FanFiction X - Clamp | Ultimo dialogo di Seishiro con Subaru di Sakumi | FanFiction Zone

 

  Ultimo dialogo di Seishiro con Subaru

         

 

  

  

  

  

Ultimo dialogo di Seishiro con Subaru   (Letta 1035 volte)

di Sakumi 

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Sezione:

Anime e MangaX - Clamp

Genere:

Non specificato

Annotazioni:

Nessuna

Protagonisti:

Non indicati

Coppie:

Non indicate

 

 

              

  


  

 Capitolo unico 

Dato che da anni aspetto la fine del rapprto tra seishiro e subaru ho provato ad immaginarne uno che appagasse la mia giusta sete di tragicità e romanticheria Personaggi principali e/o coppie: Seishiro e Subaru


  

Subaru entrò nella stanza. Aprì una porta, ne aprì un’altra e un’altra ancora, ebbe la sensazione di aver aperto un milione di porte insieme. Sentiva che non era lontano, lo sapeva, lo aveva sempre saputo che era attorno a lui, gli sarebbe bastato desiderare sul serio di vederlo e lo sguardo freddo di Seishiro sarebbe apparso solo per lui. Lui stesso sarebbe apparso, perché Subaru ne era certo: Seishiro sapeva quanto lui quale sarebbe stato il momento esatto in cui si sarebbero incontrati ancora. Solo una cosa sfuggiva ad entrambi, ed era il motivo per cui pur cercandosi non si erano mai incontrati. Quella domanda sospesa per sempre sulle loro labbra, quel dubbio, quel dolore che Subaru si portava dietro come una malattia devastante che lo consumasse da dentro.
Come finirà?
Il dubbio. Questa domanda incessante. Come finirà? Come dovrà finire? Come…come…
L’ultima porta si aprì, l’oscurità lo avvolse tutto, era una sensazione spiacevolmente tranquilla, come essere calati in un nervosismo malcelato, era l’atmosfera che si poteva respirare attorno ai letti dei malati senza speranza. Anche l’aria sapeva che ogni cosa era predisposta per finire entro breve. Anche lei si stava preparando.
Subaru si guardò attorno, lo investì una folata di vento antico, senza calore né gelo. Come il faro di un teatro una luce incredibilmente fredda illuminò un luogo distante. Un’altra luce tracciò un sentiero perché potesse seguirlo. Subaru iniziò a percorrerlo, docilmente. Aveva paura. Si strinse una mano sul cuore. Si spaventò perché gli parve che non battesse. Guardò la mano. Era bianchissima. Come la mano di un morto. La scrutò per bene, ebbe l’impressione che ad ogni minuto che passava il biancore si facesse sempre più intenso. E’ così che si diventa dunque, pensò con una stretta al cuore.
Ogni passo risuonava sulla strada e dentro sé stesso. Non stava percorrendo la sua strada, ma la sua paura più grande e non era la morte. “Se lo farò non ci sarà più”. Questo pensava dolorosamente.
La lama nella sua mano brillò accecandolo. Sulla lama si posò un petalo bianchissimo, innaturalmente bianco. Sul petalo si posò un pianto perché finalmente Subaru aveva capito.
Sapeva come sarebbe finita.
Strinse il manico del coltello. Sarebbe stato naturale, come per tutti gli uomini normali, senza poteri, senza incantesimi e fantasmi. Sarebbe stato quello che in fondo aveva sempre voluto. Sarebbe stato l’unica cosa che andava fatta.
Non appena ebbe formulato questo pensiero la strada si ritrasse di colpo e l’albero gelido e lontano che stava indicando gli fu appena ad un metro. Subaru ebbe un forte capogiro e si sorresse la testa.
Lucido, doveva rimanere lucido per fare quello che doveva fare. Fermo.
