligere i Daifuku mochi. Dopo aver terminato di pranzare i genitori dei ragazzi e il bruno presero un buon caffè.
“Michiru tesoro perché non fai sentire ai nostri ospiti qualche tuo brano?” le disse ad un certo punto la signora Kaioh.
“Mamma sinceramente devo accordare le corde e ci vuole un po’ di tempo non mi sembra il caso” mormorò lei nel tentativo di declinare l’offerta dei suoi genitori, tentativo che dopo pochi istanti parve molto vano.
“Abbiamo tutto il pomeriggio a disposizione, puoi fare tutto con molta calma” le rispose la madre con un tono che non ammetteva repliche.
“Ok, allora se volete scusarmi vado a prepararmi” rispose lei, alzandosi e dirigendosi verso l’interno della casa diretta alla sua camera a passo spedito, non aveva voglia di mettere in mostra la sua bravura per l’ennesima volta quasi fosse un fenomeno da baraccone. Non che non le facessero piacere i complimenti, ma non viveva per quello e anzi avrebbe preferito decisamente non riceverli e non doversi esibire sui palcoscenici cittadini. Questo le pesava più di ogni altra cosa. Arrivata in camera si diresse verso la sua scrivania sulla quale teneva appoggiata in un angolo la custodia nera dello strumento, era una custodia di quelle impermeabili fatta con un materiale molto simile a quello degli ombrelli, prese le chiavi della serratura posta poco sopra la cerniera che ne circondava il perimetro e le infilò nella chiusura girando finché l’ormai familiare scatto non le giunse alle orecchie. Ai suoi occhi apparve lo Stradivari che suo padre le aveva regalato due anni prima quando giunse il momento di passare dal violino a tre quarti di lunghezza a quello ormai da adulti, definito nel gergo specialistico lungo quattro quarti. Il violino giaceva sul velluto azzurro che foderava la custodia, e la ragazza fece scorrere sulla liscia superficie in legno la sua mano in una delicata carezza prima di concentrare la sua attenzione sull’archetto per tendere i crini che strofinando sulle corde in ferro sprigionavano quel suono tanto amato e familiare. Dopo aver teso al punto giusto le corde dell’archetto lo passo sul blocchetto di resina, in fine prese lo strumento e lo appoggiò sulla spalla, prima di iniziare a regolare con i bischeri la tensione delle corde in modo da ottenere l’accordatura perfetta delle note.
L’intera operazione durò circa una mezz’ora al termine della quale Michiru afferrò uno degli spartiti contenente le note di una sua recente composizione e si diresse verso il giardino sul retro dove aveva lasciato i suoi ospiti. Appena fece la sua comparsa in giardino fu sorpresa dall’assoluto silenzio che si venne a creare, quasi avesse interrotto qualche discussione importante di cui doveva rimanere allo scuro, e la cosa non le piacque per niente. L’unica cosa che forse le fece un po’ piacere fu il sorriso che vide comparire sul viso di Seiya al suo ritorno, decisamente fin troppo radioso per uno che avrebbe dovuto assistere per la seguente mezz’ora ad un concerto di musica classica quando lui sembrava tutt’altro che amante del genere.
“Vuoi che ti tengo lo spartito?” le chiese il giovane.
“Se vuoi ok… ma comunque conosco il pezzo a memoria quindi credo che non avrò neanche bisogno di leggere lo spartito” si limitò a rispondere prima di assumere la posizione consona per suonare. Appena l’archetto iniziò a sollecitare le corde dello strumento tutto intorno a lei scomparve, esistevano solamente lei e le dita che scorrevano veloci sulle corde, quelle stesse corde della sua anima che in quegli istanti erano libere di mostrarsi a chi aveva davanti senza la paura di essere giudicata negativamente. L’inizio del brano si rivelò essere malinconico e triste. Questo è per farvi capire come mi sento a vivere ogni santo giorno in questa prigione di cristallo. Si quelle che sentivano i presenti non era solamente un susseguirsi di note, erano ben si i suoi stati d’animo, le sue emozioni la sua essenza. Forse per questo che aveva così talmente successo davanti al pubblico, perché lei in ciò che suonava ci metteva il cuore, perché lei era se stessa in quell’occasione e basta. Il ritmo virò in allegro moderato. Questo è per voi mamma e papà nella speranza che capiate che l’allegria è ciò che mi togliete tutte le volte che mi private delle uscite con gli amici.
