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  Jojo's Bizarre Adventure part 8: Double Cross Week- Una settimana infernale

         

 

  

  

  

  

Jojo's Bizarre Adventure part 8: Double Cross Week- Una settimana infernale   (Letta 537 volte)

di meg9 

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Sezione:

Anime e MangaJojo

Genere:

Azione - Fantascienza - Horror - Thriller - Avventura

Annotazioni:

What If

Protagonisti:

OC - Jotaro Kujo - Josuke Higashikata

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Monday to Tuesday 

Per chi non ne può più della settima serie... comincio IO a scrivere l'ottava! A pezzi e a bocconi, come ne verrà voglia a me o ad altri. Già, perché non sarò l'unica autrice di questa fiction, ma raccoglierò suggerimenti e contributi di tutti i membri de...


  

Monday to Tuesday

Miami International Airport
Ottobre 2007

«Caro…»

–Rosanna, ne abbiamo già parlato. Non ho intenzione di ricominciare.
«Ma che razza di uomo sei? Con tua figlia in una situazione del genere… vai a Tokyo con il prossimo aereo? Sposta il viaggio a domani!»
–Ho già detto che non posso. È un’emergenza. Domani potrebbe essere troppo tardi. Cerca di capire.
«Ma certo! Perché questa non è un’emergenza, invece? Ma che razza di padre sei?»
–Ci sei già tu lì con lei, no? Mi pare tu abbia detto di aver già pagato la cauzione. Non c’è bisogno che venga anch’io. Ve la caverete. Questo invece è molto più importante. E adesso scusami, ma stiamo per decollare. Devo proprio chiudere.
«Aspetta! Non riattaccare! Pronto? Pronto?»
L’uomo alto e bruno sospirò, riponendo in tasca il cellulare. Di certo con questo aveva perso ogni speranza di recuperare un rapporto con sua moglie. Del resto non poteva darle torto. Non c’era mai stato per loro, non nei momenti importanti. Quando la bambina era stata malata gravemente alle elementari, non era neanche tornato a casa dalla piccola città giapponese dove aveva detto di essersi recato per motivi di famiglia. Da allora le cose tra loro avevano cominciato ad incrinarsi. Rosanna l’aveva accusato di non amare sua figlia. E lei aveva smesso di guardarlo con l’adorazione che gli aveva riservato durante i suoi primi anni. Gli aveva fatto male, ci credessero o no. Ma come al solito, non ne aveva parlato. Come poteva spiegare che in quei mesi aveva dovuto dare la caccia a un serial killer psicopatico con superpoteri, rischiando più volte la vita?
Non aveva mai svelato loro niente di sé. Di come durante le sue assenze inseguisse per tutto il mondo i resti del potere di un demonio scomparso da tempo, i nascondigli dei suoi ultimi seguaci fuggiaschi, i vaghi indizi sull’origine di quel potere. Anni di vagabondaggi per proteggere l’umanità dal ritorno di un incubo che i più nemmeno sapevano fosse esistito.
Non era mai stato bravo a esprimere i propri sentimenti. Fin da ragazzo. Non con… le donne della sua vita. E spesso aveva dovuto scontarlo. Ma era meglio che loro non sapessero. Che non fossero coinvolte. Anche se questo voleva dire allontanarle. A questo punto Rosanna senz’altro non avrebbe più esitato a chiedere il divorzio. E forse era meglio così.
Sbuffando, appoggiò la testa all’indietro sullo schienale, come se se la sentisse improvvisamente pesante.
Quella ragazza…
La testa calda e la tendenza a ficcarsi nei guai. Le aveva prese da lui.
Fortunatamente aveva preso da lui anche qualcos’altro. La caparbietà e la volontà di farcela a ogni costo. Questo l’avrebbe aiutata nella vita.
E fortunatamente c’era qualcosa che non aveva ereditato. Non ancora, almeno. Ma nel caso ne avesse avuto bisogno un giorno… aveva già provveduto.
Ma non era cieco. Sapeva che in parte era colpa sua se stava prendendo una cattiva strada. Perché non era stato il padre che avrebbe dovuto essere. Per questo non c’erano scuse.
Avrebbe voluto esserci per lei in un momento del genere, dannazione. Come avrebbe voluto esserci quella volta tanti anni prima. Ma allora era stata questione di vita o di morte per troppe persone…
…e adesso, da ciò che gli avevano detto al telefono, la cosa era poco diversa.
–Pensa te.
Era rimasto immerso in queste riflessioni per tutto il volo. Non gli era mai sembrato che le ore fuggissero tanto in fretta. Attese cupamente lo scarico dei bagagli, tamburellando sulla tesa del cappello con la punta delle dita.
Oltre la barriera dell’uscita, numerose figure vestite di nero gli mossero rapidamente incontro. Accennò. Li conosceva, ma il suo sguardo si puntò subito sui due che aprivano il gruppo, il giovane di piccola statura con radi baffetti accuratamente coltivati e l’altro, alto quasi quanto lui e molto rassomigliante anche in volto, con un’uniforme della polizia giapponese dalla serietà inappuntabile, non fosse stata abbinata alla pettinatura più ridicola e vistosa che corpo militare avesse mai visto. Ma meglio non dirglielo se si teneva alla propria salute.
Era un suo zio… solo che, per una bizzarra circostanza familiare, capitava che avesse anche dodici anni in meno di lui.
–Signor Jotaro…– esclamò prontamente il ragazzo più basso, parlando con compita fretta e quasi mangiandosi le parole mentre gli porgeva la mano. –Grazie per essere venuto subito.
–È sempre un piacere, Koichi. Sono anni che non ci vediamo.– Ricambiò la stretta di mano sollevando appena l’angolo del labbro. –A quanto pare il lavoro di collaboratore part–time della Fondazione Speedwagon ti soddisfa. Ne sono felice. Sei sempre stato una delle persone più fidate che conosca.– Il giovane arrossì leggermente abbassando lo sguardo e grattandosi una guancia imbarazzato. Certe cose non cambiano mai.
–E tu, Josuke…– Il viaggiatore si rivolse all’uomo alto. Allora come la prima volta che l’aveva visto, era quasi come guardarsi in uno specchio. –A quanto pare hai realizzato il tuo sogno di entrare in polizia come tuo nonno. Congratulazioni.
–Grazie, Jotaro.– L’altro gli strinse la mano con forza ma visibilmente nervoso. –So che hai dei problemi a casa… sei sicuro che non ti abbia dato disturbo a chiamarti con tanta urgenza? Se…
Jotaro si rabbuiò per un istante, poi scrollò le spalle. –Non parliamone. Da quello che mi hai detto, non se ne poteva fare a meno. Sono qui nelle vicinanze? Vorrei verificare subito la situazione.
Un incaricato della Fondazione fece un passo avanti e s’inchinò. –Sissignore, dottor Kujo. Li abbiamo isolati al nostro migliore ospedale locale. Abbiamo riservato loro un intero reparto. Sotto sorveglianza costante, naturalmente. Finora sono già state colpite quarantacinque persone. Se dovessero esserci altre vittime…
–Avete la macchina qui fuori?
–Sissignore.
–Allora non perdiamo tempo. Poi vorrei anche che mi aggiornaste sui dettagli del fatto.