E infatti il cuore gli si fermò quando vide il lembo del suo cappotto spuntare da dietro l’albero. Era nerissimo, come le ali di un corvo. Subaru desiderò poter toccare anche solo questo, stese la mano con disperazione, ma si trattenne e abbassò lo sguardo. Le lacrime non scorrevano più, gelate sul fondo dei suoi occhi.
“Ti stavo aspettando”. La sua voce. Calma.
“Davvero?”
“Certo. Sapevo che saresti venuto”, rispose Seishiro. Una pietra deforme e grigia apparve ai piedi dell’albero. Vi si sedette sopra. Seishiro evitò di guardarlo negli occhi e frugò nelle tasche. Le mani. Le sue mani. Subaru non vedeva che quelle in tutto quel buio. Si costrinse a rispondere, non aveva ancora iniziato ed era già senza forze. Perché quelle mani non potevano portarlo via di lì?
“Quindi saprai anche il motivo per cui sono qui”, disse con molta fatica senza poter distogliere lo sguardo dalle sue mani.
“Posso immaginarlo”, mormorò Seishiro con un sorriso dolce.
“Tu credi?… Non ridere. Detesto quando lo fai.”
“E perché?”
“Perché mi fai ricordare”. La voce gli tremò. Non doveva tremare. Si premette le dita sugli occhi per frenare le lacrime.
“Quello che ho fatto. Ma io non sorridevo quando ti ho tradito”. La sigaretta si poggiò sulle sue labbra. Le sue labbra.
“Non è questo.”
“Cos’è allora?”
“E’ per quello che è accaduto prima. Non posso vederti sorridere perché ricordo tutto quello che sei stato. Rivedo te, che mi sorridevi.”
“Fingevo.”
“Perché?”
Seishiro guardò Subaru, sussultò leggermente notando il biancore del suo viso. Gli parve che sulle guance ombreggiasse la mano della morte. Quell’ombra inquieta che lo aveva tanto a lungo accompagnato. Scosse la testa per ignorarla e trasse un profondo respiro.
“Perché ho voluto tentare di non essere ciò che ero. Per te sarà difficile da accettare, ma io non ho mai amato nessuno. Non ci sono riuscito. Ha dell’incredibile vero? Vorrei poterti dire che il mio è odio. Ma non credo sai, perché non porta con sé né rabbia né rancore. Non è vendetta. Probabilmente non è nessun sentimento. Si può dire che io viva sempre nella calma.”
“E il rimorso?”
“Cos’è?”
“Non provi rimorso per le persone che odi?”, continuò Subaru inutilmente, conoscendo fin troppo bene la risposta.
“Non capisco perché dovrei. Perché dovrei pentirmi di qualcosa di naturale? Ma forse tu non mi capisci.”
“No, non capisco. Spiegamelo.”
“Io non ti amo, ma non perché ami qualcun altro. Se questo può esserti di conforto non me ne sono andato perché qualcuno ti aveva sostituito. Io non ti ho mai amato, come del resto non ho mai amato nessuno su questa terra.”
Seishiro squadrò Subaru, lo sguardo del ragazzo lo trapassò come un lampo, gli parve che nel corpo si accendesse qualcosa sul fondo. Trasse un’altra boccata dalla sigaretta. La stava consumando con disperazione, ebbe la sensazione di star bruciando come essa, ma rimase ben attento a che i suoi occhi rimanessero di ghiaccio.
“Il mio è un dono raro”, disse. “ Non so chiamarlo qualità, il termine dono mi sembra più adatto perché in fondo sono felice che mi sia stato dato. Sono felice che qualcuno lo abbia creato. Ho trovato sulla mia strada il dono che a cui tutti i grandi uomini tendono. Ciò che tutti coloro che amano temono. Amata e temuta. Adorata e rispettata. Ciò che rende grandi gli uomini e che spesso tesse i destini del mondo.
Perché la freddezza è qualcosa che ti permette di percepire il mondo in un modo molto particolare. Non puoi rendertene conto se non possiedi questa visione delle cose.”
