FanFiction Escaflowne | Dragonslayer di Eternal_Fantasy | FanFiction Zone

 

  Dragonslayer

         

 

  

  

  

  

Dragonslayer ●●●●● (Letta 850 volte)

di Eternal_Fantasy 

3 capitoli (in corso) - 2 commenti - 0 seguaci - Vietata ai minori di 14 anni

    

 

Sezione:

Anime e MangaEscaflowne

Genere:

Avventura

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Capitolo secondo: Losing you 

Perdite e ritrovamenti


  



Dragonslayer







Capitolo secondo: Losing you



AN: I titoli dei capitoli corrispondono alle canzoni dei Dream Evil – Dragonslayer (2002) che fanno da ‘colonna sonora’.









Serena fece accomodare in casa i due misteriosi ospiti; accomodati su un divano di fronte alla poltrona dove sedeva la fanciulla, i tre rimasero per lunghi minuti in silenzio, solo il lieve stormire delle foglie dall’esterno turbava quell’atmosfera onirica. Infine, fu lei a spezzare quel velo di irrealtà che pareva ricoprire la stanza.

“Cosa volete da Dilandau?” i due si scambiarono nuovamente il loro solito sguardo che nascondeva un intero dialogo senza parole, ma Serena li prevenne: “Ho capito che voi due sapete molto più di quanto io o chiunque altro possa mai indovinare su di lui… e forse su tutto ciò che lo riguarda. Quello che voglio sapere ora è se siete venuti qui, come credo, per riprendervelo.”

Il sopracciglio di Hiro ebbe un guizzo, ma Harold con un gesto conciliante prese la parola col suo tono pacato e cortese: “Siamo stupefatti dalla vostra perspicacia, ma prima vorrei farvi una domanda, madamigella: cosa sapete esattamente *voi* di lui?”

Serena sorrise con un tocco di malinconia: “Molto meno di quanto si penserebbe, considerato che la maggior parte della mia vita l’ho vissuta dentro di lui, senza che nessuno di noi due ne fosse consapevole. Eppure… in certi momenti avevamo degli sporadici contatti, quando le fluttuazioni del Destino diventavano instabili e l’Essenza di Dilandau si trovava a vacillare per pochi istanti su ciò che lui era e su *chi* invece avrebbe dovuto essere. Ma lui non sapeva dell’esperimento degli Alchimisti, la verità su come era stato creato. E io… avevo cinque anni quando cessai di esistere come Serena, e non ero in grado di mettermi in contatto con lui; non potevo fare altro che dormire nelle profondità della SUA mente e del SUO corpo, vivendo la sua vita come immagini di un sogno.”

“Allora voi possedete i suoi ricordi?” puntualizzò Hiro.

“No, quei ricordi sono di Dilandau. Io li conosco come se li avessi letti in un libro, o visti in un quadro. Non mi appartengono.” Un’ombra di tristezza offuscò le sue iridi azzurre con una patina di lacrime: “A volte mi chiedo se la mia stessa *vita* mi appartenga. Io… cosa sono io? Una bambina che non è esistita per dieci anni e poi è tornata, riprendendosi un’esistenza che non è mai stata sua. Era di Dilandau; lui era una persona incredibile: a dodici anni già si era diplomato con lode all’Accademia militare di Zaibach, a tredici guidava eserciti di guymelef, a quattordici l’Imperatore in persona lo insignì del titolo di Comandante dei Dragonslayers, il reparto di combattenti d’èlite più prestigioso dell’Impero. Che valore ha al confronto una patetica damina di Asturia? Come potrei mai competere con ciò che Dilandau era… e che io gli ho tolto, tornando ad esistere?”

Serena s’alzò e si diresse alla finestra, voltando le spalle ai suoi ospiti per nascondere loro le lacrime d’amarezza che minacciavano di scendere dai suoi occhi. “Me lo chiedo ogni volta che mi guardo allo specchio” sussurrò posando una mano accanto al suo riflesso sul vetro “quando il mio viso non mi sembra proprio il mio, simile ma diverso, più maschile; quando sotto la luce della luna i miei capelli invece che di biondo oro scintillano di riflessi d’argento puro; quando i miei occhi si tingono di rubino alla luce scarlatta del tramonto.”

Le due oscure figure ponderarono accuratamente le sue parole: “E a quali conclusioni siete giunta?” chiese Shinigami.