–Non abbiamo idea di come abbiano fatto– mormorò Josuke tormentandosi le mani, mentre la lunga limousine nera sfrecciava per le strade cittadine. Chiunque lo conoscesse anche di poco avrebbe detto che quell’inquietudine non si accordava col suo solito carattere. Finché non ne avesse saputo il motivo. –Quelle cose sarebbero dovute essere sottochiave… impossibile accedervi senza un permesso speciale della Fondazione e tutte le precauzioni del caso. Non sappiamo come siano riusciti a mettervi sopra le mani. I controlli di sicurezza non sono stati infranti. Non abbiamo trovato neanche un vetro rotto. È un totale mistero. Quando siamo rientrati, metà del personale era già in quelle condizioni…– Si strinse il labbro inferiore tra i denti, la sua solita reazione quando cercava di trattenere la paura. –Sono io il responsabile. Non avrei dovuto lasciarli entrare là.
Koichi, seduto di fronte a lui alla sinistra di Jotaro, si piegò in avanti per confortare l’amico. –Ormai è successo, Josuke. M–ma non è detto che il personale subirà danni permanenti. E la storia passata ci porta a sperare bene. Tu stesso…
–Sì. Lo so. Se doveva finir male, sarebbe già successo. Ma abbiamo già assistito personalmente a casi quasi letali… anche persone che noi…– Dal labbro Josuke passò a masticarsi il pollice. Lanciò un’occhiata di sotto in su al parente apparentemente impassibile. –E di certo questa è la reazione più potente che abbia mai visto. Se dovessero… credo che impazzirei.
Di certo Jotaro non poteva evitare di capirlo, ma non lo disse. –Vediamo solo di capire la faccenda– fece soltanto, secco. –E di risolverla il più presto possibile, se può essere risolta. Più tempo passa e più è probabile che la notizia trapeli, e tutta una nazione in preda al panico è l’ultima cosa che vogliamo.