“Ti prego allora, spiegamela!”, gridò Subaru. Si coprì la bocca con la mano. Era la prima volta che urlava contro Seishiro. Che ci riuscisse perché ormai era arrivata la fine?
“Su, non piangere. Vuoi un fazzoletto?”
“Non essere gentile”, replicò brusco.
“Vedi? Non riesci a capire”, osservò Seishiro riponendo il fazzoletto nella giacca. L’immagine della scena negli occhi di Subaru tremò.
“ La mia non è gentilezza, ma cortesia, buona educazione. Non è sentimento, ma una semplice patina. Come gli oggetti d’oro e quelli che sono solo laccati. Considerami un’imitazione d’autore.
Per me tutte le persone sono inutili allo stesso modo. Sono lontane. Le tocco e non le sento. Sono incapace di capire la vita. Ci sono state molte persone che mi hanno odiato profondamente, altre che mi hanno riverito, altri ancora mi hanno adorato e cercato in ogni dove.
C’è stato persino qualcuno che mi ha amato.
Tu sai chi, o no?”
Avrebbe dovuto gridargli contro, per Subaru sarebbe stata la cosa più logica, ma ormai le sue parole parlavano comandate da un altro sé stesso e per questo disse ciò che avrebbe voluto dire per tutto quel tempo. L’unico vero motivo per cui aveva resistito ed era rimasto ad aspettare di rivederlo. Solo che nemmeno lui aveva saputo cosa dirgli, fino a quel momento. Fu come se a parlare fosse l’anima senza il corpo e la coscienza.
“Per me tu eri l’erba che cresceva sui cigli delle strade in estate. E il cielo in città dietro i fiori arancioni e le chiome degli alberi. Tu per me eri più importante del pianto di madre, più di mio padre. Ti ho amato più del sale, come diceva la leggenda. Io ti ho amato più della mia sera.”
Seishiro rimase sorpreso qualche istante. Il fuoco cresceva ed anche l’ombra della morte sul suo viso.
“Sai usare delle parole molto belle”, disse infine.
“Anche questa è cortesia?”
“No. E’ una semplice constatazione. Non riesco a sentire quello c’è nella poesia, ma riesco a capire quando le parole sono belle e giuste.”
“Forse mi sono sbagliato.”
“Non mi hai amato, in fondo?”. Il fuoco. In gola.
“Non è quello.”
“Cosa hai sbagliato allora? Dimmelo.”
“Hai di nuovo sorriso”, notò Subaru e sorrise a sua volta. Fu un sorriso incredibilmente fragile, quasi trasparente nella sua debolezza. Seishiro finse di ignorare anche questo “E allora?”, domandò con voce atona.
“Io credevo di essermi innamorato di una patina, come hai detto tu. Di un fantoccio. Della finzione che sei stato.
Credevo di essermi innamorato del personaggio che hai interpretato.”
“E invece?”
Subaru vide le dita della morte sulle guance di Seishiro, le sentì su di sé. Le sue mani, quelle di Seishiro e quelle della morte. Erano fredde, ma gli scavavano l’animo, ruppero il vetro, lo dilaniarono. Le sue mani sulle sue e quelle di Seishiro sulla morte e su di lui e lui era la morte e Seishiro era..
“Credo che in realtà quella fosse proprio l’unica parte che non sopportavo di te”, rispose con voce roca.
“Stai dicendo che mi hai amato proprio per quello che ero? Esattamente per ciò che mi sono dimostrato alla fine di tutto?
Freddo, tagliente, assassino?”. Perché aver paura della risposta?
“Non riesco a smettere di provare amore per te. Basta che io ti guardi perché mi invada un fuoco. Basta che tu sorridi perché a me salga il pianto. Se solo mi parli, se solo mi ascolti, sento centinaia di brividi che mi devastano le vene. Potrei vivere anche solo seguendoti, per sempre. Solo con la tua presenza, anche se mi odi.”
