FanFiction Detective Conan | Il mistero della pagina strappata di Roe | FanFiction Zone

 

  Il mistero della pagina strappata

         

 

  

  

  

  

Il mistero della pagina strappata   (Letta 2934 volte)

di Roe 

3 capitoli (in corso) - 0 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaDetective Conan

Genere:

Thriller

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Heiji arriva a Tokyo 

Questo è un caso che vede collaborare Heiji e Conan in un'indagine che fin da subito si rivela anomala... ci saranno misteri da scoprire assieme, ma anche segreti reciproci tra i due investigatori... cosa sconvolge Heiji a casa della vittima tanto da farg...


  

Salve a tutti, folli lettrici e lettori che vi apprestate a leggere la mia folle opera che follemente ho deciso di iniziare a postare sebbene non sia ancora conclusa, nella speranza di non incappare nella mancanza d’ispirazione prima e nelle incoerenze tra i capitoli già scritti e quelli che ho ancora da scrivere poi.
Ringrazio fortemente la mia grandissima amica Echo che ha ascoltato tutti i miei sproloqui mentre progettavo questa storia e stendevo i capitoli, nonché tutti coloro che la seguiranno.
Grazie in anticipo, davvero.
Roe.

Il mistero della pagina strappata

Capitolo primo: Heiji arriva a Tokyo


Tokyo.
Un qualsiasi sabato pomeriggio, di un indefinito mese dell’anno.
L’ispettore Megure aveva archiviato un ennesimo caso risolto, come capitava di solito, grazie ad un aiuto esterno. Solo che, quella volta, non era stato Kogoro in versione bell’addormentato a servigli la soluzione su un piatto d’argento, bensì un diciottenne di Osaka, un tale Heiji Hattori.

Il ragazzo si era presentato alla polizia come persona informata dei fatti e aveva asserito di voler assolutamente collaborare nella soluzione di quel caso d’omicidio. Sebbene non fosse un genio di deduzioni, anche Megure sapeva bene che non erano i piccioni viaggiatori a portare le informazioni e che, quindi, Hattori da qualcuno doveva pur essere stato informato dei fatti, del materiale d’indagine. Poiché lui non l’aveva mai fatto, né gli risultava che qualche suo subordinato fosse in contatto con il giovane, ci doveva essere un’altra fonte dalla quale erano partite le tanto preziose informazioni relative all’indagine del momento. Quella fonte era tanto ovvia quanto inverosimile: Megure sapeva che Hattori e Kudo si conoscevano, pertanto solo così il primo poteva aver saputo tutto. Sì... ma rimaneva da chiarire chi avesse informato Kudo...
Quando l’ispettore chiese a Heiji come avesse avuto tutte le informazioni riguardanti il caso, non si aspettava affatto una risposta, perché immaginava quanto il ragazzo di Osaka amasse attorniarsi di mistero (anche se non quanto Shinichi).
Infatti, il più giovane dei due, nell’udire quella domanda, aveva sorriso, regalando all’ispettore un sorriso scaltro e soddisfatto, uno di quelli che lasciano intendere “Non avrai mai la risposta che aspetti”. Infatti, poco dopo, Heiji sentenziò: − Cascasse il mondo, questo non lo saprà mai nessuno... “...non tradirò Kudo.” −
− E va bene, mi arrendo! Mi basta sapere che tu non abbia tuoi infiltrati tra i miei uomini! – aveva scherzato l’ispettore, che di certo non avrebbe mai gradito la situazione che aveva appena ipotizzato.
− Questo no. – sentenziò Heiji – Lei è ancora lontano dalla verità ispettore. Ora posso indagare assieme a Lei, oppure dovrò farlo di nascosto? –
Megure sorrise: possibile che a quel ragazzo non passava per la testa l’ipotesi che lui non aveva alcun’intenzione di accettare quella specie di collaborazione? Eppure egli dovette ammettere a se stesso, suo malgrado, che la polizia brancolava nel buio e che un aiuto esterno avrebbe potuto portare solo benefici o lasciare le cose immutate, visto che mai avrebbero potuto finire in una situazione peggiore.
− D’accordo Hattori. Puoi. – ammise.
− E posso portarmi dietro anche Conan? – aveva aggiunto lui.
Quella domanda aveva lasciato spiazzati entrambi: né Megure capiva la ragione di una richiesta del genere, né tanto meno Heiji sapeva perché l’avesse fatta. Gli era uscita spontanea, tutto lì.
Megure sospirò: − Per me va bene Hattori... ma stai attento che quel bambino non inquini la scena del crimine, quando procederai ai rilievi. E soprattutto non farlo sapere a Kogoro, sai quanto lo odia. Indagate per conto vostro. −
Felice per quella concessione, Heiji si congedò cortesemente –in contrasto dal tono mantenuto per tutto il tempo del colloquio− dall’ispettore, dirigendosi con un sorriso a trentadue denti verso casa Mouri, dove avrebbe preso il piccolo Conan.
Chiedendosi, tuttavia, perché avesse pensato di aver bisogno di Kudo. Del suo rivale.