L’Ospedale della Fondazione Speedwagon per Malattie Rare ed Inspiegate era stato fondato una ventina d’anni prima per accogliere e studiare non solo infermi gravi, ma anche vittime di circostanze di cui la medicina ufficiale non era al corrente e che non avrebbe potuto affrontare… effetti della comparsa di strane capacità dall’ancor più strana origine, negli angoli più disparati del mondo. Al momento era silenziosissimo all’esterno, ma dentro formicolava di un andirivieni di dottori e infermiere, tutti con un’espressione estremamente tesa in volto. Accolsero l’arrivo del loro vicepresidente quasi con sollievo, andandogli incontro a porgere resoconti sussurrati e guardandolo con speranza, come se fosse l’unico a poterci capire qualcosa e a poter risolvere quella situazione inspiegabile. Lo condussero verso le camere e camerate dove si trovavano i pazienti, accostandosi fazzoletti alla bocca o indossando mascherine come se temessero di essere contagiati da qualcosa. Lui rifiutò con un gesto della mano quando gliene offrirono una. Le stanze erano illuminate dall’interno da una strana fosforescenza verdastra, e ne provenivano deboli lamenti umani. Guardò dentro senza scomporre la sua espressione pensierosa, mentre gli altri intorno a lui impallidivano pur avendo già visto in precedenza quello spettacolo. Esaminò rapporti ed elenchi di cifre sempre taciturno, attento a non lasciarsi sfuggire nulla che potesse allarmare ancor più lo staff o i suoi compagni. Ne aveva passate decisamente tante in vita sua, e ben poche cose riuscivano ormai a sorprenderlo, ma doveva ammettere di non aver mai visto niente del genere prima d’ora.
All’epoca, non poteva ancora sapere che avrebbe visto qualcosa di molto simile solo pochi anni dopo… su una certa spiaggia della Florida.
Questo non è normale. Sembrerebbe una contaminazione di secondo grado, ma non è possibile… l’unica cosa capace di provocarla è ben lontana da qui… eppure, un effetto così vasto con una fonte così debole non l’avevo mai visto… per quanto è ovvio che sia involontario. Ma anche se non sono capaci di controllarlo, come…?
–Va bene– esclamò infine sollevando gli occhi dai documenti e piantandoli in volto al primario. –Ho studiato abbastanza le conseguenze. Ora vediamo di occuparci della causa, dato che potrebbe essere l’unico modo di arrestarle. Loro dove sono?
Dando nuovi segni di nervosismo, i suoi due accompagnatori lo guidarono fino all’estremità di un lungo corridoio, a una porta isolata dalle altre… da cui, nonostante fosse chiusa, quella strana luce fuoriusciva ancora più forte. Tutto il personale «normale», che pure per forza di cose era abituato a strani morbi e bizzarrie di ogni genere, badava a tenersene ben lontano. Quando l’aprirono, il verde al neon sembrò investirli addirittura con una forza fisica. E allora anche l’autocontrollo ben esercitato di Jotaro dovette cedere il passo allo sgomento che gli invase il volto.
–Ma questo… questo è…!