Seishiro lo guardò con commiserazione, sentì l’impulso di stendere le sue mani verso di lui. Gli sembrò di poter morire se non lo avesse fatto, e invece on voce metallica replicò “Ammirevole. Un ammirevole comportamento masochista.
E quanto mai arrogante.”
“Perché mi dici questo?”
“Perché io non ti odio. L’odio è un’arte sottile, più dell’amore. Un poeta diceva che l’odio è composto da tre parti del nostro amore.
Non c’è nulla di più vero.
Bisogna amare molto sé stessi per odiare qualcuno.”
“E tu non mi ami.”
Seishiro sorrise di sé stesso pensando a quanto banale dovesse apparire la domanda a Subaru e quanto invece fosse devastante per lui.
“Non so. Credo che non mi interessi. Non ne vedo l’utilità. Tu invece saprai provare molto odio.”
“Non mi sembra di aver mai odiato nessuno. Ma forse mi sopravvaluto”, rispose Subaru.
“Sì, lo fai”, insisté Seishiro.
Per Subaru l’incantesimo si sgretolò in quel momento nei suoi occhi. La realtà iniziò a perdere consistenza e si macerò bruciando in tanti pezzi dolorosi. Sentì un bruciore all’altezza della tempia e gridò con quanto fiato aveva in corpo per cacciarlo via “Chi odio allora? Dimmelo!
Io, io non so cosa fare. Io non riesco ad odiare nemmeno te! Io non mi sopravvaluto. Io so di essere debole e fragile. So di essere terribilmente fragile. So di non avere pregi. So di essere inutile. So che..”
La sigaretta di Seishiro gli si spense tra le dita, ma lui non provò dolore tanto era assorto nel contemplare la rabbia di Subaru.
“Calmo. Stai calmo”, gli mormorò per placare anche sé stesso. “E’ perché ti agiti tanto che non riesci a capire. Eppure lo hai detto. Hai tu la risposta. C’è qualcuno che odi, ma è come la favola del cane e lo specchio. Ti spaventi perché non ti accorgi che l’immagine riflessa è la tua.”
“Io mi odio? Io odio me stesso?”, chiese Subaru con la voce d’incanto spenta.
“Non c’è nulla di più semplice. Quando ti ho scelto non è stato un caso. Ho studiato a lungo chi fosse la persona più adatta. Era il mio unico tentativo, non potevo permettermi di lasciar decidere il destino.”
“Mi hai scelto perché mi odio?”
“Per la tua tristezza. Per questo. Per l’atmosfera infelice che c’è attorno a te. Mi sono detto che costringermi ad amare qualcuno così disperatamente addolorato come te mi avrebbe aiutato. La tua tristezza avrebbe dovuto sciogliermi. Tentare di amare qualcuno perfettamente felice non sarebbe stato di alcuno stimolo per me. Avrei solo perso tempo. Allora ho tentato con qualcuno come te. In fondo ci sono stati uomini con il mio stesso dono che hanno vacillato e sono caduti per colpa di molte persone simili a te. Perciò prima di scegliere qualcuno ho guardato tutti i loro occhi. C’era sempre qualcosa di fatalmente triste, di rassegnato, sul fondo, anche se i loro caratteri erano molto diversi.”
“E invece non sono stato abbastanza degno del tuo amore”, constatò Subaru asciugandosi le lacrime coi polsi bianchissimi.
“No è proprio così. Vedi, non è una questione di dignità. E’ stato un incidente.”
“Ti ho amato per sbaglio?”
“Già”. Doveva dirgli così, anche per sé stesso. Doveva convincerlo dell’errore. Doveva convincersi dell’errore. Lo scrutò in viso. Per la prima volta nella sua vita tremò davanti alle labbra di una persona.
“Ma io ti amo ancora”, dissero quelle labbra.
“E’ perché ti odi tanto che mi ami”. Era inevitabile che fosse così.
“E’ perché mi odio tanto…”