Lei rivolse verso di loro due occhi di zaffiro privi di lacrime e colmi di determinazione: “Che non intendo vivere una vita che non mi soddisfa; mio fratello Allen non mi permetterà mai di essere una guerriera, come desidero. Non c’è una sola persona che possa considerare veramente amica, e che mi accetti per quella che sono. Mi rendo conto che quello che Dilandau ha perso per sempre è molto più di quello che io potrò mai avere, ma nonostante questo… se lui volesse tornare indietro, io gli cederei nuovamente il mio posto.”

Le sue parole suonarono decise e senza ripensamenti, non il capriccio di una ragazzina viziata, ma la cosciente presa di posizione di un condottiero veterano. I due stranieri non poterono che esserne sorpresi, e una nuova possibilità si aprì alle loro menti.

“Allora, siete qui per questo o no? Se potete farlo, avanti. Non pongo obiezioni.” Decretò Serena.

Harold le rivolse un sorriso che invitava alla pazienza: “Prima che ne direste di scoprire cosa ne pensa lui?” Serena lo guardò interrogativa e Midnight Hawk proseguì: “Se me lo permettete, io ho la facoltà di immergermi nel vostro inconscio; spingendomi al di là della vostra mente, potrei raggiungere Dilandau e parlare con lui.”

Serena prese in considerazione la possibilità e con un cauto cenno acconsentì.

Il moro dai capelli lunghi le fece cenno di sedersi al suo fianco sul divano e le posò una mano delicata sulla fronte: “Rilassatevi.”

Non era la cosa più semplice del mondo, dato che quegli occhi scuri le stavano tanto vicini da poter scorgere con estrema chiarezza ogni pagliuzza dorata che brillava nelle loro enigmatiche profondità… che ad un tratto parvero inghiottirla in un baratro simile ad una pupilla sottile che non aveva nulla d’umano.



Harold Midnight Hawk attraversò in un lampo gli strati della coscienza di Serena; non si soffermò a leggere nella sua mente, sapeva che la fanciulla era stata completamente sincera nella sua coraggiosa confessione. Il suo obiettivo si trovava oltre, in una parte della ragazza che non le apparteneva, che era dentro di lei ma che non era lei. Era un’altra persona. Era Dilandau.

Infine, giunse a destinazione. La realtà mentale e spirituale che si trovò di fronte si rese comprensibile per lui assumendo la rappresentazione fisica di una fitta coltre di nebbia in mezzo alla quale sorgeva una tenda: di foggia spoglia e sobria, un aspetto tipico della severa e pragmatica funzionalità militare, come se ne potevano vedere a migliaia, tutte uguali, negli accampamenti dell’esercito di Zaibach durante le loro lunghe campagne.

Harold, pur consapevole della futilità del gesto, bussò educatamente al palo di sostegno e scostò le falde di tessuto grigio per accedere all’interno. L’ambiente, molto più ampio di quanto una vera tenda avrebbe consentito, era immerso nell’ombra. Unica fonte di luce, una torcia a gas dalla fredda fiamma azzurra che illuminava a malapena un lato della persona seduta scompostamente su uno sgabello, facendo tuttavia scintillare i suoi corti e lisci capelli d’argento.

Il ragazzo, snello ma dotato di muscoli sottili e nervosi, vestiva la divisa di pelle nera dei Dragonslayers, aperta sul petto glabro e compatto a malapena celato dalla canotta bianca slacciata. La testa china faceva pensare che fosse addormentato, oppure perso in conteplazione delle sue mani abbandonate in grembo, ancora ricoperte dei guanti corazzati della sua rossa armatura. Quando però il visitatore avanzò di un passo, fu immediatamente inchiodato sul posto da due occhi ardenti di un fuoco color sangue, che brillavano febbrili nell’ombra che celava il suo viso.

“I miei omaggi, Comandante Dilandau Albatou.”

Un roco sussurro rese palpabile la minacciosa ostilità che impregnava l’atmosfera: “Non m’importa chi sei o quello che vuoi. Vattene. Non sono dell’umore di ricevere visite, almeno per molto tempo.”

Harold si vide costretto a cambiare approccio: “Nemmeno per avere notizie di Serena?”

Quel nome destò un guizzo d’interesse in Dilandau, che rialzò il viso esponendo alla fioca luce i suoi lineamenti delicati, ma tirati da stanchezza e sofferenza: “Che è successo alla ragazza?”

“Soffre. Odia sé stessa e la sua vita. Sente di averti fatto un torto, ed è disposta a rinunciare alla sua esistenza per restituirti la tua.”