Sidney, Australia
Lunedì, 13 Aprile 2020


–Eddai, piccola, solo un bacetto! Ti ho aiutato col compito quindi me lo merito, eh?
Il ragazzone era grosso, biondo e col taglio alla militare, il tipo che s’immagina molto più dotato a segnare mete a football che a prendere buoni voti in matematica. Aveva il collo taurino chino in avanti e i labbroni sporti in modo assolutamente ridicolo. La ragazza sulla panchina che dava segno di non badargli assolutamente, d’altra parte, portava un orecchino sullo zigomo, una fascia a rete su una minigonna diseguale e i lunghi capelli neri intrecciati in una profusione di treccine sparate da tutte le parti, e nonostante quest’impossibilità a non farsi notare sembrava un tipo con pochissima voglia di scherzare.
–Ah, certo, come no! Sparisci, Ike! Il tuo compito era pieno di tanti errori che ho preso un voto addirittura più basso del tuo! I patti erano patti… tu mi fai avere la sufficienza, io esco con te! Non l’ho avuta, perciò aria! Sono già abbastanza nervosa perché l’autobus oggi non si decide ad arrivare…
–Senti, non puoi fare così la superba con me! Lo sai in quante a scuola PAGHEREBBERO per avermi intorno? E tu invece mi liquidi in questo modo? Bada che te ne potresti pentire!
Occhioni scuri pesantemente truccati di nero gli lanciarono un’occhiata trapassante. –Ah, davvero? Dovresti pagare tu ME solo perché sono disposta a sopportare da così vicino la tua puzza di dinosauro.
Questo era decisamente troppo perché Ike non se la prendesse. Si potevano quasi vedere gli sbuffi di vapore uscirgli dal naso. Per cui l’altra ragazza alla fermata che fino allora si era tenuta un po’ in disparte decise di andare al salvataggio bella decisa. Dopotutto, le migliori amiche a cosa servono se non a evitare guai… ai mosconi che girano intorno alle migliori amiche?
–Andiamo, Ike, lo vedi anche tu che è nervosa… vai a casa per favore, così restiamo calmi tutti quanti. Ci si vede domani, eh?
–Levati di torno, microtappetta. Nessuno ti ha chiamato e non mi va di vederti in giro!
La seconda ragazza era bionda e graziosa, effettivamente un po’ piccoletta e linda nel suo abitino da brava studentessa accuratamente firmato, col ricamo di due ali fatto a mano sul taschino e la scritta «Angels». Abbassò il braccio alzato alla battuta poco cortese, sgranando gli occhi come ferita per un secondo… per poi tirare le labbra in un sorriso terribilmente forzato mentre gettava leggermente la testa all’indietro e le tremolava GIUSTO UN POCHINO l’occhio destro. –Eh eh eh… ma che gentiluomo… sai che mi stanno terribilmente sul cavolo quelli che quando cerchi solo di aiutare ti ricambiano INSULTANDO? Non solo a me, stanno sul cavolo a TUTTI… la MALEDUCAZIONE è il peggior difetto che possa esistere, sai? È una delle pochissime cose che mi mandano VERAMENTE in bestia… oltre agli SCHERZI sulla mia STATURA… non te l’ha detto NESSUNO, brutto DECEREBRATO?!?!
Il decerebrato in questione sbatté le palpebre più volte come se avesse il dubbio di avere appena commesso un grosso errore. E dovette accorgersene perché si ritrovò seduto per terra con un’aria parecchio sullo spaventato negli occhietti stretti, tenendosi la guancia come se avesse appena ricevuto uno schiaffone mentre lei gli avanzava contro mandando letteralmente FIAMME. Anzi… aveva sul serio un livido con CINQUE DITA bello stampato di netto sulla guancia in un simpatico color fucsia. Ma… ma QUANDO l’aveva picchiato, quella? E inoltre…
–È… è diventata PIÙ ALTA?…
–Sub? Sub, stai buona!– La brunetta con le trecce da aiutata era diventata improvvisamente salvatrice, trattenendo per le braccia l’amica tanto educata trasformatasi in una furia che minacciava di voler massacrare il moscone maleducato che indietreggiava strisciando. –Dai, non è niente… scommetto che Ike non VOLEVA… adesso ti chiede SCUSA e amici come prima, okay? VERO, Ike?