“Pensaci meglio. Se tu ti volessi almeno un po’ di bene, non rifiuteresti di torturarti in questo modo? O più semplicemente non odieresti l’unica persona che merita il tuo odio senza rimorsi?”
“Te”, sussurrò Subaru. Si chinò verso di lui. Riuscì a sfiorargli un polso. Non era perché si odiava. Non poteva essere per quello. Bastava solo sfiorarlo perché..
“Eppure io ti amo. Ti amo così tanto. Il mondo diventa cenere tra le mie mani se penso che non ti rivedrò più. Ogni cosa assume dei contorni più nitidi quando la tocchi con la tua freddezza. Diventa più…più… vera. Quando sei con me c’è qualcosa di lacerante, sento che in qualche modo doloroso ferisci la realtà. Ma lo stesso non è una cosa che mi disturba o strugge. Piuttosto la tua freddezza mi invade e scava dentro di me. E’ come subire una continua violenza, ma senza il bisogno di avvertirne la parte negativa.”
“Stai dicendo che la mia freddezza, questo mio non curarmi di te, la mia indifferenza gelata, è quello che desideri? Vuoi dire che mi ami proprio per questo? Che ti ecciti davanti alla mia violenza distaccata?”, domandò Seishiro nascondendo a stento la frenesia.
“…”. Le lacrime sul suo viso brillarono come la lama del coltello.
“ Non piangere. Non ne vale la pena. Non risolverai nulla. Quello che tu stai facendo non stimola in me né compassione né pena. Non vedo in te alcun sentimento. Capisco solo che è inutile e non ti servirà a niente. Né a te, né a me. Perché tanto tu sei qui per fare qualcosa o no?”, chiese Seishiro.
“Sì.”
“E’ così stupido. Questa è una cosa priva di senso, non il mondo senza di me. Come è sciocco credere che le cose possano mutare la loro essenza solo in base a ciò che proviamo per una determinata persona. Anche in questo caso siamo noi che le vediamo diverse, ma sempre in questo caso siamo solo noi i primi artefici del cambiamento. Non sono certo le persone che diciamo di amare. Loro sono solo uno specchio per le allodole.
Se ci pensi bene il mio è un comportamento più giusto. Non sono ipocrita e perciò non amo nessuno. Come del resto non odio nessuno.
Su, non avere quel viso triste, suppongo che io debba provare un qualche tipo di lusinga per il privilegio che mi hai fatto nello scegliermi.”
“Non c’è davvero nessun modo per farti tornare?”
“Per far tornare l’uomo dolce e falso che hai conosciuto? Quello che mi hai creduto, ingannandoti, tanto a lungo?”, chiese Seishiro con ovvietà.
“No, non quello.
Solo per farti tornare un uomo.”
“Un uomo?”
“Almeno se mi odiassi avrei pace. Non posso sopportare che quando te ne andrai sarò come sabbia nel mare della tua memoria.”
“Puoi risparmiarti la fatica. Non ho intenzione di oppormi a ciò che stai per fare. Sarà anzi il mio ultimo tentativo di diventare un uomo vero. Per questo ti ho aspettato qui”, gli rispose Seishiro tranquillamente. La luce nei suoi occhi tremò.
“Sai che ti ucciderò?”
“E’ ovvio. Avresti ogni ragione per farlo. Ti ho tradito, ingannato, derubato dell’anima. Ti ho frantumato lo spirito come un vetro fragilissimo.
Ti ho reso pazzo.
Non è vero?”
“E’ proprio per questo che sono qui, ma risolverò la cosa in modo diverso.”
Subaru ebbe un sorriso, dolce e Seishiro riuscì a trovare dolce quel sorriso. Avrebbe voluto vederlo ancora, ma capì che era l’ultima volta.
“Cosa?”, domandò non comprendendo. Come doveva finire? Se lo era chiesto talmente tanto a lungo che non c’era stata altra soluzione se non quella per cui si era lasciato trovare, lì, nel buio.
