FanFiction Full Metal Panic | Operazione Hunting - Prima Parte: Chi meno ti aspetti di Darik | FanFiction Zone

 

  Operazione Hunting - Prima Parte: Chi meno ti aspetti

         

 

  

  

  

  

Operazione Hunting - Prima Parte: Chi meno ti aspetti ●●●●● (Letta 1171 volte)

di Darik 

8 capitoli (conclusa) - 7 commenti - 2 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaFull Metal Panic

Genere:

Avventura - Azione - Fantascienza

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Capitolo 1 

Arriva il momento della tempesta: mentre un gigante dei mari scompare, vecchi e nuovi nemici attaccano la Mithril. E Sousuke sarà costretto ad avere come unico alleato una persona che difficilmente avrebbe voluto come tale. Nota: questo racconto si colloc...


  


OPERAZIONE HUNTING - 1° PARTE


CHI MENO TI ASPETTI





Due uomini correvano a perdifiato attraverso alcuni vicoli piuttosto sporchi
e maleodoranti , schivando maldestramente sacchi di immondizia e altra roba.
In mano impugnavano due pistole, e nei loro occhi si leggeva una grande paura.
“Presto! Presto! Forse l’abbiamo seminato!” disse uno dei due, ma l’altro, senza
più fiato, non rispose.
Raggiunsero poi una scalinata, e salirono fino ad una vecchia soffitta.
Chiusa la porta vecchia e cigolante, si accasciarono a terra.
“Porca merda, ma hai visto che tipo terrificante?”
“Si…”
“Ha sgominato tutta la banda da solo…”
“Che fosse un piedipiatti?”
“Gli sbirri non possono essere stragisti…”
“Una banda rivale allora”.
“Ma se un'altra banda avesse a disposizione un simile elemento, si saprebbe”.
“E allora chi diavolo…”
L’altro si strinse nelle spalle, e si alzò per avvicinarsi con cautela ad una
vecchia finestra e scrutare la notte.
“L’unica cosa che so, è che domani prendiamo il primo aereo e ce la filiamo da
questa città”.
“Sono d’accordo” rispose l’altro cominciando già con la mente ad esplorare le
varie possibilità.
Le sue preferenze andarono alla California, la Montagna d’Oro come la chiamavano
i suoi nonni.
Poi un tonfo lo riportò con i piedi per terra.
Il suo compagno giaceva per terra, con un pugnale infilato nella faccia.
L’altro allora scattò in piedi, puntando la pistola, a tentoni.
Il suo respiro subì un brusco incremento, i lineamenti stravolti dal terrore.
Sentì uno scricchiolio sopra di se, sparò alcuni colpi.
Niente.
Poi un altro scricchiolio.
Altri due colpi, e ancora niente.
Un terzo scricchiolio arrivò dal buio davanti a lui.
Ancora colpi e di nuovo niente.
Infine silenzio totale, interrotto solo dal suo ansimare frenetico.
Dov’era quel bastardo?
Aveva bisogno di un’altra arma, decise di prendere quella del compagno.
Mosse un passo, e nel pavimento in legno ci fu un piccolo scoppio.
L’uomo sentì qualcosa di caldo entrargli dolorosamente negli intestini.
Si accasciò a terra, dal pavimento arrivò un'altra piccola esplosione,
e l’ultima cosa che l’uomo sentì, per un attimo, fu quel qualcosa di caldo che
stavolta gli entrava sotto il mento.
Poi la sua faccia esplose.
Dopo un po’, una terza persona entrò con calma nella soffitta, scaricando dei
bossoli ormai vuoti da un piccolo fucile a canne mozze, e cominciò a trascinare
via i due cadaveri.

1° CAPITOLO
“Kurz, stavolta ti distruggo!” esclamò con rabbia Melissa Mao afferrando per il
bavero della camicia il suo sottoposto Kurz Weber.
“Andiamo, sorellina Mao, volevo solo aiutarti a portare la tua biancheria” cercò
di giustificarsi il giovane ridacchiando.
“Ah si? E allora perché stavi annusando uno dei miei slip?!”
“Be… perché… ecco..”
Un secondo dopo, Kurz poté appurare nuovamente quanto fossero dure le nocche del
suo avvenente superiore.

“Ma che razza di idiota maniaco!” sbuffò la donna sedendosi davanti ad un
computer.
Siccome non era la prima volta che succedeva una cosa del genere, si chiese
nuovamente perché non chiedesse il trasferimento di lei o di lui dal De Danaan.
“Perché poi probabilmente mi annoierei” si rispose collegandosi via internet
alla sua casella postale.
Ovviamente lei non aveva un indirizzo internet, ma siccome quasi tutti i membri
della Mithril avevano familiari sparsi un po’ in tutto il mondo, per via della
natura internazionale della Mithril stessa, allora l’organizzazione aveva creato
un sito di copertura a cui mandare messaggi.
Messaggi che poi venivano ovviamente setacciati da cima a fondo per controllare
che non contenessero virus o informazioni particolari, e che giungevano ai
destinatari a tappe, per seminare eventuali intercettatori informatici.
La stessa cosa accadeva quando gli operativi della Mithril rispondevano.
Le mail venivano poi smistate in base al nome.
Melissa aprì la sua casella.
Solitamente non le scriveva nessuno, e questo non la stupiva, ma chissà che un
giorno, per un motivo o per un altro..
“Oh, guarda un po’, questo sembra essere il giorno giusto” esclamò la donna
quando vide una mail indirizzata a lei.
L’oggetto diceva: “Ad una vecchia amica”.
Con un espressione incuriosita, aprì il messaggio, e in un istante il suo viso
sembrò diventare di marmo.