–Ah… eh… uh…– Ike sembrava aver sviluppato improvvisamente il suo talento di pronuncia delle vocali. Altri tre ragazzi della sua classe arrivarono di corsa a sollevarlo per le spalle. –Ma che sei scemo? Non lo sai che con QUELLA non bisogna mai scherzare su certe cose? È matta! Ha già pestato tre giocatori della squadra! Chiedile scusa, forza!
–Uh… S–S–S–S–SCUSA, Tsubasa…
A quella parola la biondina parve sgonfiarsi improvvisamente. Si rimise i lunghi capelli a posto e si guardò intorno timidamente come vergognandosi dello scatto di rabbia estemporaneo. I centimetri in più che era sembrato guadagnasse mentre si agitava erano spariti. La bruna la lasciò andare con un sospiro, poi si chinò avvicinando la faccia a un centimetro da quella del moscone terrorizzato salvo per miracolo. –Senti, Ike… non è per te, davvero. È che oggi è lunedì. E il lunedì sono sempre di cattivo umore. Lo dice il mio oroscopo: «Conservate la calma e discendete in voi stessi». Perciò non accetto mai appuntamenti per principio. Non è mai una buona cosa mettersi contro le stelle.
Ike non capiva ancora molto di cosa era successo, ma sentirsi apostrofare in modo civile fece parecchio per sostituire il momentaneo spavento con la solita aria da gradasso. Cercò di rimettersi goffamente in piedi puntando il dito contro la bruna che si stava allontanando tranquillamente di spalle e balbettando: –E–EHI! Non PERMETTERTI di piantarmi così, stupida MOCCIOSA! Voi occhi a mandorla non potete fare tanto i gradassi in una scuola PERBENE! Se non fosse per noi che vi diamo lavoro, non durereste neanche un giorno in Australia! Io TI…
–Oh, no.
–Ma allora se la CERCA!
–Lasciatelo perdere. È nuovo, dopotutto. Non capiscono MAI finché non ci sbattono il naso.
Tipico. Quando qualcuno che si crede superiore viene umiliato, non si rende conto di niente tranne che del fatto che deve avere la sua rivalsa… in OGNI modo. Anche facendo cose sbagliate, pericolose o ovviamente idiote. In fondo, dopotutto, solo un idiota può ragionare in questo modo.
L’idiota del caso in questione si era scagliato con tutto il suo peso contro la figura sottile della ragazza di spalle, intenzionato a buttarla per terra o a darle un pugno o qualcos’altro di molto poco galante e senza minimamente considerare che i suoi amici si stavano preoccupando per LUI e non per la sua potenziale vittima. Questo avrebbe dovuto dirgli qualcosa… invece pensava soltanto che quella era molto più debole di lui e non era in grado di restituirgli un pugno.
Infatti la brunetta si limitò a voltarsi e a rivolgergli uno sguardo infastidito.
–Eddai, piccola, solo un bacetto! Ti ho… uh?
Era di nuovo appoggiato alla colonnina della fermata, chino in avanti e con la boccuccia protesa in atteggiamento ridicolo, esattamente come prima. Tutti gli altri stavano ad almeno un paio di metri di distanza a fissarlo con uno sguardo allibito. Tranne le due ragazze che esibivano un sorrisetto compiaciuto… specialmente quella che avrebbe voluto pestare.
Cosa era successo? Come c’era arrivato, là? Era… tornato indietro? Non aveva visto niente. Nessuno aveva visto niente…
neanche quella vaga nebbiolina rossa che stava sciogliendosi e rientrando alle spalle della sua vittima. Con la vaga forma di una carta da gioco.
Tranne, forse, chi aveva gli occhi per vederla.
A Ike non era rimasta molta più razionalità che al dinosauro di cui secondo lei aveva la puzza. La sua mente mise semplicemente da parte quello che non poteva spiegare aggrappandosi all’idea di essere stato insultato. Partì di nuovo alla carica in replay senza trovare meglio da ripetere come grido di battaglia di quello di prima. –Io ti…