I genitori dei ragazzi così come anche Yaten e Taiki rimasero ammutoliti per via delle emozioni che permeavano l’aria, Seiya rimase colpito dalla quantità di stati d’animo che poteva sentire arrivare a solleticare il suo essere, stati d’animo che erano un’accozzaglia di emozioni che poteva leggere nella ragazza che ad occhi chiusi regalava loro quello spaccato di se stessa, abbattendo tutti i muri che era solita costruirsi intorno, e ne fu certo: quella era la vera Michiru. Non la ragazza posata ed insicura di se stessa che aveva avuto davanti fino a pochi minuti prima. Fu distratto da un ritmo ancora più incalzante che riconobbe essere un rondò molto veloce e vivace. Ed era sicuro: quella non era gioia, ma rabbia. Il motivo ancora lo ignorava.
Questo invece è per la rabbia nel constatare ogni volta che ve ne fregate di quello che sento e che ignorate tutto di me. Persino il significato di ciò che suono.
Quando il suono squillante dello strumento si spense nel giardino a tutti i presenti sembrò di ridestarsi all’improvviso dal migliore dei loro sogni. Lei riaprì gli occhi e in quello stesso istante ricostruì la barriera che ormai manteneva intorno a se per una sorta di abitudine radicata.
“Complimenti veramente complimenti, ciò che suoni è veramente emozionante” la prima ad esprimersi fu la madre di Seiya. Complimenti a cui la violinista con un sorriso di cortesia.
“Sorprendente come riesci a esprimere ciò che senti nel profondo della tua anima” intervenne Seiya, guardandola negli occhi. Sguardo che la ragazza non riuscì a sostenere a lungo.
“Be noi sarà meglio che andiamo, il viaggio di ritorno a Tokyo è piuttosto lungo e sono già le sedici” disse il padre del ragazzo. “Yaten, Taiki è meglio che iniziate ad andare in macchina”
“Buongiorno!” salutò il bambino con i capelli argentei prima di correre in sala e poi uscire nuovamente nel giardino che formava l’ingresso della villa.
“Giorno!” si limitò a dire Taiki seguendo a ruota il fratello.
Michiru fissò Seiya in attesa del suo saluto, saluto che però non arrivò. Provocando il lei un enorme sorpresa.
“Seiya allora noi ci vediamo verso la metà di Agosto” gli disse il signor Kou.
A quelle parole lo stupore della ragazza aumentò a dismisura, confermando le ipotesi che portava dentro di se ormai dalla sera prima: ovvero che i suoi genitori stavano combinando qualcosa alle sue spalle. Ed era fin troppo consapevole di cosa.
“Be se vuoi ti accompagno a vedere dov’è la tua camera” disse prima ancora di capire il senso delle sue parole. E arrossendo subito dopo.Ma che diavolo sto facendo?Sono forse impazzita?.
Vocabolario:
- Daifuku mochi: Il suo nome significa“dolce di riso della grande fortuna” ed è composto da una pallina di pasta di riso ripieno di dolce, solitamente la pasta di fagioli azuki conosciuta come anko. Ci sono varie forme e tutti i Daifuku mochi sono ricoperti da un sottilissimo strato di amido di mais per impedire che si attacchino tra loro o risultino appiccicosi al contatto con le mani.
Dorayaki:Questo dolce consiste di due strati di pancake riempiti al centro con la salsa di fagioli rossi chiamata anko. La ricetta tradizionale prevede il ripieno di fagioli rossi ma è possibile trovarne anche con il cioccolato ( i preferiti della nostra Michiru) e con crema alle castagne.

     


                     





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