Vide Subaru prendere il coltello, si convinse che avrebbe dovuto aver paura di quella lama che stava per trafiggerlo, ma c’era qualcosa che non tornava. La morte non era su di lui, ma sulle guance di Subaru. Perché? Conosceva le sue dita fredde, sapeva che un giorno o l’altro avrebbero violato anche lui, perché non riusciva a sentirle? Forse..
Due fiotti rossissimi tracciarono una scia nel buio creando un piccolo lago di oscurità profonda in uno già esistente. Il sangue che sgorgava dai polsi di Subaru era scuro e sembrava dover inghiottire in pochi istanti le mani bianche e bellissime. Lo pensò sul serio in quel momento, che le mani di Subaru erano bellissime. Di una bellezza lancinante e straordinaria. Rimase abbagliato, ma lo stesso mormorò gelido “Che azione stupida.”
“Per te potrà non avere alcun senso, ma per me è l’unico modo”, sorrise Subaru tristemente.
“Per fare cosa? La pazzia ti ha consumato. Lo vedo.”
“Non capisci, vero?!”
“Come puoi pensarlo? E’ talmente ovvio. Ti stai uccidendo perché senza di me non ha più senso vivere, perché io tanto non tornerò eccetera eccetera eccetera.
Non c’è una morte più scontata.”
“Se fosse stato così semplice lo avrei fatto molto prima di adesso”, ansimò Subaru. Le cose stavano perdendo i loro contorni, le foglie degli alberi cominciavano a sembragli frecce di luce brillante.
“E allora perché?”. Per Seishiro tutto stava perdendo un senso logico. Anche quel fuoco che gli aveva iniziato a bruciare le vene non lo aiutava a ragionare. Stava perdendo qualcosa, il senso del discorso, del tempo, dello spazio, gli stava sfuggendo qualcosa di fondamentale, ma non riusciva in alcun modo ad afferrarla.
“Non mi dimenticherai vero? Non dimenticherai quello che sto per dirti.”
“Dipenderà da ciò che avrai da dirmi. Se è quello che credo, non penso tu possa avere speranze che io ti ricordi.”
“Non è perché io non sopporterò di vivere senza di te che sto morendo.”
“Ah no?”. Perché allora? Perché?
“Sto morendo perché voglio che tu prenda a vivere.
Oh mio Dio…”
Il sangue aveva inondato la camicia e i pantaloni, stava aggredendo la roccia e lambì le scarpe di Seishiro. Subaru pensò con doloroso sollievo che in qualche modo era riuscito a toccarlo. Si accasciò con le ginocchia nel suo sangue. Per sorreggersi la fronte si bagnò anche il viso.
“C’è davvero molto sangue. I tuoi tagli sono profondi. Se non ti sbrighi a dirmi ciò che devi, morirai.”
“Non riesco più a vederti bene, ma credo che tu mi stia ascoltando questa volta. Sono un po’ interessante, vero?
Sono meno ovvio.
Forse sono solo molto pazzo.”
Era inutile. Le parole gli stavano già morendo in gola, la vista era già sfocata. Poggiò una mano a terra e sentì in lontananza un rumore di acqua scrosciante. Era immerso nel suo sangue. Sentì delle radici fredde diramarsi dall’interno il fuori. Rischiava di non riuscire a dire ciò che voleva, si sorresse il petto tossendo. Possibile che avesse sbagliato la fine? Che senso avrebbe avuto morire in quel modo? A quel punto sarebbe stato meglio morire di sua mano, ucciso da Seishiro, almeno sarebbe stata una morte dolce. E dolorosa. Ma lo avrebbe toccato con le sue mani, finalmente. Quelle mani che lo ossessionavano ancora più delle labbra. Le mani…
Subaru si sentì sollevare, poggiò la testa su qualcosa di morbido, c’era qualcosa di caldo attorno alle sue spalle, quella cosa scottava anche sul suo collo.