–Eddai, piccola, solo un…
Di nuovo! Era di nuovo nell’identica posizione, di nuovo a due metri di distanza, di nuovo a pronunciare le stesse parole mentre i compagni di classe si stringevano l’uno all’altro ormai certi di essere finiti a una fermata dell’autobus stregata. E stavolta la sicurezza di sé da bullo cominciava ad avere crepe vistose. Fece per muovere un passo e vacillò, finendo carponi a terra balbettante. –Cosa… cosa diavolo è successo? Sei stata tu, vero?… Cosa mi hai fatto?!
–Calma, calma… zero pare.– La bruna si avvicinò di un paio di passi facendo ticchettare i tacchi alti degli stivaletti e raccolse da terra il berretto da baseball che gli era caduto. –Te l’ho già detto, mi sembra.– Lui era come immobilizzato dallo sgomento. Si chinò lievemente a posarglielo in testa e già che c’era concluse il tutto rilasciandogli un divertito buffetto sul naso, staccando ogni parola come se si rivolgesse a un bambino piccolo. –It’s just… another… Maniac Monday.
Nessuno si mosse per due o tre secondi. La cosa più saggia da fare era senz’altro dimenticare completamente ciò che NON POTEVA essere successo, fare una risatina, dire arrivederci e correre a casa a ficcare la testa sotto l’acqua fredda… solo che mister giocatore di football era completamente imbestialito, doveva avere la sua rivincita, e il collo della ragazza ora era a portata di stretta… così si buttò e strinse
…solo che dovette rendersi conto che quella che stava stringendo non era una gola femminile ma la gamba di un uomo. E anche piuttosto muscolosa.
–Yo, Ike! Zero pare! Non so che giochini tu stia facendo ma mi dispiace, non sono interessato, ok?
Il ragazzo era decisamente grosso, più alto di lui di tutta la testa e vestito con un abito sformato che ricordava tanto un’uniforme scolastica giapponese, non fosse stato per i numerosi strappi ornamentali qua e là e la quantità di spille neo–hippy che lo ricoprivano tanto da non lasciar quasi vedere di che colore fosse. Aveva un sorrisetto totalmente tranquillizzante in volto e la cartella gettata su una spalla. Portava i capelli completamente rasati tranne per un lungo ciuffo tinto di un assurdo rosso in mezzo alla fronte… e dietro la testa, con un centimetro di chioma nera ricresciuta, la scritta a lettere cubitali «PEACE».
Questa volta Ike non era finito di nuovo accanto al palo della fermata… aveva oltrepassato la sua preda di buoni CINQUE METRI e si trovava in ginocchio nella polvere dalla parte opposta. Senza nessuna idea di come avesse fatto.
E a questo punto parve decidere che dopotutto la cosa più dignitosa che gli fosse rimasta da fare era mettersi a balbettare sillabe incoerenti da bravo idiota.
Anche perché non poteva far altro. All’improvviso… non riusciva più a muoversi.
–Stanco? Non dovresti CORRERE TANTO. Troppa VELOCITÀ fa male, al mattino presto.– Detto ciò, il ragazzone parve gettare nel dimenticatoio il dinosauro incoerente incapace di mollargli il ginocchio e agitò allegramente la mano verso la brunetta. Chiunque non fosse cieco avrebbe notato la somiglianza.
–Yo, Sis. Allora, ancora non arriva questo autobus?
–Yo, Bro– replicò lei salutando a sua volta con la mano, e facendo tintinnare il braccialetto con la scritta «LOVE» in lettere d’oro al polso sinistro. –No, a quanto pare è in ritardo come te. Dove cavolo sei stato? Lo sai che DETESTO aspettare.
–TESORUCCIO!– trillò Tsubasa saltellando come una bimba delle elementari e facendo per saltare al collo del nuovo arrivato. Questo drizzò un braccio in tutta la sua considerevole lunghezza per tenerla a distanza. –Per l’ultima volta, Sub… non importa che scuse tiri fuori, NON sono il tuo tesoruccio! Fattene una ragione, siamo SOLO AMICI!