DIN DON (citofono di casa Mouri, per chi non l’avesse capito... vale a dire per tutti)
− Ran! Rispondi al citofono! Io sto guardando Yoko Okino in tv! –
− Ma papà, io sto cucinando! Mi si attacca la roba sul fuoco! Conan... il citofono!! –
− Sono in bagno Ran!! –
(Purtroppo per loro, non c’è più nessuno in casa... chissà se giocheranno a morra cinese per decidere chi deve rispondere xD)
− Quanto siete rompiscatole voi uomini... vado io! –
Ran gettò un’ultima occhiata al riso per controllare che non si fosse attaccato, si tolse il grembiule e s’avviò verso il citofono, che riprese a suonare timidamente una seconda volta.
− Chi è? – chiese la ragazza.
− Sono Heiji Hattori... Mouri, c’è Conan? –
− Sì... – rispose lei, stupita dal fatto che Hattori fosse a Tokyo – Lo faccio scendere? –
− Vorrei salire un attimo, se non ti spiace! – Aveva sete e sperava che gli venisse offerta dell’acqua.
Ran, non avendo nulla in contrario, aprì il portone, in un implicito invito al ragazzo di Osaka ad entrare.

Poco dopo Heiji era in casa Mouri, accomodato scompostamente sul divano, con Ran che lo osservava dalla poltrona, entrambi ad attendere che Conan uscisse dal bagno.
Fu Ran a rompere quel silenzio, chiedendo: − Posso offrirti qualcosa Heiji? – Non ricordava ancora quando avesse cominciato a chiamarlo per nome e non più “Hattori”, ma sperò vivamente che il ragazzo non se la prendesse per il grado di confidenza che aveva usato.
Si sbagliava.
Heiji, infatti, prese a scrutarla con sospetto: − Da quanto ci chiamiamo per nome noi due? Non mi è mai risultata una cosa del genere, Mouri. –
No. Solo ai suoi genitori e a Kazuha concedeva di chiamarlo per nome... si chiamava per cognome persino con il suo compagno di banco e ora quella ragazza semi-sconosciuta voleva chiamarlo per nome? Era ridicolo! Era la donna –o meglio la ragazzina− che piaceva a Kudo, questo era vero, ma per lui non era niente. Anzi forse proprio per quello non la sopportava. Perché Kudo era innamorato di lei.
− Scusami, Hei...Hattori – si corresse immediatamente Ran, stupita dall’importanza che Heiji dava a quel dettaglio – Mi è venuto spontaneo chiamarti per nome, in quanto Conan non usa mai il tuo cognome... –
− Conan, appunto. Tuttavia mi risulta che tu sia Mouri Ran, non Edogawa Conan. Due persone diverse, in altre parole. –
− Scusami ancora Hattori... non accadrà più. –
− Non importa Mouri, per questa volta. Basta che ora ti sia chiaro il mio punto di vista. – sentenziò Heiji, tornando ad assumere la sua aria svogliata − In ogni caso, gradirei volentieri dell’acqua, Mouri, se fosse possibile... –
− Di frigo o di fontana? – chiese lei.
− Di frigo... minerale se fosse possibile. −
Ran accolse la richiesta annuendo e alzandosi per recarsi in cucina. Dopo poco tornò in soggiorno con un bicchiere d’acqua di rubinetto per lei e un bicchiere per Heiji, riempito eseguendo le richieste del giovane.
I due stavano in silenzio da un po’, soprattutto perché non avevano nulla da dirsi, quando la ragazza chiese: − Hattori, che mi dici di Kazuha? –
Il suo interlocutore, nell’udire la domanda, parve cadere dalle nuvole, come se non sapesse chi fosse Kazuha.
− Come, prego? – disse, infatti.
− Kazuha Toyama, come sta? – ripeté Ran.
Lui la guardò di sbieco un momento: mentre pensava a Kudo quella mocciosa che aveva davanti gli parlava di Toyama? Dove sarebbe andato a finire il mondo...?
− È viva. – sentenziò duramente.
Ran stava per ribattere ed Heiji se n’era accorto, quando entrambi sentirono la serratura della porta del bagno scattare: Conan era ritornato reperibile. Così la ragazza si voltò nella direzione dalla quale avrebbe dovuto spuntare il bambino apparente, mentre Heiji cercò di accomodarsi meglio sul divano, o almeno in maniera meno indolente.