Si costrinse a concentrarsi e respirare normalmente, quando riaprì gli occhi era ancora più debole, ma riusciva a vedere meglio. Era tra le sue braccia. Tra le braccia di Seishiro. Lo stava sorreggendo. Se ne avesse avuto la forza avrebbe pianto.
“E’ la follia che guida le tue parole. Cosa vuol dire che lo fai perché io viva? Ti uccidi perché sai che altrimenti mi uccideresti?”, domandò Seishiro. Per lui era il corpo di Subaru a scottare tra le sue braccia.
“Voglio scambiare la mia vita con la tua. Avrei ogni ragione per odiarti. Mi hai ucciso mille volte. Non conto più gli incubi, non conosco più le notti. La luce e il buio non hanno alcun valore. Ho perso me stesso. Mi sorreggo con un cumulo di frammenti raccolti a caso. La mia anima non esiste più.
Tutto perché sei tu che lo hai voluto.
E questo tu lo sai.”
“Certamente.”
“Io mi uccido perché non posso pensare che tu non comprenda quanto sia terribile e intensa questa sofferenza”, ansimò Subaru. Non poteva cedere, ora che gli era stato concesso doveva rimanere per vederlo.
“Vuoi che provi rimorso?”
“Mi basterebbe che tu capissi quanto ti ho amato.
Non voglio che mi ami, voglio che tu senta quanto ti ho amato. Non desidero nulla in cambio.
Solo che tu capisca.
Perché se tu lo sentirai avrò aperto uno spiraglio di speranza.”
“Io non ti ho chiesto nulla. La tua morte non servirà a niente con molta probabilità, lo sai?”, mentiva, sapeva già cosa sarebbe accaduto.
“Non ti sento più. Quanto sono fredde le tue mani. I tuoi occhi sono come spenti.”
“Lo sai allora? Non è servito a nulla tutto questo sangue.”
“Sono morto nel modo che desideravo. Forse adesso e a me che non interessa più il senso delle cose. Non mi importa più quale sia la composizione della mia anima. Forse si è sbriciolata, forse è tornata al suo posto.
Non so. Ma io ti amo. Ti amo.”
A Subaru parve che il viso di Seishiro si illuminasse di una luce nuova, meno fredda, ma ormai era arrivato alla fine. Non sarebbe mai più stato in grado di sapere se era vero se quella luce c’era sul serio o se era solo la morte che lo avvolgeva a distorcere la realtà.
“E’ quasi finita ormai”, osservò Seishiro. Le sue braccia sia erano riempite di sangue.
“Sai, non mi interessa più come andrà a finire. Se capirai o no, in fondo. Non ci tengo veramente più a sperare se diventerai un uomo. Dopo.
Io sto morendo come desideravo. Tra le tue braccia, con gli occhi sul tuo viso. Anche se non sorridi.”
“Smettila di vaneggiare. Ti sorreggo per cortesia. Non per amore”, disse Seishiro. Lapidario. Le palpebre di Subaru si chiusero a metà.
“Hai detto amore…credo…sto andando via. C’è una luce fredda dove prima vedevo te. E’ bianca e livida, vacilla. Forse è la tua anima. No, sono io. Io che sto morendo pazzo.
Ti ringrazio per questo.
Ti amo.”
L’ombra attraversò Seishiro, le mani della morte lo lambirono con grazia e tesero le braccia verso il corpo di Subaru. Lei lasciò che lo spirito passasse anch’esso nel corpo di Seishiro. Ci fu un grande vento e una luce accecante, ma il cuore di Seishiro si dilaniò come le vene di Subaru e cadde in pezzi.
“Mi ringrazi? Mi ringrazi? E per cosa? Per la follia? Mi ringrazi per la pazzia che ti ha portato alla morte?”, gridò Seishiro scotendo il corpo di Subaru. Si arrabbiò per la prima volta in vita sua. Era furioso, non aveva che oscurità negli occhi.“ Guardati. Sei immerso in tutto questo sangue solo per causa mia. Sì, sei stato tu a tagliarti i polsi, ma sono io che ho guidato la tua mano. Sono sempre stato io a decidere tutto.