Il Dragonslayer sbottò in una bassa risatina in cui si mescolavano amarezza e una punta di incredulità: “Piccola stupida.” sibilò, ma nella sua voce c’era un’inedita tenerezza. “Ora che so tutto, crede che per me sarebbe così facile? Oh, non fraintendermi; se si trattasse di qualcun altro non mi farei scrupoli, ma *lei*? Quella bambina ne ha passate troppe per farle anche questo. Inoltre, a che mi gioverebbe tornare là fuori? Zaibach ha perso la guerra, l’Impero è distrutto, non troverei che nemici pronti a reclamare il mio sangue. Non troverei che nemici…” ripeté con voce spezzata.

Dilandau si portò le mani a coprire il volto, contratto da un dolore che non riusciva ad accettare: “I miei Dragonslayers, tutti i miei fedeli soldati… sterminati, massacrati sotto i miei occhi, senza che io potessi fare niente, NIENTE! E il povero Jajuka… ha dato la sua vita per salvare la mia… no, non la mia, quella di Serena. Il minimo che io e lei possiamo fare per lui ora è non rendere vano il suo sacrificio.”

Midnight serrò la mascella; non poteva credere, non poteva *permettere* che il terribile e spietato Comandante dei Dragonslayers crollasse a pezzi sotto il peso dell’auto-compatimento e della sofferenza. “Sono qui per darti la possibilità di riprenderti tutto ciò che ti è stato tolto. Non è un’occasione che capita spesso, quindi ascoltami attentamente.”

Queste parole alleviarono la cappa opprimente che soffocava l’atmosfera all’interno della tenda, manifestazione della melanconia del suo creatore. Dilandau rivolse nuovamente i suoi occhi di rubino, ora leggermente foschi, verso il moro. “Spiegati.”

“Io e il mio compagno vogliamo riportarti indietro. Abbiamo dei progetti che hanno come necessità imprescindibile l’azione dei Dragonslayers. E di te a comandarli.”

“Parli di cose che non esistono più.” Ribadì testardo il guerriero.

“Possono tornare. Sia tu, che gli uomini che hai perso. Tutti quanti. Non vorresti riavere la tua squadra, Comandante?” chiese insinuante.

“Non sono né uno sciocco né un illuso, e non credo alle favole, straniero. Ho ucciso abbastanza uomini da sapere che dall’aldilà non si torna.”

“Solitamente no, non senza un preciso permesso e un bel po’ di lavoro.” Puntualizzò con un sorrisetto sibillino “Ma tentare non costa nulla, giusto?”

“E poi?”

“Ci serve la tua collaborazione, l’ho già detto.”

“Non mi riferivo a quello! Parlo di Serena! Non voglio che le sia fatto del male!”

Harold lo fissò a braccia conserte: “Quella ragazza ha molto più valore di quanto non avessimo considerato. Faremo tutto il possibile per potervi conservare entrambi.”

“Un’altra idea assurda; il mio corpo e il suo sono composti dalla stessa sostanza, anche se la forma esteriore cambia. Non è possibile per noi esistere contemporaneamente.”

“Se pensi di poter accettare l’idea che i tuoi fedeli soldati tornino dagli Inferi, perché pensi che non possiamo fare in modo che tu e Serena abbiate due corpi distinti?”

Dilandau scrollò incredulo il capo argenteo: “Questa è la sagra delle assurdità. Tuttavia” rialzò lo sguardo, e un ghigno combattivo fece nuovamente ruggire le fiamme nei suoi occhi “Ho affrontato altre battaglie disperate prima, e sono ancora abbastanza pazzo da combattere per vincere, a qualsiasi costo! Ci sto!”

Harold ricambiò il sorriso compiaciuto: “Ottimo. Andiamo.”

“Andiamo? Hai dimenticato *dove* siamo… o meglio, NON siamo?” chiese derisorio il guerriero.

“Appunto; intendo guidarti ad un livello più vicino a quello conscio di Serena; così, finché non vi avremo separati, potrai comunicare mentalmente con lei, e tramite lei con noi.”

“Addio privacy.” Commentò ironicamente Dilandau, che ad ogni istante pareva recuperare sempre più frammenti del suo sarcastico, testardo, ribelle se stesso.

L’unica risposta di Midnight Hawk fu una cortese risata, prima di fargli strada fuori dalla tenda che svanì nuovamente nella nebbia quando le proiezioni mentali dei due abbandonarono definitivamente quel luogo che non era un luogo.



     


                     





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