Devo essermi proprio rincoglionito, se presto attenzione anche al modo in cui mi trova seduto ora che arriva.
− Ran neesan chi era alla porta? – chiese Conan con la propria voce squillante, facendo capolino da un corridoio alle spalle del divano cui sedeva Heiji il quale, come stava pensando in quel momento, era riuscito “ad accomodarsi compostamente” prima che Kudo lo vedesse.
− Era Hattori, piccolo Conan... –
Quell’affermazione, nei due ragazzi lì presenti, provocò reazioni completamente differenti. Hattori era consapevole del fatto che di lì a poco sarebbe scoppiato volentieri a ridere, se avesse sentito Ran definire nuovamente “piccolo” Kudo, anche se avrebbe cercato di trattenersi dal farlo per non tradire il silenzio promesso all’amico. Dal suo canto, Shinichi, nel corpo di Conan Edogawa, stava per rischiare un serio infarto. Per quale misteriosa ragione Heiji Hattori l’aveva cercato? Insomma... prima sbandierava ai quattro venti la loro rivalità e poi lo andava a cercare a casa? Avrebbe riso, se glielo avessero raccontato.
− Sentiamo... cosa vuoi? – gli chiese, avvicinandosi al divano e facendo un eloquente gesto che invitava il ragazzo di Osaka a smettere di occupare i 2/3 del divano, e lasciare del posto anche a lui. Sorprendentemente, Heiji non se lo fece dire due volte e immediatamente fece posto a Conan, che si accomodò.
− Proporti una vacanza... – iniziò, facendogli uno speciale segnale che avevano concordato segretamente tempo prima per quando uno dei due avrebbe dovuto avvisare l’altro che, qualsiasi cosa avesse detto dopo quel segnale, era una bugia bella e buona, creata solo al fine di espediente per dire “Ho bisogno di aiuto” – ...devo andare da solo a trovare mio cugino, che abita a Kyoto. Visto che ha una sorella a cui piace il baseball, e so che a te piace, Conan-kun, avevo pensato di portarti con me. Sempre se Mouri e Kogoro non hanno nulla in contrario, s’intende. –
Ovviamente, Heiji sperava vivamente che non opponessero resistenza.
− Per me non ci sono problemi. – affermò deciso Conan – Ma ricordati che poi avrai un debito con me, Hattori, perché ti ho accompagnato. –
Heiji annuì con poca convinzione: sapeva che Shinichi prima o poi gliel’avrebbe fatta pagare, ma lui aveva bisogno di passare un po’ di tempo con il suo amico rimpicciolito, e quale occasione migliore di quella poteva esserci?
− Ad essere sincera non sono molto tranquilla sapendoti sola con questo qui. – disse Ran a Conan indicando Heiji – Ma se a te fa piacere andare, ti dirò solo di stare moooolto attento. Ok? –
− Grazie Ran neesan! − esclamò Conan, simulando perfettamente la contentezza di un vero bambino di otto anni − Mi fa molto piacere andare in vacanza! E poi se la cugina di Heiji è anche appassionata di baseball mi farà molto piacere scambiarci quattro chiacchiere! −
− Allora mi raccomando – riprese lei – Cerca di non disubbidire a Hei...ad Hattori − si corresse, visto che il ragazzo di Osaka le aveva lanciato uno sguardo assassino - ...perché, nonostante non abbia proprio tutte le rotelle a posto, è comunque più grande di te e ha la tua responsabilità! Ci siamo intesi, piccolino? –
“Macchè più grande e più grande, se abbiamo la stessa età!” pensò Conan, che disse: − Certamente Ran, non preoccuparti. Vedrai che non farò cose cattive! – per poi continuare a pensare: “Anzi, per la precisione, sono anche quattro mesi e venti giorni più grande di lui!”
− Ora dobbiamo dirlo al detective! – disse Heiji.
− Oh tranquillo Hattori... mio padre è impegnato davanti alla tv... gli dirò tutto io appena il programma che sta guardando sarà finito. –
− Benissimo, allora io vado Mouri! − disse, scattando in piedi e mettendosi in modo tale che Shinichi lo vedesse bene – Conan, per favore, potresti accompagnarmi giù? – chiese poi.
Ancora il segnale. Conan accettò, assicurando a Ran che sarebbe risalito subito.