Le mie mani non sono fredde. Sono le tue che stanno diventando gelide. Hai sbagliato di nuovo. Sbagli sempre. Non riesci proprio a fare la cosa giusta eh? Mai.”
Fissò il corpo, non riuscì a lasciarlo andar via. Era così bianco, e così bello. Era la cosa più bella che avesse mai visto. Avrebbe potuto toccarlo e averlo per sé quando avesse voluto prima di allora. E avrebbe potuto tenerlo tra le sue braccia, come in quel momento, per molto più tempo, sempre, per tutta la vita. Eppure..
“E io che ti avevo anche scelto. Con quale criterio, poi. Perché eri triste, l’ho detto vero? Avevi una tristezza leggera, senza tempo, senza peso. Te la trascinavi dietro come un fantasma di passaggio. Non si sentiva quando camminava accanto a te, per il mondo. Avevi un passo tanto leggero che nessuno avrebbe mai potuto dire che eri un fastidio. Non saresti mai potuto essere un fastidio per nessuno. Ma anche se qualcuno ti avesse mentito e te lo avesse detto tu ti saresti scusato per ritirarti da solo in un angolo a non muoverti più. Eri così debole. Così fragile. Ma eri tutto fuorché freddo. Eppure nonostante questo eri solo, come me.
Perché è stato questo il motivo del mio tentativo. Ci sono cose molto peggiori della freddezza, eppure nessuno è accompagnata da una solitudine densa come la mia. Avrei voluto capirne il motivo. E ho scelto te per capire se fossi stato in grado di affezionarmi a qualcuno. Ma anche per conoscere il motivo di tanto distacco dal mondo. Io non so provare passioni, ma tu, e la tua morte lo ha dimostrato, ne eri addirittura consumato. Eppure eri solo. Esattamente come me.”
Gli mise una mano tra i capelli, erano morbidi, avevano un buon profumo.
“Forse non c’era davvero niente da capire”, sospirò. “Forse non ero io ad essere sbagliato. Forse non era per la mia freddezza che ero solo. Forse è proprio nel destino di alcune persone rimanere sole malgrado tutto.
Come puoi dire di essere morto come volevi?
Tu non eri solo in fondo?
Non sei morto solo?
Non lo sei?!”
La guancia di Subaru splendé in un punto. Seishiro sussultò, la sfiorò, era bagnata, mentre la toccava qualcosa sfiorò il suo dito. La sentì tra le dita. Risalì al suo viso. Lui stava piangendo.
“Oh. E’ davvero una cosa strana”, mormorò allibito toccandosi la guancia.
“ Non me ne ero accorto.
Io sono qui.
E tu…
Tu…
Così era questo quello che volevi dirmi”, mormorò mentre cadevano sempre più lacrime.
“ Sei stato bravo.
Sul serio.
Lo sai che vuol dire questo, vero?
Ci sei riuscito. Almeno in questo sei riuscito.
Sei stato bravo e per questo ricambierò il tuo insegnamento. Te lo prometto, non sarai dimenticato.”
Strinse il cadavere tra le braccia e lo dondolò docilmente. Avrebbe aspettato, in realtà non sarebbe servito molto tempo. Per lui la fine del mondo era già arrivata, aveva già capito cosa sarebbe accaduto. Guardò l’albero accanto a sé e sorrise tristemente.
Sarebbe rimasto lì fino alla fine. Non si sarebbe mosso dall’oscurità fino alla morte. Anche lui voleva morire tra le sue braccia, di Subaru. Sarebbe rimasto a cullarlo finché l’ombra non avrebbe portato via anche lui.
Sospirò e si strinse il viso di Subaru al petto. Mentre lo guardava sperò che il suo spirito sarebbe rimasto accanto a lui fino alla fine. Morire di dolore, in fondo, sarebbe stato lungo.

 

     


                     





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