“Una licenza adesso?” chiese incuriosita Tessa seduta nel suo ufficio.
“Si, ho saputo della morte di una mia vecchia e carissima amica a Hong Kong. Il
funerale l’hanno già fatto, ma credo di poterle dare lo stesso un ultimo saluto.
D’altronde non sono previste missioni per questo periodo, quindi ho un po’ di
tempo libero”


“Ma tu non sei di New York?”


“Si, ma per un certo periodo di tempo ho vissuto a Hong Kong. E poi questa
ragazza, Betty, è stata mia amica sia ad Hong Kong che nei marines”.
“Mah, penso che la licenza la dovresti chiedere al maggiore Kalinin”.
“Si, ma quel vecchio orso sovietico e insensibile non credo trovi plausibili le
mie motivazioni” rispose Melissa con un plateale gesto di stizza.
“Ok, ok. Ti concedo una settimana di licenza, ma ricordati che devi sempre
tenerti a disposizione. Non scomparire in posti strani”.
“Non si preoccupi, colonnello Testarossa, sarò sempre reperibile”.
Melissa abbozzò un saluto militare e uscì dalla stanza.
Si ritenne fortunata di essere riuscita ad evitare l’inquisitorio Kalinin.




****



“Padre Nostro…. che sei nei… cieli… s-sia santificato il tuo nome…”


Tessa, in pigiama, sussurrava una preghiera rannicchiata in un angolo del suo
ufficio, con in mano la sua piccola pistola.


Nonostante i suoi sforzi, non riusciva a trattenere le lacrime e a fermare i
tremori che le scuotevano il corpo ininterrottamente.


Dal corridoio non arrivava nessun rumore, e questo anziché tranquillizzarla,
la terrorizzava a morte.


Perché significava che l’intero equipaggio del De Danaan probabilmente era
stato ucciso!


Poteva sembrare impossibile che una sola persona fosse riuscita a sterminare
in una notte duecentocinquanta persone, eppure quella persona c’era riuscita.


Grazie al fattore sorpresa doveva aver avvelenato le risorse idriche o
l’impianto di aerazione, o le provviste, magari tutti e tre, per poi finire
personalmente i pochi scampati.


Aveva ancora davanti agli occhi, l’immagine del corpo senza vita del marinaio
che era venuto ad avvertirla.


C’era qualcosa che non andava, le aveva detto.


Sembrava che tutto l’equipaggio stesse morendo, dalle cabine provenivano
lugubri lamenti e atroci grida di dolore.


Forse un intossicazione, aveva pensato il colonnello, che a causa del troppo
lavoro aveva passato tutta la sera in ufficio saltando anche la cena.


Finché arrivata alla plancia, non aveva visto quella persona… finire di
uccidere gli operatori.


Cadaveri ancora seduti, colpiti da una lama o da una pistola.


Davanti a quello spettacolo orrendo e all’assassino, lo stupore e l’orrore
avevano fatto spalancare gli occhi del giovane colonnello.


Il marinaio, che l’aveva accompagnata, pur essendo non meno stupito di lei,
aveva avuto abbastanza prontezza per saltare addosso all’assassino e bloccarlo.


Le aveva gridato di scappare.


Lei lo aveva fatto, voltandosi in tempo per vedere il marinaio crollare a
terra con la gola squarciata.


Sconvolta era corsa fino al suo ufficio per recuperare la sua pistola e
andare subito alle capsule d’emergenza.


Non le piaceva affatto l’idea di abbandonare il suo equipaggio, ma da sola
che poteva fare?


Presa l’arma era andata verso il corridoio, ma era stata bloccata da un colpo
di pistola che era passato a meno di un centimetro dal suo viso conficcandosi
nella porta.


L’assassino l’aveva raggiunta!


Aveva chiuso allora la porta rannicchiandosi nell’angolo come un topo in
trappola.


Non poteva fuggire, e dubitava con quella piccola pistola di poter fermare
l’assassino.


Le era rimasta solo una remota possibilità.


E sperare che avrebbe funzionato.


Pochi istanti dopo, la porta venne scardinata!


Come aveva fatto?! Non poteva essere cosi forte!


Gridando e piangendo, Tessa sparò un colpo.


E contemporaneamente, a migliaia di chilometri di distanza, una giovane
studentessa liceale di Tokyo che stava per andare a letto, ebbe un mancamento.


     


                     





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