Heiji e Conan erano appena usciti dall’ascensore, quando quest’ultimo chiese all’altro: − Perchè hai voluto che ti accompagnassi giù? Insomma, domani passi a prendermi... – Era alquanto perplesso.
− Oh, ma per un motivo molto semplice! − rispose Hattori – Secondo te, io stanotte dove dormo? –
− Ah boh! – fece di rimando Conan – Non ho tempo di risolvere misteri proprio adesso. Dimmelo, non ho molto tempo. –
− Mi servono le chiavi di casa tua, Kudo. Andrò lì. – disse, deciso, come se stesse chiedendo alla madre di preparargli la cena, o al compagno di squadra di passargli la palla. Insomma, come se stesse chiedendo una cosa ovvia.
− E cosa ti fa pensare che io le abbia addosso e non siano sopra da qualche parte? –
− Oh andiamo Kudo... per chi mi hai preso? Un dilettante? Sono certo che tu abbia le chiavi di casa tua con te. Non perché sono certo che tu non te ne separeresti mai, ma perché so che mai le lasceresti incustodite. Non le lasceresti da Mouri, perché c’è il rischio che le veda e le riconosca, non le lasceresti da Agasa per paura di non trovarlo in casa, quando hai bisogno di entrare in casa tua. –
Ragionamento perfetto, Heiji aveva capito tutto.
− Te le do solamente se mi dici perché non hai concesso a Ran di chiamarti per nome. – disse Conan, ironico.
− Questo te lo dirò domattina, quando verrò a prenderti. – disse Heiji − Ora dammi le chiavi. –
− Non se ne parla proprio Hattori. − obiettò Shinichi – Mi stai chiedendo di ospitarti in casa mia, quindi sono io a dettare le regole. Ora chiamo il dottor Agasa per dirgli di non preoccuparsi se ti vede entrare da me, che ti ho dato io le chiavi ed è tutto regolare, tu intanto pensa se ti conviene dirmi la verità o no. Se quando avrò terminato la telefonata la tua decisione sarà negativa, richiamerò il dottor Agasa comunicandogli che hai cambiato idea e quindi non avrai le chiavi. Nel caso dovesse essere positiva, avrai le chiavi, ma solo dopo aver sputato fuori la verità. Intesi? –
E Kudo aveva anche il coraggio di chiederglielo? Non gli aveva neanche lasciato un’alternativa! Quando il detective di Tokyo terminò la chiamata, informando il dottor Agasa che di lì a poco a casa sua si sarebbe stabilito Heiji Hattori per qualche giorno con il suo consenso, riposò lo sguardo sul detective di Osaka, enunciando: − Allora? –
Heiji non aveva scelta, doveva parlare. Sì, ma per lui parlare non equivaleva a rivelare tutta la verità, quindi optò per una mezza bugia: − Permetto solo ai miei parenti e a Kazuha di chiamarmi per nome, neppure ai miei compagni di classe... Mouri per me non è nessuno, allora non le concedo confidenza, e poi “e poi mi piacerebbe che anche tu mi chiamassi per nome” – fece una pausa, poi aggiunse frettolosamente − e poi è tutto qui. –
Se Heiji non avesse aggiunto le ultime cinque parole, forse Shinichi gli avrebbe creduto. Forse. Fatto è che, per come aveva formulato la risposta, si vedeva lontano un miglio che il giovane Hattori mentiva. O almeno Kudo ebbe questa sensazione nell’ascoltare il suo tono. Soprattutto quello delle ultime cinque parole. Ma preferì soprassedere. Si mise una mano in tasca e iniziò a cercare qualcosa. Dopo pochissimo, lanciò un mazzo di chiavi a Heiji, che gli sorrise grato.
Peccato che Shinichi non capisce il significato dei miei sorrisi, ma magari non li nota neppure.
− Hattori che hai da sorridere in quel modo idiota? −
Almeno adesso Heiji sapeva che li aveva notati. Peccato li reputasse idioti.
− Anche questo lo saprai a tempo debito. Buonanotte Kudo. − “Buonanotte piccolo mio...” disse Heiji avviandosi alla propria auto e aprendo lo sportello per salirvi.
− Buonanotte Hattori... – rispose di rimando Conan – Ah, e puoi chiamarmi per nome, sempre che non ti dia fastidio che io usi il nome “Heiji” come lo usano tua mamma tuo padre e Kazuha – aggiunse sarcastico – E fai attenzione a quale nome usi TU per chiamare ME – sussurrò poi – Conan in pubblico, Shinichi solo quando nessuno ci può ascoltare. Anzi, evitalo proprio, così non ti confondi. Tanto so che sai chi sono. –