–Sei TU che dovrai fartene una ragione prima o poi… tesoruccio!– sospirò la biondina restando obbediente a distanza di sicurezza ma chinando romanticamente la testolina sulla mano, rossa e accaldata in viso, causandogli una smorfia di disagio e facendo ridacchiare «Sis».
–Ancora non ti togli quel cencio di dosso, Josh? Guarda che ormai sono TRE ANNI che ci siamo trasferiti. Non ti serve più l’uniforme. Anzi, mi meraviglio che riesci ancora ad infilarla.
–Che devo dirti. Ci sono affezionato. È un po’ il mio marchio di fabbrica. E poi, questo look aiuta con le pollastre!
–Già… infatti ti ha fruttato una bella pollastra che ti corre dietro come Sub! Proprio oggi, poi… l’hai fatta bella… quando ti becca papà vedrai come ti CAMBIA I CONNOTATI… lo sai che ci tiene…
–Bah. Come se LUI alla mia età poi non…
–Ehi! YOU TWO!– esclamò a questo punto una voce maschile autoritaria condita dal suono di un clacson. Da una jeep accostata a lato della strada poco distante, due uomini e una donna anziana accennavano di avvicinarsi con la mano. Uno portava il cappello calcato in testa… l’altro, una pettinatura A DIR POCO bizzarra. –Muovetevi, salite a bordo o arriveremo in ritardo! Visto che quell’autobus non passa mai vi do un passaggio io direttamente! Ma COME vi siete vestiti? Josh, questa volta le prendi sul serio!
–Io te l’avevo detto– canterellò la sorella al fratello salutando l’amica che non poteva accompagnarli e avviandosi con passo dondolante verso la macchina.
–Piantala, Jolly. Ha rimproverato anche TE.
Nel seguirla, il ragazzone si accorse di un incomodo che glielo impediva e aggrottò le sopracciglia per poi sbattersi la mano sulla fronte. –Oh, ma sono stordito o no?… Scusa, Ike…– Schioccò le dita e il compagno di scuola disperatamente avvinghiato ai suoi calzoni riuscì finalmente a staccarsi e piombò all’indietro rantolando. Gli amici corsero a sostenerlo. –Puoi muoverti adesso. Mi spiace se ti ho fatto aspettare tanto… sono SEMPRE tremendamente distratto. Magari anche tu la prossima volta farai più attenzione a non dar noia alla sorellina di qualcun altro, eh? È una vera peste, ma è l’UNICA che ho.
Si voltò prendendo una corsetta verso la jeep in attesa, lasciandosi dietro nuvolette di polvere nell’aria secca e calda di fine estate. –Ehi, Jolly! Aspettami! Ah, ma guarda, ci sono anche la zia Holly e il cugino Jotaro… come va? Adoro le riunioni di famiglia al gran completo!
–Io–io–io…– stava balbettando Ike scornato e mazziato. –Ma chi… ma come… ma cosa…
–Vieni via, amico. Te l’avevamo detto, te la sei CERCATA. A scuola lo sanno tutti… MAI infastidire i gemelli Higashikata! O i JOJO, come li chiamano… dacci retta un’altra volta… chi dà noia a loro o ai loro amici trova sempre GUAI!

–Sono cresciuti– commentò l’uomo maturo nell’auto valutando le figure dei due ragazzi in arrivo, e proteggendosi dal sole forte con la visiera del cappello.
–Eh, già. Non sai certe volte che fatica facciamo io e mia moglie a tenerli. Sono peggio di com’ero IO.
–E sembrano anche DOTATI. Non sanno ancora niente?
L’altro uomo strinse le labbra, nervoso. –No. Volevo evitarlo finché non fosse stato il momento.
Jotaro annuì. –È giusto. E comprensibile. Speriamo solo che non debbano scoprirlo prima del previsto e nel modo PEGGIORE.

Joshiro «Josh» Higashikata, 16 anni
Stand: Ruby Tuesday

Joruri «Jolly» Higashikata, 16 anni
Stand: Maniac Monday


E non sapevamo ancora fino a che punto…
…quella SETTIMANA INFERNALE sarebbe stata solo l’inizio.

     


                     





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