Heiji si era già accomodato nell’auto, ma a sentire quelle parole sorrise, scese dall’auto, chiuse lo sportello e si avvicinò a Conan. Si abbassò per arrivare alla sua altezza e gli scoccò un leggero bacio sulla guancia, cogliendo del tutto impreparato l’amico che blaterò un − Ma che ti prende?? – facendo un enorme balzo all’indietro.
− Che c’è? – iniziò Hattori in tono canzonatorio – Non posso dare neanche un bacetto ad un bambino adorabile? “Anche se quello per me tutto era fuorché un bacetto ad un bimbo adorabile, era un bacio per Shinichi, un bacio per chi so che tu sei.” Buonanotte, ti vengo a prendere domani all’una... Shinichi. – concluse, senza ritornare nell’auto. Rimase lì, fermo davanti a Conan, cercando di fissare i suoi occhi blu senza farsi scoprire.
− Alla faccia del ti vengo a prendere domattina di poco fa! –
− Sei poco perspicace! – affermò l’altro, distogliendo il proprio sguardo dagli occhi dell’amico ed evitando, così, che egli si accorgesse che Heiji era intenzionato a fissarlo.
− Perché Heiji? – chiese Conan, che non aveva intenzione alcuna di cominciare a dedurre cosa passasse nella testa dell’amico.
− Se passo a ora di pranzo, offre Kogoro e cucina Ran, quindi né io né tu dovremo impegnarci a preparare qualcosa. Capito, gran detective?–
“Intelligente, il ragazzo” pensò Shinichi “No, solo pigro.” Si corresse sbuffando, per poi aggiungere: − Buonanotte Heiji. Cerca di non distruggermi la casa, questa notte. Non invitare nessun’eventuale amica, ricordati che non è casa tua e quindi devi averne rispetto, evita di frugare nelle mie cose se ti è possibile, ma soprattutto − e nel pronunciare quell’ultima parola Shinichi fece un’espressione grave, come a voler far capire a Heiji che essa stava precedendo la raccomandazione più importante di tutte - soprattutto stai attento a non far capire a nessuno, fuorché al dottor Agasa e a Haibara che in quella casa c’è qualcuno. Chiaro? – puntualizzò Shinichi, con in volto stampata l’espressione più seria e grave tra tutte quelle che Hattori gli avesse mai visto.
− Hai così paura che un vecchio amico abiti in casa tua, Shinichi? – chiese Heiji, felice soprattutto perché aveva avuto il consenso a poter pronunciare il nome e non il cognome del suo interlocutore. Era la seconda volta che diceva quel nome, ma n’era felice.
“Ma deficiente c’è o ci fa?” pensò Conan, che iniziò a formulare domande retoriche: − Ma sei cretino?? E quando ti avrebbe invitato Shinichi? E soprattutto, lui dove sarebbe? Lo capisci almeno che io non posso venire in quella casa con il mio vero aspetto, quindi dovremo comportarci come se non ci fossimo? – urlò un po’ ma, dall’espressione che Heiji assunse, sembrava che egli avesse capito. Forse.
− Scusami Shinichi – disse, infatti – Non ci avevo pensato. –
− E quando mai tu pensi... – disse Conan con noncuranza voltando le spalle ad Heiji, incamminandosi verso il portone e aggiungendo, senza girarsi: - Buonanotte. Ti aspetto per domani all’una meno un quarto. Non tardare altrimenti Ran s’arrabbierà. –
− D’accordo. Buonanotte. − rispose Hattori cercando di mantenere un tono di voce quanto più calmo gli fosse possibile. Solo quando il piccolo grande detective ebbe richiuso il portone dietro di sé, Heiji salì in macchina. Si maledisse mentalmente, rendendosi conto di quanto fosse stupido avere per Conan la stessa apprensione che aveva con sua cugina di nove anni (e lei nove anni li aveva davvero, senza APTX4869), eppure non riusciva a farne a meno. Lui sentiva il bisogno di preoccuparsi per Kudo. Per Shinichi.
In preda a quei pensieri, mise in moto e partì. Destinazione: Villa Kudo.

DLIN DLON
Conan bussò a casa di Ran, la quale lo aprì velocemente.
Lui accennò uno svogliato saluto con la mano, mentre lei cominciò a tempestarlo di premure: − Conan! Finalmente sei tornato! Credevo ti fossi perso, sei stato molto tempo giù a parlare con Hattori! Ti ha creato qualche problema? –
Dal canto suo, Conan non l’aveva neanche ascoltata, stava ripensando al gesto di poco prima compiuto da Heiji “Che cavolo significava? Ran mi abbraccia spesso, ma lei non sa che ho 17 anni... invece Heiji lo sa benissimo e se n’esce con quel ‘bacetto ad un bambino adorabile’ come l’ha definito lui? Nah... La cosa non mi convince! Avrei dovuto guardare la sua espressione, quando l’ho salutato dopo avergli detto che non è un essere pensante, cioè dopo avergli ricordato la verità, magari avrei capito qualcosa... Mah... forse è meglio non pensarci... qualunque cosa stia passando nella testa di quello in questo momento avrò tempo domani per scoprirla, visto che staremo a casa mia tutto il giorno... Meglio non tormentarsi prima del tempo... Dopotutto Heiji è...” − CONAN!!! – “Heiji è Conan? Cosa?” − CONAN! Mi stai ascoltando? – “Ah ma questa è Ran... meno male... credevo che anche Heiji fosse diventato un Conan...”
L’apparente bambino si voltò verso la ragazza che, disperatamente, stava cercando di attirare la sua attenzione, chiedendole: - Ran! Cos’hai da urlare il mio nome in questo modo? Scusami se non mi voltavo, semplicemente pensavo a quello che mi ha detto Heiji giù! – sorrise.
Mentre Ran cercava di sapere cosa si fossero detti, e alla fine Conan se ne uscì con: - Mi ha parlato di sua cugina! Ahah! Non chiedermi come si chiama però perché lui si riferiva a lei sempre dicendo “mia cugina” e io non ci ho pensato a chiedergli come si chiama! Ah... a proposito Ran, ti devo dire una cosa mooolto importante. – esordì, mentre si portava una mano alla fronte, per emulare l’espressione di chi si riteneva fortunato ad aver ricordato una cosa che, fino ad allora, sembrava essergli sfuggita di mente. Intanto, Shinichi Kudo mentalmente si odiava sempre più... era stufo di recitare, di mentire a Ran... ma era necessario.
− Di cosa si tratta? – chiese la giovane Mouri.
− Domani Heiji arriverà all’una “gli ho detto all’una meno un quarto perché il fare tardi è incluso nel suo DNA”, io e lui pranzeremo qui e poi partiremo alla volta di Kyoto. Per te è di disturbo preparare anche per lui? –
− Certo che no. Uno in più non mi fa differenza, basterà aumentare un po’ le quantità... – gli disse Ran, mentre gli sorrideva.
Conan le voltò le spalle, per andare in camera sua.
Quante volte si era voltato, in casa Mouri.
Se solo Conan si fosse voltato una volta in più fuori, mentre era con Heiji, forse avrebbe notato lo sguardo triste che quest’ultimo aveva assunto quando Shinichi gli aveva detto ‘E quando mai tu pensi...’ di quanto il tono calmo delle parole ‘D’accordo. Buonanotte.’ pronunciate da Heiji fosse in netto contrasto con l’espressione che il ragazzo aveva dipinta sul volto. Anzi, sicuramente. Perché lui era un bravo detective, quindi l’avrebbe capito, se avesse visto.
Ma non aveva visto, non aveva intuito, non aveva compreso. Quindi non avrebbe mai potuto neanche lontanamente immaginare che Heiji, mentre guidava da Casa Mouri a Villa Kudo, piangesse silenziosamente nella propria auto. Versava lacrime, mentre apriva prima il cancello e poi la porta di casa sua, solo dopo aver parcheggiato accuratamente l’automobile sul retro di Villa Kudo, un punto visibile solo dal giardino del dottor Agasa e non dagli altri tre lati. Piangeva, mentre saliva le scale, mentre andava nel bagno in cui si entrava dalla camera di Shinichi e cercava, sempre tra le lacrime, disperatamente qualcosa che non riusciva a trovare. Solo dopo aver creato un gran disordine, scovò quello che cercava, custodito da Shinichi in un angolo remoto del proprio mobiletto: il suo profumo. Lo appoggiò sul lavandino e andò nella stanza di Shinichi.
Doveva fare tutto molto cautamente: prima doveva sigillare le persiane e solo dopo poteva accendere la luce (Shinichi era stato chiarissimo riguardo quel punto), pertanto, dopo aver eseguito nell’ordine quelle due operazioni, impostò il proprio cellulare in maniera tale che chiunque l’avesse chiamato esso avrebbe solo vibrato, ad eccezione delle chiamate dal cellulare di Shinichi e da quello di Conan che avrebbero fatto partire la suoneria a tutto volume (non sono certa che una manovra del genere con i cellulari italiani sia fattibile, ma le fanfiction si scrivono per liberare la fantasia, no?) e iniziò ad indossare lentamente un pigiama blu, mentre fissava il proprio, ancora piegato nella valigia. Eh sì, n’aveva preso uno di Shinichi! Il primo che gli era capitato a tiro aprendo l’ultimo cassetto dell’armadio del giovane proprietario di casa. Ed aveva avuto anche la fortuna che Kudo, per puro caso, teneva i pigiami nell’ultimo cassetto, proprio dove li teneva lui.
Quando ebbe finito, dopo aver richiuso con cura maniacale il cassetto dal quale aveva trafugato il pigiama, ritornò nel bagno, vicino al lavandino, sul quale aveva poggiato il suo bottino: la boccetta del profumo di Shinichi Kudo. L’aprì, sempre prestando molta attenzione a non distruggerla, e se ne spruzzò una lieve quantità. Più di niente in modo che lui sentisse il profumo su di sé, meno di un poco in modo che Kudo mai si sarebbe potuto accorgere che quel profumo era stato usato, salvo un eventuale rilievo delle impronte digitali sulla boccetta.
Soddisfatto del proprio operato e accorgendosi di emanare lo stesso profumo di Conan, Heiji rimise in ordine il bagno, sempre in maniera tale che Shinichi non si sarebbe mai accorto che lui aveva cercato qualcosa lì dentro, si diresse in camera, si stese nel letto di Shinichi, spense l’unica abatjour che aveva utilizzato per non muoversi proprio nel buio e mise la sveglia alle dieci e mezza. Così, la mattina dopo, in un’ora si sarebbe preparato, in mezz’ora al massimo, anche nel caso d’eventuale traffico, avrebbe raggiunto casa Mouri, e gli sarebbero avanzati ben quarantacinque minuti per respirare l’aria di Villa Kudo. Forse trenta, sarebbe stato utile avviarsi un po’ prima, per non far aspettare Shinichi.
Pensando a quel viso che quella sera aveva sfiorato con le proprie labbra, Heiji si addormentò, senza più lacrime che gli rigavano il viso e con un timido sorriso che gli donava un’espressione serena.

     


                     





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